Se questo è un uomo - Primo Levi

ne posseggo la quinta edizione Einaudi del 1958.

Il romanzo autobiografico si apre con un'introduzione dello stesso Levi:Per mia fortuna, sono stato deportato ad Auschwitz solo nel 1944, e cioè dopo che il governo tedesco,causa la crescente scarsità di manodopera, aveva stabilito di allungare la vita media dei prigionierida eliminarsi, concedendo sensibili miglioramenti nel tenor di vita e sospendendo temporaneamentele uccisioni ad arbitrio dei singoli [...]segue poi con questa:Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.  * Rileggo la poesia di Levi mentre i pensieri si sovrappongono agli echi del presenteper poi tornare ancora indietro nel tempo, fino al monito di un altro autore, Danilo Dolci(Sesana, Slovenia 28/6/1924 – Trappeto, PA 30/12/1997), che anni dopo scriveva:  Non sentite l'odore del fumo
Auschwitz sta figliando

Le più grandi risorse
erano la speranza e la dignità.
Chi si rassegna, muore prima.
Non so se i giovani hanno appreso.
Se ci si lascia chiudere, terrorizzare
se ci si lascia cristallizzare
si diventa una cosa
gli altri ci diventano cose.
Molti ancora non sanno:
Auschwitz è tra noi. è in noi.
Non so se i giovani sanno
in ogni parte del mondo:
non c’è rivoluzione se si trattano gli uomini come sassi,
ai giovani occorre
l’esperienza creativa di un mondo
nuovo davvero.
Ad Auschwitz ci torno volentieri.
mi dà la misura dei fatti.

Primo Levi, Danilo Dolci, olocausti

50 commenti (espandi tutti)

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane

questi versi di Levi mi sono tornati in mente improvvisamente giorni fa, pensando ai migranti sbarcati a Lampedusa, al cibo fetido che gli veniva rifilato, alle schifezze che ho sentito pronunciare da gentaglia miracolata dalla politica senza arte nè parte, senza nessuno spessore umano e intellettuale. piccoli burocrati. è proprio la banalità del male a sconcertare.

Sì, Valentina, una "banalità" di ruoli ciechi, disumani, ripetitivi, senza la capacità di chiedersi un "perchè". E' un errore pensare all'olocausto come un fatto compiuto, "Auschwitz è in noi", non "ciò che è stato" (cit. P. Celan), ma ciò che siamo in grado di essere, o "non essere".

grazie.

Gentile signora,

capisco che questa sezione di nfa sia destinata a suscitare emozioni. Capisco anche che, nell'imminenza del 25 aprile, molti siano propensi a paragonare il tempo presente con il passato, alla ricerca di simiglianze che giustifichino appelli resistenziali.

Però c'è un limite a tutto. A Lampedusa lo Stato italiano ha dimostrato la sua cronica inefficienza, la confusione dei suoi politici, forse anche la loro meschinità: siamo d'accordo. Potrei anche avanzare il sospetto che i cosidetti migranti siano stati maltrattati per scoraggiare l'arrivo di altri.

Ma Lei sembra dimenticare che i reclusi nei Lager nazisti (e nei Gulag sovietici) erano stati condotti là con la forza, a differenza dei migranti sbarcati a Lampedusa di loro volontà, e soprattutto che la Repubblica Italiana (non il quotidiano) non ha mai inteso procedere al loro sterminio (nè alla loro "rieducazione"). Se non conserviamo la capacità di distinguere, siamo messi male.

Sig. Pontiroli già Luponti, nel post non parlo né di immigrati né di Lampedusa, che sono entrati per vie traverse grazie al commento di Valentina, che comprendo e condivido. Lei non può mettermi in bocca, anzi in mano, parole che non ho detto, anzi scritto. Quanto a Sesana, avrebbe voluto che scrivessi "al tempo italiana ora slovena"? Beh, vista la sua premura, non ce n'è più bisogno.

grazie.

Natalia, il commento di Luponti era in risposta a Valentina, se stai attenta all' indentazione si vede.

oh! grazie, l'indentazione non è evidentemente il mio forte.

Gentile Signora,

come qualcuno Le ha spiegato, io non Le avevo messo in bocca proprio nulla. Però, a quanto pare, il commento di Valentina è da Lei non solo compreso, ma anche condiviso. Allora mi speghi, con la Sua usata cortesia ed umanità, perché paragonare la cialtroneria del governo italiano, nella gestione dell'emergenza a Lampedusa, con Auschwitz.

La prego, inoltre, di non farmi prediche sullo stato di necessità che avrebbe indotto i "migranti" a raggiungere il suolo italiano: non è certo la stessa cosa della costrizione che subirono i deportati nei lager (e nei gulag).

Non faccio polemiche sull'appartenenza di Sesana ad uno piuttosto che ad altro stato: avevo, semplicemente, rilevato un'imprecisione. Che poi si trattasse di occupazione italiana, come ha scritto qualcun altro, è opinabile: forse anche il Veneto è sotto occupazione.  

Gentile Pontiroli, lungi da me fare appelli resistenziali, tanto meno fare pararellismi storici, mi limito a continuare a provare emozioni, tanto mi basta per sentirmi ancora un essere umano.

Sul fatto che i migranti migrino per propria volontà, e non per necessità, se ne potrebbe discutere, ma non voglio andare troppo OT e occupare ulteriore spazio.

Saluti

jacob presser

ne'elam 24/4/2011 - 11:29

su quello che può diventare un uomo, e su come può cambiare, suggerisco questo.

grazie del suggerimento.

andando solo apparentemente OT, avete mai letto delle tecniche di addestramento e disumanizzazione dei bambini soldato in Sudan? Strappati alle famiglie o venduti dalle stesse, per mezzo di violenze fisiche e psicologiche di una crudeltà indescrivibile,  questi bambini vengono sottoposti ad un processo veloce e cruento di “disumanizzazione”,  al fine di abbattere ogni loro connaturato moto di pietà verso il prossimo, “educandoli” ad uno spirito –  esasperatamente deviato -  di sopravvivenza che equivarrà alla loro capacità di uccidere. Prima dei combattimenti vengono generalmente drogati con cocaina, anfetamine o polvere da sparo bruciata e mischiata a riso e hashish. Anche questa sarebbe una lettura istruttiva su come e cosa possa arrivare ad essere l'uomo.

Anche questa sarebbe una lettura istruttiva su come e cosa possa arrivare ad essere l'uomo.

sei tu che apri post intitolati "restiamo umani" ;-) Io sarei per proseguire nell'evoluzione.

Scherzi a parte, sull'Africa leggi: "Niente: come si vive quando manca tutto" di Alberto Salza, Sperling & Kupfer

Salza ha lavorato in vari luoghi dell'Africa come antropologo. Il libro è un pugno allo stomaco per le situazioni che descrive, ma apre anche gli occhi sul comportamento umano in situazioni estreme, descrive comportamenti che mai mi sarei potuto immaginare.

Attenzione: "aprire gli occhi" in questo caso è decisamente sgradevole.

lo so, lo so quanto può essere sgradevole... :) per questo dobbiamo restare umani.

grazie Corrado.

*

Non mi inginocchio davanti ad altari
rivestiti di tele e ricami,
oboli di fedeli
a purificare in bianco candore
di sete e damaschi e ori, peccati
terreni, misfatti e umane meschinità.

Non sciolgo sulla mia amara lingua
ostie come carni divine
e non rinchiudo in portafogli,
tra denari e scontrini, nóccioli
di dattero come propizio feticcio
per prospero domani, né santini
dalle mani insanguinate di stimmate
e dolori per garantirmi la fede
ed un sereno domani.

Templi e pagani riti reiterati
in riscritte vesti a giustificare
poteri e contrabbandi di menti
con aldilà e timore di Dio,
che imperfezione naturale d’animale
genere ha voluto a pascolare
in gregge di iene in famelico
divorare la carne del più debole
che soggiace per malefica invenzione
del male al di fuori di creazione.

Mi inginocchio davanti a me stessa,
alla mia meschina natura nella
Natura ed essa prego che non infierisca
davanti allo scuotere delle onde
sulla battigia ed alle creazioni
di umana creatura in sua potenza d’arte.

Alla mente spaccata tra bestiale istinto
e razionale evoluzione
rivolgo disperato pianto e preghiera
che abbia pietà dei cuccioli d’uomo
e non inchiodi alle croci armando
innocenti come cani affamati
per ludibrio di scommessa
e due monete d’oro in tasca.

diomio! sei milanista!

Bhe "Diomio" mi sembra eccessivo, "Corrado" va bene, odio le formalità** :-)

Milanista dal 1982. Non vado più allo stadio dal 11 Maggio 2001 e mio cugino (nerazzurro) mi ha fatto perdere l'ultimo gol.

**Battuta di un ebreo: Woody Allen

Per la precisione, quanto Danilo Dolci nacque Sesana era Italia.

Per la precisione, quanto Danilo Dolci nacque Sesana era Italia.

Vero. Era stata occupata dall'esercito dei Savoia in seguito alla "grande guerra". Quella che ci regalò 2 milioni fra morti e feriti, vent'anni di fascismo, un'altra guerra, l'occupazione del Sud Tirolo e, fra gli altri,  del pezzo di Slovenia in cui si trova Sesana. Quest'ultima rimase sotto occupazione italiana per ben 28 anni: un fatto di cui dovremmo essere senz'alcun dubbio fieri, perbacco!

Questo rende Sesana ancor meno italiana di Tripoli (bel suol d'amore) ma, evidentemente, la vuota retorica è sempre quella degli altri.

Il padre di Dolci era siciliano, la madre era slovena.

questo è davvero un OT, Michele, ma anche un bel ricordo. Ho conosciuto la figlia di Dolci due anni fa, nel corso di una serata magica a casa sua alla Zisa di Palermo, tra poesia, ricordi, letture e una spaghettata improvvisata. Sai come si chiama la figlia di Danilo Dolci? Si chiama Libera e lei ne rideva offrendoci una torta di noci fatta con le sue mani, ché suo padre - diceva - non avrebbe saputo scegliere altro nome.

Buonasera.

Vi propongo questa poesia di Primo Levi, poco nota. 

 

Poichè l'angoscia di ciascuno è la nostra
ancora riviviamo la tua, fanciulla scarna
che ti sei stretta convulsamente a tua madre
quasi volessi ripenetrare in lei
quando al meriggio il cielo si è fatto nero.

Invano, perché l'aria volta in veleno
é filtrata a cercarti per le finestre serrate
della tua casa tranquilla dalle robuste pareti
lieta già del tuo canto e del tuo timido riso.

Sono passati i secoli, la cenere si è pietrificata
a incarcerare per sempre codeste membra gentili.

Così tu rimani fra noi, contorto calco di gesso,
agonia senza fine, terribile testimonianza
di quanto importi agli dei l'orgoglioso nostro seme.

Ma nulla rimane fra noi della tua lontana sorella,
della fanciulla d'Olanda murata fra quattro mura
che pure scrisse la sua giovinezza senza domani:
la sua cenere muta é stata dispersa dal vento,
la sua breve vita rinchiusa in un quaderno sgualcito.

Nulla rimane della scolara di Hiroshima,
ombra confitta nel muro dalla luce di mille soli.

Vittima sacrificata sull'altare della paura.

Potenti della terra padroni di nuovi veleni,
tristi custodi segreti del tuono definitivo,
ci bastano d'assai le afflizioni donate dal cielo.

Prima di premere il dito, fermatevi e considerate

 

 

20 novembre 1978

 

Paola, GRAZIE, perfettamente in tema oltre che bellissima.

Ad Auschwitz ci torno volentieri.
mi dà la misura dei fatti.

Mi fa piacere che anche Dolci (di cui leggo per la prima volta) veda Auschwitz in termini di "fatti". Dopo tutto, la forza di Se questo e' un uomo era proprio quella di raccontare i fatti senza tanti "fronzoli". 

Quello che mi dispiace e' l'aver troppe volte sentito critiche mosse al libro di Levi perche' "privo di emozioni".

Come se i soli fatti non fossero in grado di generare emozioni. Come se anche in questo caso ci volesse qualcuno a tenerci la mano e dirci cosa pensare, e cosa provare. 

Che strana bestia, l'umanita'. 

Come se i soli fatti non fossero in grado di generare emozioni.

Sono perfettamente d'accordo con te, dovrebbero bastare i fatti, ma siamo ad essi troppo assue_fatti per provare emozioni, probabilmente la nostra incapacità emotiva deriva dall'uso passivo ad assorbimento rapido cui ci ha abituati la fruizione dei fatti per mezzo video; uno spiattellamento di immagini, dalle più crude alle fin troppo morbide, in successione talmente rapida da non riuscire a mettere in moto un distinguo nella metabolizzazione delle stesse. Non so, sto riflettendo sulle tue parole, sul fatto che sembri naturale aspettarsi una "spintarella" esterna anche per l'indignazione... solo che il termine indignazione presuppone in sè un più profondo e radicato concetto, quello di dignità, che pare sia in via di estinzione e modellamento verso il basso.

grazie davvero, Aldo.

E' vero,

I mezzi di comunicazione portano a una desensibilizzazione. E' sicuramente anche per questo che alcuni non riescono a trarre conclusioni automatiche da fatti eclatanti (in questo caso "eclatante" è chiaramente un eufemismo).

Ma quello di cui ho paura (anche se spero di sbagliarmi, la paura e' cattiva consigliera) è anche che certe cose vengano ma una cultura dove tutto (ma proprio tutto) è, almeno in teoria, considerato relativo. E come ben fa notare Luigi, alcuni furbi si fanno forti di questa consuetudine culturale sostenendo che un tempo non c'era una parte giusta.

Coloro che non hanno interessi diretti in quei fatti, invece, aspettano che qualcuno comandi loro quando piangere e quando ridere, e in tutti gli altri casi si astengono dal giudizio. Ovvero, sono abituati (pensano sia corretto) ad ignorare, a rimanere indifferenti.

I mezzi di comunicazione portano a una desensibilizzazione.

Porterebbe ad un lungo OT ma, secondo me, in questo caso i mezzi di comunicazione non c'entrano nulla. La Shoa e altri genocidi (Albigesi, nativi americani, tasmaniani e in fondo anche il Ruanda) sono successi in tempi (o zone) dove la televisione non esisteva (o era poco influente).

Dare la colpa alla tivù ci fa sentire meglio: gli uomini non sono insensibili è il nefasto effetto televisivo. Non è la tv che desensibilizza e che esiste gente così. Esiste l'uomo che aiuta il vicino in difficolta senza chiedere nulla ma esiste anche lo strozzino o il caporale che in puglia li schiavizza. Gli stupratori etnici serbi qualche mese prima erano probabilmente insospettabili lavoratori, vicini di casa, padri di famiglia. E' agghiacciante ma è così, magari bastasse spegnere la tv.

EDIT:

Anzi, forse è il contrario. Dopo la sollevazione anti guerra in Vietnam, ci troviamo ad avere centinaia di inviati nelle varie guerre, ma le immagine "crude" vengono spesso censurate.

in questo caso i mezzi di comunicazione non c'entrano nulla. La Shoa e altri genocidi ............

Trovo strano che l'enorme volume di informazioni che comprende anche le nefandezze commesse in giro per il mondo non susciti reazioni delle opinioni pubbliche potenialmente in grado di infuenzare gli autori delle nefandezze. Non ho dati né particolari competenze in argomento, ma credo nasometricamente che sia la modalità della proposta televisiva e quella della sua fruizione con la rapidità del susseguirsi di immagini e notizie a non permettere l'avvio di una rflessione più attenta su quanto viene passato anche di fronte alle nefandezze.

In ogni caso, mi farebbe piacere anche il lungo OT cui cennavi per provare a capire meglio.

La storia del mondo "pretelevisiva" è piena di persone che non hanno trovato nulla da ridire sulle nefandezze che veniva compiute proprio sotto il loro naso. Anzi, esiste una sterminata letteratura su come alcune di queste abbiano pure approfittato di queste nefandezze, sfruttando ulteriormente le vittime.

Ora c'è la tv e pensiamo sia questa a desensibilizzare. Certo, in alcuni casi, può anche essere stato ma, mediamente, credo che stiamo cercando di ingannarci perchè è dura accettare che esista una gran parte della popolazione a cui non frega niente di tutto cio che non sia il suo orticello e che un'altra percentuale sia composta da persone malvagie tout court.

PS

Anch'io sono nasometrico, per quello dicevo che ci vorrebbe un lungo OT con dati e ricerche, ma potrei usare aneddoti partendo da Caino e Abele per arrivare a ieri. Detto questo non è che la tv a volte non possa influenzare, anche pesantemente, nel bene o nel male, ma ci vuole la "scintilla" da parte di chi la guarda. Così non fosse saremmo pieni di "ronde padane" dopo tutto il dibattere che ne hanno fatto in tv :-)

 

ma indubbiamente, Corrado. Riflettevo "ad alta voce" sul presente, ed è chiaro che l'indifferenza abbia vecchie origini e ragioni altre; solo che innegabilmente, oggi, una scena cruenta fa meno effetto nella sequenza di immagini cui lo schermo ci abitua, quindi anche la nostra reazione, penso, risulti più "distratta".

Possibile, ma non sono convinto, penso sia il contrario la tv potrebbe sensibilizzarti su cose di cui altrimenti non ti fregherebbe nulla. A riprova: in realtà le scene veramente cruente non vengono (da tempo) più mostrate. Hai visto su qualche tv queste ?

Vero, non le passano, ma non perché cruente, quanto perché sconvenienti politicamente. Il problema non è dato dall'oscenità della visione, ti abituano a vedere cose ancora più crude ma giustificate come "fiction" (alludo alla violenza smisurata di tanti papponi cinematografici adesso anche in 3D)... il gioco è proprio quello, sei bersagliato, emotivamente confuso fino a non distinguere più realtà da finzione, rimane tutto sullo schermo, freddo, piatto. Tu non c'entri, resti seduto, magari mangi la tua cena.

intendevo questo.

Vero, non le passano, ma non perché cruente, quanto perché sconvenienti politicamente

e perchè sarebbero sconvenienti? Proprio perchè, se mostrate, causerebbero indignazione nell'opinione pubblica. Questo (secondo me) dimostra che l'opinione pubblica così "desensibilizzata" dalla tv non è.

Infatti, io penso che siamo desensibilizzati ma che la tv non c'entri nulla. Mi sovviene il famoso episodio autobiografico che cita Stanley Cohen quando parla di rimozione e negazione, in cui lui bambino, nel suo letto caldo, guarda fuori dalla finestra e vede un vecchio zulu infreddolito passare una notte all'addiaccio nell'inverno di Johannesburg. Quando chiede spiegazioni a sua madre si sente rispondere che è un bambino troppo sensibile.

L'episodio è del 1954-55, la tv non c'era e rende bene la differenza con cui si percepiscono gli stessi fatti se chi li osserva ha lo sguardo genuino di un bambino o quello strutturato di un adulto che rifiuta, tramite un processo più o meno coscientemente, di entrare in empatia con chi è più "sfortunato". E' un meccanismo di difesa necessario a farci godere appieno il buono di cui godiamo tutti i giorni senza dover ogni volta affrontare un conflitto di coscienza.

Mica tutti i bambini. Bruno Gambarotta raccontava che, durante la guerra, il papà per farlo star buoni  promettava di portarlo in collina a guardar bombardare Torino e concludeva: "a me bastava bombardassero Torino ed ero contento" :-)

"Dite: è faticoso frequentare i bambini. Avete ragione. Poi aggiungete: perchè bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli. Ora avete torto. Non è questo che più stanca. E' piuttosto il fatto di essere obbligati ad innalzarsi fino all'altezza dei loro sentimenti. Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi. Per non ferirli."  Korczak (pedagogo ucciso a Treblinka)

coincidenza o forse solo medesimo filo conduttore nelle scelte e percorsi del pensiero... l'ho pubblicato qui proprio ieri. grazie, sinceramente grazie.

coincidenza o forse solo medesimo filo conduttore

Magari entrambe: io l'ho recuperato dai commenti con alcuni amici su un post sulla Giornata della Memoria 2010.

................così "desensibilizzata" dalla tv non è.

Non sono convinto. Credo possa dipendere dal modo nel quale viene usato il mezzo oltre che dalle modalità di trasmissione e dal contesto nel quale una notizia viene riferita e come.

Come se i soli fatti non fossero in grado di generare emozioni

Una persona a me vicina e cara oramai morta, era una sopravvissuta di Bergen Belsen. Mi diceva del pudore istintivo con cui raccontava, di rado e malvolentieri di quei giorni. Da un lato era per non abbandonarsi alla forza emotiva che avrebbe fatto troppo vividamente rivivere le sofferenze patite e dall'altro, richiamava esattamente la forza dei fatti. Che bisogno c'è, diceva, di piangere ancora? Non basta anche solo una immagine a raccontare tutto?

Non è solo la rapidità dei tempi e dei mezzi comunicativi a banalizzare i fatti. Temo sia l'ignoranza, sicuramente ignoranza storica. E' orrendo, ad esempio, leggere che qualcuno affermi "Dobbiamo capire che a quel tempo non c'era una parte giusta e una sbagliata per la quale combattere" ed è orrendo che si arrivi al punto  dei tribalismi per persecuzioni, disumanizzazione e morti miei buoni e tuoi cattivi. Sono argini che cadono, tensione che si abbassa ed indifferenza che rende ciechi di fronte a nefandezze che accadono dinanzi ai nostri occhi. La memoria e la storia non bastano, ma di certo ci aiutano a 'restare umani'.

Vero, no?

Son qua che lavoro sul mio S3F (aspettate, a Luglio ve lo racconto) e leggo il tuo commento.

E diventa tutto banalissimo: basta San Sabba, bastano le Fosse Ardeatine (facciamo pure finta che questi quattro delinquenti nostrani non sapessero dei lager e di Bergen Belsen e tutto il resto) basta ... Matteotti, per decidere che non era vero, non è vero, non sarà mai vero, maledetti topi di fogna (non è odio, lo giuro: è disprezzo) che "non c'era una parte giusta ed una sbagliata."

Ovvio che c'era. Ovvio che c'era. Ovvio che c'era ...

E ti domandi: ma questi, di cosa sono fatti? Perché no, Luigi, non credo alla favola dell'ignoranza storica. Questi sanno cio' che e' stato fatto, ed odiano gli altri esseri umani lo stesso ed a loro San Sabba o le Fosse o quello che vuoi tu, fanno un baffo. Perché? Ecco, quello non lo so.

Torno ad S3F ...

Perché? Ecco, quello non lo so.

So di essere semplicistico e sprezzante. Ma dati i personaggi non riesco a farne a meno. Se fossero altri, varrebbe la pena di tentare una qualche accurata analisi, ma trattandosi di costoro, la banalità dell'ignoranza messa a servizio della causa dell'anticomunismo sbandierato e dell'odio verso l'avversario senza rendersi coto della mostruosità delle proprie affermazioni è una spiegazione plausibile. D'altronde i più semplici, i più rozzi, i meno acculturati, i più servi nell'animo furono i più fedeli complici ed esecutori del fascismo-nazismo. 

Se questo è un uomo è stato fondamentale per me per comprendre cosa fosse davvero un lager. L'idea che mi ero fatto prima di allora era dovuta a descrizioni frammentarie e qualche film in cui si descriveva il lager come un campo di prigionia in cui un'umanità ridotta alla fame veniva continuamente vessata da SS spietate. Questa è l'interpretazione che ne da Schindler' s list, per esempio. Primo Levi va oltre questa verità parziale e ci racconta che negli internati ci sono una molteplicità di personalità in cui ogni residuo di umanità viene cancellato e ogni individuo è dominato dagli istinti più bassi, in una spietata competizione per la sopravvivenza.

Tra questi comportamenti c'è per esempio la "collaborazione". Uso con cautela questo termine perchè si rischia di essere fraintesi. Levi stesso fu frainteso spesso quando parlava di zona grigia e diceva che solo i "peggiori" sopravvissero, cioè quelli che meglio si adattarono, che seppero sfruttare le occasioni, magari a detrimento di altri. Tra questi ci sono i kapo, gli addetti alla pulitura delle camere a gas, i ladri, i tecnici etc.
Molti non sanno, per esempio, che la vita del lager era sostanzialmente gestita dagli internati stessi. Questo garantiva qualche privilegio che poteva fare la differnza tra la vita e la morte.

Non vorrei apparire riduttivo verso la memoria monumentale di Primo Levi, ma temo che il suo più che meritato successo editoriale abbia offuscato, almeno nelle coscienze diffuse, l'enorme memorialistica italiana e straniera sui campi di sterminio.

Mi piace ricordare, fra gli italiani, almeno il "Diario di Gusen" di Carpi de Resmini, o "Ricorda cosa ti ha fatto Amalek" di Alberto Nirenstein, quest'ultimo fondamentale per il ruolo dei "collaboratori".

Fra gli stranieri, un libro fondamentale è "Devo raccontare" di Masha Rolnikaite.

Mi sento di raccomandarne assolutamente la lettura.

GD

Senza nulla togliere agli altri da te citati, il libro di Levi ha, secondo me, qualcosa in più nella sua "semplicità"

Comunque se interessa l'argomento "shoa" mi permetto anch'io di suggerire due capolavori anche se, in quanto tali, immagino siano già conosciuti:

"Essere senza destino" di Imre Kertesz, che ha praticamente vinto il nobel della letteratura in virtù di quest'unico libro

"Maus" di Art Spiegelman. Chi pensa che i fumetti non siano letteratura qui dovrà ricredersi.

Non conoscevo questo "Maus", indagherò.

Invece Essere senza destino lo conosco bene, è fra le riletture in programma.

Citerei anche"Intellettuale ad Auschwitz" di Jean Amery, psedonimo di Hans Mayer, resistente austriaco che fu compagno di baracca di Primo Levi.

Per eccellenti commenti e recensioni a questo genere di memorialistica mi permetto di consigliare questo riferimento. Vi è recensito anche "Maus" di Spigelman.

GD

 

 

 

Grazie per il link (molto interessante).

Sotto un altro profilo sarebbe interessante anche "Comandante ad Auschwitz" di Rudolf Hoess, che lo scrisse nel carcere polacco in attesa dell'esecuzione della condanna inflittagli. Non so fino a che punto il testo sia genuino, ma è in ogni caso una mazzata allo stomaco.

Tra i fumetti sul tema, segnalo questo nuovissimo: ha una grafica e colori bellissimi. 

Non c'è l'intuizione di Maus, ma quel diario di Anna Frank ha come le inquadrature del cinema.

Siamo composti con brani di morti
uguali a città
rifatte da macerie di secoli.
 
Allora al comune bivacco eravamo
tutti disperati e volevamo
morire per sentirci più vivi.
 
Non questo certo era l'augurio!
La nuova parola è stata uccisa
Dal piombo sulle bocche squarciate.
 
Una mediazione invocavano morendo
tra l'avvenimento grande e la sorte di ognuno,
l'avvento attendevano dell'uomo umile.
 
Ma noi rimpiangemmo le vecchie catene
come il popolo ambiva nel deserto
l'ossequio al re per le sicure ghiande:
 
non vogliamo il rischio di essere liberi,
il peso di dover decidere da noi
e l'amore di farci poveri.
 
Da sotterra urlano i morti
e per le strade vanno
come nell'ora dell'agonia di Cristo.
 
Per le strade vagano i fratelli
senza casa, liberi
d'ogni ragione d'essere morti.
 
La notte è simile al giorno
Il bene al male s'eguaglia,
spoglio quale una pianura d'inverno.

------------------------------

Era aperta solo al tuo occhio
quella Notte oscura:
e dunque perché non li uccidesti
avanti che uccidessero?
 
I grandi deliravano
In parate e uniformi
E noi non capivamo.
 
Aquile e svàstiche
e canti di morte
salmi e canti e benedizioni
di reggimenti col teschio
sui berretti neri
sulle camice nere
sui gagliardetti neri..
 
E discorsi fin o all'urlo
accanito delle folle d'Europa,
della saggia e civilissima
e cristiana Europa.
 
Così abbiamo tutti cantato
almeno una volta
i canti della morte.
 
L'inizio è sempre uguale:
"Nostra è la Ragione"! E poi,
l'esaltazione degli eroi.
 
Poi le medaglie
e le corone e i monumenti
e i momenti del silenzio
all'Altare della Patria.
 
Dio, cosa costano gli eroi!

------------------------------
 
Torniamo ai giorni del rischio,
quando tu salutavi a sera
senza essere certo mai
di rivedere l'amico al mattino.
 
E i passi della ronda nazista
dal selciato ti facevano eco
dentro il cervello, nel nero
silenzio della notte.
 
Torniamo a sperare
come primavera torna
ogni anno a fiorire.
 
E i bimbi nascano ancora,
profezia e segno
che Dio non s'è pentito.
 
Torniamo a credere
pur se le voci dai pergami
persuadono a fatica
e altro vento spira
di più raffinata barbarie.
 
Torniamo all'amore,
pur se anche del familiare
il dubbio ti morde,
e solitudine pare invalicabile…

Certo, poeti e scrittori sanno bene come trasmettere emozioni (altri consigli sono Raul Hilberg: La distruzione degli ebrei d'Europa e i diari di Etty Hillesum e le sue Lettere).

Ma se si vuole avere pugni allo stomaco e farsi idee reali, si potrebbe ascoltare anche la "viva" voce (finchè è ancora possibile) di chi ha vissuto, di chi ci è stato, leggere dati e documenti ufficiali e dettagliati di carico e scarico della "carne da macello", o magari rimanere in piedi sull'attenti per "sola" mezz'ora sotto un nubifragio con tuoni e fulmini a fianco del forno crematorio II di Birkenau, con un buio irreale fuori... e dentro.

Saul Friedlander

Inizia una nuova discussione

Login o registrati per inviare commenti