La dimensione delle nazioni

Un libro di Alesina e Spolaore sulle dinamiche economiche dietro gli spostamenti dei confini politici nel corso del tempo.

Ho avuto modo di ascoltare l'argomento di questo libro già nel 1998 durante un seminario accademico alla Georgetown University, dove stavo concludendo il mio Ph.D. Il paper presentato allora mi colpì perché era la prima volta che sentivo un argomento economico, anziché etnico o storico, sulla dimensione di uno stato. Quel giorno a Georgetown Alberto Alesina presentò un draft del lavoro che venne poi pubblicato due anni dopo come "Economic Integration and Political Disintegration" nella rivista accademica American Economic Review. Assieme ai suoi coautori, Enrico Spolaore e Romain Wacziarg, la ricerca venne approfondita risultando nella pubblicazione del libro "The Size of Nations" (MIT Press, 2003) che sorprendentemente non è ancora stato tradotto in italiano.

La tesi della ricerca è in apparenza azzardata, perché sostiene che la globalizzazione facilita la creazione di nuovi stati. Come mai un economista di fama internazionale si occupa di confini geografici anziché di deficit, disoccupazione o tassi d'interesse? Questo perché anche i confini politici, al contrario di mari e monti, sono il frutto di decisioni umane. Essendo scienza sociale, l'economia studia l'interazione tra persone e l'equilibrio a cui si converge tramite le diverse preferenze e scelte. Alcuni di questi equilibri, come ad esempio le quotazioni del Nasdaq, cambiano con velocità istantanea. Altri, come invece gli equilibri geopolitici, hanno la dinamica dei ghiacciai: sembrano immobili, ma tutto d'un tratto si possono osservare enormi spostamenti inaspettati, dovuti a graduali pressioni interne.

La tesi di Alesina e coautori incomincia ponendosi delle domande molto semplici. Perché nel periodo protezionistico ottocentesco e nella bellicosa prima metà del Novecento osserviamo imperi che fagocitano piccole realtà politiche preesistenti? E perché invece nel dopoguerra c'erano solo una settantina di stati nel mondo, e gradualmente con l'avanzare del commercio internazionale e della globalizzazione economica oggi ne abbiamo quasi duecento?

Questa intuizione su una correlazione tra apertura commerciale e moltiplicazione (e rimpicciolimento) degli stati trova conferma nelle analisi econometriche di Alesina e colleghi. Non solo esiste una causalità statistica tra apertura commerciale e la nascita di nuovi stati tipo la Repubblica Ceca e la Slovacchia, o i baltici Estonia, Lettonia e Lituania. Ma negli anni di apertura globale abbiamo in genere anche una miglior prestazione economica in paesi di dimensioni ridotte piuttosto che nei grandi stati come la Germania, la Francia e l'Italia.

Nell'ultimo numero di questo agosto, Newsweek presentava in copertina la lista dei migliori paesi al mondo, secondo diversi metri di misura che spaziavano dalla qualità della vita, all'educazione, alla sanità, fino al dinamismo economico. Con una formula ponderata basata sulle diverse categorie, e sulla consulenza di esperti tra cui il Nobel Joseph Stiglitz, Newsweek concludeva che i migliori paesi al mondo tendono ad essere piccoli. Della classifica di Newsweek, nove dei primi dieci sono considerati demograficamente piccoli: Finlandia, Svizzera, Svezia, Australia, Lussemburgo, Norvegia, Canada, Olanda, Giappone e Danimarca. Questa è stata forse una rivelazione per i lettori di Newsweek, ma non certamente per il mondo accademico a conoscenza della ricerca di Alesina e colleghi. Loro difatti, più di una decina di anni prima della divulgazione di Newsweek, già avevano sviluppato anche un modello teorico per spiegare il perché del successo economico dei piccoli stati.

Per cominciare, la dimensione ideale di uno stato non viene misurata in chilometri quadrati e nemmeno in popolazione. Esiste un grado di omogeneità culturale (a prescindere dalla composizione etnica) che rende i 30 milioni di abitanti della vastità canadese meno eterogenei dei 10 milioni di fiamminghi e valloni inguaiati nella ristretta pianura belga. Il modello di Alesina e colleghi assegna un costo politico a questa eterogeneità. Più distante è la media democratica rispetto la realtà del singolo cittadino, meno efficace sarà il servizio pubblico che questo riceverà. Fin qui l'approccio aggiunge poco di originale rispetto alla preesistente letteratura accademica: più grande ed eterogeneo uno stato, più distante sarà percepita la politica della capitale.

Esistono però anche dei vantaggi alle dimensioni di uno stato. In caso di guerra, più grande lo stato, più grande l'esercito e minore il rischio di venire invasi. Inoltre, in caso di protezionismo, i confini politici rappresentano anche dei confini commerciali e perciò un produttore preferirà far parte di un impero piuttosto che di una città-stato. Durante l'Ottocento e buona parte del Novecento, il mondo era dominato da una politica protezionistica e da minacce militari. Non a caso molte realtà politiche minori sparirono in questo periodo (pensiamo all'unificazione italiana, ma anche a quella tedesca) appunto perché al tempo era economicamente insostenibile essere piccoli e isolati. I pochi piccoli stati superstiti all'Ottocento erano situati sull'Atlantico e potevano contare sullo sfruttamento coloniale.

Questa non era ad esempio la situazione rinascimentale. Dato il periodo di inferiore tecnologia bellica e a relativamente minori ostacoli commerciali, città-stato come Venezia, Genova e Amsterdam avevano accumulato ricchezze equivalenti a quelle del Regno di Francia, ma garantendo un tenore di vita medio più elevato di quello del francese medio.

Il libro di Alesina e Spolaore fa notare che oggi ci stiamo allontanando sempre di più dal protezionismo ottocentesco. Nell'era dell'Unione Europea non ha assolutamente senso per la Slovenia e la Slovacchia preoccuparsi di invasioni militari. Entrambi questi stati nati meno di vent'anni fa godono di una politica locale indipendente, e non succube di decisioni prese in capitali distanti per accontentare realtà più eterogenee. Ma allo stesso tempo la loro economia, le loro ditte, i loro imprenditori non sono svantaggiati rispetto ai corrispettivi italiani e tedeschi. Hanno tutti lo stesso accesso al mercato europeo. I loro ristretti confini politici non rappresentano dei confini commerciali, perché il loro mercato è il mondo intero, per un imprenditore estone come per un imprenditore francese. Come per darwinismo economico, il successo di uno snello stato confinante aumenta le pressioni identitarie all'interno di grandi contenitori politici formatisi nell'Ottocento.

Prendendo spunto da questo libro, queste sono le mie considerazioni. L'ascesa della Lega degli ultimi vent'anni non a caso combacia con un declino economico del reddito medio italiano rispetto alla media europea, in un continente popolato da una maggioranza di stati più piccoli ed efficienti dell'Italia. E non si tratta solo di vantaggi aritmetici di regioni ricche a scapito di regioni povere. Il recente rafforzamento di un "partito del Sud", sintomo di una polarizzazione geografica della politica, rispecchia un equivalente disagio da più latitudini verso la politica dei compromessi della capitale. L'esempio della più povera Slovacchia che dopo l'indipendenza cresce di più dei ricchi cugini cechi, e della periferica Cipro che grazie ad una indovinata politica indipendente cresce a ritmi impensabili nel Mezzogiorno, ci indica che il ghiacciaio può scricchiolare da più frangenti.

Guardando solo la teoria esposta da Alesina e i suoi coautori ormai già una dozzina di anni fa, non è immediato immaginare un nesso con la situazione politica ed economica di fiamminghi e valloni, di catalani o di siciliani. Da piccoli guardavamo alla mappa politica come se fosse statica tanto quanto quella geografica. Ora, grazie al lavoro di Alesina, Spolaore e Wacziarg abbiamo un tentativo di spiegare in termini economici le dinamiche di come anche i confini, pur se lentamente, si possono spostare nel tempo.

78 commenti (espandi tutti)

Domandona

phileas 6/10/2010 - 07:13

Sono colpito da questo passo nellapresentazione "In The Size of Nations, they argue that the optimal size of a country is determined by a cost-benefit trade-off between the benefits of size and the costs of heterogeneity."

Mi sa che implicitamente si assume la possibilità di sommare costi e benefici tra individui diversi e quindi che questi siano oggettivi. Sin dagli '30 grazie a Robbins questa operazione è stata dimostrata impossibile, illogica se non in situazione di equilibrio quando le aspettative di tutti gli operatori sono identiche. Anche Blaug riconosce che è oggi un patrimonio comune dell'economia.

Sarei mollto curioso di capire come fa il mainstream odierno a superare questa contradizione. O semplicemente al ignora?

La mia risposta non centra molto col libro, pero' in un ipotetico mondo potresti forse guardare solo ai costi e benefici del median voter, del re, del signorotto locale, a seconda della situazione. Pero' sarebbe un mondo molto ipotetico...

Phileas,

il problema fondamentale e' se abbia senso fare confronti interpersonali di utilita' (cioe' se ha senso fare affermazioni del tipo: Mr A preferisce x a y piu' di quanto Mr preferisce y a x). Non credo si possa dire che Robbins abbia 'dimostrato' nulla, semmai argomentato che certi confronti interpersonali di utilita' si fondano su 'giudizi di valore' e in questo senso non sono 'scientifici' (Jevons aveva una posizione simile e diceva che 'every mind is unscrutable to every other mind and no common denominator is possible' [piu' o meno, vado a memoria]).

Guarderei piuttosto al teorema di impossibilita' di Arrow, che puo' essere interpretato come una dimostrazione delle difficolta' in cui si incorre quando l'input per una decisione sociale sono soltanto gli ordinamenti di preferenza (senza confrontare le intensita' di quelle preferenze) degli individui coinvolti.

In molte situazioni si possono trarre utili conclusioni usando esclusivamente le preferenze, non comparabili, degli individui. Un mercato Walrasiano ideale e' Pareto efficiente e questa e' una cosa confortante da sapere. Poi c'e' un' enorme insieme di allocazioni Pareto efficienti, alcune delle quali 'perfectly disgusting' (come dice A. Sen), fra cui il policy maker deve scegliere. Qualche giorno fa Aldo e Giulio, che credo si possano definire due 'economisti mainstream moderni' per usare la tua espressione, si sono lanciati in confronti fra oggetti del tipo (3,3), (9,2) eccetera, dove i  numeri rappresentano le utilita' di due individui. Se uno deve scegliere fra (9,2) a (3,3) e dice di preferire la prima allocazione, sta implicitamente giudicando che 1 unita' di utilita' per il secondo individuo conta meno di 6 unita' di utilita' per il primo (a quei livelli di utlita'). Si parlava anche di 'costi eccessivi' della distribuzione, implicitamente assumendo di poter confrontare l'intensita' dei costi con i potenziali guadagni dei messi meggio.

Quindi, per ripondere alla tua domanda, a dispetto di Jevons, Robbins e i positivisti, gli economisti moderni si nutrono di confronti interpersonali di utilita', ma vanno cauti su come applicarli. C'e' una vasta letteratura e se dovessi scegliere una guida per districarmici mi affiderei a malpassotu.

C'e' da dire poi che esiste una schiera di economisti applicati che se ne impipa altamente dei problemi concettuali inerenti alla cost-benefit analysis, somma tranquillamente guadagni monetari (e non utilita') etc.. Non ho letto il libro di Alesina et al., ma dubito che utilizzino cost-benefit in maniera cosi' ingenua, e se lo fanno non mi resta che dire 'o tempora, o mores'.

"Per cominciare, la dimensione ideale di uno stato non viene misurata in chilometri quadrati e nemmeno in popolazione. Esiste un grado di omogeneità culturale (a prescindere dalla composizione etnica) che rende i 30 milioni di abitanti della vastità canadese meno eterogenei dei 10 milioni di fiamminghi e valloni inguaiati nella ristretta pianura belga. Il modello di Alesina e colleghi assegna un costo politico a questa eterogeneità. Più distante è la media democratica rispetto la realtà del singolo cittadino, meno efficace sarà il servizio pubblico che questo riceverà. Fin qui l'approccio aggiunge poco di originale rispetto alla preesistente letteratura accademica: più grande ed eterogeneo uno stato, più distante sarà percepita la politica della capitale."

Se questa tesi è vera, è anche corretto argomentare che l'immigrazione, aumentando l'eterogeneità di uno stato, oltre che la sua popolazione, lo allontana dalla sua dimensione ideale? E che questo effetto è tanto più accentuato quanto più gli immigrati provengono da realtà distanti da quelle dello stato di destinazione, in termini di lingua, costumi, religione, valori? 

Ecco, l'esempio del Canada l'avevo messo apposta e avevo messo tra parentesi "a prescindere dalla composizione etnica" per una ragione.

Guardiamo anche gli Stati Uniti, che sono ancora piu' grandi. Ci sono african-americans, hispanics, indiani, asians in percentuali considerevoli in mezzo alla maggioranza bianca. Pero' ovunque tu vada le proporzioni di questi gruppi sono pressapoco sempre cosi (pressapoco). Quindi, se guardi Dallas, Chicago o Seattle vedi la stessa America. Da questo punto di vista io considererei gli Stati Uniti come geograficamente omogeneo. Non e' che la Florida e' composta da gente radicalmente diversa dal Maine.

Dunque, se l'immigrazione risulta in integrazione, o perlomeno si diluisce uniformemente nella popolazione esistente, non vedo come possa creare tensioni interne. Nel caso contrario, tipo il Kosovo che ha visto negli anni un aumento di popolazione albanese, allora magari si crea la situazione dove dicono arrivederci ai serbi.

Guardiamo anche gli Stati Uniti, che sono ancora piu' grandi. Ci sono african-americans, hispanics, indiani, asians in percentuali considerevoli in mezzo alla maggioranza bianca. Pero' ovunque tu vada le proporzioni di questi gruppi sono pressapoco sempre cosi (pressapoco).

Molto pressapoco, credo che le percentuali degli african american varino dal 50% nel sud-est al 5-10% nel nord continentale, e anche gli hispanics probabilmente vanno da percentuali molto elevate in California e nel Sud a percentuali minime nel Minnesota e nel nordi continentale. Peraltro concordo sul fatto che culturalmente gli USA sono piu' omogenei di molti altri Paesi, tra cui Italia e Belgio, perche' la cultura anglosassone si e' imposta ovunque e viene minacciata solo recentemente dalla grande immigrazione messicana, come ha scritto Huntington.

La storia è interessante. Ma non capisco come un paese come il Giappone, che ha 120 milioni di abitanti in un territorio ristretto, possa essere considerato demograficamente piccolo. Non è che alcuni dati vengono un po' piegati a sostegno della tesi finale?

quindi il Giappone è il decimo escluso? tuttavia il suo essere in nona posizione è interessante e potrebbe aggiungere qualcosa alla comprensione del fenomeno.

L'osservazione banale -ma non necessariamente conclusiva- e' che il Giappone per quanto grande e' uno dei paesi piu' etnicamente (e socialmente) omogenei al mondo.

quindi il Giappone è il decimo escluso? tuttavia il suo essere in nona posizione è interessante e potrebbe aggiungere qualcosa alla comprensione del fenomeno.

Il Giappone conferma la tesi di Alesina et al. che gli Stati piccoli sono favoriti dalla maggiore omogeneita' culturale, infatti il Giappone e' forse lo Stato culturalmente piu' omogeneo culturalmente del mondo a causa del suo isolamento che arriva alla preistoria.  L'omogeneita' interna del Giappone non aumenterebbe apprezzabilmente dividendolo in Stati indipendenti.

Però l' uniformità di Canada (il Quebec francofono ha velleità indipendentiste) e della Svizzera (almeno 4 lingue ufficiali) è quantomeno discutibile, anche concedendo che gli svizzeri di qualunque lingua son più affini tra loro che ai paesi di riferimento.

Il Giappone conferma la tesi di Alesina et al. che gli Stati piccoli sono favoriti dalla maggiore omogeneita' culturale, infatti il Giappone e' forse lo Stato culturalmente piu' omogeneo culturalmente del mondo a causa del suo isolamento che arriva alla preistoria.

Che sia un vantaggio ho i miei dubbi: e' un paese in serio declino (economico, culturale e demografico) e trarrebbe ampio beneficio da un'iniezione di sangue fresco.

Ho dato solo una scorsa all'articolo, ma sinceramente chiamare "piccolo" il Giappone perche' ha una alta omogeneita' culturale mi sembra veramente stiracchiato.

Inoltre ho i miei dubbi sul fatto seguente:

Questa non era ad esempio la situazione rinascimentale. Dato il periodo di inferiore tecnologia bellica e a relativamente minori ostacoli commerciali,

Come esempio, Venezia ha agito indipendentemente dall'800 al 1800, e di guerre europee o italiane in quei 1000 anni ce ne furono a bizzeffe (e spesso con l'intervento da una o tutte le parti della Serenissima) con rarissimi intervalli.

Gli ostacoli commerciali inoltre c'erano eccome: nominalmente Venezia era prima vassallo dell' IRO, poi del SRO, e in ogni porto c'erano da pagar dazi - uno dei motivi per cui i Veneziani tirarono su le loro basi commerciali.

Ovviamente, considerazioni simili andavano fatte per gli altri Stati "piccoli".

Non capisco inoltre il commento sulla "inferiore tecnologia bellica", visto che la tecnologia aiuta solo fino ad un certo punto: quando decidi di adottare una soluzione finale ti serve la tecnologia, se devi mazzuolare un esercito e una flotta e bruciare un po' di case e raccolti finche' non ti pagano un tributo la tecnologia ti serve molto meno.

 

Non capisco inoltre il commento sulla "inferiore tecnologia bellica"

Inferiore, rispetto al periodo successivo. Mi sembra di ricordare che (dopo gli storici confermeranno o smentiranno) il mutamento della mappa politica europea, diciamo dal '500 all'800, sia dovuta in buona parte all'avanzamento tecnologico anche in campo bellico.

Mi rendo conto che quelle tre parole buttate cosi' nel paragrafo non spiegano bene a cosa mi riferivo.

Beh si', spiegano poco, anche perche' comunque la tecnologia che c'era bastava a far danno :)

Intendevo dire comunque che gli ostacoli commerciali c'erano eccome, e anche le guerre. L'arricchimento di alcuni Stati, e l'espansione - come appunto quella di Venezia - non erano dovuti al fatto che fossero "piccoli" ma che mantenevano una certa neutralita', a meno che questo non servisse per i commerci, come la partecipazione di Venezia alle Crociate.

 

L'arricchimento di alcuni Stati, e l'espansione - come appunto quella di Venezia - non erano dovuti al fatto che fossero "piccoli"

Logico. Ma Amsterdam o Venezia commerciavano ben piu' distante dei propri confini politici. Se Venezia possedeva qualche porto nel Mar Nero e' perche' da li commerciava fino a chissa' dove.

Si' ma il fatto che commerciassero tanto aveva poco a che fare con la dimensione fisica e anche con l'omogeneita' culturale (dalmazia, grecia, cipro e candia avevano una distanza abbastanza elevata tra loro e con Venezia, e anche con la terraferma). Aveva a che fare con il fatto che la citta' fosse stata fondata per tener lontani i Longobardi dalla terraferma, e potesse far affidamento solo sul mare per i collegamenti e i rifornimenti. Aveva anche a che fare con il fatto che per tenersi il piede in laguna (quindi posizione fisica della citta') l'Imperatore d'Oriente, in mancanza di soldati, avesse pagato con privilegi, porti e moli a Costantinopoli i veneziani. L'unica influenza dell'essere "piccola" (in dimensioni e numero di uomini) per Venezia era che proporzionalmente l'Imperatore aveva pagato di meno che, per dire, se avesse dovuto pagare l'Imperatore del Sacro Romano Impero - e avrebbe avuto anche meno da temere in termini di esercito.

I porti nel mar nero Venezia se li era presi (di solito con trattati, ma anche con guerre) per commerciare - quindi qui si finisce alla storia dell'uovo e della gallina fino alla Crisobolla del (vado a memoria) 1082.

Intendiamoci, la dimensione (in uomini e chilometri) di un Paese e' importante per vari motivi: all'aumentare degli uomini aumentano le casistiche, tendenzialmente le etnie o clan familiari, ecc. e a seconda di come sono urbanizzati anche la necessita' di infrastrutture. All'aumentare dei chilometri aumentano i costi delle infrastrutture e tendenzialmente le diifferenze ecologiche che devi affrontare (mare, montagna, lago, ecc). Poi pero' interviene la dimensione (in numero di funzioni e uomini in rapporto alla popolazione) e il tipo dello Stato, ovvero degli enti preposti al controllo del Paese. Puo' essere uno Stato centralista o federalista, dirigista o liberale, ragionando per estremi. Questa parte non mi sembra considerata nella tua ipotesi.

il mutamento della mappa politica europea, diciamo dal '500 all'800, sia dovuta in buona parte all'avanzamento tecnologico anche in campo bellico.

 

Non direi del tutto.

Credo che la ragione principale sia stata che, dopo la scoperta dell'America, le nazioni atlantiche che sino a quel momento nel teatro della storia erano sedute in loggione, si sono ritrovate in prima fila, mentre chi stava in prima fila (gli stati mediterranei) si è ritrovato in loggione.

Per di più, gli stati italiani, si sono ritrovati pure un vicino di posto, ingombrante, rissoso, puzzolente e maleducato come l'Impero ottomano

Questa intuizione su una correlazione tra apertura commerciale e moltiplicazione (e rimpicciolimento) degli stati trova conferma nelle analisi econometriche di Alesina e colleghi.

Bell'articolo. Pero' mi vengono spontanee anche due osservazioni di carattere politico.

1. La sovranita' nazionale come e' intesa al giorno d'oggi e' molto piu' limitata che nell'ottocento. Sia da organismi sovranazionali quali l'Unione Europea, che dalle alleanze militari come il patto atlantico. Di fatto, l'Europa (con le parziali eccezioni di Francia e UK) ha appaltato la propria difesa agli US. Rinunciando di conseguenza ad una buona parte della propria sovranita' nazionale.

2. A partire dal secondo dopoguerra, con la vittoria del modello anglosassone si e' definitivamente affermato il principio di autodeterminazione dei popoli (qualsiasi cosa significhi) tanto caro a Wilson. D'altro canto e' ovvio che non sia possibile conciliare il suffragio universale con un impero coloniale. Con l'eccezione delle Filippine, gli US non hanno mai posseduto vere e proprie colonie, limitandosi ad esercitare un certo grado di controllo sui governi di alcuni stati nella sua sfera di influenza. Il regno unito e' riuscito a smantellare il proprio impero coloniale senza eccessivi spargimenti di sangue (in effetti sospetto anche per ragioni di insostenibilita' economica).

Insomma, la correlazione e' interessante, ma non penso che esista una casualita' unidirezionale. Controesempio: perfino l'URSS, al di fuori della sfera democratica e liberale,  non si e' mai sognata di annettere formalmente i paesi del blocco di Varsavia, pur controllandoli completamente.

 

"Controesempio: perfino l'URSS, al di fuori della sfera democratica e liberale,  non si e' mai sognata di annettere formalmente i paesi del blocco di Varsavia, pur controllandoli completamente."

Beh, ha annesso Estonia, Lettonia e Lituania, più alcune regioni della Polonia orientale, secondo quanto previsto dal patto Molotov/von Ribbentropp.

Beh, ha annesso Estonia, Lettonia e Lituania, più alcune regioni della Polonia orientale, secondo quanto previsto dal patto Molotov/von Ribbentropp.

Indubbiamente. Secondo me perche' agiva ancora nel paradigma ottocentesco dei grandi imperi. Agendo in maniera speculare al comportamento annessionista tedesco.

Dopo la fine della WWII, pero', ha dovuto adeguarsi, almeno formalmente, al principio wilsoniano dell'indipendenza nazionale. Poi difatto il controllo era ferreo, ma perfino l'URSS non ha ritenuto saggio/non ha potuto opporsi apertamente al paradigma dominante dell'indipendenza nazionale.

L'altro estremo

cipangu 6/10/2010 - 10:45

C'e' chi dice che stati di piccola dimensione corrono piu' rischi - vedi Islanda:

http://www.voxeu.org/index.php?q=node/3857

Grazie per questo articolo, veramente interessante. La tesi di Alesina & Co. mi sembra ben fondata.

L'ascesa della Lega degli ultimi vent'anni non a caso combacia con un declino economico del reddito medio italiano ............

Non ho letto il libro ma l'italianizzazione che ne hai compiuto parlando di lega, mi fa sorgere una curiosità. Rispetto alle tesi di Alesina e Spolaore il federalismo in Italia sarebbe più efficiente ipotizzando i confini geografici delle regioni così come sono o renderebbero preferibile l'ipotesi delle macro-regioni?

il libro non trattava di federalismo pero' mi sembra naturale domandarsi, come fai tu, perche' non possa bastare una politica decentrata.

Io credo che un minimo livello di omogeneita' (anche solo economica, senza portare in ballo la cultura e altro) sia necessario per avere una federazione funzionante. Per esempio, riesco ad immaginarmi una federazione tra stati americani e stati canadesi. Ma non riesco a fare lo stesso per uno stato federale composto da stati americani e stati messicani.

 

Personalmente suggerirei di fare attenzione a trarre conclusioni dalla tabella di Newsweek, perche' il campione non e' casuale.

Newsweek considera 100 paesi, di cui 22 grandi (+ di 50M di abitanti), 25 medi (tra 20M e 50M) e 53 piccoli (- di 20M). Stando alla wikipedia, nel mondo i paesi grandi sarebbero 24, quelli medi 33 e quelli piccoli 113 (dai 20 milioni a 500 mila abitanti, suppergiu' la taglia del Lussemburgo, se consideriamo anche i microstati arriviamo a 166).

Quindi, i paesi grandi ci sono quasi tutti, di quelli medi ce ne sono i tre quarti mentre dei paesi piccoli ce n'e' meno della meta'. In piu', i paesi piccoli sono stati scelti soprattutto in base alla localizzazione: quasi tutti quelli europei, qualche paese asiatico e pochi africani. Insomma, dei paesi piccoli si e' preso un campione non rappresentativo della popolazione, distorto a favore dei paesi piu' ricchi.

Un'analisi alternativa, potrebbe essere fatta guardando dati piu' completi, ad esempio quelli sul PIL pro capite della CIA (191 paesi), sempre presente su wikipedia. Ovvio, il PIL pro capite non e' l'indice di bonta' calcolato da Newsweek ma credo che la correlazione sia positiva e forte.

Guardando i dati CIA, il risultato e' che i primi 10 paesi (escludendo ancora i microstati) sono: Liechtenstein, Qatar, Lussemburgo, Norvegia, Svizzera, Danimarca, Irlanda, Emirati Arabi, Olanda e Stati Uniti: 9 piccoli e 1 grande. Pero' se consideriamo gli ultimi 10, vediamo che le proporzioni sono grossomodo le stesse: 8 piccoli, 1 medio e 1 grande. Per la cronaca, gli ultimi 10 paesi considerati dalla CIA sono Burundi, Congo, Somalia, Malawi, Liberia, Guinea-Bissau, Eritrea, Niger, Sierra Leone e Nepal.

Dai dati sembrerebbe che i paesi piccoli tendano a presentarsi nelle code della distribuzione in misura superiore alla loro frequenza relativa e in modo simmetrico. Credo (ma non ne sono completamente certo) che il motivo di questo fenomeno sia da ricercarsi nel fatto che quando consideriamo i dati nei paesi grandi, abbiamo un aggregato che schiaccia la varianza interna e quindi spinge il paese verso il centro della distribuzione, mentre nel caso dei paesi piccoli questo non avviene.

 

Insomma, dei paesi piccoli si e' preso un campione non rappresentativo della popolazione, distorto a favore dei paesi piu' ricchi.

Mi pare che questo non cambi di una virgola la classifica che propone Lodovico: 9 sui 10 più ricchi non cambiano se ne aggiungi 60 di poveri. E' distorto a favore dei più ricchi, non dei più piccoli.

Pero' se consideriamo gli ultimi 10, vediamo che le proporzioni sono grossomodo le stesse: 8 piccoli, 1 medio e 1 grande. Per la cronaca, gli ultimi 10 paesi considerati dalla CIA sono Burundi, Congo, Somalia, Malawi, Liberia, Guinea-Bissau, Eritrea, Niger, Sierra Leone e Nepal.

Mi pare che la tesi sia: se vivi in un mondo dove i commerci internazionali sono facili e la probabilità di guerre bassa, ti conviene essere piccolo.

I 10 paesi citati mi pare abbiano molto poco da commerciare se non prodotti minerari e che proprio per questo molti di loro siano in guerra permanente o quasi. Inoltre 9 su 10 sono africani. Se guardi la lista Newsweek  trovi la stessa cosa: 9 su 10 africani, molti piccoli. Credo che l'Africa, quanto a globalizzazione e sicurezza dalle guerre offra pochino. E comunque non è che là i grandi se la passino meglio...

 

Mi pare che questo non cambi di una virgola la classifica che propone Lodovico

Hai ragione, nella coda di destra non cambia nulla. Sorry. Quanto alla coda di sinistra, siamo liberi di non considerarla. Ma qui si devono introdurre ipotesi aggiuntive, come pero' giustamente tu fai.

Rimane comunque che nei paesi grandi, le differenze regionali (che non si vedono) potrebbero, dico potrebbero, cambiare il risultato.

Mi pare che la tesi sia: se vivi in un mondo dove i commerci internazionali sono facili e la probabilità di guerre bassa, ti conviene essere piccolo.

Secondo me la tesi e': forse ti conviene essere piccolo, ma bisogna confrontare stati piccoli con parti altrettanto piccole di stati grandi. Immaginiamo di poter considerare sottoinsiemi di paesi grandi che abbiano una taglia simile a quella dei paesi piccoli, chesso' gli stati americani o i Laender tedeschi oppure le regioni italiane. Sarebbe interessante vedere come cambierebbe il ranking. Forse un buon numero di regioni di paesi grandi (Baviera? New Jersey? Alberta? Ile-de-France?) s'infilerebbe nella classifica.

ma bisogna confrontare stati piccoli con parti altrettanto piccole di stati grandi

giusto, pero' ci sarebbe un po' di bias nella selezione di questi esempi.

Per esempio puoi paragonare l'Irlanda rispetto la Scozia (vince l'Irlanda anche con la crisi); la Grecia con il Mezzogiorno (sorprendentemente vince comunque la Grecia, anche dopo il tracollo!); oppure il Portogallo con l'Andalusia (il Portogallo pero' perde); il Tibet con il Nepal (boh); l'Austria con la Baviera (boh) ecc... Pero' ripeto, non saprei come selezionare in maniera scientifica, tenendo conto di regioni simili dentro e fuori uno stato.

 

The Size of Nations" (MIT Press, 2003) che sorprendentemente non è ancora stato tradotto in italiano

 E perchè avrebbe dovuto esserlo? Tutti quelli che possono leggere il libro (che non è facilissimo per un non economista/political scientist) sono in grado di leggere l'inglese. Casomai traduciamo dal cinese o dal giapponese (se già non disponimao della versione inglese). Meglio ancora, facciamo tradurre in inglese i lavori italiani, che non li legge nessuno

Credo sia leggibilissimo, saltando tutte le equazioni, anche da un pubblico piu' ampio, percio' potrebbe anche essere tradotto in italiano.

Perché nel periodo protezionistico ottocentesco e nella bellicosa prima metà del Novecento osserviamo imperi che fagocitano piccole realtà politiche preesistenti? E perché invece nel dopoguerra c'erano solo una settantina di stati nel mondo, e gradualmente con l'avanzare del commercio internazionale e della globalizzazione economica oggi ne abbiamo quasi duecento? Questa intuizione su una correlazione tra apertura commerciale e moltiplicazione (e rimpicciolimento) degli stati trova conferma nelle analisi econometriche di Alesina e colleghi.

 

Non ho ovviamente letto il libro e nulla posso ovviamente dire sulle analisi econometriche a supporto, tuttavia, ho qualche dubbio che sulla tesi di fondo, ossia che gli stati nascano grazie 

all'avanzare del commericio internazionale e della globalizzazione

Intendiamoci, questi fattori possono certamente rendere più agevole del passato la sopravvivenza di un piccolo stato, però non credo che possano esserne la causa genetica.

Se guardiamo alla storia recente(dal '700 in poi), abbiamo quattro periodi in cui si è assistito ad una proliferazioni di nuovi stati

Fine '700-prima metà dell''800, con la nascita dei vari stati americani

primo dopo-guerra: dissoluzione degli imperi centrali, zarista ed ottomano, con nascita dei nuovi stati dell'Europa centrale e del medio-oriente

secondo dopo-guerra: decolonizzazione in Africa e Asia

crollo Unione Sovietica: nuovi stati post-sovietici

Ora,  mi pare che in nessuno di questi periodi il libero scambio abbia giocato un ruolo chiave, mentre la vera levatrice è stata la guerra (compresa quella "fredda" persa dall'URSS) e tutti i conseguenti sovvertimenti sociali.

Certo, si può dire che dietro la guerra ci sono sempre interessi economici, ma non mi sentirei di dire che che i fanti della legione cecoslovacca che combattetvano sul Piave a fianco degli italiani avessero in mente più il libero scambio che non l'dea di nazione.

Tra l'altro, tutta la seconda metà dell'800 sino al 1914 è stata una fase storica dominata dal libero scambio e da una prima globalizzazione e non mi pare che ciò abbia favorito la nascita di piccoli stati, anzi è stata l'epoca dei grandi imperi coloniali, mentre il primo dopoguerra - con forte protezionismo e diminuzione degli scambi internazionale, ha visto nascere Polonia, Finlandia, Austria, Ungheria, Cecoslovacchia, Estonia, Lituania, Lettonia, Iraq, Kuwait, Giordania ecc. ecc. non certo perchè gli scambi erano più facili, ma perchè la guerra aveva posto fine agli imperi sovranazionali.

Intendiamoci, questi fattori possono certamente rendere più agevole del passato la sopravvivenza di un piccolo stato, però non credo che possano esserne la causa genetica.

Assolutamente daccordo.

tutta la seconda metà dell'800 sino al 1914 è stata una fase storica dominata dal libero scambio

Non ne sono del tutto sicuro. C'e' stato un aumento dei volumi di commercio internazionale dovuto all'innovazione tecnologica nei trasporti, pero' era un periodo di dazi e tariffe elevate. Aggiungo un aneddoto locale: dal 1866 al 1915 nelle prealpi era diffusissimo il contrabbando tra Regno d'Italia e Austria (Trentino), immagino perche' non potevano commerciare liberamente.

sulla prima ondata di globalizzazione puoi dare un'occhiata qui e qui

Questo l'abstract del primo articolo

This paper looks at the two waves of globalisation (roughly 1820-1914 and 1960-present) focusing on key economic facts (trade investment, migration, and capital flows, Industrialisation/de-industrialisation convergence/divergence) beliefs and policymaking environments. The two waves are superficial similarities but are fundamentally different. Chief similarities include aggregate trade and capital flow ratios, and the importance of reductions in barriers to international transactions. The fundamental difference lies in the impact that these reductions had on trade in goods versus trade in ideas. Initial conditions constitute another important difference. Before the first wave, all the world was poor and agrarian. When the second wave began, it was sharply divided between rich and poor nations

In genere il commercio europeo fu regolato da trattati basati sull'accordo Cobden-Chevalier, cosa che non impedì certo l'insorgenza di guerre commerciali (come quella tra Italia e Francia), ma nell'insieme il protezionismo andò gradualmente scemando a sino allo scoppio della prima guerra mondiale

questo è quanto dicono Sachs e Warner nell'articolo citato

The era of nineteenth-century free trade is usually dated from 1846, when Britain
unilaterally liberalized by repealing the Corn Laws. (In fact, liberalization had begun earlier,with the abolition of export duties in 1842 and the reduction of import duties in 1842 and 1845.) The next decisive step was the Cobden-Chevalier Treaty of 1860, which liberalized British-French trade. The new German Reich was established by Bismarck on free trade principles and low tariffs in the early 1870s.

It is often suggested that this free trade era ended in 1879 with a renewed wave of protectionism, starting with Bismarck's acceptance of the famous tariff of bread and iron, which raised imports duties on agriculture and steel. Higher tariffs soon followed in France and Italy. In fact, even with these tariff increases, average tariff rates remained low until World War I, and nontariff barriers (for example, quotas and exchange controls) were virtually nonexistent.

 

 

Il primo paper me lo ricordo, pero' se non sbaglio si concentra sull'aumento di commercio dovuto all'innovazione tecnologica nel trasporto e comunicazioni, come avevo detto nel commento precedente.

Il secondo, non ho letto tutte e 128 pagine, ma cercando i paragrafi pertinenti ho trovato anche:

The first episode of global capitalism, of course, came about as much through the instruments of violent conquest and colonial rule as through economic reform and the development of international institutions. Starting around 1840, Western European powers wielded their superior industrial-and hence military-power to challenge traditional societies around the world. France began to colonize North Africa in the 1830s and 1840s; Britain forced its way into China in the Opium Wars, 1839-42; Britain and France defeated Russia in the Crimean War, 1854-56; and Britain completed the conquest of India in 1857.

... e continua cosi'. Insomma, un tipo di globalizzazione diverso da quello che intendiamo oggi.

Questo accordo Cobden-Chevalier (che non conoscevo, ma non sono uno storico) dice che il free trade c'e' stato dal 1860 al 1892. Quindi questo va contro la tesi del libro, pero' non c'e' stata la guerra Austro-Prussiana di mezzo con dentro un po' tutti?


Mi fa molto piacere che la storia economica susciti tanto interesse :-), ma bisogna essere precisi. Innanzitutto, si parla dell'Europa (in USA il ciclo è del tutto differente). Poi i trend sono diversi da paese a paese

i) in UK la liberalizzazione è iniziata negli  anni Venti dell'Ottocento, si è (quasi conclusa) nel 1846 con l'abolizione dei dazi sul grano - ed il paese è rimasto free trade fino al 192?

ii) sul continente la liberalizzazione per il grano è iniziata ca 1835 e si è conclusa attorno al 1850; per i manufatti, salvo accordi minori, è stata determinata da una serie di trattati (a partire dal Cobden-Chevalier) 1860-1870

iii) i paesi del continente (salvo eccezioni minori come Belgio Olanda e Danimarca) sono tornati al protezionismo alla fine degli anni Ottanta, come reazione principalmente al crollo dei przzi  del grano (USA e Russia), su cui si è innestata la pressione delle lobby industrriali. In Italia la tariffa fu approvata nel 1887

iv) la situazione è rimasta sostanzialmente stabile fino alla prima guerra mondiale etc

Il punto essenziale è che il protezionismo della seconda metà dell'ottocento era, salvo eccezioni, molto moderato - molto più moderato che negli anni Trenta e Cinquanta-Sessanta del secolo XX.

grazie del riassunto. Insomma, piu' free trade nell'Ottocento che in buona parte del Novecento.

In Europa, probabilmente si - anche perchè fino al 1930 si usavano tariffe (cioè le import erano libere salvo pagare il dazio) e non quote (=limiti quantitativi alle importazioni). Negli USA forse no - almeno pe ri manufatti

Autorevoli economisti hanno recentemente sostenuto (anche in relazione all'odierna crisi) una sorta di nesso causale tipo:

globalizzazione economica---->crisi finanziaria---->recessione---->protezionismo/regimi totalitari.

Se questo fosse vero l'ultimo stadio della globalizzazione sarebbe piuttosto la chiusura e il protezionismo.

Vedi ad esempio G. Lunghini nel passo che segue:

"L'esplosione nella nostra memoria storica è la crisi del 1929 che è il seguito post-bellico della "Grande Depressione": si verifica un lungo ciclo negativo che si protrae dal 1870 al 1930/1. A questo in Europa si risponde con il nazismo e il fascismo, negli Stati Uniti con il fordismo e il New Deal di Roosevelt.
Ancora, quando negli anni '70 si esaurisce il ciclo positivo post-bellico, si tenta di dare un'altra risposta alla caduta del saggio dei profitti con la "New Economy". Questa consiste o nella ricerca di nuovi sbocchi produttivi o, soprattutto, nel cambiamento delle attività: da produzione di merci si passa a produzione di denaro a mezzo dello stesso. Si verifica perciò una crescita a dismisura della borsa, della finanza, istituzioni che non portano una vera e propria crescita economica"

E se lo dice Lunghini, occorre crederci ... Dove hai scoperto che Giorgio L è un "autorevole economista"?

A me pare uno che scrive cose insensate e prive di fondamento alcuno.

Solo nelle quattro righe quattro che hai citato ci sono almeno due castronerie monumentali.

Durante quel "lungo ciclo negativo" di cui GL fantastica, il reddito medio degli USA sarà, a spanne, più che raddoppiato (qui, Fig. 2). Nello stesso periodo, quello dei paesi europei è aumentato (a seconda del paese) fra un 50% ed un 150% ...

Poi parla di "Produzione di denaro a mezzo dello stesso" ... e di un'economia che da vent'anni non produce crescita. Ma se il reddito per capita DEL MONDO non è mai aumentato così tanto come durante gli ultimi 20 anni?

Di cosa parla? Di cosa diavolo parla costui?

Ma allora è vero che Voltremont è il meno peggio!

Non avendolo sentito prima, pensavo anch'io si trattasse di un ispiratore di Voltremont, ma leggo su Wikpedia e' stato "consulente per il Governo durante la presidenza del consiglio di Massimo D'Alema". Comunque, ha gusti piuttosto eclettici: "di recente alcune raccolte di scritti di John Maynard Keynes, di Antonio Gramsci e Ezra Pound in materia di Economia Politica." Hmmm...

Questa di Ezra Pound non la sapevo, e siccome wikipedia va controllata così ho fatto. In effetti ha scritto una introduzione agli scritti economici di Pound. Se interessa l'introduzione si trova a

cfs.unipv.it/opere/lunghini/with.doc

come documento word

Non avresti dovuto farlo, Sandro. Ho letto l'introduzione: subdolamente cialtronesca.

Al GL, apparentemente, le "teorie" economiche di EP non dispiacciono. Vede un filo rosso che collega EP a JMK ai "monetary cranks" e, ovviamente, al Carletto di Treviri. Trattasi del sottoconsumo, o della domanda effettiva che manca, a causa di eccessi va tesaurizzazione da parte dei capitalisti, preferibilmente banchieri usuranti. Una sequenza di delizie demenziali, un termometro del livello intellettuale di quelli che hanno firmato il manifesto dei 100.

Si chiude con questa chicca (la parte virgolettata iniziale è una citazione di JMK)

"IL PRIMO PASSO è quello di mantenere la giornata lavorativa abbastanza breve, in modo che sia impossibile per una persona lavorare tanto quanto due o tre persone. IL SECONDO PASSO è far sì che si abbiano dei certificati onestamente proporzionati al lavoro compiuto."

Il secondo passo è un'implicazione ingenua delle tesi dei monetary cranks; ma il primo è un'indicazione che merita anche oggi la massima attenzione, poiché probabilmente è un ingrediente essenziale di qualsiasi ricetta intesa a curare il massimo male economico del capitalismo: la disoccupazione, che dello sfruttamento capitalistico è la manifestazione più vistosa e più dolorosa per chi la patisce e per la società tutta ("pochi oberati dal lavoro e le moltitudini completamente inattive ...!"). ABBASTANZA CURIOSO che dopo tutte le lamentele di quelli che si ritenevano oppressi e oberati dal lavoro, l'ultima cosa che gli esseri umani sembrano voler condividere proprio il LAVORO. Il fatto che i lavoratori non siano disposti a condividere il proprio lavoro va tutto a beneficio degli sfruttatori. NON VI È TUTTAVIA ALCUN DUBBIO che se a nessuno venisse permesso, nel 1933, di lavorare più di cinque (5) ore al giorno, non vi sarebbe quasi più disoccupazione e ogni famiglia possiederebbe il denaro necessario per potersi sfamare. Le obiezioni a questa proposta sono oltremodo misteriose.

 

E poi ci chiediamo perché arrivino su nFA centinaia di ragazzi ben intenzionati ma completamente confusi da idee folli e strampalate. Con maestri come questi, è già tanto che riescano ancora a pensare e ad avere la curiosità per farlo.

No, aspetta, io capisco che le citazioni sono da Pound. L'introduzione si chiude così

Le ingenuità analitiche di Pound non devono farne dimenticare la costante tensione etica, che gli consente di cogliere dei problemi economici rilevanti e irrisolti ancora oggi. Pound qui ha ragione: "Diciamo energicamente che senza un'etica salda non si farà economia né sana né scientifica". Infatti l'opera degli economisti davvero grandi, per esempio Adam Smith, Karl Marx, lo stesso John M. Keynes, è intessuta inestricabilmente di etica e politica.

    La premessa etica di Pound, la sua 'filosofia sociale', non è molto lontana da quella di Keynes:

Probabilmente al giorno d'oggi l'unico problema economico che richiede un soluzione d'emergenza è quello della distribuzione. Vi sono beni in abbondanza, c'è la capacità potenziale di produrre beni in grande quantità: come può esistere ancora il flagello della fame? Ecco la domanda  nuda e cruda. ... La risposta è: nessuno dovrebbe fare la fame. La 'scienza', ovvero lo studio dell'economia, dovrebbe garantire proprio questo.

E ancora:

Anche in economia bisogna pur incominciare da qualche parte. Io inizio dalla convinzione che ogni persona che, con dignità, ha il desiderio di lavorare per se e per i propri cari (siano i figli o i genitori anziani) deve poter avere la possibilità di compiere una quantità ragionevole di lavoro ... IL PRIMO PASSO è quello di mantenere la giornata lavorativa abbastanza breve, in modo che sia impossibile per una persona lavorare tanto quanto due o tre persone. IL SECONDO PASSO è far sì che si abbiano dei certificati onestamente proporzionati al lavoro compiuto.

    Il secondo passo è un'implicazione ingenua delle tesi dei monetary cranks; ma il primo è un'indicazione che merita anche oggi la massima attenzione, poiché probabilmente è un ingrediente essenziale di qualsiasi ricetta intesa a curare il massimo male economico del capitalismo: la disoccupazione, che dello sfruttamento capitalistico è la manifestazione più vistosa e più dolorosa per chi la patisce e per la società tutta ("pochi oberati dal lavoro e le moltitudini completamente inattive ...!").

È ABBASTANZA CURIOSO che dopo tutte le lamentele di quelli che si ritenevano oppressi e oberati dal lavoro, l'ultima cosa che gli esseri umani sembrano voler condividere proprio il LAVORO. Il fatto che i lavoratori non siano disposti a condividere il proprio lavoro va tutto a beneficio degli sfruttatori. NON VI È TUTTAVIA ALCUN DUBBIO che se a nessuno venisse permesso, nel 1933, di lavorare più di cinque (5) ore al giorno, non vi sarebbe quasi più disoccupazione e ogni famiglia possiederebbe il denaro necessario per potersi sfamare. Le obiezioni a questa proposta sono oltremodo misteriose.

Tutte le parti evidenziate sembrano essere di Pound. Non avevo mai pensato che valesse la pensa di occuparsi di Pound come economista. Direi che questi brevi lampi confermano che ignorarlo era una buona idea.

Forse hai ragione, forse i passaggi citati sono di EP anche se que due punti prima della citazione e subito dopo "Keynes" traggono in inganno.

Ad ogni modo, potrebbero essere di JMK. Nella parte centrale di questo getta le "microfondamenta teoriche e psicologiche" (eehm ...) del primo passo suggerito da EP.

Il secondo segue come corollario dell'incentive compatibility constraint, temo.

Certo che negli anni '30 Beneduce sembrava un genio e l'IRI un miracolo del mercato e del liberismo!

Lunghini scrive delle cose senza senso. Storici economici di ben altra levatura (sopratutto O'ROurke e Williamson [cf. p.es. Globalization and history, MIT Press 1999 anche tradotto in italiano dal Mulino]) ipotizzano un nesso causale fra globalizzazione e reazione protezionistica, dagli anni Ottanta del XIX secolo in poi. L'idea è perfettamente ragionevole, anche se poi i dettagli storici sono poco sviluppati. Gli interessi colpiti (p.es. grandi proprietari terrieri) chiedono ed ottengono dazi.

Certo. Infatti QUELLA parte non l'ho di certo criticata.

Anche se, devo dire, l'idea semplicistica dell'azione-reazione non mi convince. Da un lato perché, se fosse una regola, allora avremmo solo cicli che non escono mai dal passato. Dall'altro lato perché, credo, alla fine conta come la fai l'azione: se funziona ti "compri" gli interessi che tocchi, o li rendi deboli tanto da non poter reagire. Ma è un discorso complesso che non saprei fare bene.

Concordo. La cosa è molto più complessa - ma si sa gli economisti sono un po' schematici :-) e la storia non la sanno molto (compresi Alesina e Spolaore, tanto per tornare al tema iniziale).

Ho provato a mettere la frase imputata in google per vedere da dove è stata tirata fuori. Si tratta del riassunto di un dibattito tenuto a non so quale casa della cultura nel 2003. La frase riportata non sembra essere ''verbatim'' di Lunghini. Se devo essere onesto la frase

''L'esplosione nella nostra memoria storica è la crisi del 1929 che è il seguito post-bellico della "Grande Depressione"''

è talmente bislacca e senza senso che faccio fatica a credere che sia stata profferita da alcuno. Non so cosa abbia detto realmente Lunghini, e non ho grosse aspettative, ma stavolta credo che la colpa principale sia di chi ha cercato di riassumere un dibattito probabilmente senza capirci molto.

Inoltre Lunghini  "E' stato presidente della Società Italiana degli Economisti dal 2004 al 2007" (qui).

Da wiki: " È membro dell' Accademia Nazionale dei Lincei e presidente della Società Italiana degli economisti." A me, sicuramente non economista, sembrava sufficiente per definirlo tale e pure autorevole.

Il ciclo D-M-D1 con D1>D e' cosa che si apprende al liceo e a me, persona di cultura liceale, il testo di lunghini risulta intelleggibile: le economie sono cresciute in senso monetario piu' che reale, piu' transazioni monetarie (senza arrivare ai bisogni inutili e al consumismo, ai pentium 1,2,3000 e ai folli stipendi dei banchieri, tutte cose sperimantate, sperimentabilissime anche se puramente anedottiche).

Ma il mio punto cui tutto cio' conduce e' un altro, visto che io ho scritto il mio primo messaggio in completa buona fede: puo' una persona di medio-medio/alto livello culturale (diciamo liceale), ideologicamente non di parte, in Italia, oggi, farsi una idea precisa dall'Italia di quanto sta succedendo? Perche' leggendovi a volte sembra che per un Italiano cio' non sia semplicemente possibile a meno di un completo lavaggio del cervello?

Il quadro che dipingete e' culturalmente prima ancora che economicamente cosi' scoraggiante che pensieri suicidi cominciano ad affiorare...

 PS> scopro or ora scorrendo il suo CV che lei e' stato Vice_presidente della associazione internazionale degli economisti. Come e' possibile che il vice-presidente di una cotanta associazione dia di "non economista" al presidente della associazione italiana? Dov'e' il problema, nel sostantivo, cioe' negli economisti e nella loro (supposta) scienza o nell'aggettivo, italiana anziche' internazionale? Nel secondo caso (di cui lei, temo, mi dara' conferma) credo altro non serva che il suicidio collettivo degli Italiani di buona volonta' e ingegno...ahime'!

Ringrazio in anticipo

GP

PS> scopro or ora scorrendo il suo CV che lei è stato Vice_presidente della associazione internazionale degli economisti. Come è possibile che il vice-presidente di una cotanta associazione dia di "non economista" al presidente della associazione italiana?

Non gli ho dato di "non economista". Ho solo detto che la sua "autorevolezza" non ci è ancora pervenuta. Almeno a ovest di Ventimiglia.

Leggendo poi cosa ancora scrive (evitavo di farlo da circa 30 anni ...) trovo conferma che a ovest di Ventimiglia sanno cosa fanno.

Quella dell'AIDEI è una storia triste, troppo lunga per raccontare qui. Un'altra delle storie tristi dell'accademia baronale italiana, in Italia.

Non si suicidi, assolutamente no. Non ne vale proprio la pena. Non per GL o per alcuno dei marxo-sraffiani che hanno inquinato ed inquinano le università italiane, almeno! Legga nFA :-)

ok, capisco. Una cosa a mio avviso dovreste fare: venire in Italia ad insegnare, la vostra missione (che' di questo si tratta, o mi sbaglio?) avrebbe un valore morale straordinario anche senza ruoli politici. Ma se questi baroni ancora hanno potere, vanno marcati strettamente, punto su punto E DA VICINO da chi ha l'autorevolezza scientifica per farlo.

Anche lei come quel ricco signore sardo che a tempo libero fa finta di fare politica in un partito che fa finta di esistere e va in televisione a spiegarmi d'essere un patriota venendo ad insegnare l'econometria in Italia? :-)

Grazie, abbiamo già dato. Fin troppo (vedasi AIDEI, appunto). Almeno io, non so gli altri ma credo la reazione sia simile.

Eppoi, non essendo ricchi di famiglia, se venissimo in Italia lo stipendio chi ce lo pagherebbe? Se il ricco signore sardo, o altri ricchi patrioti, vogliono donare qualche centinaio di milioni di euro ad una fondazione indipendente (va benissimo quella nFA) magari ci pensa ...

 

Quella dell'AIDEI è una storia triste, troppo lunga per raccontare qui. Un'altra delle storie tristi dell'accademia baronale italiana, in Italia.

E perchè non la racconti in un post?

Non è il caso Giovanni, credimi.

Sono ancora vivi e troppo giovani molti dei protagonisti, non sarebbe gradevole ...

Ma alla prossima birra te la racconto. Anzi, perché non fai un salto su in Bocconi lunedì, a questa conferenza di giovani e baldi wouldbeliberali ("would be" è di rigore: troppi fans sfegatati di BS, l'uomo più illiberale dell'aera euro)?

Questo è il secondo evento in Bocconi featuring Boldrin che sono costretto a "bucare" per motivi di lavoro.  Uffa.

Grazie, Michele.

Avevo pensato di rispondere, dopo aver letto le cose segnalate ed anche verificato chi sia costui ma - non essendo economista - ho rinunciato, temendo che ciò che il mio banale buon senso e la mia conoscenza dei fatti mi suggerivano non fosse sufficiente a confutare adeguatamente, pur avendo anch'io notato le castronerie che citi.

Ti confesso di aver contato sul fatto che saresti stato tu a farlo .......

Non voglio apparire un sostenitore di Lunghini che non sono (come non lo sono di Boldrin, a priori), ma mi sembra che se si dice che un:

- professore ordinario Bocconi di Economia Politica;

- presidente della succitata Associazione;

- autore per i tipi di Bollati-Borighieri;

- membro dei Lincei.

e' un idiota che dice castronerie, ci stiamo facendo un autogoal come Italiani...vorrei ancora pensare che cio' non fosse vero, o capire almeno come un idiota in questo Paese possa arrivare a cotanta gloria accademica e culturale, perche' non c'e' solo l'associazione di categoria, ci sono i Lincei, c'e' l'editore di assoluto prestigio, c'e' tutta l'Italia con il suo settore pubblico e privato che ne escono malissimo se davvero costui e' u idiota.

Sempre, dallo stesso autore, dal blog: www.sbilanciamoci.info su cui GL scrive (questa volte fonte diretta):

"D’altra parte è ancora vivace la tradizione marxista (si veda il sito Actuel Marx: http://ne.u-paris10.fr/actuelmarx/indexb.htm), al punto che in molte importanti università statunitensi vengono impartiti corsi di teoria economica marxiana (grassetto mio: E' VERO O NO PER DIO???!?); e particolarmente fiorente è la scuola postkeynesiana (???!!??), che trova le sue radici nelle opere di John M. Keynes e dello stesso Sraffa. Chi fosse insoddisfatto della teoria neoclassica, o semplicemente curioso, potrà guardare in queste direzioni: a condizione che disponga di una bussola e di un buon Baedeker.
L’economia è una disciplina che non progredisce (CIOE???!??), o per lo meno non progredisce nel senso in cui progrediscono la fisica e la medicina, cioè con l’acquisizione di nuovi risultati sostanziali (WHAT???!??). Anche nelle scienze della natura coesistono teorie rivali, ma le scienze della natura dispongono, in generale, di criteri sufficientemente robusti per accertare lo statuto epistemologico delle diverse teorie. L’economia non si occupa di un oggetto naturale, bensì della società, e di una società storicamente determinata; nel lavoro teorico, e nella competizione tra le diverse teorie economiche per l’egemonia culturale, l’elemento politico ha perciò un peso importante, talora determinante."

Grazie se potete spiegarmi 

Gianni, non so se la mia risposta significhi davvero qualcosa...non sono un economista e non ho nessun titolo per criticare Lunghini, per cui vado per la tangente.

Le tue domande mi hanno fatto scattare un'associazione mentale con un piccolo, insignificante episodio di qualche giorno fa: stavo guardando con mia moglie la diretta streaming del convegno di Confindustria a Genova, in attesa di sentire l'intervento di Michele.

Mia moglie è cresciuta in Yugoslavia diventando maggiorenne in un paese dal socialismo reale (nel senso che il socialismo c'era realmente).

Prima di Michele ha parlato Bersani, a detta di molti, me compreso, il più liberale dei leader del PD. Quello che trasuda buonsenso da ogni poro. Quello che viene contestato dalla sinistra del suo partito perché non dice mai niente di sinistra. Quello che ha dato ottima prova di se amministrando con successo una ricca regione del nord e poi ha tentato le liberalizzazioni dette lenzuolate.

Ebbene, dopo averlo ascoltato per qualche minuto mia moglie ha commentato tra il divertito e lo sbalordito: "Ma è peggio dei sovietici..."

Ma no dai, dai politici me lo posso anche aspettare: i laburisti con i fratelli Milliband sono in Inghilterra sicuramente a sinistra di Bersani. Non fasciamoci la testa di italiani. Con questi chiari di luna la sinistra massimalista sta ritornando fuori un po' ovunque.

Non son sicuro, pero', che ci sia l'equivalente inglese o americano di GL? Lo spero fortemente, nel qual caso pero' avrei da dire piu' di una cosa o due sulle disastrate condizioni dell'economia come disciplina... 

Ed a tua moglie è piaciuto il passaggio dal socialismo reale al socialismo surreale?

vorrei ancora pensare che cio' non fosse vero, o capire almeno come un idiota in questo Paese possa arrivare a cotanta gloria accademica e culturale, perche' non c'e' solo l'associazione di categoria, ci sono i Lincei, c'e' l'editore di assoluto prestigio, c'e' tutta l'Italia con il suo settore pubblico e privato che ne escono malissimo se davvero costui e' u[n]idiota.

Gia'. Hai fotografato la situazione del Paese perfettamente.


Vedo con piacere che anche tu sei uno specialista. Ti sottopongo questo testo:http://cfs.unipv.it/opere/lunghini/forma.pdf

Inutile dirti che l'ho trovato bellissimo! Pieno di riferimenti dotti che come nell'altro caso mi hanno portato indietro ai miei ricordi liceali (Addirittura il Faust), non ci potevo credere!

A questo punto pero' vorrei una vostra opinione meno estetica e piu' tecnica. E dire che ero cosi' fiero del mio liceo (classico a LaSpezia, per quel che serve)...sigh

A questo punto pero' vorrei una vostra opinione meno estetica e piu' tecnica.

Mi dispiace ma ho cose piu' importanti da fare che discutere un saggio su cosa ha detto Tizio e cosa ha detto Caio e le interconnessioni tra cosa hanno detto Sempronio e sua sorella e il pensiero di Cornelia. Davvero. Quella e' roba inutile a comprendere la realta', e' un discorso vuoto. 

Se vuoi comprendere la realta' devi misurarla, devi confrontarti coi dati e non con cosa ha detto Tizio o Caio. Gli ipse dixit, le citazioni dotte e il riferirsi all'authoritas non li usiamo piu' in economia da decenni. "L'ha detto Robert Lucas" e "l'ha detto Paul Krugman" a me non frega nulla, io voglio logica e dati, interpretati anche essi secondo logica perlomento e secondo la statistica se vogliamo essere precisi. Lunghini in quei saggi non ha ne' l'una ne gli altri. 

Capisco, grazie comunque. Il testo di GL e' comunque formalmente molto gradevole, come lo sono spesso anche i testi Geminello Alvi...per cui magari come lettura serale puo' funzionare.

 

Mah, non lo so perchè non ho letto il libro, ma a me vien da dire che sono più le relazioni all'interno dello Stato che la dimensione in sè, oltre le ovvie affinità culturali.

Uno stato (federale o come lo volete chiamare) che mantenga al "centro" solo difesa, politica estera e opere pubbliche interstatali/regionali è uno stato leggero, costa poco e rende "economiche" certe cose.

I paesi piccoli sono avvantaggiati perchè basta poco, ma veramente poco, a far salire reddito medio e servizi, nei paesi grandi avrai maggiori disuguaglianze/distorsioni, ma solo laddove lo Stato tenderà ad accentrare, e gli apparati dello stato siano altamente inefficienti.

Adesso non so quante variabili Alesina ha inserito in questo libro, nè le variabili utilizzate da Newsweek, ma secondo me le "dimensioni ottimali" non esistono, esistono le funzioni ottimali. Trovo assurdo che a livello centrale siano decisi livelli di spesa, gestione dei servizi, e tutte le altre amenità che lo Stato italiano regola all'infinito (ad esempio), e nel frattempo il livello stesso dei servizi sia così vario. Non è una questione di dimensioni, ma di funzioni, le une possono essere indipendenti dalle altre, ma guardiamo alle funzioni. Almeno così la penso.

"E perché invece nel dopoguerra c'erano solo una settantina di stati nel mondo, e gradualmente con l'avanzare del commercio internazionale e della globalizzazione economica oggi ne abbiamo quasi duecento?

Questa intuizione su una correlazione tra apertura commerciale e moltiplicazione (e rimpicciolimento) degli stati trova conferma nelle analisi econometriche di Alesina e colleghi. Non solo esiste una causalità statistica tra apertura commerciale e la nascita di nuovi stati tipo la Repubblica Ceca e la Slovacchia, o i baltici Estonia, Lettonia e Lituania. Ma negli anni di apertura globale abbiamo in genere anche una miglior prestazione economica in paesi di dimensioni ridotte piuttosto che nei grandi stati come la Germania, la Francia e l'Italia."

da profano, mi pongo una domanda. gli anni successivi al dopoguerra hanno visto ache muovere i primi passi del processo di integrazione europea che ha condotto prima all'istituzione della cee, poi della CE sino alla UE. molti degli stati hanno ceduto parte delle propria potestà in favore di un'istituzione transnazionale, costruendo quello che potrebbe essere definito un grosso stato federalista sui generis (otre che un'ara di libero scambio). si può facilmente rammentare la foga e la premura con le quali i paesi dell'ex blocco sovietico hanno dato l'avvio al processo di adesione. tutto ciò non cozza (almeno dal punto di vista storico) con il ragionamento sviluppato nel testo di Alesina?

anche dal punto di vista economico -  sul cui piano mi posso ritenere un neofita al limite della pippa- non si può ritenere che le performance di alcuni piccoli stati quali la slovacchia o l'estonia non sarebbero stati tali se questi non si fossero trovati nell'alveo della comunità europea?

un saluto, gianuca

Credo che la UE sia molto più un'area di libero scambio che un soggetto politico unitario (quello che tu chiami grosso stato federalista sui generis) ed è proprio in quest'ottica che è possibile leggere l'adesione dei paesi dell'ex blocco sovietico (compresi quelli che si sono divisi politicamente con molto entusiasmo!).

Non ho letto il libro ma la tesi mi sembra assolutamente ragionevole e l'esempio da te portato non mi sembra contraddica, ma sia perfettamente spiegabile in quest'ottica.

Piuttosto, come affronta l'autore il fatto che gli stati prima si sono divisi e poi si è arrivati a una performance economica sufficiente a sostenerne l'esistenza?  Mi viene da pensare che sia l'unico modo: c'è una spinta secessionista che crea un nuovo soggetto politico a priori e la performance economica positiva è poi solo lo strumento per mantenere in vita questa realtà.  Probabilmente se la performance economica positiva fosse arrivata prima non si avrebbe avuto una spinta secessionista.  Ma allora l'economia ha un ruolo un po' secondario (permette, ma non muove).  Mi piacerebbe esaminare un modello (magari nel libro c'è) che veda l'economia come il motore del fenomeno.

Gli stati piccoli sono più vulnerabili ai cigni neri... se hanno vicini pacifici esternalizzano questo rischio con un sistematico “free riding”, talvolta un po’ parassitistico.
Ad esempio la difesa, l’assistenza sanitaria in caso di pandemia, i mezzi per bonificare in caso di affondamento di petroliera, gli investimenti per istruire il capitale umano che andrà a lavorare nello staterello, i Canadair in caso di incendi boschivi, la protezione civile in caso di terremoto, le investigazioni specialistiche di alto livello in caso di attentato, ecc. sono di fatto sistematicamente a cura del grande vicino benevolo.
Ma se il grande vicino cambia atteggiamento il cigno nero arriva subito.
Per dire, il 10 maggio 1940 il Lussemburgo è stato invaso dal Hitler in poche ore.
Certo, è facile essere il Lussemburgo felice con il PIL pro capite più alto d’Europa finché i vicini sono tranquilli.
Ma la sostenibilità di questa posizione dipende da un fattore esogeno.

Invece la Svizzera in difesa investe un bel po, ogni adulto ha un fucile, i passi e cavalcavia con gli alloggiamenti per farli saltare, ecc.

Hitler preferì invadere la Russia :)

Battute a parte, non tutti gli stati piccoli sono come li descrivi.Anche Israele non scherza.

 

Se viaggiate sulle autostrade svizzere troverete spesso, specie all'imbocco delle gallerie, una doppia fila di piastre di acciaio di circa 15x15 cm disposte perpendicolarmente adda direzione di marcia.

Le piastre sono amovibili; se le toglieste (ci vuole una specie di chiave) trovereste una specie di pozzetto rivestito di cemento.  In caso di necessità si aprono i pozzetti e ci si infilano delle piccole travi di acciaio che sporgono dalla superficie di un paio di metri; si bloccano con un comunissimo lucchetto. La doppia barriera fema anche un carro armato pesante. Ma che ci vuole a far saltare il lucchetto ed a estrarre la trave? Poco, ma se nel frattempo qualcuno ti spara addosso non hai voglia di scendere dal carro armato, e farlo dall'interno è pressochè impossibile.

Svizzera, Israele Singapore e Finlandia (nella guerra di Camelia, che Stalin immaginava sarebbe stata una passeggiata 3,5 casualties russe ogni finlandese) sono quattro eccezioni.
Sono stati geograficamente abbastanza piccoli ma con varie cose in comune: un livello socioculturale ed un capitale umano molto più alto dei rispettivi vicini “minacciosi”, un esercito molto efficiente e basato sui riservisti, una specificità storico-politica e/o culturale rispetto a tutti i confinanti, ecc.
Però tipicamente in generale i piccoli stati e i microstati (es. Lussemburgo, Monaco, Liechtenstein, tutte le isole dei carabi e del pacifico, ecc.) devono la loro esistenza al fatto che gli altri li lascino stare (magari esternalizzando i costi della deterrenza assicurandosi l’alleanza con un protettore forte).
Altrimenti fanno la fine di Timor Est in un baleno.

Oppure, come detto nell'articolo:

Nell'era dell'Unione Europea non ha assolutamente senso per la Slovenia e la Slovacchia preoccuparsi di invasioni militari.

In un contesto come la UE, non si tratterebbe nanche di free riding, dato che i costi militari potrebbero essere suddivisi come tutti gli altri fra gli stati membri.

E comunque, non mi è chiaro cosa vieterebbe un esercito di riservisti "alla svizzera" per tutti quelli che vogliono avvalersi dei tassi di crescita da stato piccolo senza rinunciare del tutto all'autonomia per la sicurezza.

Il cigno nero mi pare c'entri poco: se è qualcosa di prevedibile, correlato alla dimensione ridotta, allora per definizione non è un Black Swan, ma un rischio da calcolare e da affrontare. Se è davvero imprevedibile, allora può riguardare (e riguarda, come è ovvio dalla storia) chiunque.

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