America in declino?

Uscito nelle librerie un paio di mesi fa, Coming apart ha generato notevole attenzione nella stampa e blogosfera americane nonostante l’autore, il sociologo Charles Murray, non sia molto amato dall’intellighenzia accademica americana. In esso, viene presentata una visione pessimista del presente e del futuro della società americana.

Il libro più famoso di Murray, The bell curve, scritto assieme a Richard Herrnstein quasi vent’anni fa, venne attaccato per il contenuto del capitolo sulle differenze razziali nel quoziente di intelligenza. Agli economisti piacque poco non tanto per i contenuti, quanto per la qualità dell’analisi. Forse scottato dall’esperienza, in Coming apart Murray anticipa i potenziali critici evitando di affrontare l’ancora scottante tema delle differenze razziali, e limitandosi ad analizzare “lo stato dell’america bianca,1960-2010”. L’analisi empirica è meno ambiziosa che in Bell curve, ma più convincente.

L’argomentazione retorica sviluppata nelle circa 300 pagine, appendici e note escluse, è la seguente: 1. Il successo dell’america moderna, dalla rivoluzione all’età contemporanea, è dovuto a quattro valori che Murray considera fondativi della societa’ americana: matrimonio, operosità, onestà, religiosità.  2. La società americana negli ultimi 50 anni ha sperimentato una crescente polarizzazione sociale, evidenziata non solo da crescenti disuguaglianze economiche (come ampiamente documentato da un’enorme letteratura economica), ma anche da crescenti differenze di valori e stili di vita. Mentre fra le elites i quattro valori summenzionati rimangono più o meno ai livelli degli anni ‘60, nelle classi inferiori si nota un progressivo deterioramento in tutte le dimensioni. 3. Le crescenti differenze fra gruppi sociali si accompagnano ad una progressiva segregazione geografica fra popolo ed elites. Il risultato è che le elites non solo non sanno più trasmettere al resto della popolazione i valori fondativi, ma non riescono nemmeno a capirne i problemi e le esigenze. 4. Le prospettive non sono rosee: invertire la tendenza sembra impossibile senza intraprendere operazioni di ingegneria sociale eticamente inaccettabili. Le politiche correttive proposte sembrano più palliativi che veri rimedi. La società americana si sta sudamericanizzando, tanto vale farsene una ragione. 

La lettura è scorrevole. Il libro combina con buona abilità letteraria aneddoti con dati statistici, ed è corredato di sette appendici tecniche per i più curiosi. La descrizione aneddotica iniziale della separazione culturale fra le classi sociali è notevole. Impossibile non riconoscersi nella caricatura dell’upper class dipinta da Murray. Anche se di opinioni politiche diverse, i suoi membri possiedono gli stessi riferimenti culturali e hanno simili esperienze intellettuali. Non guardano molta televisione, ma conoscono i personaggi dei Simpson e di South Park. Guardano the Colbert Report ma non Oprah. La parola “Branson” richiama alla mente Richard Branson, ma non l’omonima cittadina del Missouri, una delle destinazioni turistiche principali in America. In vacanza, preferiscono le città europee a disneyworld. Sorridono alla frase “tutti i bambini sono sopra la media”, e sanno esattamente a cosa si riferisce. Le madri in attesa seguono le diete ideali codificate da riviste scientifiche peer-reviewed. Le vite dei loro figli e il loro ideale percorso accademico sono pianificati da prima della nascita. Fumare in pubblico, o anche in privato, specie se alla presenza di bambini, è considerato quasi alla stregua di una molestia sessuale. Potrei continuare... esiste persino un questionario (che fa un po’ sorridere, come ha giustamente notato Steve Williamson) dove ci viene chiesto che film guardiamo, se conosciamo dei militari, se abbiamo mai comprato un pick-up truck e simili amenità per poi categorizzarci in una classe. 

Il libro procede con la presentazione di dati piuttosto interessanti sulla segregazione sia geografica che culturale fra due “americhe”. I risultati presentati sono in parte sorprendenti. Murray crea due città artificiali, che chiama Belmont e Fishtown. Di Belmont fanno parte persone laureate, o membre di una professione fra le seguenti: dirigente, medico, avvocato, ingegnere, architetto, scienziato, professore universitario, e produttore di contenuti nei media (giornalisti, scrittori, etc...). A Belmont sono anche assegnati i coniugi di queste persone, se sposate, anche se non laureati o non impiegati in queste professioni. Di Fishtown fanno invece parte operai, impiegati di basso livello, e i non laureati. Belmont e Fishtown sono anche due vere cittadine del Massachussets e della Pennsylvania, i cui abitanti non possiedono caratteristiche molto dissimili da quelli delle loro versioni fittizie. Murray descrive con minuzia il percorso storico delle vere Belmont e Fishtown, ma è interessato più a quello delle versioni fittizie. Le due citta’ artificiali vengono dissezionate nella descrizione di varie attitudini sociali dei loro “abitanti”, secondo le dimensioni delineate dai valori fondativi della cultura americana come delineati sopra. 

  1. Matrimonio. Nel 1960, il 95% degli “abitanti” di “Belmont” erano sposati. Nel 2010, questa percentuale rimane vicina al 90%. Nella Fishtown fittizia, la percentuale é passata dall’85% a meno del 50%. Andamenti di simile interpretazione si riscontrano fra le percentuali di persone che non si sono mai sposate, divorzi, bambini che vivono con un solo genitore, bambini nati fuori del matrimonio, e nelle attitudini nei confronti della coppia, come l’eticità di rapporti extraconiugali, o la percentuale di matrimoni “molto felici” fra gli sposati. In sostanza, l’immagine dell’upper class rimane quella della famiglia mononucleare delle sit-com anni ‘70. La famiglia della lower class sembra invece in profonda crisi. image
  2. Operosità. Disoccupazione, tasso di occupazione, ore lavorate per settimana dipingono più o meno un ritratto simile a quello disegnato sopra: a Belmont si lavora di più che a Fishtown, e in qualcuna di queste variabili la situazione a Fishtown è peggiorata negli ultimi 50 anni in misura maggiore che a Belmont. image
  3. Onestà. In questa sezione l’autore si limita a descrivere tassi di criminalità e di arresto. Manco a dirlo, le differenze fra classi sono enormi e crescenti.  
  4. Religiosità. La percentuale di persone che si ritengono credenti e religiose ed il tasso di persone che praticano regolarmente attività religiose sono in calo piuttosto costante sia a Belmont che a Fishtown, ma è innegabile che gli abitanti di Belmont siano in media nettamente più religiosi. 

L’autore correda questo quadro con dati riguardanti varie attitudini sociali dei cittadini. La separazione fra le due classi sembra netta, ed in aumento, sotto svariate dimensioni: la fiducia reciproca, il giudizio sulla correttezza altrui, il giudizio sull’altruismo altrui,  la percentuale di persone che si considerano felici. 

Cosa implica, per l’autore, tutto questo? Secondo Murray, i quattro valori delineati costituiscono l’essenza del “progetto americano”. Che operosità e onestà generino prosperità e crescita credo sia auto-evidente. Quanto a matrimonio e religiosità, è opinione di Murray (ed in parte confermato da altri specialisti, come Putnam) che siano correlati con varie misure di “capitale sociale,” che a sua volta risulta essere importante nelle prospettive socio-economiche di un paese. Persone sposate, o persone che partecipano attivamente ad attività religiose sono più probabilmente impegnate in attività di volontariato, atti di altruismo, etc...che costituiscono l’infrastruttura sociale che, complementando operosità e onestà, creano felicità, benessere e prosperità più della ricchezza materiale. Al contrario, il semplice trasferimento di risorse ai bisognosi, promosso dal governo dalla metà degli anni ‘60 in poi, creerebbe dipendenza e inoperosità. 

La differenza di opinione rispetto a quelle della maggioranza degli intellettuali, anche americani, è sostanziale. Non è solo che Murray non pensa che il governo non debba o possa garantire uguaglianza e sicurezza economica. Secondo Murray la felicità non viene dal semplice consumo di un certo bene, ma dalla soddisfazione derivante dall’aver fatto qualcosa di concreto per ottenerlo. Politiche di semplice sostegno alla povertà non solo non contribuiscono, ma impediscono la crescita sociale e personale della lower-class. Per questo, l’autore non crede nel “modello europeo” del welfare state: la soddisfazione di alcuni bisogni personali ad opera del governo centrale in cambio di un maggiore controllo nel comportamento economico di imprenditori e lavoratori. La famiglia, secondo Murray, è importante non per qualche astratto principio religioso, ma perché è l’istituto responsabile nel prendere decisioni che non possono essere prese altrove. Lo stesso vale per l’intera comunità. La soddisfazione di aiutarsi reciprocamente, nel creare club, associazioni, attività comuni viene dal senso di responsabilità che deriva dal fatto che se non esiste la comunità, allora queste attività non esisterebbero. Nel momento in cui lo stato interviene a soddisfare bisogni che storicamente famiglia e comunità erano preposte a soddisfare, viene meno il senso di responsabilità e la comunità si disintegra. 

Questa è la parte meno convincente. Quale concetto di famiglia ha in mente Murray? Davvero è la religione il tessuto dei rapporti sociali interfamiliari? Umilmente, mi pare di osservare che non mi sembra sia così, ma magari mi sbaglio perché bazzico con gente specialmente diversa, cosa del tutto possibile. Per quello che posso osservare, mi sembra di notare che fra i membri dell'upper class siano le scuole più che le chiese il fulcro delle attività di collaborazione, volontariato, fund-raising (che poi generano rapporti anche al di fuori delle mura scolastiche). E che coinvolgano non solo famiglie in senso tradizionale. Questo sia nelle scuole private, sia in quelle pubbliche nei quartieri benestanti. Cosa succeda nelle scuole della lower class lo si legge, tristemente, nei giornali. Ma sicuramente io ho una visione parziale della situazione. 

Le prospettive future, secondo Murray, non sono rosee. La progressiva segregazione soprattutto geografica fra le classi impedisce la condivisione di questi valori che esisteva in passato. Non solo: la situazione é destinata progressivamente a peggiorare, perché i membri dell’upper-class si sposano fra loro molto più di quanto facessero trent’anni fa (assortative mating, lo chiamiamo noi economisti), generando una prole con in media maggiore intelligenza, ma anche con una serie di condizioni di partenza vantaggiose per l’apprendimento e sviluppo (caso da manuale: la gestione della prole della coppia di power-economists Wolfers-Stevenson raccontata dal New York Times).

Per Murray, questa segregazione si accompagna all’abdicazione, da parte delle elites, della responsabilità di essere da esempio per il resto della popolazione nella trasmissione dei valori. Le elites sono sempre meno in contatto con le esigenze della lower class. Il loro successo personale si fonda sempre più su privilegi ingiustificati che perpetuano e accentuano il divario sociale senza riguardo all’inappropriatezza di certi comportamenti. Un’America sempre più sud-america: criminalità e povertà da una parte, privilegi e ricchezza dall’altra protette da gated communities

Due sole fievoli speranze: la prima, un risveglio collettivo dopo l’implosione del modello europeo causato dalla bancarotta finaziaria, inevitabile sotto il peso dei crescenti benefici elargiti da sistemi pensionistici e sanitari. La seconda, il progresso nelle scienze sociali (in particolare dalla psicologia evolutiva), che scopriranno, entro una ventina d’anni, che le fondamenta intellettuali del welfare state sono errate. E cioè, in sostanza, che la soddisfazione dei bisogni materiali è meno importante della consapevolezza di aver raggiunto, da soli, un certo risultato, in un contesto socio-politico in cui si presuppone la libera volontà degli individui. Di pari passo, si scoprirà che esistono differenze genetiche fondamentali fra gruppi demografici (e all'interno degli stessi, il che genera naturalmente una distribuzione di abilità che non si può pensare di eliminare artificialmente). Questo permetterà per esempio di dimostrare che il ruolo della famiglia tradizionale è più fondamentale di quanto si creda (per esempio, nelle differenze fra come uomini e donne rispondono ai bambini); tutto ciò permetterà di ri-considerare criticamente politiche redistributive basate sul principio che non ci siano differenze di abilità e attitudini fra gruppi sociali. Qui Murray ha in mente secondo me le razze, ma non lo dice. 

In sintesi, un testo di più agevole lettura di Bell Curve, con dati interessanti, e conclusioni forse poco convincenti, ma meritevoli di riflessione. 

29 commenti (espandi tutti)

Visto che sono sposato, mai divorziato e guardo The Colbert Report suppongo di appartenere all'upper class. Avevo visto Murray proprio da Colbert, e non mi aveva convinto a dedicar tempo al suo libro. Però, visto che tu invece ti sei preso la briga di leggerlo, ti faccio tre domande.

1. La tesi che la divergenza nei comportamenti tra classi è causata dal welfare è in principio testabile usando dati cross-country, giusto? Fenomeni analoghi a quello americano di coming apart dovrebbero essersi manifestati anche nei paesi europei. Murray prova a fare qualche analisi comparativa o si concentra solo sui bianchi americani? A me, intuitivamente, non pare che nei paesi europei si sia verificata una divaricazione paragonabile a quella americana, ma ammetto di conoscere poco i dati.

2. In principio un altro motivo di speranza è che i bianchi diventino sempre meno rilevanti in America, assumendo che in altri gruppi etnici la divaricazione siano meno forte che per i bianchi. Che la percentuale di cosidette minorities stia aumentando credo sia un fatto assodato. Non so però nulla del tipo di divario che può esistere, per esempio, tra i latinos upper class e i latinos lower class. Murray dice qualcosa al riguardo?

3. Se non ricordo male c'è almeno una dimensione in cui le cose sono migliorate drammaticamente in America negli ultimi 20 anni, ed è la criminalità. Murray dice qualcosa al riguardo? Perché questo indicatore sembra divergere? O magari il calo della criminalità è prevalentemente avvenuto per le minorities?

A me, intuitivamente, non pare che nei paesi europei si sia verificata una divaricazione paragonabile a quella americana, ma ammetto di conoscere poco i dati.

 

 A naso, direi che in Italia la separazione è sempre stata più ampia e persistente, almeno dal punto di vista delle possibilità di carriera. Ho l'impressione che l'istruzione sia sempre stata meno importante come mezzo di mobilità sociale

 

 

Concordo

OutLier 19/4/2012 - 10:37

L’Italia ha sempre ostacolato il talento quando estraneo al corporativismo e al nepotismo che dominano la società. Di regola, education, talento, impegno e duro lavoro sono condizioni non necessarie e non sufficienti per le carriere nel nostro paese. Se non fai parte del “giro giusto” non vai da nessuna parte. E’ invece condizione necessaria e sufficiente l’appartenenza per nascita ai gruppi sociali dominanti. La situazione è sotto gli occhi di tutti: un paese che non punta sul merito e sul valore dei suoi giovani spreca inutilmente – a danno dell'intera collettività – le sue risorse. Il fenomeno dei talenti che espatriano lo conosciamo bene. Triste.

Sul punto 1, un confronto cross-country può certamente essere utile, a patto però che consideri le differenze dei sistemi di welfare, perché non mi sembra ovvio che esista un unico modello europeo da contrapporre a quello americano.

 

Il sistema italiano per esempio non ha mai voluto sostituirsi alla famiglia, anzi sembra disegnato per rafforzarla, versando i soldi principalmente nelle tasche dei nonni. E rendendo così i giovani più docili, perché ricattabili. I bamboccioni non spaccano le vetrine.

 

Il sistema britannico invece, che ha al centro più chiaramente l'individuo, sono in molti (conservatori) a dire che ha prodotto effetti simili a quelli osservati da Murray, permettendo a generazioni della working class di isolarsi economicamente dal resto della società in età molto giovane e vivacchiando poi di benefit ad infinitum.

Il sistema italiano per esempio non ha mai voluto sostituirsi alla famiglia, anzi sembra disegnato per rafforzarla, versando i soldi principalmente nelle tasche dei nonni.

Non sono sicuro che il sistema di trasferimenti italiano si possa definire "welfare state" nel senso inteso da Murray.  Il sostegno ai "nonni" c'è un po' in tutti i paesi, perché votano tanto e al giorno d'oggi sono una componente massiccia della società.  Negli Stati Uniti, per dirne una, i "nonni" hanno un sistema di sanità pubblica (Medicare) oltre a pensioni pubbliche piuttosto sostanziose.

L’ Europa più che fornire conferme è fonte d’ ispirazione per Murray, tanto è vero che il sociologo parla di “sindrome europea” e di come evitarla. Stando a gran parte dei suoi parametri - quello religioso è esemplare - il degrado etico del vecchio continente è palmare e spiega in parte il gap nelle performances degli ultimi 40 anni. Resta inteso che l’ elemento corrosivo del carattere morale non è limitato al welfare ma ricomprende qualsiasi artificiosa sicumera venga calata dall’ alto: se la upper class è tale per le garanzie che si assicura grazie a forme di monopolio (legale), faccio un esempio, difficilmente svilupperà o preserverà le canoniche “founding virtues”!

Non a caso Murray contestualizza la sua analisi in quella che chiama “brain society”, ovvero una società libera che premia l’ iq elevato e che consente di “compensare” solo con il “carattere” (big five). La società europea è di questo tipo? Se la risposta è “no” – e per M. la risposta è “no” - allora ha senso solo un confronto in termini assoluti tra i due modelli sociali; ha molto meno senso un confronto tra i tipi di divergenza che i due modelli producono.


p.s. perfetto resoconto, solo un po’ ingenerosa la presentazione di “the bell curve”, un libro che tutto sommato regge bene gli anni, spesso più di certe critiche umorali (ma il temperamento di Heck è noto).

Bell curve

andrea moro 19/4/2012 - 15:54

Grazie dei complimenti, io penso che la critica di Heckman sia tutt'altro che umorale e right on target. Il problema e' che Bell Curve e' stato spacciato per molto piu' di quello che diceva (anche per colpa dello stesso autore) , ma le lacune sono evidenti. Bell curve non regge gli anni perche' non ha mai dimostrato niente con certezza, ha riproposto in modo sistematico una tesi che non e' mai stata dimostrata. 

Non a caso Murray contestualizza la sua analisi in quella che chiama “brain society”, ovvero una società libera che premia l’ iq elevato e che consente di “compensare” solo con il “carattere” (big five).

Qui Murray sembra ipotizzare (o dare per scontato) che una società strettamente meritocratica (e siamo d'accordo che l'Italia non lo è, come fanno notare giovanni_federico e OutLier) premierà il QI ed alcune componenti del carattere (l'operosità ad esempio).  In parte si può essere d'accordo, soprattutto dopo cambiamenti tecnici degli ultimi decenni che hanno accresciuto l'importanza del lavoro più qualificato.  Ma credo che questa sia una lettura parziale della situazione:  esistono caratteristiche indubbiamente rilevanti che non sono legate a tali fattori.  In defnitiva, se è vero che Murray parla di brain society (nel senso QI e Big Five), allora non argomenta la sua tesi in modo abbastanza generale.

Peraltro non capisco l'idea di cui parla andrea moro che siccome esistono differenze di capacità non si possa ridistribuire il reddito.  Sembra più vero l'opposto, e storicamente Murray è stato un sostenitore del reddito di base.  Se in questo libro ha cambiato opinione sarebbe interessante capire perché.

Ti diro

andrea moro 19/4/2012 - 16:21

che sono anch'io confuso su cosa veramente voglia dire Murray, forse dovevo chiarirlo nel post.

 

Forse vuole dire che e' inutile pretendere di adottare politiche che creino uguaglianza se questa non esiste. E che programmi che impongono uguaglianza sono inacettabili e creano dipendenza invece che benessere. Tanto vale usare quei soldi (che non sono pochi) per garantire alcune necessita' di base, social insurance per gli sfortunati, ma garantendo anche "free will", e cioe' l'opportunita' di acquisire miglioramenti delle condizioni materiali attraverso l'impegno personale, condizione necessaria, secondo Murray, per il benessere.

Forse vuole dire che e' inutile pretendere di adottare politiche che creino uguaglianza se questa non esiste. E che programmi che impongono uguaglianza sono inacettabili e creano dipendenza invece che benessere.

La ringrazio del chiarimento.  In effetti sembra una polemica rivolta all'egualitarismo liberal, che spesso dà per scontato che la disuguaglianza derivi da privilegi o disparità di trattamento da parte della società, trascurando la possibilità di differenze marcate nelle capacità individuali - basta leggere il NYT o altre fonti liberal per rendersene conto - e conseguentemente si pone obiettivi irrealistici.  Una puntualizzazione in questo senso era forse necessaria (assumendo che la tesi di Murray sia fondata), ma in mancanza di un ulteriore chiarimento rischia di togliere attrattiva al libro, che potrebbe essere bollato aprioristicamente come una difesa interessata dei privilegi esistenti.  Forse Murray avrebbe fatto meglio dedicando qualche paragrafo in più alla questione.

Riguardo alle proposte di policy vere e proprie, gli studi sulla felicità e life satisfaction offrono spunti IMHO molto interessanti, e mi chiedo se M. citi espressamente quest'area di ricerca.

Le ricette proposte da Murray, almeno per chi non lo conosce, sono piuttosto spiazzanti (e forse anche abbastanza contraddittorie).

Qui la reazione tipica di uno “spiazzato”.

perche' quelle proposte sembrano uno scherzo, davvero. Non si capisce da che cappello siano uscite

direi che murray ne parla, forse in modo un po' oscuro, ma un paio di sezioni dell'ultimo capitolo sono dedicate a questo. Non cita particolari fonti, ma sostiene che entro 20anni la ricerca psico-evolutiva e genetica arrivera' a dimostrarlo. 

Ma scusate, se (per dire) in Germania la diseguaglianza è più bassa che in USA, e la mobilità sociale è più alta, perchè il modello europeo secondo Murray (e non solo) dev'essere necessariamente negativo?

Ovviamente quando un Americano (US) parla di modello europeo può avere in mente le cose più disparate…

 

modello inglese (cioè tipo US ma con un tocco di snobismo e meno soldi, una versione imperfetta ed irrigidita del modello giusto)

 

modello francese (creativo ugualitario e casinista, votato al fallimento perché alla fine i francesi le prendono sempre)

 

modello tedesco (efficiente, metodico, nazionalsocialista, si sa che i tedeschi non hanno mai sciolto la Wehrmacht e vogliono ancora conquistare il mondo, ma alla fine finiscono male pure loro)

 

modello italiano (ok forse questo è africano, comunque bellissimo, gli italiani si godono il sole 365 giorni all’anno, non lavorano e vivono di espedienti derubando i turisti americani, ma bisogna esserci geneticamente portati)

Perche' secondo lui presuppone che i bisogni umani siano disaggregabili in componenti come cibo, salute, casa, vestiti, piuttosto che no. Quindi, soddisfacendo quelli, la gente diventa felice. 

Risposte

andrea moro 19/4/2012 - 15:46

Allora, per quanto riguarda 1 e 2, Murray si guarda bene dal fare confronti internazionali. Che concetto di famiglia c'e' in Svezia? Non credo sia simile al suo. In ogni caso, l'analisi si limita ai bianchi. 

 

Su 3 (crime), non ho la figura sottomano ma si, le cose sono migliorate in alcune dimensioni negli ultimi 20 anni, ma alcuni indicatori rimangono, per Fishtown, nettamente peggiori che negli anni 60. Per Belmont invece la linea e' piatta in tutto il periodo. C'e' anche da dire che Belmont+Fishtown non sono la totalita' della popolazione, c'e' in mezzo la middleclass per cui magari le cose sono migliorate. 

 

Va detto in ogni caso che il capitolo "Honesty" e' il piu' lacunoso. Crime rates sono una misura abbastanza spuria del concetto che credo Murray voglia misurare. 

Scusate ma non posso esimermi dal notare l'ovvio: tutte tesi estratte dal manuale dei pregiudizi della destra americana! Non per dire che sono tesi sbagliate, ma qualche dubbio sull'intuito e sulla visione di insieme di questo (in)famous Murray non puo' che venire.

 

Devo poi aver perso il punto nel quantificare l'onesta comparando i tassi di criminalita' tra fasce di reddito diverse. Mi sembra interessante almeno quanto  l'osservazione che la temperatura media diminuisce con la quota.

 

Ho sempre avuto la sensazione che negli stati uniti si incoraggiasse, culturalmente, molto di piu' il talento (lo studente che capisce tutto al volo) piuttosto del duro lavoro. Se poi ci mettiamo anche a discriminare certi gruppi perche' la media del loro IQ e' sotto 100, ignorando la varianza attorno alla media, allora Murray ha da spiegarmi dove sono andati a finire tutti quei discorsi sull'importanza dell'individuo nella societa'.

Se poi ci mettiamo anche a discriminare certi gruppi perche' la media del loro IQ e' sotto 100, ignorando la varianza attorno alla media, allora Murray ha da spiegarmi dove sono andati a finire tutti quei discorsi sull'importanza dell'individuo nella societa'.

Se per "discriminare" si intendono comportamenti ostili o disparità di trattamento arbitrarie, allora non credo che Murray sia a favore di ciò, considerando le implicazioni delle sue ricerche.  Piuttosto, mi sembra di poter riscontrare una certa dose di ipocrisia nei comportamenti della classe di Belmont, perché se è così segregata da quella di Fishtown un motivo ci sarà pure.

Bisogna anche considerare che gli esseri umani tendono per loro natura ad esercitare favoritismo verso i gruppi sociali di cui si considerano appartenenti ("endogruppi"), ed ostilità verso gli "esogruppi".  Quindi una situazione come quella descritta da Murray mi sembra foriera di tensioni sociali, anche se fortunatamente la società occidentale moderna (e a maggior ragione quella statunitense) stigmatizza fortemente comportamenti di questo tipo.  E ciò senza neanche considerare le implicazioni di questa segregazione per le diverse races ("razze"), che negli Stati Uniti hanno una certa importanza sociale per motivi storici.

e vero anche che  l'ipocrisia nell'upper class dilaga, e confesso che il luogo ideal per rendersene conto sono le scuole... avrei un paio di aneddoti anche, magari li racconto davanti ad una birra alle giornate di torino

Visti i danni causati dall'atteggiamento predatorio delle banche d'affari americane, il gonfiarsi a dismisura dei bonus degli alti dirigenti (che spesso fanno i CEO in un'azienda e siedono nel board di un'altra, e alla fine non fanno che alzarsi gli stipendi l'un l'altro), e altri simili piacevolezze che ultimamente hanno fatto molto discutere, non è così pacifico parlare della superiore onestà dell'upper class. Visto che il libro è di quest'anno, Murray fa almeno un accenno ai problemi etici nel sistema finanziario e politico? O forse gli onesti sono da cercare soprattutto nell'upper middle class, mentre ormai la vera upper class americana non vive più né a Fishtown né a Belmont, ma su Plutone?

 

Se la religiosità è correlata negativamente con il livello di istruzione (fatto ben noto, mi pare, almeno per il caso americano), e il livello di istruzione è correlato positivamente con quello sociale, non è strano che quest'ultimo sia di nuovo correlato positivamente con la religiosità?

 

P.S.: la tripla negazione nella frase "Non è solo che Murray non pensa che il governo non debba o possa [etc.]" è un po' indigesta!

 

 

si, Murray dedica alcune pagine alla "decadenza", per certi aspetti, dell'upper class. Non mi pare ne tragga particolari conclusioni, ma in ogni caso e' consapevole del rischio che la separazione fra classi crea dipendenza da una parte, e benessere fondato su vantaggi artificiosi e privilegi dall'altra. Insomma, il motore di un paese e' la mobilita' sociale. Quando questa diminuisce, i problemi aumentano. 

Insomma, il motore di un paese e' la mobilita' sociale. Quando questa diminuisce, i problemi aumentano. 

Davvero è questa la conclusione di Murray? In passato sosteneva - e mi pare lo faccia ancora, stando a quanto scrivi - che il successo è frutto dell'intelligenza,  e l'intelligenza è determinata principalmente da fattori ereditari: quindi la mobilità sociale meritocratica non fa altro che separare la popolazione in due gruppi in cui la linea di separazione fra le classi corrisponde sempre più a fattori genetici, dato che le persone intelligenti, salendo di classe, arricchiscono il corredo genetico dell'upper class e impoveriscono quello della lower class. Quindi la mobilità sociale non sarebbe affatto la soluzione del problema, ma solo uno dei suoi meccanismi.

 

quando parla di questo, e non e' lui che parla di mobilita' sociale. In ogni caso, vede con pericolo l'eccessiva separazione fra classi

Sorridono alla frase “tutti i bambini sono sopra la media”, e sanno esattamente a cosa si riferisce.

 

A cosa si riferisce questa frase?

... si riferisce ad uno dei monologhi di "prairie home companion", un famoso programma radiofonico, chiaro riferimento culturale per un settore della popolazione, che si conclude ogni settimana con la frase "this is the news from lake wobegon, where all men are good looking, all the women are strong, and all the children... are above average"

..non era davvero alla mia portata.
Comunque nessun dubbio sulla non appartenenza all' upper class: nel test supero in scioltezza S. Williamson pur prendendo necessariamente zero alle domande strettamente US correlate...

...che Prairie Home Companion e' un programma comico

Ma poi, chi l'ha detto a Murray che l'America e' stata fondata sulla religiosita'? I Founding Fathers erano al piu' deisti e/o massoni, e alcuni come Thomas Jefferson e John Adams avevano una pessima opinione delle religioni organizzate, da quella cattolica a quella calvinista; George Washington mise anche per iscritto (nel Trattato di Tripoli) che "the government of the United States of America is not in any sense founded on the Christian religion"...

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