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Spesa in cibo, reddito e vulnerabilità alimentare

1 commento (espandi tutti)

Non è così, per il semplice fatto che tutte le spese in logistica, distribuzione e marketing non sono spese "cattive" nè sprechi, ma sono spese che hanno lo scopo di ampliare la domanda dell'impresa che le sostiene. Naturalmente, visto che il mondo non funziona come i modelli neoclassici in cui non esistono costi di transazione,ricerca e trasporto, quando l'azienda investe in costi di distribuzione (come pure in pubblicità) amplia il proprio mercato potenziale. Se prima poteva vendere al massimo 100 kg di banane, sostenendo tutti i costi di marketing ora può venderne 10000. Questo ha un deciso impatto sul prezzo, perchè è grazie a questa espansione della domanda che i costi fissi (ma non è solo questo il discorso) possono spargersi su un numero di quantità più ampio, abbassando il prezzo finale ( e questo vale sia se ipotizzi che l'impresa massimizzi i profitti alla neoclassica, sia se ipotizzi che l'impresa applichi un ricarco sui costi medi, alla postkeynesiana).

 

In conclusione: se un decreto legislativo (solo quello può fermare il libero mercato) imponesse o incentivasse  il " km zero" le conseguenze derivanti da una tale contrazione della domanda (e dalla distruzione di molte forze concorrenziali, visto che creeremmo di fatto venditori quasi monopolisti ) farebbroe lievitare il prezzo da 4 ad un livello inconoscibile, ma forse nel medio periodo anche più alto dei 10 attuali. E sarebbe tutta materia prima. E quindi la tesi dell'autore rimane intatta.

 

Lo sbaglio nel ragionamento è non considerare i benefici di efficienza che derivano dal marketing, che permette di ampliare la propria domanda e dalla concorrenza tra venditori di territori diversi che vendono ognuno nel territorio altrui.