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Spesa in cibo, reddito e vulnerabilità alimentare

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A Pino Vallone:

Petrolio, gas e carbone (e anche uranio) non sono inesauribili e solo se si ignora questo fatto si può pensare che possiamo continuare a vivere trasportando cibo per migliaia e migliaia di chilometri

E' chiaro che il discorso cambia da prodotto a prodotto, e le medie vanno prese con le dovute molle, ma tutti gli studi seri in cui mi sono imbattuto sull'argomento sono concordi nell'attribuire al consumo di energia della fase del trasporto su lunghe distanze una incidenza minima rispetto al consumo di energia della fase di produzione del cibo. Ad esempio (mi scuso se non trovo il link, lo ritroverò ma le cifre sono quelle) solo il 4% delle emissioni complessive di gas serra associate al cibo proviene dai mezzi di trasporto su lunghe distanze, mentre l’83% è legato alla produzione degli alimenti (che non crescono quindi solo grazie a frate Sole e sòra Terra).

Questo significa che se vogliamo ridurre il consumo di combustibili fossili (e l'impatto ambientale) nella catena del cibo, dovremmo favorire il commercio su lunghe distanze o almeno non ostacolarlo, in quanto si consuma più energia producendo lo stesso quantitativo di prodotto in una zona non vocata (valga l'esempio delle fragole nell'altro commento) che facendolo viaggiare intorno al pianeta. Ha ragione chi ha detto, più su, che il prezzo di una derrata contiene molte informazioni sull'energia necessaria a produrlo, al netto di tutte le distorsioni che derivano dalle politiche agricole di questo o quel paese, dai dazi e dalle tariffe.

 

A Aldo Agostini:

Vaglielo a spiegare a un senegalese senza cibo che le carote costano di più di quanto necessario perchè, se in futuro i prezzi delle materie prime si alzeranno, lui non se ne accorgerà

Il mio punto non è quello di dare consigli ai senegalesi, o più in generale ai paesi in via di sviluppo. E' chiaro che per rendersi meno vulnerabili alle crisi alimentari i paesi in via di sviluppo devono fare una sola cosa: crescere. Ed è proprio quello che stanno facendo, spesso proprio cercando di soddisfare la crescente domanda globale di materie prime agricole: gli investimenti in terra coltivabile e infrastrutture, la meccanizzazione, il miglioramento genetico, l'apertura al commercio internazionale stanno progressivamente trasformando sistemi agricoli tradizionalmente vocati alla sussistenza di molti paesi dell'Africa subsahariana con benefici più che evidenti sia nel PIL che nelle condizioni di vita dei loro abitanti.

Il mio punto, casomai, si riferiva ai paesi sviluppati, e al rischio insito in una maggiore o minore esposizione alla volatilità dei prezzi del cibo (in un'epoca in cui questa volatilità esiste - per decenni i prezzi sono stati bassi e stabili).

 

A Giovanni Pomponio:

Masini sarebbe forse contento se nei mercati finanziari i titoli dovessero passare per 10 broker diversi facendo esplodere i costi di transazione?

Nessuno le vieta di portarsi a casa un sacco di farina (o meglio di frumento), con tutti gli altri ingredienti grezzi, e farsi il pane in casa. Io qualche volta ci ho provato, con occasionali risultati pregevoli. Se lo facesse si renderebbe conto senza difficoltà che alla fine della fiera avrebbe speso molto ma molto di più che acquistando una pagnotta bell'e fatta in panetteria o al supermercato, sia in termini di denaro speso che di tempo impiegato. E' solo una banalissima questione di allocazione più o meno efficiente delle risorse. Se paragona i passaggi della filiera agroalimentare con le transazioni di un titolo da un broker all'altro, è segno che ritiene i passaggi della filiera neutri rispetto al prodotto finale, e chiaramente non è così. Un po' da modello superfisso, per usare uno schema da lei citato: ad ogni passaggio dovrebbe corrispondere un aumento di prezzo corrispondente al costo dell'intermediazione, per cui riducendo questi passagi si dovrebbe ridurre il prezzo finale, lasciando il prodotto invariato. Chiaramente non è così, e il cibo che fa più strada è, in genere, quello che costa meno.

per la nostra salute è meglio mangiare prodotti conservati o trasformati il meno possibile

Questa frase non significa nulla, è una generalizzazione che non ha alcun fondamento scientifico. Ci sono cibi e cibi, e sarebbe corretto valutare caso per caso. In ogni caso il nostro stile di vita, anche quello alimentare, non è neutro rispetto al miglioramento generale della nostra salute e all'aumento dell'aspettativa di vita dell'ultimo secolo.

Affermare che, saltando uno o più passaggi nella filiera, con conseguente riduzione dei costi, gli operatori tagliati fuori muoiono di fame (...)

Dov'è che avrei affermato una cosa simile? :-)

è chiaro che giochi in casa, ma va benissimo.

Inoltre mi sembra poco chiara l'ipotesi che saltando qualche passaggio i costi debbano diminuire,perchè in realtà nessun passaggio può essere fisicamente saltato, coltivazione, stoccaggio, distribuzione trasformazione e vendita esistono dal tempo dei sumeri.
Secondo aspetto è che i costi dei trasporti sono stati abbattuti dalla logistica intermodale, distribuire su più "passaggi" un trasporto non è una fisima stravagante, lo si fa perchè alla fine costa meno..

eliminato

agori 18/3/2013 - 20:29

cdo

Il mio discorso è riferito a quei prodotti non destinati alla trasformazione. Non intendo sostenere il km zero a ogni costo, ma ritengo che sia auspicabile in tutti quei casi in cui produrrebbe la soluzione più efficiente. Quindi non mi auguro certo che chi ha bisogno di 5 volte le risorse della California per produrre lo stesso quantitativo di fragole, si metta a farlo in nome del km zero, tuttavia non ritengo giusto che, all'opposto, venga introdotta una normativa che miri a incentivare un razionamento della produzione californiana al fine di favorire l'importazione di fragole da altri Paesi meno efficienti nella stessa produzione.

mi sembra un programma molto misterioso, già nella sua formulazione terminologica: in genere si incentiva una produzione, non la sua restrizione. Urge una spiegazione!

Faccio solo un breve cenno per ricordare alcune vistose storture dei programmi agricoli della UE (PAC) che incentivano la non coltivazione dei campi, la distruzione delle eccedenze agricole e l'importazione di latte in territori che hanno un surplus produttivo interno.

 

Non sono un esperto dell'argomento, ma se ce ne fosse qualcuno gli chiederei di aiutarmi a comprendere queste apparenti storture di disincentivo alla produzione.

Proprio a questo mi riferivo. Non sono esperto dell'argomento ma sicuramente le quote latte corrispondono alla definizione che ho dato, e ho sentito casi anche in ambito ortofrutticolo.

Le quote latte sono una porcheria. E' bene pero' ricordarsi perche' sono state introdotte e non dare per scontato cosa succedera' quando verranno eliminate (nel 2015, si spera).

Le quote latte hanno lo scopo di sostenere i prezzi del latte, in modo tale da assicurare una certa remunerazione ai produttori, ovviamente a scapito dei consumatori.

Con l'eliminazione delle quote, i prezzi caleranno e i produttori piu' inefficienti usciranno dal mercato. La localizzazione della produzione cui si addiverra' non e' ovvia, perche' dipende da dove sono localizzati i produttori piu' efficienti.

Io congetturo che i sostenitori del km0 avranno una brutta sorpresa, in quanto mi aspetto che la produzione si concentrera' notevolmente dal punto di vista geografico.

In Europa la produzione è già piuttosto concentrata, in effetti, in poche macroaree. Il latte base è una materia prima come tutte le altre, e come tale non esiste l'obbligo di dichiararne la provenienza in etichetta, tranne che nel caso di prodotti dop e igp.

Le quote latte sono una porcheria. E' bene pero' ricordarsi perche' sono state introdotte e non dare per scontato cosa succedera' quando verranno eliminate (nel 2015, si spera).

Purtroppo non darei tanto per scontato che verranno eliminate nel 2015, comunque.

Sono d'accordo che in generale le politiche distorsive dell'offerta producono effetti avversi per la maggiorparte dei soggetti interessati.

Detto questo, occorre sempre ricordare che affinche' sia efficiente produrre fragole in un terreno non e' sufficiente stabilire che quel terreno abbia la produttivita' piu' alta nel produrre fragole, appunto. E' possibile che vi sia un'altra attivita' economica in cui quel terreno ha un vantaggio ancora piu' alto rispetto agli altri. 

Per fare un esempio di scuola: supponiamo che un lotto vicino a Grand Central Station a Manhattan sia il terreno piu' adatto nel mondo alla produzione di fragole. Nonostante questo, spero sia ovvio ai piu' che produrvi fragole non sarebbe sensato.

Ora basta un minimo sforzo d'astrasione per comprendere che sia il vantaggio comparato e non il vantaggio assoluto (di produttivita') a determinare l'utilizzo efficiente di un terreno.

Grazie

Francesco Forti 19/3/2013 - 15:09

tutti gli studi seri in cui mi sono imbattuto sull'argomento sono concordi nell'attribuire al consumo di energia della fase del trasporto su lunghe distanze una incidenza minima rispetto al consumo di energia della fase di produzione del cibo

...  è quello che sostenevo qui, alcuni messaggi fa. Qualche dato non farebbe male ma il punto principale è che una crisi energetica vera si rifletterebbe immediatamente sul numero di abitanti che questo pianeta puo' permettersi con un'agricoltura tradizionale, non meccanizzata. I sostenitori della decrescita non avrebbero mai il coraggio di guardare negli occhi di chi è condannato a morire, felicemente )?), per questa scelta.