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Spesa in cibo, reddito e vulnerabilità alimentare

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Leggo l'articolo, molto interessante sul piano tecnico, e resto molto perplesso sulle conseguenze logiche che, si sostiene, dovrebbero conseguirne.

Dovremmo infatti dedurne che l'enorme differenza tra il prezzo al consumo delle derrate alimentari rispetto al costo delle materie prime è un vantaggio? Lo potrebbe essere, forse (ma si legga oltre), per i paesi ricchi, non certo per i paesi poveri, dove il mangiare è un bene primario non assicurato a tutta la popolazione.

Il fatto che il prezzo delle materie prime incide in maniera molto rilevante nei paesi del terzo mondo, con ogni probabilità, deriva soprattutto dalla enorme differenza di valore dei prezzi , in termini assoluti, tra detti paesi e quelli ricchi.

Insomma, credo che il dato presentato da Giordano Masini dovrebbe errere prima intrecciato con le dinamiche dei prezzi espresse in temini assoluti (quanto costa una carota negli Stati Uniti e nel Camerun?), per trarne delle conseguenze più interesanti.

In ogni caso, non credo che sostenere che sia positiva a priori la circostanza dell'esistenza di un grosso differenziale tra i prezzi delle materie prime e quelli al dettaglio sia una buona cosa. E' come sostenere le politiche inflazionistiche per creare sviluppo effimero.

In ogni caso l'economia deve essere sempre lagata alla produzione. L'accorciamento della filiera (quando non pregiudizialmente annunciato con motivazioni ideologiche e non economiche, come nel caso di Grillo), quando diretto a rendere più efficiente il mercato e a sviluppare un consumo più consapevole e meno voluttuario, è sempre positivo.

Mi rendo conto di non produrre dati a motivazione della mia tesi e leggerò con piacere ogni commento che la confuti o documenti, ma tengo a rimarcare che non si tratta, come ho detto prima, di una posizione ideologica ma pragmatica. Tutti i paesi occidenziali avanzati debbono comunque recuperare un enorme debito estero o interno, quindi devono produrre meglio e di più, anche riqualificando le spese interne. Non credo che la strada di confermare le enormi sovrastrutture nel settore della distribuzione sia la strada giusta.

Sono completamente d'accordo con te. Masini sarebbe forse contento se nei mercati finanziari i titoli dovessero passare per 10 broker diversi facendo esplodere i costi di transazione? Direi proprio di no, e non vedo per quale motivo per i prodotti alimentari dovrebbe essere diverso. Oltre al fatto che per la nostra salute è meglio mangiare prodotti conservati o trasformati il meno possibile.

Affermare che, saltando uno o più passaggi nella filiera, con conseguente riduzione dei costi, gli operatori tagliati fuori muoiono di fame e i soldi risparmiati dai consumatori vanno a ridurre il valore aggiunto dell'economia, è da modello SUPERFISSO. In un modello più plausibile, a parità di reddito disponibile, i soldi risparmiati saltando la filiera riducono la percentuale del reddito destinata ai consumi alimentari, come auspicato da Masini stesso, e possono essere destinati ad acquistare altri beni o servizi. Gli operatori, allo stesso modo, dovranno trovarsi un'occupazione più utile o modificare il proprio portafoglio di attività.

Più che quanto costa una carota negli Stati Uniti o nel Camerun, dovremo cercare di sapere quanto costa produrla, e non è solo un problema di costo del lavoro, anzi lo è in minima parte.

Delle carote so poco, ma so, per fare un esempio, che per produrre in Ontario la quantità di fragole che produce un ettaro di terreno in California, ci vogliono 5 ettari. Questo significa che per avere la stessa quantità di fragole vicino casa, in Ontario dovranno avere a disposizione una superficie 5 volte maggiore, impiegare 5 volte più fertilizzanti e agrofarmaci, utilizzare macchinari e forza lavoro per un tempo 5 volte maggiore, consumare 5 volte più gasolio e via discorrendo (lascio da parte l'acqua perché in quel caso influisce anche la differente frequenza delle precipitazioni).

L'esempio mi serve a dire che in realtà politiche che implementano il consumo locale, il km zero e via discorrendo ci porterebbero a spendere molto di più per il cibo, e non di meno. Infatti se in Ontario volessero, magari attraverso dazi e tariffe, tenere fuori le fragole californiane e consumare solo quelle prodotte localmente, dovrebbero pagare un prezzo che tenga conto di questa enorme differenza nei costi di produzione, potendo scontare solo il costo del trasporto su lunghe distanze, che poi è la parte più efficiente dell'intera filiera agroalimentare.

Quindi certe "enormi sovrastrutture nel settore della distribuzione" tendono a ridurre la nostra spesa per il cibo (non sempre, per carità), quindi il paragone con le politiche inflazionistiche per creare consumi e sviluppo effimero non è corretto.

Senza contare poi che confinare i nostri fornitori di cibo in un'area geografica ristretta ci esporrebbe alla volatilità dei prezzi e all'insicurezza alimentare anche per un'altra ragione: sarebbe sufficiente un'annata storta dal punto di vista climatico e raccolti insufficienti per lasciarci a secco di scorte, senza che i raccolti più abbondanti di altre aree del pianeta possano intervenire a calmierare i prezzi. Ma questo è un altro discorso.