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Fondazioni bancarie e sistema bancario: riassunto del convegno

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Dire che le fondazioni fanno beneficenza è come dire che le banche prestano soldi (una sintesi, oggi ancor più fuorviante). Dire che la Fondazione Roma è una buona fondazione perché ha alienato la partecipazione nella banca conferitaria, vuol dire confondere i mezzi (la redditività del patrimonio, e quindi la diversificazione) con i fini (l’utilità sociale, e quindi migliore Ricerca, Cultura e Servizi Sociali). Dire poi che una fondazione è brava perché ha fatto un museo (vecchia beneficenza), vuol dire ignorare gli sforzi che stanno facendo le altre fondazioni bancarie per avvicinarsi alla filantropia strategica di stampo anglosassone, come hanno fatto ad esempio 10 di loro con l’iniziativa fUNDER35 a sostegno dell’impresa culturale giovanile. Se si considera poi che il Presidente della Fondazione Roma si sente l’ottavo re di Roma, è presidente di ogni ente strumentale di diretta emanazione della stessa (musei, enti non profit, altre fondazioni, etc.), guadagna più di Obama e del Governatore della Banca d’Italia (http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/fondazione-fai-da-te-a-spese-...), ecco che allora, l’equazione “diversificazione=gestione efficiente” non regge più molto. Se si aggiunge infine che alla Fondazione Roma sono più di 4 anni che non si fanno bandi e che le scelte di erogazione vengono gestite in pratica tutte dal Presidente, ecco che anche l’efficacia stessa della fondazione sembra messa in discussione. Questa introduzione mi serve per suggerire che, nel momento in cui si adotta un approccio scientifico alla finanza, per verificare se la banche funzionano bene o male, lo si dovrebbe fare anche con la filantropia, per valutare come lavorano le fondazioni. Altrimenti si rischia – anche se con intenti diversi – di fare lo stesso errore che ha fatto Tremonti: cercare di intervenire sulle fondazioni, per migliorare (ottenere) le banche. Invece l’approccio dovrebbe essere quello di intervenire sulle fondazioni, per migliorare la loro gestione e, di conseguenza, l’attività delle banche. Intendiamoci, anch’io sono convinto che le fondazioni dovrebbero uscire dal capitale sociale delle banche, ma si può trovare il modo di farglielo fare senza imporglielo (e rispettando cioè il loro carattere privatistico). Come? Facendo leva, come avete detto voi, sugli incentivi, o meglio sulla responsabilità degli amministratori. Se si proponesse, come ha fatto la Banca d’Italia per gli intermediari finanziari, che anche l’Autorità di Vigilanza sulle fondazioni avesse il potere di rimuovere i cattivi Amministratori, nel caso anche di una perdita durevole nel valore del patrimonio, ecco che gli amministratori delle fondazioni sarebbero più incentivati a cercare l’efficienza (e quindi la diversificazione) piuttosto che ad assecondare eventuali pressioni della politica. Poi che gli amministratori siano politici, banchieri o professori, poco conta, l’importante è che facciano le scelte giuste.