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L'unità e la dis-unità d'Italia. Dialogo. (II)

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i) ruolo del capitale sociale esistente nel 2011 nel causare il divario Nord Sud

ii) origini storiche (comunali, o settecentesche) del capitale

Da i) non discende ii).

D'accordo.

si potrebbero fare altre ipotesi altrettanto plausibili, sulla carta. Il problema è che poi  bisogna in qualche maniera dimostrare le ipotesi

Premesso che non e' possibile dimostrare in senso matematico nulla che abbia a che fare con la vita reale, le pubblicazioni che ho citato riportano per quanto capisco il genere di evidenza empirica ritenuta appropriata nella ricerca su questi temi, con il caveat gia' scritto delle difficolta' e incertezze nel descrivere realta' complesse con un insieme molto incompleto di dati quantitativi.  I lavori citati di Guiso/Sapienza/Zingales documentano dati empirici e loro interpretazione a sostegno delle loro ipotesi che il capitale sociale dipenda da vicissitudini storiche (anche relativamente brevi "shock culturali") trasmesse poi dalla cultura attraverso lunghi periodo di tempo. Anche Tabellini ha pubblicato analisi di dati a sostegno di ipotesi simili.

Caro Alberto

vediamo di capirci. La frase

le pubblicazioni che ho citato riportano per quanto capisco il genere di evidenza empirica ritenuta appropriata nella ricerca su questi temi

 non è sufficiente. I nostri dubbi derivano proprio dal fatto che non riteniamo "appropriata" l'evidenza empirica di Guiso et al per una serie di ragioni che Michele ha iniziato ad esporre. Per comprendere le critiche bisogna avere alcuni strumenti concettuali base. In parte è questione di dati, ma non solo. I dati bisogna saperli scegliere ed interpretare con le tecniche statistiche adatte. Tutto il dibattito in economia (e storia economia) verte appunto sulla scelta dei dati rilevanti (attraverso un modello ragionevole e teoricamente fondato) e delel tecniche. Chi partecipa al dibattito (o a dibattiti su temi analoghi) appunto conosce modelli e tecniche

 

La frase

le pubblicazioni che ho citato riportano per quanto capisco il genere di evidenza empirica ritenuta appropriata nella ricerca su questi temi

 non è sufficiente. I nostri dubbi derivano proprio dal fatto che non riteniamo "appropriata" l'evidenza empirica di Guiso et al per una serie di ragioni che Michele ha iniziato ad esporre. Per comprendere le critiche bisogna avere alcuni strumenti concettuali base.

Va bene, prendo atto e in realta' leggo con interesse di dilettante della materia.

Preciso anche che con "appropriata" intendo almeno appropriata ad arrivare a pubblicazione in una rivista peer-reviewed e ad ottenere l'interesse e anche un notevole seguito tra colleghi ed esperti.

Poi non posso decidere io quanto attendibili e confermate dagli studi pubblicati siano le ipotesi in discussione, ritengo tuttavia di poter farmi una mia opinione personale (da dilettante), anche prendendo atto che

  1. molti esperti condividono per iscritto, in atti pubblicati di un convegno del 2010, certe conclusioni di lavori pubblicati da GSZ e da Tabellini
  2. altri esperti espongono sugli stessi lavori critiche che sono egualmente rilevanti

Per evitare di essere frainteso, con quello che ho citato non pretendo di dare per dimostrato, nemmeno dimostrato secondo gli standard degli economisti, che valgano le ipotesi discusse sulla persistenza del capitale sociale. Voglio pero' far capire che si tratta almeno di una posizione autorevole, documentata nelle pubblicazioni, e con un certo seguito tra gli esperti che partecipano al dibattito scientifico sulla materia.

Capisco poco dell'argomento per cui faccio solo una considerazione logica.

Se situazioni attuali possono dipendere da un "capitale sociale" avente origini storiche nei Liberi Comuni dell'XI secolo, mi chiedo quale "capitale sociale" abbia determinato la nascita dei L.C. al nord e al centro e non al sud e, eventualmente, quale possa essere la sua origine?

La Storia, infatti, non è iniziata nell'XI secolo.

Se situazioni attuali possono dipendere da un "capitale sociale" avente origini storiche nei Liberi Comuni dell'XI secolo, mi chiedo quale "capitale sociale" abbia determinato la nascita dei L.C. al nord e al centro e non al sud e, eventualmente, quale possa essere la sua origine?

Un accidente, dovuto a variabili non osservate e probabilmente non osservabili, ma sostanzialmente casuale.  Anche nel Nord Italia non tutti gli agglomerati sono diventati liberi comuni, alcuni che avevano le caratteristiche per diventarlo (erano sede di un vescovo, erano state libere citta' etrusche) non sono diventati liberi comuni, sempre per motivi casuali.  E gli studi che ho citato di GSZ misurano delle differenze di capitale sociale ancora oggi tra centri molto simili tra loro nel Nord Italia per collocazione geografica e condizioni storiche, ma dove uno ha avuto l'esperienza di libero comune e l'altro no.

In linguaggio tecnico gli autori considerano l'esperienza dei liberi comuni "esogena", cioe' data senza spiegazione, per caso, dal cielo, ma che poi ha effetti duraturi trasmessi culturalmente.  Ovviamente nei dettagli prima il libero comune nasce come aggregazione iniziale, e questo e' forse l'evento casuale primario, poi attraverso la competizione o altri eventi esterni, come i Normanni (ancora decisivi elementi casuali) sopravvivono alcuni comuni mentre altri vengono soffocati prima che possano sperimentare durevolmente le traversie della citta'-Stato libera.

A me come dilettante sembra, dalla lettura della storia di intensa competizione specie militare cui sono andati incontro i liberi comuni, che sia possibile che quelle esperienze abbiano inciso profondamente nella cultura degli abitanti.

Certi dettagli ad esempio della storia di Venezia, su come ha fatto fronte da sola alla Lega di Cambrai, oppure su come ha reagito a infine vinto i genovesi che l'avevavo duramente sconfitta piu' volte ed erano arrivati a conquistare Chioggia, sono indicativi di un civismo eccezionale di cui nell'Italia di oggi si e' persa la memoria e perfino la capacita' di comprensione, a favore del motto nazionale "purche' se magna".

Ma Venezia era governata da una oligarchia dalla serrata del Gran Consiglio del 1296 (se ricordo bene la data) - assolutamente non democratica.

Ma Venezia era governata da una oligarchia dalla serrata del Gran Consiglio del 1296 (se ricordo bene la data) - assolutamente non democratica.

E' vero, sono d'accordo. Probabilmente hanno avuto maggiori conseguenze civiche le associazioni piu' democratiche delle valli svizzere e tirolesi dove, scommetto, si misura oggi capitale sociale superiore al Veneto. Peraltro le esperienze interamente democratiche sono state molto limitate in tutto il mondo fino a tempi recenti. In Italia si tratta di capire quali esperienze hanno avuto potenzialmente impatto culturale positivo a favore di comportamento civico (liberi comuni tipicamente oligarchici anche se magari non in maniera formale come Venezia dopo la serrata), oppure altre realta' dove ha prevalso il principio del "purche' se magna" senza episodi rimarchevoli di azione comune per obiettivi comuni.

C'era forte spirito civico nei patrizi veneziani, e la bonta' della loro amministrazione riscuoteva un buon livello di rispetto e devozione da parte del popolo inclusi i ricchi borghesi pur esclusi dalla politica, e anche, in seguito alle dedizioni, un buon livello di rispetto e devozione da parte dei ceti popolari dell'entroterra veneto, e non solo. L'oligarchia veneziana aveva nei fatti un elevato consenso, e non c'erano in giro, a quei tempi, alternative molto piu' democratiche, anzi. Tracce del consenso se ne trovano nell'insurrezione di Treviso contro l'occupazione della Lega di Cambrai, nei racconti del Ruzante e in molti altri episodi che arrivano perfino ad oggi.

Tutte queste sono opinioni da dilettante ma eventualmente posso fare qualche citazione da quello che ho letto.