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L'unità e la dis-unità d'Italia. Dialogo. (II)

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Premesso come nel primo commento che la mia competenza sul tema e' puramente dilettantesca, cito alcuni brani di un articolo di ricerca economica che mi ha ulteriormente convinto della fondatezza delle affermazioni di R.D.Putnam, Le tradizioni civiche delle regioni italiane (1993).

Si tratta di  L.Guiso, P.Sapienza, L.Zingales, Long Term Persistence, agosto 2008

Il contenuto e' cosi' riassunto dagli autori:

Is social capital long lasting? Does it affect long term economic performance? To answer these questions we test Putnam’s conjecture that today marked differences in social capital between the North and South of Italy were due to the culture of independence fostered by the free city-states experience in the North of Italy at the turn of the first millennium. We show that the medieval experience of independence has an impact on social capital within the North, even when we instrument for the probability of becoming a city-state with historical factors (such as the Etruscan origin of the city and the presence of a bishop in year 1,000). More importantly, we show that the difference in social capital among towns that in the Middle Ages had the characteristics to become independent and towns that did not exists only in the North (where most of these towns became independent) and not in the South (where the power of the Norman kingdom prevented them from doing so). Our difference in difference estimates suggest that at least 50% of the North-South gap in social capital is due to the lack of a free city-state experience in the South.

Gli autori sostengono (e per me in maniera convincente, leggendo l'articolo) che i dati esaminati confermano o quantomeno sono ben compatibili con l'ipotesi di Putnam che l'esperienza storica dei comuni medievali abbia avuto un effetto positivo sulla formazione di capitale sociale nel Nord Italia, e che tale esperienza storica potrebbe spiegare il 50% delle differenze tra Nord e Sud Italia.

Gli stessi autori hanno scritto due altri interessanti articoli sul capitale sociale che ho scoperto con queste ultime ricerche.  Si tratta di:

Social Capital as Good Culture, Journal of the European Economic Association, April-May 2008, Vol. 6, No. 2-3: 295-320.

To explain the extremely long-term persistence (more than 500 years) of positive historical experiences of cooperation (Putnam 1993), we model the intergenerational transmission of priors about the trustworthiness of others. We show that this transmission tends to be biased toward excessively conservative priors. As a result, societies can be trapped in a low-trust equilibrium. In this context, a temporary shock to the return to trusting can have a permanent effect on the level of trust. We validate the model by testing its predictions on the World Values Survey data and the German Socio Economic Panel. We also present some anecdotal evidence that differences in priors across regions are reflected in the spirit of the novels that originate from those regions.

In questo lavoro gli autori studiano con quali meccanismi il capitale sociale si trasmette da una generazione all'altra.

Il secondo lavoro e' molto recente, Civic Capital as the Missing Link, NBER Working Paper No. 15845 Issued in March 2010.

In questo studio gli autori introducono una definizione di capitale sociale intesa a superare alcune critiche passate:

we introduce a definition of social capital as civic capital, i.e. those persistent and shared beliefs and values that help a group overcome the free rider problem in the pursuit of socially valuable activities. This definition has several advantages. First, it clearly identifies the cultural norms and beliefs that matter: only those that help members of a community to solve collective actions problems. As such, social capital has a positive economic payoff. It also clarifies why the definition deserves the word ―capital‖—because it is durable. Third, as we will show not only does this definition satisfy the Solow‘s critique, but it can be easily incorporated into standard economic models, such as Tabellini (2008).

Secondo gli autori, il capitale sociale cosi' definito spiega la persistenza di diversi livelli di sviluppo economico.

Finally, we argue that civic capital is the missing ingredient in explaining the persistence of economic development. Civic capital is both empirically and theoretically correlated with the notion of social infrastructure introduced by Hall and Jones (1999) to explain the high labor productivity of developed economies. And civic capital is highly persistent, since all the methods for its transmission (interfamily transmission, formal education, and socialization) take long time. For this reason, communities/countries that, for an historic accident, are rich in civic capital enjoy a comparative advantage for very extended periods of time.

Riporto anche la conclusione, dove gli autori riconoscono che la materia merita di essere ulteriormente approfondita e accennano alle critiche cui e' stato soggetto il concetto di capitale sociale, di cui parlano diffusamente nel corpo dell'articolo.

The growing literature on social capital has been plagued by ambiguity on what social capital is. This ambiguity has made it difficult for this concept to be fully accepted in the mainstream economic debate. In this chapter we propose a narrower definition of social capital that satisfies the criteria of an economic definition of capital (Solow, 1995) and clearly differentiates social capital from physical and human capital. We argue that this so-defined civic capital is an important omitted factor of production. In fact, it can help explain the Solow residuals when applied to levels (instead of growth rates) of GDP.
While we consider this avenue very promising, we are very aware that much remains to be done. First of all, our definition is still far from delivering measures that can be readily used in national accounts. The most promising component of such a measure is trust. Trust is well-founded economically, it is easy to measure, and seems to be correlated with the variables of interests. Other survey-based measures of values seem less satisfactory.

 

Ora mancherebbe una definizione di "Trust"...

Ora mancherebbe una definizione di "Trust"...

Piu' o meno si sa cosa significa "trust".  Operativamente, gli autori spiegano nella sezione 3.1 dell'articolo citato come calcolano un indice proporzionale al capitale sociale da loro definito usando i sondaggi internazionali disponibili sui valori e le credenze (values and beliefs). Un particolare sondaggio usato e' intitolato "World Values Surveys", e include domande sul livello di fiducia rispetto agli altri, alle istituzioni e cosi' via.

 

[Questo commento era stato prima erroneamente postato come proveniente da "redattori". Chiedo scusa, stavo facendo altre cose e mi sono scordato di uscire da quel conto e rientrare come Michele Boldrin.]

Dunque, io capisco (come dicono gli anglo) where you are coming from.

Ma c'è un problema, anzi ce ne sono svariati, con questi lavori di G-S-Z. Siccome ho poco tempo e sono in viaggio di lavoro li discuto uno alla volta, quando ho un ritaglio di tempo. Questo commento sarà, quindi, "in fieri" per un paio di giorni. Quando lo termino lo segnalo. Andiamo per ordine:

1) C'è un confusione (non tua, ma di molta della letteratura in questione) fra "correlazione" e "causalità". Credo la differenza sia ovvia, in generale. Nel caso particolare (Italia, comuni, sviluppo diseguale) abbiamo inteso sottolinearla osservando che la correlazione (da cui molti inferiscono causalità) fra misure di sviluppo economico e "esperienza comunale" (chiamiamola così) era debolissima a metà del XIX secolo ed è andata aumentando nel tempo. Se si fosse andati indietro nel tempo, anche solo di un 50 anni, sono disposto a scommettere che sarebbe risultata uguale a zero o negativa. Quella contemporanea, ossia attorno al XII-XIV secolo, era probabilmente pure zero o negativa, visto che le condizioni economiche generali dell'Italia del Sud non erano peggiori ed in molte istanze migliori di quelle del Nord o delle zone dove c'erano i comuni o, se guardiamo all'oggi, alle zone "ex stato papalino" dove oggi sia il reddito che il cosidetto "capitale sociale" appaiono essere massimi, ossia l'Emilia Romagna ed altre regioni del centro Italia. Questi FATTI, mai tenuti in considerazione, hanno un impatto dirompente sulla tesi lì suggerita. Se il cosidetto "capitale sociale" ("cs" d'ora in poi, in commento più tardo renderò esplicito perché ci siano le virgolette) avesse l'effetto positivo sullo sviluppo economico-sociale che gli si attribuisce e fose "dovuto" (ossia "causato") dall'esperienza comunale ALLORA perché tale impatto tarda quasi 700 anni a manifestarsi? Detto altrimenti, in che senso quella cosa che l'esperienza comunale allegedly determina e crea e che i Normanni al Sud o il Papa o chi altro NON determina, dicevo questa "cosa misteriosa" perché è rilevante solo per la tecnologia industriale e post-industriale e non lo è anche prima? Se uno non sa spiegare questo strano fatto, questo "dormire" del "cs" per secoli in attesa che arrivi la rivoluzione industriale, l'unificazione, la tecnologia contemporanea, per poi rivelarsi e rendersi utile, allora non esiste alcuna teoria, alcuna prova di nulla, alcun meccanismo causale. Esiste solo una correlazione del tutto spuria ed ottenuta, perdippiù, facendo attenta selezione dei dati sul piano temporale (e territoriale, ma su questo torno in punto separato). Puoi fare tutte le diffindiff che vuoi, non cambia nulla. Peggio ancora: se usi variabili strumentali come quelle che GSZ usano, meglio avere uno straccio di teoria che spieghi i meccanismi causali fra l'avere origine etrusca - diretta o va bene anche quella indiretta? Basta un poco di conoscenza della storia archeologica del paese per chiedersi, ma Roma e le città della Campania che furono create dall'espansione etrusca, come le calcoliamo? - o avere avuto un vescovo nell'anno 1000 - perché l'anno 1000? In base a quale modello dell'evoluzione storica? In particolare, perché i vescovati del Sud non contano? In che senso erano "diversi"? ... - ed averci poi il "cs" nel 1300 e lo sviluppo economico-sociale differenziale settecento anni dopo. Già da sola, a mio avviso, questa osservazione basta ed avanza per rendere il tutto alquanto dubbio. Ma questo non è che l'inizio, ora vado a pranzo con Nacho, Marco e compagnia.

Vedo che alcuni dei degli studi che ho letto e citato vengono citati e riassunti dall'Economist nel rapporto speciale sull'Italia di giugno 2011, http://www.economist.com/node/18780831:

If this problem were only 30 years old it might be easier to fix, but the gap between the north and centre of the country and the south goes back much longer. If you know how any place in Italy was governed in the 14th century—as a self-governing commune, as part of the Papal states or by a monarchy in the south—you can predict with reasonable certainty what proportion of people there would come out to vote in a referendum tomorrow or donate blood. That is an awful lot of history to push against. And if you plot indicators of a successful society—from the ease of doing business to turnout in elections to educational attainment—on a map of Italy’s boot today, you get the same differentiation between north and south.

What has caused this strange predictability? Since the publication of Robert Putnam’s book “Making Democracy Work” in 1993, the main explanation put forward has been that the self-governing communes and city states that sprang up in the north of the country during the late Middle Ages built up reserves of social capital (or trust in fellow citizens) that have proved remarkably enduring. The south of the country, ruled by a monarchy and characterised by large landholdings worked by peasants, lacked this crucial resource. Three economists who studied this subject recently, Luigi Guiso of the European University Institute, Paola Sapienza of Northwestern University and Luigi Zingales of the University of Chicago, found that at least half of the gap in social capital between the north and south is due to the absence of free city-states in the south.

Il giornalista dell'Economist non fa propria questa teoria, tuttavia non cita altri lavori scientifici su questo tema che contraddicano i due lavori di ricerca citati.