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L'unità e la dis-unità d'Italia. Dialogo. (II)

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Premesso e sottolineato che la mia competenza sul tema e' puramente dilettantistica, vorrei citare qualcosa dalle mie letture per far capire perche' ero arrivato alla conclusione che il capitale sociale:

  1. desse un contributo proporzionale positivo alla crescita economica, ceteribus paribus
  2. spiegasse il divario di sviluppo Nord - Sud dopo l'unificazione italiana

Michele Boldrin e Giovanni Federico la pensano molto diversamente, secondo quanto leggo qui e altrove in nFA. Questo mi ha fatto riflettere e mi ha spinto a controllare quali elementi, nelle mie letture, avevano prodotto le convinzioni sopra. Esponendoli, vorrei cercare di far capire ai lettori che volessero proseguire che - a parte errori assortiti da dilettante - le convinzioni sopra mi vengono dalla lettura di pubblicazioni di economisti che a me almeno appaiono seri e affidabili.

Prima un breve elenco delle mie principali letture sul tema con una telegrafica introduzione:

  1. R.D.Putnam, Le tradizioni civiche delle regioni italiane: qui sono definite e misurate le "tradizioni civiche" - che risultano diverse tra Sud e Nord Italia, viene fatta l'ipotesi che le tradizioni civiche del Nord Italia siano collegate con l'esperienza storica dei comuni medievali, viene scritto che nel contesto di un unico Stato (con uguali istituzioni formali) c'e' convergenza socioeconomica di regioni diverse ma accomunate da simili tradizioni civiche (ma cerchero' di ritrovare le espressioni esatte di Putnam).
  2. Guiso, Sapienza, Zingales, "Long term persistence", uno studio economico e storico che conferma im maniera per me convincente l'ipotesi di Putnam che il maggiore capitale sociale del Nord sia collegato con l'esperienza storica dei comuni medievali
  3. Due recenti convegni di Bankitalia, uno del 2009 e uno del 2010, nei quali, particolarmente nel secondo, praticamente tutti i relatori, inclusi nomi noti come G.Tabellini, affermano di ritenere che il capitale sociale sia un elemento fondamentale per spiegare le differenze economiche tra Nord e Sud Italia. Le referenze degli atti di questi convegni mi hanno poi spinto a leggere velocemente alcuni altri lavori sul capitale sociale, per es. di G.Tabellini.

Perche' la definizione operativa di capitale sociale mi e' sembrata sensata.

Per Putnam cio' che puo' spiegare il buon funzionamento delle istituzioni regionali e' il fatto che i cittadini si occupino degli affari pubblici (civic engagement, mostrare di essere una "civic community").  Per misurare un indice sintetico chiamato "civic community index", considera:

  1. la percentuale di persone che votano il partito senza dare voto di preferenza personale
  2. la partecipazione ai referendum
  3. il fatto di leggere un giornale
  4. essere membro di un'associazione

Come si vede a nella tabella 4.4 a p.96 (edizione USA, R.Putnam, MAKING DEMOCRACY WORK CIVIC TRADITIONS IN MODERN ITALY, Copyright © 1993 by Princeton University Press) i 4 indicatori sono tutti molto correlati (>73%) tra loro e quindi e' plausibile che misurino qualcosa di non meglio definito ma che operativamente si puo' chiamare "capitale sociale".

La fig. 4.5 poco dopo mostra che c'e' una correlazione del 92% tra l'indice "civic community" e l'indice "institutional performance" che misura l'efficienza dei governi regionali.  Questa e' la conclusione principale del libro di Putnam.

La persistenza nel tempo del capitale sociale, l'evidenza che ho letto in Putnam

Putnam usa i dati disponibili per costruire un indicatore di tradizione civica che arriva fino a oltre 100 anni prima quelli calcolati per il ~1970

• Membership in mutual aid societies;
• Membership in cooperatives;
• Strength of the mass parties;
• Turnout in the few relatively open elections before Fascism brought authoritarian rule to Italy
• The longevity of local associations.

Anche in questo caso gli indicatori sono correlati tra loro, e appaiono misurare qualcosa reale sottostante.

The impressive intercorrelations among these several metrics (shown
in detail in Appendix F) demonstrate that, in the nineteenth and early
twentieth centuries, the same Italian regions that sustained cooperatives
and choral societies also provided the most support for mutual aid societies
and mass parties, and that citizens in those same regions were the
most eager to make use of their newly granted electoral rights.

Quindi Putnam mostra che gli indicatori civici sono molto ben correlati (93%) a distanza di 100 anni:

A more convenient way of visualizing this continuity is provided in Figure 5.3, which arrays the almost perfect correlation between our Civic Community Index for the 1970s and 1980s and our comparable measure of civic involvement a century earlier.

Pur con cautela per la carenza di dati, Putnam arriva a dire che l'evidenza disponibile e' compatibile col fatto che le diffferenze civiche siano rimaste costanti additrittura per un millennio almeno:

In the second place, civic differences between the North and South over
this millennium appear to have been more stable than economic differences.
[...] although the cultural gap is hard to measure precisely across
these centuries, we have encountered no evidence that at any point over
these ten centuries the South was ever as civic in its norms and patterns of
association as the North.

Sviluppo economico e tradizioni civiche, come sono stato convinto da R.Putnam

Un paragrafo del cap.5 e' intitolato "ECONOMIC DEVELOPMENT AND CIVIC TRADITIONS".

Putnam nota che al momento dell'unificazione non c'era correlazione tra sviluppo socioeconomico e tradizioni civiche:

We can demonstrate this notable fact with indicators both of industrialization
(as measured by agricultural and industrial employment) and of social
well-being (as measured by infant mortality), for which reliable data
are available on the Italian regions over the last century. (Table 5.2 offers
the relevant evidence.)

Putnam analizza statisticamente i dati sullo sviluppo economico e le tradizioni civiche nel 1900 e nel 1970 per capire se le tradizioni civiche causano sviluppo economico oppure se lo sviluppo economico causa le tradizioni civiche.  L'evidenza statistica disponibile e' a favore dell'ipotesi che le tradizioni civiche causano lo sviluppo economico e non viceversa:

The results of this statistical horse race turn out to be straightforward
and startling. In the first place, civic traditions (as measured in the 1860-
1920 period) are a very powerful predictor of contemporary civic community
,
and (controlling for civic traditions) such indicators of socioeco
nomic development as industrialization and public health have no impact
whatsoever on civics
. That is, arrow a is very strong and arrow b is uniformly
nonexistent. When civics and socioeconomic structure were inconsistent
at the turn of the century (a region that was civic, but relatively
poor, rural, and sickly; or a region that was uncivic, but relatively
wealthy, healthy, and industrial), there was no subsequent tendency for
the civic traditions to be remolded to fit the "objective conditions." 142
By contrast, civic traditions turn out to be a uniformly powerful predictor
of present levels of socioeconomic development
, even when we hold
constant earlier levels of development.

Queste conclusioni sono piuttosto solide.  Per esempio, le tradizioni civiche risultano piu' efficaci dello sviluppo socioeconomico passato nel predire lo sviluppo socioeconomico futuro.

But when we use both civic traditions and past socioeconomic development
to predict present socioeconomic development, we discover that
civics is actually a much better predictor of socioeconomic development
than is development itself.

[...]

nineteenth-century
civic traditions are such a powerful predictor of twentieth-century
industrialization that when cultural traditions are held constant, there is
simply no correlation at all between industrial employment in 1901-1911
and industrial employment in 1977.

[...]

In the case of public welfare, the conclusion is identical: civic traditions,
as measured in 1860-1920, predict infant mortality in the late
1970s much better than infant mortality in 1901-1910 does; in fact, holding
civic culture constant, the correlation between infant mortality across
those six decades is insignificant.

[...]

In summary, economics does not predict civics, but civics does predict
economics, better indeed than economics itself.

Concludendo, spero di aver riportato sufficiente evidenza che 1) R.Putnam ha scritto qualcosa di molto simile a quanto ho riportato all'inizio del commento 2) le tesi sono presentate in maniera decisa e convincente.

Poi, ovviamente, anche R.Putnam puo' benissimo essere criticato, come peraltro e' stato fatto da MB e GF.  Putnam stesso scrive che quanto ha scritto e' solo l'inizio di un lavoro di ricerca che potrebbe essere molto approfondito, che c'e' ancora molto da fare, inoltre l'evidenza mostrata per esempio da tradizioni civiche a sviluppo economico non e' ancora "conclusiva".

Riportero' in un commento separato qualche brano delle altre letture elencate, anzi mi scuso per la lunghezza di questo commento.

Premesso come nel primo commento che la mia competenza sul tema e' puramente dilettantesca, cito alcuni brani di un articolo di ricerca economica che mi ha ulteriormente convinto della fondatezza delle affermazioni di R.D.Putnam, Le tradizioni civiche delle regioni italiane (1993).

Si tratta di  L.Guiso, P.Sapienza, L.Zingales, Long Term Persistence, agosto 2008

Il contenuto e' cosi' riassunto dagli autori:

Is social capital long lasting? Does it affect long term economic performance? To answer these questions we test Putnam’s conjecture that today marked differences in social capital between the North and South of Italy were due to the culture of independence fostered by the free city-states experience in the North of Italy at the turn of the first millennium. We show that the medieval experience of independence has an impact on social capital within the North, even when we instrument for the probability of becoming a city-state with historical factors (such as the Etruscan origin of the city and the presence of a bishop in year 1,000). More importantly, we show that the difference in social capital among towns that in the Middle Ages had the characteristics to become independent and towns that did not exists only in the North (where most of these towns became independent) and not in the South (where the power of the Norman kingdom prevented them from doing so). Our difference in difference estimates suggest that at least 50% of the North-South gap in social capital is due to the lack of a free city-state experience in the South.

Gli autori sostengono (e per me in maniera convincente, leggendo l'articolo) che i dati esaminati confermano o quantomeno sono ben compatibili con l'ipotesi di Putnam che l'esperienza storica dei comuni medievali abbia avuto un effetto positivo sulla formazione di capitale sociale nel Nord Italia, e che tale esperienza storica potrebbe spiegare il 50% delle differenze tra Nord e Sud Italia.

Gli stessi autori hanno scritto due altri interessanti articoli sul capitale sociale che ho scoperto con queste ultime ricerche.  Si tratta di:

Social Capital as Good Culture, Journal of the European Economic Association, April-May 2008, Vol. 6, No. 2-3: 295-320.

To explain the extremely long-term persistence (more than 500 years) of positive historical experiences of cooperation (Putnam 1993), we model the intergenerational transmission of priors about the trustworthiness of others. We show that this transmission tends to be biased toward excessively conservative priors. As a result, societies can be trapped in a low-trust equilibrium. In this context, a temporary shock to the return to trusting can have a permanent effect on the level of trust. We validate the model by testing its predictions on the World Values Survey data and the German Socio Economic Panel. We also present some anecdotal evidence that differences in priors across regions are reflected in the spirit of the novels that originate from those regions.

In questo lavoro gli autori studiano con quali meccanismi il capitale sociale si trasmette da una generazione all'altra.

Il secondo lavoro e' molto recente, Civic Capital as the Missing Link, NBER Working Paper No. 15845 Issued in March 2010.

In questo studio gli autori introducono una definizione di capitale sociale intesa a superare alcune critiche passate:

we introduce a definition of social capital as civic capital, i.e. those persistent and shared beliefs and values that help a group overcome the free rider problem in the pursuit of socially valuable activities. This definition has several advantages. First, it clearly identifies the cultural norms and beliefs that matter: only those that help members of a community to solve collective actions problems. As such, social capital has a positive economic payoff. It also clarifies why the definition deserves the word ―capital‖—because it is durable. Third, as we will show not only does this definition satisfy the Solow‘s critique, but it can be easily incorporated into standard economic models, such as Tabellini (2008).

Secondo gli autori, il capitale sociale cosi' definito spiega la persistenza di diversi livelli di sviluppo economico.

Finally, we argue that civic capital is the missing ingredient in explaining the persistence of economic development. Civic capital is both empirically and theoretically correlated with the notion of social infrastructure introduced by Hall and Jones (1999) to explain the high labor productivity of developed economies. And civic capital is highly persistent, since all the methods for its transmission (interfamily transmission, formal education, and socialization) take long time. For this reason, communities/countries that, for an historic accident, are rich in civic capital enjoy a comparative advantage for very extended periods of time.

Riporto anche la conclusione, dove gli autori riconoscono che la materia merita di essere ulteriormente approfondita e accennano alle critiche cui e' stato soggetto il concetto di capitale sociale, di cui parlano diffusamente nel corpo dell'articolo.

The growing literature on social capital has been plagued by ambiguity on what social capital is. This ambiguity has made it difficult for this concept to be fully accepted in the mainstream economic debate. In this chapter we propose a narrower definition of social capital that satisfies the criteria of an economic definition of capital (Solow, 1995) and clearly differentiates social capital from physical and human capital. We argue that this so-defined civic capital is an important omitted factor of production. In fact, it can help explain the Solow residuals when applied to levels (instead of growth rates) of GDP.
While we consider this avenue very promising, we are very aware that much remains to be done. First of all, our definition is still far from delivering measures that can be readily used in national accounts. The most promising component of such a measure is trust. Trust is well-founded economically, it is easy to measure, and seems to be correlated with the variables of interests. Other survey-based measures of values seem less satisfactory.

 

Ora mancherebbe una definizione di "Trust"...

Ora mancherebbe una definizione di "Trust"...

Piu' o meno si sa cosa significa "trust".  Operativamente, gli autori spiegano nella sezione 3.1 dell'articolo citato come calcolano un indice proporzionale al capitale sociale da loro definito usando i sondaggi internazionali disponibili sui valori e le credenze (values and beliefs). Un particolare sondaggio usato e' intitolato "World Values Surveys", e include domande sul livello di fiducia rispetto agli altri, alle istituzioni e cosi' via.

 

[Questo commento era stato prima erroneamente postato come proveniente da "redattori". Chiedo scusa, stavo facendo altre cose e mi sono scordato di uscire da quel conto e rientrare come Michele Boldrin.]

Dunque, io capisco (come dicono gli anglo) where you are coming from.

Ma c'è un problema, anzi ce ne sono svariati, con questi lavori di G-S-Z. Siccome ho poco tempo e sono in viaggio di lavoro li discuto uno alla volta, quando ho un ritaglio di tempo. Questo commento sarà, quindi, "in fieri" per un paio di giorni. Quando lo termino lo segnalo. Andiamo per ordine:

1) C'è un confusione (non tua, ma di molta della letteratura in questione) fra "correlazione" e "causalità". Credo la differenza sia ovvia, in generale. Nel caso particolare (Italia, comuni, sviluppo diseguale) abbiamo inteso sottolinearla osservando che la correlazione (da cui molti inferiscono causalità) fra misure di sviluppo economico e "esperienza comunale" (chiamiamola così) era debolissima a metà del XIX secolo ed è andata aumentando nel tempo. Se si fosse andati indietro nel tempo, anche solo di un 50 anni, sono disposto a scommettere che sarebbe risultata uguale a zero o negativa. Quella contemporanea, ossia attorno al XII-XIV secolo, era probabilmente pure zero o negativa, visto che le condizioni economiche generali dell'Italia del Sud non erano peggiori ed in molte istanze migliori di quelle del Nord o delle zone dove c'erano i comuni o, se guardiamo all'oggi, alle zone "ex stato papalino" dove oggi sia il reddito che il cosidetto "capitale sociale" appaiono essere massimi, ossia l'Emilia Romagna ed altre regioni del centro Italia. Questi FATTI, mai tenuti in considerazione, hanno un impatto dirompente sulla tesi lì suggerita. Se il cosidetto "capitale sociale" ("cs" d'ora in poi, in commento più tardo renderò esplicito perché ci siano le virgolette) avesse l'effetto positivo sullo sviluppo economico-sociale che gli si attribuisce e fose "dovuto" (ossia "causato") dall'esperienza comunale ALLORA perché tale impatto tarda quasi 700 anni a manifestarsi? Detto altrimenti, in che senso quella cosa che l'esperienza comunale allegedly determina e crea e che i Normanni al Sud o il Papa o chi altro NON determina, dicevo questa "cosa misteriosa" perché è rilevante solo per la tecnologia industriale e post-industriale e non lo è anche prima? Se uno non sa spiegare questo strano fatto, questo "dormire" del "cs" per secoli in attesa che arrivi la rivoluzione industriale, l'unificazione, la tecnologia contemporanea, per poi rivelarsi e rendersi utile, allora non esiste alcuna teoria, alcuna prova di nulla, alcun meccanismo causale. Esiste solo una correlazione del tutto spuria ed ottenuta, perdippiù, facendo attenta selezione dei dati sul piano temporale (e territoriale, ma su questo torno in punto separato). Puoi fare tutte le diffindiff che vuoi, non cambia nulla. Peggio ancora: se usi variabili strumentali come quelle che GSZ usano, meglio avere uno straccio di teoria che spieghi i meccanismi causali fra l'avere origine etrusca - diretta o va bene anche quella indiretta? Basta un poco di conoscenza della storia archeologica del paese per chiedersi, ma Roma e le città della Campania che furono create dall'espansione etrusca, come le calcoliamo? - o avere avuto un vescovo nell'anno 1000 - perché l'anno 1000? In base a quale modello dell'evoluzione storica? In particolare, perché i vescovati del Sud non contano? In che senso erano "diversi"? ... - ed averci poi il "cs" nel 1300 e lo sviluppo economico-sociale differenziale settecento anni dopo. Già da sola, a mio avviso, questa osservazione basta ed avanza per rendere il tutto alquanto dubbio. Ma questo non è che l'inizio, ora vado a pranzo con Nacho, Marco e compagnia.

Vedo che alcuni dei degli studi che ho letto e citato vengono citati e riassunti dall'Economist nel rapporto speciale sull'Italia di giugno 2011, http://www.economist.com/node/18780831:

If this problem were only 30 years old it might be easier to fix, but the gap between the north and centre of the country and the south goes back much longer. If you know how any place in Italy was governed in the 14th century—as a self-governing commune, as part of the Papal states or by a monarchy in the south—you can predict with reasonable certainty what proportion of people there would come out to vote in a referendum tomorrow or donate blood. That is an awful lot of history to push against. And if you plot indicators of a successful society—from the ease of doing business to turnout in elections to educational attainment—on a map of Italy’s boot today, you get the same differentiation between north and south.

What has caused this strange predictability? Since the publication of Robert Putnam’s book “Making Democracy Work” in 1993, the main explanation put forward has been that the self-governing communes and city states that sprang up in the north of the country during the late Middle Ages built up reserves of social capital (or trust in fellow citizens) that have proved remarkably enduring. The south of the country, ruled by a monarchy and characterised by large landholdings worked by peasants, lacked this crucial resource. Three economists who studied this subject recently, Luigi Guiso of the European University Institute, Paola Sapienza of Northwestern University and Luigi Zingales of the University of Chicago, found that at least half of the gap in social capital between the north and south is due to the absence of free city-states in the south.

Il giornalista dell'Economist non fa propria questa teoria, tuttavia non cita altri lavori scientifici su questo tema che contraddicano i due lavori di ricerca citati.

Allo scopo di mostrare quali elementi mi abbiano un po' preso la mano, in passato, e portato a ritenere che il concetto di capitale sociale fosse anche piu' diffusamente affermato e condiviso di quanto sia in realta', riporto ora una serie di citazioni dagli atti di un recente convegno sul Mezzogiorno di Bankitalia, con incluse citazioni perfino del presidente della Repubblica Napolitano, oltre che del governatore Draghi. In questo convegno molti relatori assegnano un ruolo fondamentale al capitale sociale per la spiegazione delle differenze tra Nord e Sud Italia e apparentemente se non mi e' sfuggito qualcosa solo uno espone alcune considerazioni critiche.

Da:

Il Mezzogiorno e la politica economica dell’Italia
Bankitalia, Seminari e convegni - Workshops and Conferences volume 4, giugno 2010

PRESENTAZIONE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
Giorgio Napolitano

[...] Un accento nuovo è caduto, con le ricerche della Banca d’Italia e col Convegno, su due aspetti della questione. Il primo: l’importanza, finora sottostimata, del divario di capitale sociale tra Nord e Sud. Al di là di difficoltà e riserve circa la definizione di “capitale sociale”, è apparsa largamente condivisa la necessità di guardare più attentamente – superando una lettura troppo economicistica del Mezzogiorno – “alla cultura, alla società e alle istituzioni”, di considerare seriamente il livello di cultura civica, l’incidenza di “norme informali condivise, di regole di comportamento socialmente approvate che favoriscono la cooperazione, sostengono la fiducia negli altri”. Naturalmente, pesano a questo proposito condizionamenti storici di assai lungo periodo (come mise in rilievo la nota ricerca del Putnam), e se ci si deve proporre di non restarne, nel Sud, più che mai prigionieri, occorre sforzarsi di individuare le strade da battere per far crescere in tempi
ragionevoli il capitale sociale nelle regioni meridionali. E qui non ci si può non misurare con strozzature istituzionali e anche, come ha suggerito il prof. Trigilia, con la “dimensione specificamente politica” degli ostacoli che occorrerebbe rimuovere.

INTERVENTO D’APERTURA DEL GOVERNATORE DELLA BANCA D’ITALIA
Mario Draghi

[...] Alla radice dei problemi del Sud stanno la carenza di fiducia tra cittadini e tra cittadini e istituzioni, la scarsa attenzione prestata al rispetto delle norme, l’insufficiente controllo esercitato dagli elettori nei confronti degli amministratori eletti, il debole spirito di cooperazione: è carente quello che viene definito “capitale sociale”. Questi elementi richiedono una maggiore attenzione da parte di economisti e statistici. Accurate informazioni quantitative su questi fenomeni, sulla loro evoluzione nel tempo, sono essenziali per valutare quali innovazioni, anche istituzionali, siano in
grado di modificare lo stato delle cose.


L’ECONOMIA DEL MEZZOGIORNO
Daniele Franco

[...] Nei capitoli successivi di questo volume l’analisi si concentra invece, in forma più sintetica, sulle carenze di capitale sociale (inteso come insieme di norme e regole condivise che facilitano la cooperazione tra i membri di una società) [...]

IL CAPITALE SOCIALE
Guglielmo Barone* e Guido de Blasio**

1. Definizione e legame con il Mezzogiorno
Usualmente si pensa alla produzione di beni e servizi in un’economia innanzitutto come al risultato dell’utilizzo di strumenti e macchinari – il cosiddetto capitale fisico – combinato con il lavoro delle persone. A questi due fattori della produzione è possibile aggiungerne un terzo, dato da conoscenze, competenze e abilità dei lavoratori. È a questo fattore che gli economisti fanno solitamente riferimento con il termine di capitale umano. Ma vi è dell’altro. Una funzione rilevante nella produzione di beni e servizi è svolta anche dalla fiducia diffusa tra gli elementi di un tessuto sociale, dalla propensione alla cooperazione e all’azione collettiva, dall’impegno civile. È proprio all’insieme di questi elementi che si fa generalmente riferimento con l’espressione “capitale sociale”.
In un’economia di mercato il capitale sociale svolge un ruolo centrale poiché riduce i costi di transazione e, quindi, rende più facile lo scambio tra gli agenti. In letteratura esistono varie definizioni1. Per Putnam il capitale sociale è “l’insieme di fiducia, norme e reti in grado di migliorare l’efficienza della società” (Putnam, 1993). Fukuyama lo individua ne “l’insieme di norme e regole non codificate e condivise che permettono ai membri di un gruppo di cooperare l’uno con l’altro” (Fukuyama, 1999). Nella sintesi dell’OCSE il capitale sociale è l’insieme di “reti associate a norme, valori e intese condivise che facilitano la cooperazione all’interno o tra i gruppi” (OECD, 2001). Il capitale sociale è un tema fortemente collegato con il Mezzogiorno2. La categoria interpretativa di capitale sociale era stata introdotta in sociologia nella prima metà del secolo. Ma è nel corso della prima metà degli anni novanta che Putnam ripropone con forza questo concetto, precisandolo e integrandolo, quale variabile chiave nell’analisi del ritardo economico del Sud Italia (Putnam, 1993). Non è un caso, pertanto, che il capitale sociale, oltre a costituire l’oggetto di questo intervento, sia anche un elemento sotteso alla maggior parte degli altri contributi presentati in questo convegno, dal funzionamento della giustizia a quello dei mercati creditizi, dall’efficienza dei servizi pubblici alla nuova politica regionale.

2. Misurare il capitale sociale
[...] Nell’analisi empirica è dunque opportuno considerare diversi indicatori per avere un quadro statistico maggiormente robusto. La figura 1 riporta quattro cartogrammi delle regioni italiane, ciascuno dei quali rappresenta la distribuzione territoriale di una diversa misura di capitale sociale per gli anni recenti. Con
riferimento ai divari tra Centro Nord e Sud, emerge un quadro statistico unitario, caratterizzato da una forte evidenza di una dotazione di capitale sociale nel Mezzogiorno sensibilmente inferiore a quella del resto del paese. Questo divario è inoltre fortemente persistente nel tempo, come mostrato nella figura 2, nella quale si riporta la distribuzione territoriale della partecipazione elettorale nel 2001 (Figura 1a) e la si confronta con quella del 1921 (Figura 1b). Dalle figure si evince che anche nella prima parte del secolo scorso la dotazione di capitale sociale nel Sud era significativamente più bassa rispetto al Centro Nord.

[...]
3. Gli effetti del capitale sociale
[...] Nondimeno vi è un consenso molto ampio sul fatto che il capitale sociale abbia effetti positivi e significativi sullo sviluppo economico. Questa posizione trova d’accordo pressoché tutti gli studiosi, anche di formazione eterogenea. Per esempio il premio Nobel per l’economia Kenneth Arrow afferma che “si può ragionevolmente sostenere che gran parte del ritardo economico al mondo possa essere spiegato dalla mancanza di fiducia reciproca” (Arrow, 1972); gli fa eco il politologo Francis Fukuyama nel sostenere che “la fiducia agisce come un lubrificante che rende un gruppo o un’organizzazione più efficiente” (Fukuyama, 1999). [...]

4. Le determinanti del capitale sociale

La distribuzione delle dotazioni di capitale sociale tra le regioni italiane ha origini lontane nel tempo e risente in misura significativa della storia passata di un paese. [...] lo studio di de Blasio e Nuzzo (2008) mette in relazione variabili proxy del capitale sociale con alcune caratteristiche sociodemografiche degli individui. Dall’analisi emerge che il capitale sociale, misurato da civismo, partecipazione politica e partecipazione sociale, è associato positivamente all’istruzione dell’individuo mentre altre caratteristiche personali, quali per esempio il reddito, hanno un legame meno chiaro. L’investimento in istruzione è dunque un utile strumento per accrescere il capitale sociale. Accanto alle determinanti individuali, un ruolo importante è svolto dalle istituzioni.  [...] È quindi più probabile che emergano atteggiamenti cooperativi tra i contribuenti e lo Stato quando l’Amministrazione pubblica è improntata a criteri di efficienza.

5. Conclusioni
Questo intervento ha affrontato il ruolo del capitale sociale per lo sviluppo economico del Mezzogiorno. Nonostante le difficoltà di misurazione, i dati disponibili sono concordi nel mostrare che la dotazione di capitale sociale al Sud è sensibilmente inferiore a quella del Centro Nord. Questo divario è inoltre fortemente persistente nel tempo ed è sostanzialmente immutato da quasi un secolo, periodo per il quale sono disponibili statistiche sufficientemente affidabili. In letteratura vi è consenso sull’importanza del capitale sociale per la crescita economica. In particolare esso influenza positivamente la produttività del lavoro, la propensione all’imprenditorialità, la partecipazione femminile al mercato del lavoro. Con riferimento alle imprese, ne favorisce la crescita dimensionale, con effetti positivi sulla produttività attraverso una più intensa attività di ricerca e sviluppo. A più elevate dotazioni di capitale sociale si associano inoltre un miglior funzionamento e un maggior spessore dei mercati creditizi nonché un’azione più efficiente della Pubblica amministrazione. L’attuale distribuzione territoriale del capitale sociale affonda le sue radici nella storia [...]

IL SISTEMA FINANZIARIO
Luigi Cannari e Giorgio Gobbi

[...] Le carenze in termini di capitale sociale, efficienza della giustizia civile ed elevati tassi di criminalità costituiscono un ostacolo allo sviluppo delle attività bancarie e finanziarie. [...]

DISCUSSIONE
Marco Onado

Le ricerche presentate oggi, come ci ha appena detto Giorgio Gobbi, dimostrano un altro punto importante e cioè che le differenze fra il sistema finanziario del Mezzogiorno e quelle del Centro Nord sono per oltre la metà imputabili alla diversa dotazione di capitale sociale delle due aree, mentre la rimanente metà è spiegata dalle differenze in termini di efficienza del funzionamento dei tribunali e di propensione a delinquere.

DISCUSSIONE
Carlo Trigilia

[...] Ma abbiamo anche chiaramente percepito il tentativo dei ricercatori della Banca d’Italia di uscire dalla strada delle analisi tradizionali per cercare di comprendere il problema irrisolto del Sud. Mi sembra si sia intrapresa con impegno e serietà scientifica una strada nuova. Ci sono stati presentati i primi risultati di questo tentativo, certamente stimolanti e promettenti. In che cosa consiste la novità? Nel guardare alla dimensione socio-culturale – in particolare
attraverso la categoria sintetica di capitale sociale –
come possibile chiave per formulare una nuova diagnosi e impostare una nuova terapia. Per anni ha prevalso una lettura troppo economicista del Mezzogiorno, che individuava il problema principale nella carenza di capitali e infrastrutture e sollecitava interventi pubblici correttivi; ma non riusciva poi a spiegare gli effetti perversi per cui invece dello sviluppo cresceva la dipendenza. Ne è risultata un’impasse, che ha contribuito alla fuoriuscita del Mezzogiorno daldibattito pubblico e dall’agenda politica, con la diffusione dell’immagine di un Sud irredimibile.
[...]

Il capitale sociale – nell’accezione che ci è stata proposta – è costituito da norme informali condivise, cioè da regole di comportamento socialmente approvate che favoriscono la cooperazione, sostengono la fiducia negli altri, limitano i comportamenti opportunistici dei singoli. È un’accezione ormai accolta da un consistente filone di letteratura. Ricordo peraltro che non è l’unica.

In pratica, lo schema delle ipotesi proposte è il seguente:

* ci sono delle determinanti storiche di lungo periodo (per esempio il tipo di regime politico che ha avuto un certo territorio nel tempo – il Sud non ha avuto la civiltà comunale) che influenzano la dotazione di capitale sociale; a esse si aggiungono determinanti più specifiche come l’istruzione o come le regole che presiedono al rapporto tra rappresentanti e rappresentati (con più o meno margini per il controllo dei primi sui secondi);

* il livello di capitale sociale che ne risulta condiziona lo sviluppo locale sia direttamente, influenzando per esempio la produttività del lavoro, l’imprenditorialità, la dimensione di impresa, sia indirettamente, influendo sull’efficienza della PA e quindi sulle economie esterne per le imprese locali.

Nel seguito Trigilia presenta un'interpretazione di come si e' arrivati al fallimento attuale dello Stato italiano che coincide esattamente con quello che penso io:

* Supponiamo che ci sia un territorio con basso capitale sociale per ragioni storiche; questo vuol dire che la classe politica locale sarà più selezionata e valutata non sulla base della sua capacità di dare risposte a problemi collettivi, ma di moltiplicare benefici selettivi a gruppi particolari.

* Supponiamo anche che – data la gravità del divario economico e sociale rispetto al resto del paese – la classe politica locale ottenga più risorse dal governo centrale per finalità di sviluppo; e che queste si aggiungano a capacità di spesa ordinaria per finalità sociali che comunque crescono in tutto il paese con la costruzione di un sistema di welfare. Il risultato è una consistente redistribuzione.

* Una classe politica selezionata in un contesto a basso capitale sociale basa maggiormente il suo consenso sulla distribuzione particolaristica di risorse (clientelismo). Essa utilizza quindi le risorse crescenti alimentando una sorta di capitalismo politico. Da un lato, attira risorse lavorative e energie imprenditoriali nel pubblico (l’area pubblica e para-pubblica, come la sanità, è sovradimensionata). Dall’altro, ostacola indirettamente le attività di mercato perché ha meno interesse a investire in beni e servizi collettivi (della cui carenza accusa eventualmente il centro perché non stanzia ulteriori fondi).

* Il Governo centrale, a sua volta, indipendentemente dal colore politico, tende a non porre vincoli alla destinazione e all’efficienza della spesa regionale e locale – almeno fino a quando le finanze pubbliche lo consentono – perché trae vantaggi in termini di consenso dall’area sussidiata.

* Nel tempo questo tipo di offerta politica crea sfiducia nell’azione collettiva e alimenta
opportunismo e una concezione della politica basata sulla distribuzione di favori e quindi deprime a sua volta – indipendentemente dalle radici storiche – il capitale sociale (l’offerta crea la domanda).

Se questa lettura stilizzata ha qualche fondamento, lo schema di spiegazione dei rapporti tra basso capitale sociale e sviluppo locale che ci è stato proposto andrebbe dunque non sostituito ma certo integrato con l’attenta considerazione della dimensione politica; sia come fattore di potente ostacolo alle attività di mercato e allo sviluppo autonomo; sia come fattore che alimenta con il suo stesso funzionamento – al di là delle determinanti storiche di lungo periodo – la riproduzione di un basso capitale sociale.

Riporto ora l'unico intervento critico sul capitale sociale che ho trovato negli atti del convegno, che e' stato fatto da M.Bordignon, un accademico italiano che collabora con lavoce.info particolarmente in materia di federalismo.

DISCUSSIONE
Massimo Bordignon

2.4 Capitale sociale?
Difficile rispondere a questa domanda, perché confesso di non capire bene cosa sia il capitale sociale e non so bene cosa si dovrebbe fare anche una volta si scoprisse che la ragione del divario Nord Sud sta nel diverso endowment di capitale sociale, visto che questo dipende da incrostazioni storiche di lungo periodo e certamente non aggredibili in tempi brevi con gli strumenti della politica economica (con l’eccezione, forse, dell’istruzione). Certo, c’è l’impressione che ci sia nel Sud una voice minore, un minore controllo e anche minori richieste dei cittadini nei confronti dei propri governi. Per esempio, di fronte ad un dato come quello dei parti cesarei, un noto indicatore
di inappropriatezza nei servizi sanitari, che sono più che doppi in certe regioni del Sud rispetto alla media nazionale, alcune domande vengono spontanee. In particolare, capisco bene perché medici e ospedali possano avere incentivi a prediligere parti cesarei piuttosto che parti naturali; non capisco bene perché di fronte a dati tanto fuori linea (il 60 per cento dei parti in Campania sono cesarei), le
donne accettino questo stato di cose e non si ribellino. Non ho nessuna prova, ma ho l’impressione che le cose andrebbero diversamente al Centro Nord, se qualche giornale pubblicasse dati analoghi a quelli della Campania.

DISCUSSIONE
Fabrizio Barca*

[...] La Banca d’Italia aderisce alla tesi secondo cui a causare la trappola
del sottosviluppo del Mezzogiorno
– trappola di sottoutilizzazione del potenziale economico e trappola di esclusione sociale, distinzione che avrebbe arricchito la ricerca Banca d’Italia – concorrono due fattori. In primo luogo, la straordinaria inadeguatezza delle istituzioni economiche formali e informali (siano esse capitale sociale, capitale relazionale, fiducia, o partecipazione democratica) di quell’area, di cui è parte centrale la straordinaria debolezza dello Stato. In secondo luogo, la mancanza di volontà (per interessi distributivi) e di capacità (per effetto inerziale) da parte delle classi dirigenti del Sud a cambiare queste istituzioni e da parte dei suoi cittadini a pretendere il cambiamento. (Molti di noi oggi in sala avremmo voluto vedere maggiormente evidenziato questo secondo fattore, ma esso è certamente presente nella ricerca di Banca d’Italia).

DISCUSSIONE
Aldo Mancurti

Le relazioni sono state lette e discusse in tutto il Dipartimento, abbiamo apprezzato l’ampia disamina contenuta negli studi, dall’inquadramento storico e culturale alla forte attenzione al capitale sociale, consapevoli che, per superare fenomeni di ritardo nello sviluppo, si richiedono interventi non limitati al campo economico e finanziario.

Ignazio Visco

L’istruzione, inoltre, è essa stessa una determinante importante del capitale sociale, accresce la capacità dei cittadini di esercitare un controllo sull’azione degli amministratori pubblici; dà voce alla popolazione; è uno strumento che migliora il funzionamento della democrazia.

Enrico Giovannini (ISTAT)

Sul piano dei contenuti mi è piaciuto molto il riferimento al capitale sociale, che è
considerato anche uno dei pilastri del concetto di “sviluppo sostenibile”, insieme al capitale prodotto, al capitale naturale e al capitale umano. Il concetto non ha ancora una definizione condivisa da tutti gli esperti. Trigilia ci ha ricordato alcune interpretazioni differenti di capitale sociale e bene ha fatto la Banca d’Italia a non concentrarsi sulla definizione allargata, cioè quella che include i rapporti interpersonali. Se però riconosciamo l’importanza di questo concetto dobbiamo allora lavorare per fornire una sua misurazione affidabile. Anche in questo caso vedo uno spazio di collaborazione tra Istat e Banca d’Italia.

Riporto per finire un cospicuo estratto di quanto scritto da G.Tabellini, che mi sembra particolarmente valido.

Guido Tabellini

[...] Vorrei provare a rispondere alla domanda posta dalla relazione sulle cause principali del ritardo del Mezzogiorno, anche se è ovviamente impossibile dare in pochi minuti una risposta esaustiva, perché sono molte le cause che interagiscono tra di loro. Tuttavia provo a indicarne tre tipi.
Del primo fa parte, come è stato ampiamente ricordato in questa conferenza, il capitale sociale. Anch’io sono convinto che questa sia una causa fondamentale, l’ho scritto più volte e ho cercato di trovare evidenza empirica a sostegno di questa tesi.

Ho però il dubbio che il significato dell’espressione “capitale sociale” possa essere ambiguo, non sono sicuro che ci sia chiarezza di idee su cosa vuol dire capitale sociale. Robert Putnam, che ha introdotto questo concetto, alla fine sembra propendere verso un’idea di associazionismo.
Personalmente non sono convinto che l’idea di associazionismo sia il modo corretto per
interpretare ciò che manca nel Mezzogiorno o che ne aiuterebbe la crescita. In fondo anche la mafia è un’associazione. Credo invece che un modo più corretto di pensare al capitale sociale sia quello suggerito da Edward Banfield, autore della famosa indagine del 1958 sul villaggio di Montegrano, in Basilicata. Estremizzando – ma come sempre l’estremizzazione ci aiuta a capire i concetti – Banfield introduceva la nozione di “familismo amorale” e, più in generale, la distinzione tra moralità generalizzata e moralità limitata, cioè l’idea che nei nostri comportamenti possiamo applicare le nozioni di bene e male verso una comunità ristretta, come la famiglia, oppure verso una comunità più ampia. Penso che questa idea di Banfield possa essere molto importante per capire per esempio il comportamento politico dei cittadini. È stato affermato che bisognerebbe cambiare il comportamento degli uomini politici. Ma questo è molto difficile, perché i politici rispondono a incentivi molto forti, molto più forti rispetto a quelli ai quali rispondono i cittadini nel loro agire politico. D’altra parte, uno degli incentivi più forti è costituito proprio dal comportamento degli elettori. Anche nelle scelte politiche dei cittadini possiamo vedere la distinzione tra moralità
generalizzata e limitata: quando ricompenso un politico dandogli il mio voto, lo faccio per un interesse particolare oppure un interesse generale? Io credo che ci siano differenze sistematiche nei comportamenti politici dei cittadini, sostenute anche da evidenze empiriche, che riflettono il capitale sociale della regione o della comunità di appartenenza.
C’è un’evidenza empirica per esempio nelle elezioni nazionali: nei distretti dove le
donazioni di sangue sono più alte, i cittadini tendono a punire di più gli episodi di corruzione e di assenteismo dei politici nazionali. Questo è un esempio di come il capitale sociale influenza non tanto la quantità ma la qualità della partecipazione politica, che poi si traduce in incentivi fondamentali sul comportamento della Pubblica amministrazione e degli uomini politici.

Un secondo tipo di cause del sottosviluppo del Mezzogiorno è collegato alla natura dell’intervento pubblico. Qui sono molto d’accordo con le osservazioni che hanno fatto Lo Bello e altri, in quanto le distorsioni nel comportamento politico dei cittadini possono essere aggravate da una politica assistenziale. Ma c’è di più, perché quando una politica assistenziale attribuisce discrezionalmente risorse agli enti locali, essa induce distorsioni nell’allocazione dei talenti degli imprenditori e dei talenti politici; intendo dire che può attirare in politica le persone sbagliate e indirizzare i talenti e l’energia imprenditoriale verso gli obiettivi sbagliati.

Credo che anche di questo ci sia ampia evidenza empirica, anche al di fuori del
Mezzogiorno, tanto è vero che negli studi di scienze politiche si parla di “political resource curse”, la “maledizione delle risorse politiche”, in analogia con le “maledizioni delle risorse naturali” che, come è noto, hanno effetti disastrosi non solo sull’economia ma anche sull’interazione sociale. In conclusione, mi sembra che le politiche verso il Mezzogiorno in passato abbiano aggravato anziché aiutato a risolvere i problemi.
Il terzo tipo di cause, che non è stato menzionato in questa conferenza, ma che a mio
giudizio ha una forte interazione con le precedenti, è da collegare al differenziale di produttività. Per le ragioni che sappiamo, fra le quali l’inefficienza della Pubblica amministrazione e la bassa qualità dei servizi pubblici, nel Mezzogiorno la produttività dei fattori produttivi è significativamente più bassa che in altre regioni. Se in una regione dove la produttività del lavoro è significativamente più bassa imponiamo un salario troppo alto per via di istituzioni del mercato del lavoro che impongono una negoziazione collettiva, non occorrono modelli molto sofisticati per capire qual è la conseguenza. La conseguenza è un ulteriore aggravamento della situazione, perché
per gli imprenditori diventa ancora più difficile adottare nel Mezzogiorno una politica di
investimenti corretta. Il risultato che oggi possiamo vedere è da un lato l’economia sommersa, dall’altro la deindustrializzazione di intere regioni.

 

Scusa Alberto, una considerazione: questi commenti cosi lunghi sono un po' scomodi da leggere. Non sarebbe meglio se li mettessi tutti assieme in un articolo?

questi commenti cosi lunghi sono un po' scomodi da leggere. Non sarebbe meglio se li mettessi tutti assieme in un articolo?

Se c'e' interesse da parte dei redattori di nFA lo faccio sicuramente.