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L'unità e la dis-unità d'Italia. Dialogo. (I)

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Mi sarei dovuto laureare in storia moderna e la mia tesi (avviata e purtroppo mai terminata) era proprio sull'economia agricola (del '500). La materia mi ha sempre affascinato, anche se, ormai, sono passati troppi anni per padroneggiarla a dovere, e forse non la padroneggiavo a dovere neanche allora, quindi mi scuso con Giovanni per l'inevitabile superficialità, ma ci sono alcuni spunti che vorrei suggerire.

Il grosso problema che ci si trova ad affrontare quando si fanno stime del genere è che in un'economia agricola, in larga parte di sussistenza, è molto difficile quantificare tutto, perché la maggior parte delle risorse di cui godevano le famiglie erano, per così dire, colte e mangiate. Le stime sui consumi riguardano più che altro i consumi urbani, mentre gli indicatori del "benessere" delle popolazioni rurali, la stragrande maggioranza, sono inevitabilmente distorti dal tipo di economia (assetto fondiario, rapporti di produzione, strumenti di produzione, vocazione al profitto o alla rendita dei proprietari) dominante in ogni area geografica.

Ad esempio è molto difficile fare stime omogenee secondo le aree geografiche che utilizziamo oggi: al centro una cosa era la Toscana e una cosa erano i territori soggetti allo Stato Pontificio: nei primi l'agricoltura era essenzialmente di tipo capitalistico, orientata al profitto e alla massimizzazione delle rese anche nei terreni marginali (vite, olivo), in cui i rapporti di erano contrattualizzati (mezzadria), mentre il Lazio era molto più simile al Sud.

Un indicatore molto utile, anche se poco scientifico, è il paesaggio agrario e la sua evoluzione: non fornisce numeri, ma suggerisce quantomeno i contesti all'interno dei quali questi numeri vanno collocati. E la storia del paesaggio agrario suggerirebbe sostanzialmente una macroarea che interesserebbe più o meno la pianura padana, parte della toscana e parte del veneto (ho provato a descriverla qui sulla base ricordi dei miei studi) che si è formata nel periodo che molti storici definiscono "rifeudalizzazione" nel XV sec., ma che a mio avviso è stata molto di più, quando a seguito delle sequenze guerre-carestie-epidemie molti capitali cittadini furono investiti nelle campagne, ed era caratterizzata da un rapporto strettissimo tra città e contadi, da nuovi rapporti di produzione (mezzadrie, soccite, affittanze) da uno sviluppo molto veloce di nuove tecniche produttive (piantata padana, lavorazioni a rittochino, colture interfilari, bonifiche). Un'altro mondo ripetto al meridione (che ho provato a descrivere qui) in cui i rapporti produttivi hanno continuato ad essere di tipo feudale  (nel senso che nello "scambio" tra signore e colono, anche nel momento in cui al signore si è sostituito il latifondista, era inclusa la protezione e il possesso era esteso spesso anche sulle persone oltre che sui beni). Un mondo costellato di borghi in cui raramente il colono viveva sul fondo come più a nord.

In entrambi i casi non mi sembra che la situazione abbia subito particolari cambiamenti nei tre secoli precednti l'Unità d'Italia.