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L'unità e la dis-unità d'Italia. Dialogo. (I)

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In questo eccellente post ho trovato dei dati che confermano quello che già sapevo (giornate nFA 2009,qui un resoconto), ovvero che il divario Nord-Sud era esistente al momento dell'unità, il professor Federico lo colloca, per quel che riguarda il Nord-Ovest al 33%, forse era anche di più rispetto a certe zone del Sud, ma io prendo il dato per ottimo e lo conservo.

Ma l'accusa che io ascolto più frequentemente è che, una volta conquistato il Sud, non sia stato fatto niente per modificare questo divario allora, nel 1861, tanto che nel 1881 si amplia addirittura.

Tutte le recriminazioni su Pietrarsa, sui cantieri di Castellammare (che esistono ancora oggi, quindi tanto schifosi non dovevano essere) e su altri opifici (chiamarli fabbriche mi sembra esagerato) partono dalla constatazione che le commesse pubbliche negli anni post-unitari riguardarono essenzialmente il Nord, questa legge del 1879 stabilisce le ferrovie da costruirsi con il contributo dello Stato, la localizzazione geografica è evidente (anche che nel 1879 le leggi erano scritte meglio che nel 2011, leggere per credere), quindi mi pongo le seguenti domande:

1. E' vero che lo stato post-unitario preferì investire le scarse risorse disponibili (il Piemonte era indebitatissimo, qui un resoconto) nel Nord Italia, specificatamente in quello che sarà poi chiamato "Triangolo Industriale" ?

2. Capitale umano: se a Napoli esistevano migliaia di artigiani, (lo scrivete voi, non io, quindi mi sento esonerato dal dimostrarlo) ovvero persone con una certa manualità ed esperienza (scusate, ma il livello d'istruzione in una fabbrica c'entra come i cavoli a merenda: a tutt'oggi se cambiate una linea di produzione si perdono mesi prima che la stessa vada a regime, al Nord come al Sud) perchè non si è generato un ciclo virtuoso, per cui questi artigiani non si sono evoluti in imprenditori e/o maestranze di buon livello ? C'entra qualcosa la politica fiscale e doganale post-unitaria oppure no ?

3. Il domandone che io personalmente mi pongo sempre è: nel 1861 e anni seguenti la politica italiana fu più tendente verso il Nord, e segnatamente Piemonte, Liguria e Lombardia, trascurando il Sud che fu visto solo come un serbatoio a cui attingere, oppure il Sud era già in uno stato talmente pietoso che comunque andassero le cose niente poteva cambiare ?

Chiudo dicendo che le voci confuse (Pino Aprile, Giordano Bruno Guerri, Gianfranco Viesti e altri) che si sentono da quaggiù, al di là delle forzature ideologiche si possono riassumere nella mia domanda finale: l'unità d'Italia fu un "affare" per il Sud, oppure no ? Attenzione, nessuno di questi autori, e nemmeno il sottoscritto, pensa che si stesse meglio sotto i Borboni, anzi, sotto diversi punti di vista l'unità è stato un affare: istruzione obbligatoria, sanità, e anche l'accento alle vie di comunicazione sono cose di cui non ci si deve dimenticare, mi domando solo se era possibile fare meglio, o meno peggio.

P.s.

Io non ho la mail del professor Federico, per cui le mie domande sono pubbliche, magari non sono nemmeno degne di nota, per il resto sono sempre convinto che è meglio che si parli di tutto, piuttosto che far finta di niente.

P.p.s.

Professore, ma mica lei tifa per l'unica squadra di Milano ?

Sperando di non dire fesserie e di non  incorrere nelle nelle ire dei proff..

Mi pare che il vero spartiacque, il momento in cui il divario comincia a farsi netto e irrecuperabile,  possa essere rappresentato dalla politica doganale del 1887, che riservò i suoi vantaggi essenzialmente alla nascente industria del Nord, concentrata  nell’area Genova-Milano-Torino, che si ritrovò a poter godere del mercato meridionale in condizioni di semi-esclusiva, mentre ai prodotti agricoli più pregiati del sud (vino, olio e agrumi) si chiudevano le vie dell'esportazione, tanto che il livello raggiunto da vino e olio nel 1887 fu nuovamente toccato solo nel secondo dopoguerra e per gli agrumi solo nel 1908.

La guerra doganale, insomma, danneggiò l'agricoltura più avanzata del mezzogiorno, quella che più aveva investito in un'ottica capitalistica, con ciò ammazzandola sul nascere ed ammazzando il futuro sviluppo imprenditoriale che ad un'agricoltura capitalistica può conseguire.

Come sempre col protezionismo, il danno per alcuni si reasformò in un vantaggio per altri, consentendo all’industria del Nord di rafforzarsi in una fase in cui non avrebbe retto alla concorrenza straniera.

Si potrebbe dire che il sud fu sacrificato sull'altare dell'industrializzazione, alla quale non potè accodarsi per scarsità di capitali, lontanzanza dai mercati e carenza di energia.

Spero che il prof Federico non mi spernacchi, ma prenda questo intervento come quello di un allievo  felice di venir corretto

 

Purtroppo non è corretto. L'elemento essenziale della svolta protezionista del 1887 fu il dazio sul grano che favoriva (alcuni) agrari del Sud e del Nord a danno di altri agrari e del resto dell'economia.

Il dibattito sugli effetti sulla politica doganale è ampio ed acceso - io sono convinto che ha avuto un impatto molto ridotto, Fenoaltea che il dazio sul grano è stata una sciagura ma il dazio dei manufatti è servito. Zamagni che il dazio sul grano era necessario etc,

Ho messo dei riferimenti bibliografici in un commento ad Esposito.

Effettivamente il dibattito è accesso, per esempio Ciocca in "Ricchi per sempre" sottolineando come il periodo tra il 1887 e il 1900 fu assolutamente negativo per la crescita economica dell'Italia, individua proprio nel protezionismo il principale ostacolo allo sviluppo (pag. 130 nella mia edizione). Zamagni l'ho letta, ma confesso di non ricordare al momento  la sua posizione e comunque non mi pare che collegasse l'arretramento del sud alla tariffa del 1887.

Sulla correlazione tra la guerra doganale Italia-Francia e l'arretramento della economia meridionale, che già fu proposta contemporaneamente ai fatti (De Viti De Marco se ben ricordo) c'è il libro di Pescosolido "Unità nazionale e sviluppo economico" edito da Laterza del 1998 per il quale

"Un divario fra l’area settentrionale e quella meridionale del paese esisteva  già, specie in termini di rapporti sociali, alfabetizzazione e sviluppo dei trasporti, ma un’economia davvero dualista si determinò solamente dopo il 1861 e in particolare fra la fine degli anni Ottanta e lo scoppio del primo conflitto mondiale. La politica economica della Destra si rivelò pesante per il Mezzogiorno, ma ancora di più lo fu l’indirizzo di politica doganale del 1887, i cui vantaggi immediati andarono tutti a favore del Nord, dove a lungo rimase concentrata l’industrializzazione .... È vero che il prezzo pagato dalla collettività nazionale fu molto elevato, che non mancarono ritardi e squilibri e che alcune regioni e classi sociali sopportarono il peso più di altre, ma è innegabile la centralità dell’opera dello Stato nel colmare il ritardo con quelli che Castronovo ha definito «i paesi del cavallo a vapore» e nel consentire all’industria del Nord di espandersi e di diventare più solida in una fase in cui non poteva ancora reggere la concorrenza straniera."

Il discorso di Pescosolido è apparentemente "meridionalista", in realtà mi pare che si possa ascrivere alla schiera di coloro che ritengono che  la politica doganale della sinistra sia stata un male necessario per far decollare l'industria.

Naturalmente, essendo io solo un lettore, ignoro sia la statura scientifica di Pescosolido sia quanto la sua posizione sia fondata.

Naturalmente, essendo io solo un lettore, ignoro sia la statura scientifica di Pescosolido sia quanto la sua posizione sia fondata.

Ecco, appunto. Stendiamo veli pietosi.

Non ho dati alla mano, non sono bravo a recuperarli in due minuti, e non ho voglia di perderci dietro dei giorni (ognuno ha i suoi tempi), per cui avendo letto gli avvisi mi scuso in anticipo, spero mi vogliate perdonare quattro chiacchere da bar. 

Dal post si conclude:

Boldrin. In sostanza, il divario, per quanto piccolo in termini assoluti, era già significativo nel 1861. E le prospettive di sviluppo erano migliori nel Nord. Se non altro il capitale umano era (relativamente) più abbondante, c’era maggiore istruzione, salute, eccetera. Forse - si potrà dire ? - c'era già allora più "stato" di diritto, nel senso di un sistema amministrativo e di "legge e ordine" che funzionava più che al Sud, dove il potere locale era altamente feudale ...

Non sarà il massimo di originalità ma la sostanza è questa. Prima domanda tua:

Capitale umano: se a Napoli esistevano migliaia di artigiani, (lo scrivete voi, non io, quindi mi sento esonerato dal dimostrarlo) ovvero persone con una certa manualità ed esperienza [...] perchè non si è generato un ciclo virtuoso, per cui questi artigiani non si sono evoluti in imprenditori e/o maestranze di buon livello ? 

Sono d'accordo con te che l'istruzione c'entra relativamente poco. Il problema secondo me è che l'innovazione di sistema a quel tempo era il passare alla produzione 'industriale' (anche di dimensioni piccole), e per far questo ci volevano investimenti che spesso dovevano coinvolgere più soci. Per fare società ci vuole affidabilità e rispetto dei contratti -un buon business environment-, e questo con i Borboni non c'era (come garante dei contratti c'era la mafia, come dissi a suo tempo a Gambetta).  Credo che questo conti quanto e  forse più dell'istruzione (che comunque aiuta a crearlo). 

E il meraviglioso domandone?

[...] Nel 1861 e anni seguenti [...] il Sud era già in uno stato talmente pietoso che comunque andassero le cose niente poteva cambiare?

Una condizione sufficiente perché le cose potessero cambiare ovviamente non la so, ma ne so una necesaria, che i Piemontesi non ebbero la forza di fare (forza, non coraggio o benevolenza): il trasferimento fisico di capitale umano. Mandarono un sacco di soldati, ma non mandarono maestri e funzionari. Senza quelli il capitale umano e il "sistema amministrativo e di legge e ordine" di cui parla Michele non si potevan cambiare. E dove mancano quelli, le imprese non vanno.  

In verità, secondo me il problema rimane lo stesso oggi nel progetto federalista. Senza maestri, manager e funzionari nell'istruzione, sanità e amministrazione pubblica si manda mezzo Paese allo sbando, e questo non mi sembra un affare per nessuno.

ma non mandarono maestri e funzionari.

mah... e i famosi prefetti? d'altra parte mandare maestri e funzionari senza cambiare i meccanismi di governo locale è inutile.

Seguendo il dibattito sul Veneto ho trovato un dettaglio significativo (sempre ne Il Veneto nella storia delle regioni Einaudi): un deputato veneto (e pure conservatore) condannava, negli anni '80 del 19. secolo, in piena epidemia di pellagra, la prassi dei comuni che non rinnovavano la condotta dopo i tre anni di prova al medico condotto se questo si azzardava a sostenere che la pellagra era causata dall'alimentazione e quindi dai bassi salari. Se maestri, medici condotti ecc. erano alla mercé delle oligarchie locali (vedi tutta la letteratura socialista sulle maestre comunali apostole dell'alfabetizzazione vessate dai sindaci reazionari), hai in bel trasferire fisicamente capitale umano.

 


Salvatore, non per difendere gli indifendibili piemontesi, ma il capitale umano da fuori tipicamente genera rivolte culturali, tipo rivolte anti-colonialiste. Senza domanda interna per capitale umano mi par che offrirlo da fuori non possa essere soluzione.

Per chiarire, io non ce l'ho affatto coi Piemontesi.  L'annessione del Sud non l'avevano neanche in programma. L'ordine pubblico era un macello, e dovettero mandare soldati. Non c'erano strade, e pensarono di far ferrovie. Non avevano i mezzi per fare di più, e per giunta avevano  problemi di budget e improbabili ambizioni coloniali che portavano tasse. Per inciso, parlare di 'responsabilità dei deputati meridionali' in questo contesto è fuorviante: semplicemente non c'erano idee migliori in giro. Fu per primo Pareto non prima del 1890, dal suo esilio in Svizzera, a tuonare (lo stile era molto alla Boldrin) che la smettessero con ferrovie e missioni in Africa e cominciassero a educare il popolo ignorante. 

Sul fatto che 

il capitale umano da fuori tipicamente genera rivolte culturali, tipo rivolte anti-colonialiste

ho qualche dubbio, specialmente quando si parla di personale che migliora servizi essenziali alla popolazione, da salute e istruzione a uffici pubblici che si possano definire tali. 

Salvatore io personalmente ho re-imparato la lezione (che mi ero auto-impartito) lasciar stare sui motivi storici della diseguaglianza Nord-Sud.

Non sono d'accordo gli storici, come possiamo arrivarci noi ? Ritorno all'unica cosa misurabile e certa: esiste.

E' colpa dei piemontesi, di Crispi, di Cavour, dei meridionali che sono genericamente inferiori, o culturalmente inadatti, o disadattati, o hanno elites di merda (quello continua ancora oggi), o quello che ognuno preferisce e/o argomenta, con maggiore o minore capacità, con più o meno dati, con più o meno interpretazioni logiche mi sembra tempo perso, perchè non ho la capacità di stabilire una gerarchia fra le varie voci.

Ritorno al mio modo di vedere: as is.

ma l'età comunale finisce intorno al Quattrocento, poi nascono gli stati territoriali e le signorie che liquidano la dialettica delle istituzioni comunali da cui dipendevano anche le tradizioni civiche, come fanno a sopravvivere sotto traccia per quattro secoli?

Ma come fai a ritenere che lo spirito civico non possa sopravvivere sottotraccia per quattro secoli, se qui succedono le stesse cose che succedevano cent'anni fa...

vedi tutta la letteratura socialista sulle maestre comunali apostole dell'alfabetizzazione vessate dai sindaci reazionari

http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/Rigore_Morale_e_Solidariet%C3%A0

P.s. Ho corretto. Grazie a Brusco qui sotto.

Ma come fai a ritenere che lo spirito civico non possa sopravvivere sottotraccia per quattro secoli, se qui succedono le stesse cose che succedevano cent'anni fa...

 

perché sono empirico e materialista. Le idee esistono se ci sono meccanismi e sitituzioni che le conservano e le trasmettono, e che incentivano (o no) a comportarsi in un certo modo. A parte che "spirito civico" e "capitale sociale" sono termini molto vaghi. I Comuni hanno reinventato da capo le istituzioni urbane, l'assemblea poplare, le magistrature che si occupano di urbanistica, sanità, annona (lo dice Mumford ne La città e la storia); la militanza politica, sociale e religiosa dei vari ceti crea legami, forme associative e valori... ma l'età comunale è anche una di scarsa certezza del diritto (com'era il detto "legge fiorentina dura da sera a mattina"), di scontri violenti (dai Ciompi a Romeo e Giulietta), di spirto di parte acceso. Non esattamente quello di cui si parla oggi in termine di coesione sociale.