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Testimonianza "idraulica" sull'alluvione a Vicenza

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non credi che in realta` la soluzione corretta sarebbe lo spianamento dell'abitato previo rimborso ai proprietari pagato dal comune di Vicenza tramite una apposita tassa straordinaria?

No, non credo... non parliamo di teoria. Sarò sensibile e/o romantico ma io non penso che vita, radici, legami, affetti (perchè cambiar casa non significa solo mura e tetti diversi) siano ripagabili con un rimborso.

Per questo, visto che è possibile, preferisco di gran lunga degli interventi comuni che garantiscano alle due sponde, entrambe abitate in modo più o meno "appropriato", di vivere senza problemi. Molto è stato fatto per ripristinare una situazione vivibile anche a destra (a sinistra non ricordo che siano mai stati alluvionati). Ora però per eventi un po' più marcati, ma sempre probabili, come quello accaduto in questi giorni, servono evidentemente altri interventi comuni che si chiamano casse/bacini di espansione, già previsti, progettati e finanziati... manca la fase esecutiva a causa dell'opposizione dei proprietari dei terreni ad espropri o accordi (del tipo "puoi continuare a coltivare, ma sappi che in caso di necessità ti allaghiamo i campi")... questi proprietari, se anch'essi alluvionati, rivedranno forse la propria posizione?

Diverso il discorso nel caso in cui un abuso comporti gravi e irrisolvibili conseguenze ad altri o agli stessi che nell'abuso ci vivono... in questo caso d'accordo con te (...in effetti nel nostro caso avremmo potuto chiedere risarcimenti per quei 20 anni circa in cui la situazione a destra non era ancora sotto controllo)

P.S. preciso che il quartiere in questione fa parte del comune di Quinto Vic.no ed è questo che concesso la lottizzazione "abusiva" alzando i propri argini, non Vicenza, che il danno l'ha subito senza reagire.

Innanzitutto in bocca al lupo per i danni, poi complimenti per l'articolo che ci ha riportato a parlare di cose concrete (nell'altro post avevamo un po' tutti deragliato su impressioni, sensazioni e "si dice").

Una curiosità: dato che la causa dell'esondazione del Tribolo sembrano palesi e riconosciute (almeno così deduco dal tuo articolo) quando sono iniziati i lavori sul lato destro? Non esiste nessun altro progetto ?

Allora, provo a rispondere anche se il mio voleva essere solo un esempio concreto di una (sotto)specie di abusivismo che purtroppo risulta essere frequente e passare con nonchalance (se a fare le cose fuori regola sono enti e/o istituzioni anzichè comuni privati cittadini sembra si possa chiudere un occhio). Non vorrei infatti che ora si parlasse solo di questo Tribolo, che in quest'occasione tutto sommato ha creato molti meno problemi di altri fiumi in altre zone del nostro territorio (il nocciolo principale che premeva a me era la disattenzione nazionale per la vicenda).

Il lavori di destra (se ci siam capiti bene la destra è la parte che non era area golenale, ma lo è diventata di fatto dopo la "bonifica" per la costruzione del nuovo quartiere sulla sinistra) sono iniziati dopo anni di lotte, pressioni e richieste da parte di noi abitanti dell'area a destra nei confronti di comune, amministrazioni, enti territoriali competenti, genio civile... dovevano iniziare entro il mese di settembre 2000 per concludersi entro dicembre 2001, ma nel marzo 2001 non erano ancora iniziati. Ad agosto 2001 molti lavori erano stati fatti ma si sono inspiegabilmente sopsesi. Dopo altre denunce e solleciti a fine agosto 2001, settembre e dicembre 2002 finalmente sono stati portati a termine e, di recente, nei momenti di allarme vengono prontamente (su nostra chiamata) sistemate due grosse idrovore per agevolare il deflusso dell'acqua dei rii dei campi verso il Tribolo che quando è gonfio, anche se non pieno, non consente l'apertura delle paratìe di immissione.

Andrea, tu dici alzare gli argini... purtroppo non è così semplice, perchè buona parte dell'acqua alluvionale non trabocca dal Tribolo, ma è appunto quella che fossi e rii dei campi non riescono a smaltire immetendola nel Tribolo. Oltre a questo nei punti dove le strade attraversano il fiume l'argine necessariamente si appiattisce facendo posto alla strada e difficilmente si decide di alzare un ponte e/o la strada stessa.

Aggiungerei che la popolazione del Villaggio M.G. sara' di 1-2000 persone almeno, in larga percentuale case unifamiliari. Spostarle non e' proprio economicissimo. Il fiume invece e' piccolino e la lunghezza interessata abbastanza limitata. Davvero non dovrebbe essere costosissimo alzare gli argini di uno-due metri per.

P.S. preciso che il quartiere in questione fa parte del comune di Quinto Vic.no ed è questo che concesso la lottizzazione "abusiva" alzando i propri argini, non Vicenza, che il danno l'ha subito senza reagire.

Va detto che una espansione del genere, che andando a naso e' stata fatta negli anni 70, e' stata sicuramente prevista dal Piano Regolatore del comune di Quinto, che e' un documento con un iter un po' complesso (vado a memoria dai miei studi di 25 anni fa, magari qualcuno puo' precisare e correggere) che viene alla fine approvato dalla regione. Era in quel processo che il comune di Vicenza, ed eventualmente la Provincia, dovevano intervenire

alcuni articoli dal quotidiano locale:

CLAMOROSO RETROSCENA. Appaltato negli anni Ottanta, non ha mai trovato realizzazione il canale scolmatore per Retrone e Bacchiglione

Una beffa da 5 milioni di euro

Mercoledì 10 Novembre 2010 SPECIALI, pagina 8

Una beffa da cinque milioni di euro. Come dire: la storia si ripete. Che si parli di canali scolmatori, bacini di contenimento oppure discariche. Nessuno le vuole. Soprattutto se sorgono su un territorio dove ci sono altri interessi da tutelare, proteggere. Poi, le imprese crescono, le strade s'allargano e magari comincia a piovere, gli argini dei fiumi non tengono. Anzi, crollano. Per cattiva manutenzione, per le nutrie o chissà per quali altri svariati motivi. E, infine, le città vanno sott'acqua.
Allora si contano danni per miliardi di euro. Salvo poi ritrovare nei cassetti nel Magistrato alle acque di Venezia un vecchio progetto che risale agli Anni Ottanta che non solo non è stato realizzato, ma l'ente ha dovuto risarcire la ditta per la risoluzione del contratto d'appalto e per i mancati introiti con oltre 6 miliardi e mezzo di vecchie lire che corrispondono, grosso modo, a cinque milioni di euro di oggi. Ed ecco la beffa. Come dire che allora, se i lavori avessero seguito il loro corso, evidentemente oggi non saremmo qui a contare i danni di un'esondazione per la quale è stato chiesto lo stato di calamità naturale e per la quale il Governo si sta impegnando nel trovare ingenti risorse.
Ma andiamo con ordine. Il magistrato alle Acque nel 1988, dopo anni di studi, considera necessario provvedere alla sistemazione idraulica dei fiumi Bacchiglione e Retrone e delle varie rogge che vi convergono per realizzare un canale scolmatore di piena del bacino del Retrone. Il primo progetto del 1985 si ferma a 36 miliardi, con un primo lotto di 10 miliardi. Ad eseguire i lavori- come viene spiegato nel pezzo accanto dal funzionario del genio civile - un'associazione temporanea d'impresa composta dalle ditte Caldat, Mazzi, Cifa, Pizzarotti e Donà. Erano opportunamente integrate tra di loro e l'opera avrebbe potuto fornire la soluzione definitiva al problema esondazioni nel Vicentino. Al punto che al primo progetto se ne aggiunge un secondo che riguardava una cassa di laminazione per il Timonchio tra Capovilla e Novoledo nel territorio del comune di Caldogno per un costo totale, allora, di 70 miliardi di vecchie lire. Cifre enormi che avevano avuto il via libera di tutti gli enti preposti, commissioni e anche dalla Corte dei Conti, almeno nella prima parte. Ma il progetto non andò avanti, si arenò tra comitati di cittadini in particolare quelli di Arcugnano che vedevano l'opera come una devastazione per il loro territorio: di fatto a loro bastavano un un paio di casse di contenimento e nulla di più. Quello che avveniva più a monte doveva, evidentemente, riguardare qualcun'altro. Sono trascorsi vent'anni, nulla sulla carta è cambiato. Nemmeno nella realtà perché Retrone e Bacchiglione hanno invaso vie e città. Hanno fatto paura. E tanta. E allora non si può non pensare al progetto approvato e ai lavori del primo lotto licenziati ancora nel 1988: dieci miliardi di vecchie lire, tredici mesi la durata dell'intervento. Doveva essere un primo passo. Importante. Per deviare le acque di piena del Retrone. Però, non è stato realizzato. Tutto fermo, fatta eccezione per il ricorso della ditta che ha incassato i soldi. Un'amara beffa pensando al disastro di lunedì scorso.C.R.

 

A CALDOGNO. Nel 2008 attribuiti al Comune come compensazione

Il milione in cassa e un mini-invaso mai realizzato

Roberta Bassan

Vezzaro: «Intoccabili perché legati al bacino di espansione, serviranno per le emergenze» Polemica con Forte: «Vergogna»

Giovedì 11 Novembre 2010 SPECIALI, pagina 9

Il Bacchiglione ha rotto gli argini a Cresole

Nelle casse del Comune di Caldogno dal 2008 giace un milione di euro per opere idrauliche, gli amministratori avevano pensato anche alla possibilità di un piccolo invaso tra Rettorgole e Cresole per far defluire la tracimazione delle rogge. Una sorta di compensazione per il “sacrificio” che il territorio avrebbe dovuto sopportare davanti alla prospettiva della cassa di espansione, l'invaso da 100 ettari di terreno in sinistra Timonchio con potenzialità di accogliere 3,3 milioni di metri cubi d'acqua attraverso le derivazioni, smorzando il picco e attenuando la portata dei corsi.
«Veniteci incontro - aveva detto il sindaco Marcello Vezzaro, oggi in prima linea nell'emergenza alluvione - visto che dovremmo sopportare il bacino per fronteggiare le esondazioni che riguardano il capoluogo». E allora ecco il denaro: un milione di euro.
La somma risale alla deliberazione della giunta regionale del 21 ottobre 2008, pubblicata sul Bur il 18 novembre: i soldi fanno parte del pacchetto di 8 milioni 800 mila euro con cui il Ministero dell'Ambiente ha finanziato il primo stralcio della cassa di laminazione. Attraverso un accordo di programma l'intera somma è passata dal Comune alla Regione. Venezia si era impegnata a definire, in accordo con Caldogno, ulteriori opere complementari connesse con l'intervento principale per l'importo di un milione. Il Comune manifestò all'epoca la volontà - come si legge nella delibera - di procedere autonomamente. Caldogno, a completamento dell'intero finanziamento ministeriale, avrebbe dovuto ancora versare alla Regione 300.116,19 euro. Invece si vide arrivare dalla Regione 699.883,81 euro a completamento della compensazione.
Si cominciò a parlare di realizzare un piccolo bacino nella zona tra Cresole e Rettorgole, un primo aiutino al paese, per far confluire le rogge in caso di tracimazione. E si affidò l'incarico per uno studio di fattibilità ad un ingegnere idraulico e ad un agronomo.
Ma che fine ha fatto quel mini-invaso? «Le conclusioni degli esperti è che non è possibile realizzarlo - ha detto ieri il sindaco Marcello Vezzaro -, perché troppo basso e troppo vicino alle falde. Detto questo non è stato possibile utilizzare un centesimo di quei soldi per altre opere di difesa del territorio, perché la somma è vincolata a studi legati alla cassa di espansione». Come per esempio l'ipotesi di riqualificazione dell'area per possibili riconversioni agricole del terreno: c'era stata per esempio la proposta delle colture legnose da reddito per far appunto rendere il terreno che, con la proposta di indennizzi della Regione, verrebbe svalutato, come hanno sempre sostenuto i proprietari riuniti in Comitato.
Ma quel piccolo bacino tra Cresole e Caldogno avrebbe attutito la furia dell'alluvione a Cresole? In Regione fanno le debite proporzioni. Se la cassa di laminazione costa 27 milioni e potrà contenere 3,3 milioni di metri cubi d'acqua, il mini invaso non avrebbe potuto che raccogliere 10 mila metri cubi. Poco più di una “bacinella”. Ma non era possibile utilizzare quei soldi per difendere il territorio, sostenere gli argini, prevenire invece di trovarsi ora a piangere un morto e a curare una frazione ferita? «Quei soldi erano vincolati - ribadisce il sindaco - e legati al progetto regionale della cassa di espansione». E di fronte al sindaco di Costabissara Giovanni Maria Forte che ha ottenuto 600 mila euro con cui ha rimesso in sicurezza gli argini e salvato il paese? Vezzaro va giù duro: «Una vergogna le dichiarazioni del sindaco, che è anche assessore provinciale, fatte sulla testa di chi sta soffrendo».
Intanto il milione di Caldogno, la proposta è partita dal consigliere regionale Costantino Toniolo, dovrebbe servire per le emergenze di Cresole. La Regione è in attesa del via libera del Ministero. Almeno ora serviranno a curare.

 

Venerdì 12 Novembre 2010 SPECIALI Pagina 11

LA POLEMICA. La Regione sta per stipulare il contratto per il progetto definitivo, ma un centinaio di agricoltori tiene in scacco l'opera per problemi legati agli espropri

«Basta ai Comitati che bloccano gli invasi»

Meggiolaro, presidente Coldiretti contro i proprietari dei terreni: «L'opera idraulica è necessaria si assumano la responsabilità»

La richiesta del «giusto indennizzo» dei terreni da parte degli agricoltori riuniti in Comitato tiene in scacco la realizzazione della cassa di espansione a Caldogno, in sinistra Timonchio, 100 ettari di campi, capacità di accumulare 3,3 milioni di metri cubi d'acqua. Un atteggiamento ripudiato dal presidente provinciale della Coldiretti Diego Meggiolaro, che nel gruppo ha una ventina di associati: «Basta con i comitati che bloccano gli invasi. È accaduto con il canale scolmatore negli anni Ottanta mai realizzato, che avrebbe potuto evitare i disastri dei giorni scorsi, come ha ricostruito l'inchiesta del giornale. Ora la storia non deve ripetersi. Ognuno deve assumersi le proprie responsabilità».


IL PROGETTO. Come ha spiegato la Regione siamo ormai arrivati alla stipula del contratto per la progettazione definitiva dell'invaso. Ad aggiudicarsi la gara la rete di progettisti con capofila lo studio Beta Srl di Ponte San Nicolò, in provincia di Padova, che ha realizzato anche il progetto preliminare. Se la tabella di marcia viene rispettata in estate ci sarà il bando per l'appalto. Non si tratta di lavori elaborati: in un anno e mezzo, entro il 2012, la cassa di espansione potrebbe essere ultimata. L'invaso accoglierebbe l'onda in arrivo dai corsi d'acqua attraverso le derivazioni, smorzandone il picco ed attenuandone la portata: la “ospiterebbe” per uno-due giorni al massimo, il tempo necessario ai torrenti di sgonfiarsi, rilasciandola quando tornano a defluire in condizioni di normalità.
IL COMITATO. Ma mentre la fase operativa procede, nel binario parallelo il Comitato va avanti con le sue ragioni, come ha ribadito il portavoce Gianfranco Farina: «Non svenderemo il nostro terreno per il bene comune, continuiamo a chiedere un giusto indennizzo».
IL MECCANISMO. Il meccanismo di acquisizione dei terreni, tutti a destinazione agricola, prevede l'esproprio da parte della Regione solo di una parte limitata dell'opera, quella del perimetro dove verranno innalzati gli argini. Il terreno all'interno invece rimarrà proprietà degli agricoltori che non saranno espropriati, ma indennizzati. La Regione ha approvato una legge basata sulla “servitù di allagamento”in cui regolamenta il sistema di indennità: prevede una quota riferita alla perdita del valore del terreno e un'altra riferita ai danni procurati dalla mancata produzione del fondo. È stato anche previsto di corrispondere al proprietari il valore del materiale che verrà scavato. Le Federazioni regionali agricole, Coldiretti in primis, hanno dato il loro assenso. Il Comitato se ne fa un baffo: «I nostri legali ci hanno detto che, in questo caso, la norma regionale non ha valore e, anche se la Regione andrà avanti, noi faremmo ricorso. Chiediamo un indennizzo giusto, è terra che ci appartiene da generazioni: la Regione usufruisce di un bene non suo e ci accolla l'onere della pulizia».
COLDIRETTI. Diego Meggiolaro precisa: «Nel Comitato ci sono una ventina di nostri associati e mi risulta che siano sulle posizioni dell'associazione. Trovo onesto chiedere un giusto indennizzo, ma senza volere troppo. Bisogna avere la possibilità di fare opere essenziali sul territorio e con l'indennizzo regionale si è cercato di dare secondo me un giusto compromesso, che tiene conto delle stime e delle logiche già attivate. Assicuro invece che saremo molto attenti nella fase della costruzione. Vorrei ricordare che c'è un invaso che funziona bene ed è quello di Montebello Vicentino, con capacità di accumulo di 5 milioni di metri cubi d'acqua. In questa piena ha svolto un ruolo fondamentale, poi tornerà ad essere coltivato. Certo, il proprietario non può pensare di piantare frutta o ortaggi, ma il mais per esempio va benissimo».
COMPENSAZIONI. Per l'invaso di Caldogno il Comune ha ottenuto un milione di euro per opere complementari. «Sono soldi - ha ribadito il sindaco Marcello Vezzaro - vincolati esclusivamente alla cassa di espansione».

 

Non vorrei entrare troppo nei dettagli del caso specifico, ma è sempre molto comodo scaricare il costo del "bene comune" sulle spalle di qualcuno. Certo, il bacino di contenimento è importantissimo, e allora che si paghi il giusto valore. Io sono in generale contrario alle tasse, ma sarei ben disposto a finanziare con la mia quota di socio-cittadino il giusto rimborso per i beni richiesti per un'opera importante per tutta la comunità. In tutto il mondo in genere i beni si scambiano per un giusto valore, l'esproprio è un pretesto per rubacchiare, altrimenti non esisterebbe quello strumento.

 

In tutto il mondo in genere i beni si scambiano per un giusto valore, l'esproprio è un pretesto per rubacchiare, altrimenti non esisterebbe quello strumento

se ne deduce che l'esproprio esiste solo in Italia (google "eminent domain"), che è stato magari introdotto dai comunisti o dalla casta (controllare la data delle leggi di unificazione amministrativa che fondano le modalità dell'espropriazione per pubblica utilità, e vedere chi era al governo...modesto suggerimento, avete presente Quintino Sella e Co.?)

Poi, sul "giusto" valore... se non sbaglio non è parente del concetto tomista di giusto prezzo, un pò difficile da incrociare con il liberismo antistatalista... 

In concreto, se ti espropriano un'area alluvionale o golenale (di solito non edificabile e magari di scarso valore agricolo) quasi ti fanno un piacere, in quanto il prezzo di mercato sarà presumibilmente non molto diverso dall'indennizzo. Se poi l'aspettativa è "mi' cuggino è amico del geometra del comune e previa congrua mazzetta diventa edificabile e vale tanti €", beh, le cose cambiano...

Più in generale, l'esproprio serve a ridurre il peso della rendita nella gestione del territorio, e da David Ricardo in poi la ricerca della rendita è vista proprio come un "rubacchiare".

 

 

La deduzione è tutta tua. La mia era e resta una affermazione generica. Sono un ignorante matricolato, quindi non mi faccio troppe pippe su "concetti tomisti" o di altro tipo, semplicemente esprimo un banale punto di vista da contadino: se tu usi uno strumento che forza il trasferimento di una proprietà contro il volere della persona alla quale lo togli, significa che non vuoi usare gli strumenti che le regole di mercato (usualmente accettate in tutte le transazioni al mondo) imporrebbe, e che equivalgono al prezzo che il cedente ritiene come adeguato per bilanciare il valore che lui percepisce del suo bene e l'acquirente ritiene accettabile per il valore che attribuisce a quel bene. Una bilancia. Semplice e lineare.

Punto.

Non ho parlato di trucchetti atti ad elevare artificialmente il valore di un bene, peraltro trucchetti che manipolano quell'equilibrio di mercato in modo arbitrario attraverso la connivenza di soggetti che devono fare il "bene comune".

Quanto vale un parco pubblico? A mio avviso vale molto, molto di più di un terreno edificabile in un luogo dove tutto è edificato. Ma cosa accade? Che prima si fanno le concessioni edilizie (così chi le rilascia fa cassa e magari gli salta fuori la busta in nero) e poi invoca il "bene comune" per rubare l'ultimo appezzamento di terreno che il proprietario aveva ostinatamente voluto lasciare verde per sé perché a quel punto alla popolazione *serve* un parco pubblico visto che non hanno altro spazio dove respirare dato che lo hanno coperto di cemento.

 

Da quel che ricordo dai miei studi, esiste una legislazione copiosa sull'esproprio, di durata pluridecennale, costantemente e persistentemente eliminata dalla corte costituzionale quando prevedeva compensi inferiori al prezzo di mercato dell'immobile espropriato. Mi pare che la relativamente recente normativa vada nella direzione di soddisfare questi requisiti.

La legge sull'esproprio serve principalmente ad obbligare i proprietari a cedere l'immobile; la determinazione del prezzo e' una conseguenza necessaria.

La legge sull'esproprio serve principalmente ad obbligare i proprietari a cedere l'immobile; la determinazione del prezzo e' una conseguenza necessaria.

Non so se ho capito bene, perché questo è molto ingarbugliato. Io trovo che non ha senso avere una legge che obbliga a cedere l'immobile se non per usare forme di determinazione del prezzo fuori dalle regole del mercato.

Qualcuno me lo deve spiegare, ma usando parole semplici in modo che le possa capire un contadino come me, poiché io assumo che se esiste un mercato che regola gli scambi, e questo avviene secondo i semplici criteri che già avevo citato, allora non serve alcuna legge: l'unica legge che vale è la legge del mercato. Voi l'immobile? Offri quanto basta affinché il proprietario ritenga di essere adeguatamente compensato della perdita del suo bene. Stop.

 

Non vorrei dire cazzate, ma secondo m parlare di prezzo di mercato in questi casi è un po' improprio: se il terreno è da espropriare per costruirci una tangenziale il prezzo di mercato lo fa la possibilità di risarcimento, non vice versa. Inoltre il prezzo di mercato si forma quando una parte è disposta a vendere e l'altra a comprare in regime di concorrenza. Chi ha la casa sul tragitto della tangenziale è in posizione di monopsonio.

Sarebbe però pressochè impossibile costruire strade accontentando tutti i vecchietti attaccati alla casa di famiglia ed i furbi che tirano sul prezzo perchè sanno che aggirare la loro proprietà costerebbe una fortuna, per cui si fanno gli espropri.

Quindi gli espropri si fanno, e l' indennizzo si cerca di calcolarlo in base al prezzo di mercato di proprietà simili in zona.Che è probabilmente equo (o quasi, direi che un minimo di compenso per l'obbligatorietà ci starebbe pure), ma resta forzoso.

Grazie Marcello per il chiarimento, in effetti il mio post era leggermente contorto. Il problema di molte leggi precedenti (dall'unita' d'Italia in poi) e' che prevedevano un prezzo inferiore a quello "equo", calcolato per esempio in base al valore di proprieta' simili in zona. 

Ma ha ragione anche il lettore: se uno ha un particolare attaccamento sentimentale alla proprieta' per cui non e' disposto a disfarsene a nessun prezzo, allora il prezzo "di mercato" di quell'immobile e' infinito. La legge dunque serve a pagare meno.