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Perché il DDL Gelmini non è (era?) tutto da buttar via

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http://www.corriere.it/editoriali/10_ottobre_24/un-paese-fuori-corso-editoriale-francesco-giavazzi_b658834c-df3d-11df-ae0f-00144f02aabc.shtml

Ancora un disastroso editoriale di Francesco Giavazzi, che riesce a combinarne di tutti i colori anche oggi. Dice Giavazzi:

Per alcune famiglie si tratta della prima generazione che può continuare gli studi dopo la scuola.

Alla fine del commento vi rivelo chi ha detto queste cose diversi anni fa.

In tre anni 4.500 professori, il 12% del totale, sono andati in pensione. Molti dei corsi che insegnavano non ci sono più perché, tranne casi rari, chi è andato in pensione non è stato sostituito. Il motivo è che i tagli ai finanziamenti pubblici hanno fatto sì che nella quasi totalità degli atenei la spesa per stipendi oggi superi il 90% delle risorse, soglia al di sopra della quale non si può più assumere nessuno.

Esagerato! Quest'anno (2010) gli Atenei sopra il 90% sono 7, e il motivo della "non sostituzione" di svariati Professori sta in questo, che intanto per implementare il "metodo Giavazzi" per lo svolgimento delle tornate concorsuali dei posti banditi illis temporibus (2008) ci sono voluti mesi e mesi di elucubrazioni procedurali condite da algoritmi non propriamente pane quotidiano degli azzeccagarbugli che stanno al Ministero, e poi, soprattutto, che le regole per il turnover e lo stretto contingentamento di punti-organico fra le fasce (per legge tremontiana) hanno ritardato, o stanno ritardando, le chiamate di vincitori e idonei alla fascia superiore. Peraltro non si sa ancora quali siano le allocazioni precise dell'FFO per il 2010...

I ricercatori sono 24 mila. Fino a ieri due su tre insegnavano, sebbene una legge sciocca ma ancora in vigore dica che dovrebbero fare solo ricerca, non insegnare.

Ma guarda un po', la "legge sciocca" è lo stato giuridico che definisce i doveri d'ufficio dei ricercatori, la 382/80 (e sue modificazioni successive sul punto). Si trattava di formare una fascia di personale ricercatore ma non docente, che avrebbe messo ordine nella carriera di tante figure precarie (borsisti, assegnisti, contrattisti) che si aggiravano per le Facoltà negli anni '70 [cfr. anche la storia di Giovanni Federico]. "Peccato" che si finì col farne un ruolo a tempo indeterminato, per un colpo di mano in Commissione parlamentare - ma questo che c'entra con i doveri d'ufficio? La legge può essere modificata solo per il futuro, in questi casi (future assunzioni, si intende), poichè anche i ricercatori sono funzionari pubblici della specie più pura. Soluzioni alternative per "spostarli" in una terza fascia docente (con l'incentivo del titolo professorale e qualche soldo in più) sono sempre state osteggiate in passato, in quanto indicate come ope legis da un variegato fronte di oppositori... dove è vissuto Giavazzi in questo periodo?

Che nell'università ci siano troppi professori è un fatto.

Eh, no, chiarissimo, che nell'università ci siano troppi professori è una valutazione, che peraltro non coincide con quella di chi, dal Governo o dall'opposizione, ha proposto l'emendamento per i famosi nuovi 9.000 Associati. Del resto poche righe più sopra il Giavazzi aveva scritto che "Quest'anno oltre un terzo dei ricercatori non farà lezione: altri corsi che non partono, spesso i più avanzati poiché i più vicini alla frontiera della ricerca.". Quindi mancano docenti, invece...

La responsabilità è di quei sindaci e presidenti di Provincia, di destra, di centro e di sinistra, che hanno ottenuto che si aprissero università ovunque, e che in ciascuna si avviassero corsi di triennio, biennio e dottorato.

Tra la fine degli anni '80 e l'inizio dei '90, quando anch'io mi aggiravo nelle aule universitarie, c'erano articoli di tenore ben diverso, sui giornali. Infatti ci si lamentava di aule sovraffollate, lezioni nei cinema, domanda studentesca non soddisfatta. Ricordo di aule ad Ingegneria strapiene di 300 studenti, e gente che si portava il binocolo, oltre che lotte furibonde per la "prenotazione" della prime file. A Fisica eravamo più fortunati, eravamo in 120 matricole. Gli psicologi erano quelli che facevano lezione nei cinema.

La risposta del corpo docente, con l'aiuto di una lieve modifica allo status giuridico dei ricercatori, fu l'ampliamento del numero dei corsi, e poi dei corsi di laurea, per (tentare di) adattare l'offerta alla domanda. Si diceva, e secondo me non sbagliando (stante il quadro giuridico del sostanziale libero accesso), che era meglio far seguire corsi "umani" agli studenti, seppur non tenuti da cattedratici "insigni" piuttosto che costringerli alle peripezie e alla pseudo-frequenza (questo valeva evidentemente per alcuni corsi di laurea, e per i primi anni: dopotutto la parola liceo non è affatto brutta, e non è nemmeno estranea al concetto di Università...). C'era un piccolo problema: si stava cominciando a sfruttare i ricercatori anche come docenti (su base volontaria, si intende, e comunque sovente anche pagata), ed ampliando il ricorso a docenze a contratto esterne, ma questo sembrava un problema minore, allora. Dello stesso genere di strategia faceva parte il "portare la montagna a Maometto", con l'apertura di sedi distaccate. Infatti in quegli anni stava cominciando a lievitare in modo pazzesco il prezzo degli affitti per studenti, e la situazione del welfare studentesco per gli alloggi non era diversa da quella odierna, come Giavazzi può leggere in questo documentato articolo su lavoce.info. Va aggiunto che l'apertura di sedi non comportava, tipicamente, oneri per l'Università, in quanto erano gli accordi con gli Enti locali e con appositi consorzi di imprenditori che foraggiavano i nuovi siti. Infine, va rilevato, su questo tema, che la maggiore autonomia, a conclusione del percorso 1989-1999, e in particolare quella didattica del 1999, portava "naturalmente" a far giocare gli Atenei su un terreno di offerta "di mercato", della quale Giavazzi non si dovrebbe stupire visto che Egli perora l'autonomia e la competizione - e l'America dovrebbe conoscerla.

Il problema si è creato con la perdita di controllo dei vari "fattori produttivi" in un contesto misto, da una parte con numerosi vincoli centrali sullo stato giuridico e la gestione del personale, e dall'altra con la mancanza di vincoli ad es. sulla retribuzione di queste docenze "non istituzionali", cioè non esigibili da PO e PA ma richieste vieppiù a ricercatori e contrattisti vari, sulla qual cosa non spendo ulteriori parole per non cadere nella pena di parlare di calcoli precisi da varie parti e connivenze degli stessi ricercatori e contrattisti sfruttati.

Se a errori ripetuti per decenni si vuol rimediare in un giorno c'è un solo modo: chiudere i corsi di laurea.

Ah, sì? Peccato che abbiate perorato per anni l'autonomia didattica e organizzativa degli Atenei, e questa, come abbiamo detto, è stata concessa. Cosa facciamo, torniamo indietro? Dove stanno gli studenti in questo ragionamento? Assenti?

C'è una cosa, invero, che doveva essere fatta e non è stata fatta. A fronte della maggiore autonomia concessa, non si è messo in piedi alcun sistema di valutazione serio, interno ed esterno, che potesse evidenziare per tempo lacune e smottamenti (e soprattutto dare indicazioni qualitative e puntuali, anzichè tabelle statistiche spesso fuorvianti). Sono stati spesi anni nella definizione di requisiti numerici per i corsi di studio, che, nelle parole di esperti degli stessi comitati ministeriali che si sono poi succeduti, hanno finito per rappresentare un benchmark al ribasso, cioè di adeguamento formalistico "estensivo" di tali pratiche piuttosto che restrittivo (toh!). Dov'era Giavazzi in questo periodo?

E per finire: ma chi l'ha detto che questa offerta didattica sia sbagliata? (lo è, ma dove? Forse non concordiamo tutti quanti nell'identificare gli errori) Conosce Giavazzi l'offerta didattica della formazione terziaria degli altri Paesi? Come è fatta? Come funziona?

La legge riconosce che i corsi devono essere ridotti, le università snellite, alcune chiuse.

La legge riconosce questo? Beh, a dire il vero c'è un nuovo delirante decreto ministeriale del 22 settembre sui requisiti dei corsi di studio che interviene in questa direzione. Peccato che si continui a conteggiare i ricercatori (contra il loro stato giuridico) nel computo dei requisiti necessari di docenza di ruolo per tenere aperti i corsi, leggere per credere l'Allegato B. Ma i ricercatori stanno mandando all'aria questo piano dichiarandosi indisponibili alla docenza... di tutto questo neanche una parola dal Giavazzi.

Allora si abbia il coraggio di spiegare alle famiglie che non possiamo più permetterci un'università quasi gratuita, cioè rette che coprono meno di un terzo del costo degli studi.

Li manderanno nel resto d'Europa, cosa più che saggia. Ah, tranne in UK, yup, adesso lì qualche amico di Giavazzi ha suggerito di abolire il cap. Ne vedremo delle belle. La Scandinavia gongola.

RR

 

P.S.: chi aveva detto quella cosa sulle famiglie dei laureati che si rallegravano per il primo figlio dottore? Un altro intellettualissimo, ovviamente! Quell'Umberto Eco che oggi viene a lamentarsi della moltiplicazione dei dottori, dopo essere stato lui, con un articolo dei primi anni del decennio, la "causa giustificatrice" del decreto della Moratti che ufficializzò l'uso del titolo anche per le nuove lauree triennali...