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Perché il DDL Gelmini non è (era?) tutto da buttar via

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E' proprio vero che il DDL abolisce le facoltà? Ecco che cosa ho scritto diversi mesi fa su questo argomento. Non credo che l'iter parlamentare del DDL lo abbia modificato in questo ambito.

Chi legge il DDL, senza tener conto degli attuali rapporti di forza all’interno degli atenei non dovrebbe aver dubbi: le facoltà saranno soppresse e i docenti saranno inquadrati in dipartimenti costituiti dai docenti di settori scientifico disciplinari affini. Dipartimenti, intesi come aggregazioni di settori scientifico disciplinari saranno responsabili, nella loro area di competenza, di tutta l’offerta didattica, per tutti i corsi di laurea,  e, conseguentemente, agli stessi  dipartimenti saranno affidate le valutazioni di merito per le promozioni ed il reclutamento dei docenti nei settori di loro competenza. Questo tipo di organizzazione dipartimentale è quella, tipica delle università americane, cui sembra ispirarsi il DDL.

       Ma è veramente coerente il DDL con questo tipo di organizzazione? Non totalmente. Si introducono infatti “strutture di raccordo denominate facoltà o scuole, con funzioni di […] coordinamento del funzionamento dei corsi di studio e delle proposte per l’attivazione o la soppressione dei corsi di studio ”. Queste strutture intervengono anche sulle “proposte in materia di personale docente avanzate dai dipartimenti”. Insomma le “strutture di raccordo” sembrano proprio una reincarnazione delle attuali facoltà, private, però, del Consiglio di Facoltà. E’ possibile, se non probabile, che, dati gli attuali rapporti di forza all’interno delle sedi, si parta proprio dalla determinazione queste strutture, e non dai settori scientifico-disciplinari di competenza, per costituire i dipartimenti che ad esse fanno capo. In pratica, i docenti sarebbero ancora inquadrati in una “struttura”, e l’appartenenza ad un dipartimento potrebbe valere solo come un’ulteriore etichettatura.

      Non c’è dubbio, infatti, che le attuali facoltà e i loro presidi cercheranno di risorgere nel nuovo ordinamento. Questa “resurrezione” darebbe luogo ad una organizzazione complessa e deresponsabilizzata, il contrario cioè di quello che, a parole, si propone il DDL. Docenti dello stesso settore finirebbero in dipartimenti diversi, che raccolgono, per far numero, settori eterogenei. In particolare le scelte relative al reclutamento del personale docente di un settore sfuggirebbero alla competenza e alla responsabilità di tutti i professori ordinari dello stesso settore appartenenti alla sede, come, solo apparentemente, prevede il DDL.

      Vale la pena di fare qualche esempio concreto. Supponiamo che, in una grande sede universitaria,  due facoltà importanti, come la Facoltà di Scienze Matematiche Fisiche e Naturali e la Facoltà di Ingegneria, riescano a risorgere, proponendosi come nuove “strutture di raccordo”. All’interno della “Nuova Facoltà di Scienze” potrebbero facilmente costituirsi, ad esempio, un dipartimento di matematica, un dipartimento di fisica ed un dipartimento di chimica. I numeri minimi di ordinari per la costituzione dei dipartimenti, imposti dal DDL, non consentirebbero la costituzione di tre dipartimenti con le stesse competenze all’interno della “Nuova Facoltà di Ingegneria”, si potrebbe però costituire un dipartimento delle “Scienze di base per l’Ingegneria” che raccolga i docenti di chimica, fisica e matematica, attualmente inquadrati nella facoltà di Ingegneria. Per il reclutamento di nuovi docenti e ricercatori a tempo determinato, di chimica, fisica e matematica della “Nuova Facoltà di Ingegneria” sarebbe competente questo dipartimento, per quanto disomogeneo, e le commissioni per i concorsi per posti di un settore di chimica, matematica o fisica, potrebbero, a norma dell’Art. 9, comma 2, punto c) del DDL, escludere i colleghi della “Nuova Facoltà di Scienze”, e quindi la maggioranza dei docenti dei settori interessati. Anche le proposte di chiamata previste dallo stesso comma e articolo, al punto f) sarebbero espresse da un dipartimento eterogeneo che potrebbe esclude la maggioranza dei docenti competenti del settore. Questa soluzione, certamente contraria allo spirito del DDL, non è esplicitamente esclusa da nessuna delle norme ivi contenute,  ed, in molti casi, è quella più facile da adottare. Significa però che il DDL avrebbe effetto negativo o nullo sull’organizzazione delle facoltà e dei dipartimenti, con l’aggravante di prevedere concorsi (e non solo chiamate)  con commissioni interamente locali.

      Esempi analoghi potrebbero essere fatti per molti settori presenti attualmente in facoltà diverse. Ad esempio per i settori delle Scienze Giuridiche, presenti nella Facoltà di Giurisprudenza, ma anche in quelle di Economia e Scienze Politiche, e per i settori dell’Economia, presenti nella Facoltà di Economia, ma anche in quelle di Giurisprudenza, Scienze Politiche e Statistica.

      In definitiva, se non si chiarisce, innanzitutto, che docenti dello stesso settore non possono appartenere a dipartimenti diversi (come sembra dire, ma non dice esplicitamente, il DDL) è probabile che siano le Facoltà, e, al loro interno, piccoli gruppi, arroccati in dipartimenti di comodo, scientificamente disomogenei,  a prevalere. Ci sono molte forze che spingono in questa direzione. Prima di tutto il potere che attualmente detengono facoltà e presidi e che certamente non vorranno mollare. In secondo luogo il desiderio di molti professori di non confrontarsi o mescolarsi con “colleghi” attualmente appartenenti ad altre facoltà. I giuristi delle facoltà di Giurisprudenza si ritengono superiori ai giuristi delle facoltà di Economia, i quali, reciprocamente, temono l’interferenza dei giuristi di Giurisprudenza nelle loro scelte di reclutamento. Lo stesso succede per matematici e i fisici delle facoltà di Scienze che si ritengono superiori a matematici e fisici delle facoltà di Ingegneria, mentre questi ultimi temono l’arroganza e la prepotenza dei colleghi di Scienze. Insomma, se si valutano le forze in gioco, è facile prevedere che il DDL sarà interpretato in modo che nulla cambi, se non in peggio, nella organizzazione dei dipartimenti e delle facoltà.