Titolo

Perché il DDL Gelmini non è (era?) tutto da buttar via

6 commenti (espandi tutti)

Seguo con attenzione il travagliato e vacillante cammino del DDL S.1905, ora arrivato alla Camera per la seconda lettura. E mi chiedo chi ne è il ghost writer, escludendo totalmente che il ministro in questione abbia competenze e strumenti culturali sufficienti per poter veramente intervenire in materia.

Ebbene, nonostante l'art.1 del ddl annunci per l'ennesima volta che l'università si occupa di formazione e ricerca per il bene supremo della repubblica, noto che la formazione (aggiungo: elevare il livello della formazione universitaria) non è mai sostanzialmente menzionata, se non con generici impegni a "migliorare la qualità" ecc.ecc. Molti ritengono che il livello qualitativo dell'istruzione universitaria italiana sia penosamente basso, ma questo tema non sembra stare a cuore a chi ha scritto il ddl Gelmini; suppongo quindi che nulla cambi rispetto alla 270/2004. Una riprova? Si parla continuamente di dipartimenti e quasi mai di facoltà o di corsi di laurea, cioè quelle che sono convenzionalmente le strutture formative di un'ateneo. La didattica, la didattica: possibile che nessuno se ne interessi mai?

Vorrei commentare nel merito anche il sistema di valutazione della ricerca (ovviamente novità positiva) ma purtroppo sul sito della camera non è possibile accedere alla voce 'testo ed emendamenti' quindi rischiamo di commentare cose vecchie. Leggo anche di allarmanti emendamenti all'art. 20 (insegnanti a contratto) firmati da autorevoli esponenti del PD, ma aspetto di leggerli.

Si parla continuamente di dipartimenti e quasi mai di facoltà

...beh, la ragione è che la riforma Gelmini abolisce le facoltà, intendendo i Dipartimenti come la sede della ricerca E della didattica. Cosa per altro molto in linea col resto del mondo e secondo me appropriata.

Più in generale, la didattica è una brutta gatta da pelare. Come si fa a valutarla, e come si convince un corpo docente a "insegnare meglio"? Cos'è "meglio"? Sono convinto che il DDL Gelmini si concentri sulla ricerca perché è più facile da trattare.

Non esplicitamente. L'art. 2 prevede che i dipartimenti possono istituire strutture di raccordo comunque denominate ai fini di razionalizzare e coordinare le attività didattiche. Molto confusionario.

Temo che "strutture di raccordo" sia un neologismo per indicare le facoltà e/o i corsi di studio. Mi lascia perplesso; non capisco a quale modello si sono ispirati. Io conosco abbastanza bene il modello francese, ma lì le UFR (unità di formazione e ricerca, quelle che rilasciano i diplomi) sono comunque suddivisioni di un certo domaine d'étude (che da qualche parte si continua a chiamare facoltà).

Comunque credo che quella che si autoproclama una legge rivoluzionaria del sistema universitario debba dare più attenzione alla didattica, altrimenti continuiamo ad andare avanti con le cattive interpretazioni ed applicazioni della Berlinguer.

A proposito di didattica e di dipartimenti, io lavoro alla Sapienza (in una piccolissima facoltà in corso di chiusura). Non so se questo casino di cui vi parlo è stato causato dalla riforma Gelmini o dal rettore che ha voluto precedere la Gelmini con la sua riforma di statuto, ma:

i dipartimenti che forniscono il 60% dei crediti formativi con docenti incardinati nel dipartimento stesso si occupano da soli della didattica, gli altri dovranno coordinarsi con la facoltà. Il risultato è stato una corsa ad aggregare dipartimenti il più grandi ed eterogenei possibile... e non è bastato: il dipartimento che sostituirà la facoltà (cioè un'insalata russa di Glottologia, Geografia, Studi Albanesi(!), Biblioteconomia, Bibliografia, Archivistica et al.) arriva al 60% solo perchè una mia amica docente è stata registrata come appartenente al dipartimento un mese prima di ottenere il trasferimento presso un altro. Se penso alla mia laurea in lettere vecchio ordinamento quadriennale di trent'anni fa, con dentro storia medievale, storia dei partiti politici, storia del teatro e spettacolo, delle dottrine economiche, delle dottrine politiche etc. etc.... nessun dipartimento ragionevole avrebbe potuto fornirmi il 60% dei crediti. A meno di non fare un mega dipartimento di storia con dentro tutto dagli assiri a Obama. E penso che la situazione sarà uguale nelle altre facoltà.

Come si farà a gestire la didattica senza che si capisca chi la deve gestire, e che un dipartimento potrebbe passare dall'autonomia al coordinamento o viceversa per un pensionamento, un posto di ricercatore o un trasferimento... 

 

Ecco, conosco troppo poco delle discipline umanistiche per capire se c'è un problema di organizzazione. Nelle scienze, direi che sostanzialmente non c'è, con dei minimi aggiurtamenti (tipo, i matematici e i fisici insegnano per tutti, mentre biologi o geologi non devono esportare troppa didattica).

Resta il fatto che il concetto di Facoltà (organismo che gestisce la didattica) in opposizione ai dipartimenti che gestiscono la ricerca esiste solo in Italia.

I ricercatori e professori fanno due cose importanti: ricerca e didattica. Oggi come oggi, chi li assume? Un dipartimento per fare ricerca o una facoltà per fare didattica? Se i dipartimenti gestiscono entrambe, possono anche fare delle politiche di sviluppo (leggi: decidere che figure assumere) coerenti. Ovviamente, se hanno la volontà di fare politiche di sviluppo. Ma questa è un'altra faccenda.

Temo che "strutture di raccordo" sia un neologismo per indicare le facoltà

Già, lo temo anch'io. Sarebbe una jattura.