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C'è chi vince la Coppa del Mondo

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Caro Gilli,

 

la pregherei di tener conto che i firmatari della “Lettera” alla quale fa riferimento sono oltre cento, non costituiti in partito politico. Non mi sembra corretto, né corrisponde ai fatti, considerarli tutti “non preparati”, “mossi da convinzioni ideologiche” con il solo obiettivo di “mentire e fare colpi bassi”. Per quanto mi riguarda, può tranquillamente mettermi nelle fila dei non preparati, mossi da motivazioni ideologiche (lei non ne ha? Non pensa che quello che scrive è anche il riflesso delle sue convinzioni “ideologiche”?). Per favore, a me non attribuisca altri obiettivi, se non contribuire a proporre una linea di politica economica che lei, del tutto legittimamente, non condivide.

 

Un saluto cordiale

Guglielmo Forges Davanzati

Prof. Davanzati, leggo e rileggo i suoi interventi sulla stampa locale. Capisco che in loco è al riparo (ahimè!) da un'alternativa decente discussione, quindi colgo l'occasione di fare quello che la mia vecchia città dovrebbe. Per favore, espliciti un'espressione che nei suoi ultimi pezzi (e nella lettera) compare molte volte: "prescrizioni neoliberiste dell'Unione Europea". Dopo settimane di discussioni, ancora non ho capito a cosa vi riferiate. Per favore, mi spieghi perchè la Germania dovrebbe importare di più ed esportare di meno. Per favore, mi spieghi in che modo dovremmo aumentare la "spesa pubblica", a quali settori dovremmo devolvere le risorse dei contribuenti, in che modo questo dovrebbe tradursi in più occupazione e più investimenti, e non in una spirale senza fine di esplosione del debito pubblico. 

Per cortesia, ci spieghi questo, ce lo spieghi lei. Lo spieghi a me perchè sono leccese. Lo spieghi lei perchè i suoi colleghi firmatari non l'hanno fatto, perchè non vogliono, perchè non possono, perchè non sanno. 

Grazie,

con profondo rispetto. 

Caro prof. Forges Davanzati,

Ammetto che generalizzare è spesso sbagliato. Ora, però, lei deve darmi alcune risposte per convincermi che in questo caso ho torto.

Sulla questione del partito politico, vada al video di Brancaccio, al minuto 2.43. Brancaccio dice:

"intendiamoci, la lettera degli economisti è un documento politico".

Parole di Brancaccio, non mie. 

Ora, la questione non è solamente semantica: in tutti i paesi gli intellettuali, gli studiosi, etc. prendono posizioni politiche. Il problema, in questo caso, è che le vostre posizioni non sono supportate nè dalla logica, nè dall'evidenza empirica, come hanno dimostrato Giulio Zanella alcune settimane fa, e Bisin e Boldrin a Firenze. Modestamente, qui ho rilevato l'errore metodologico e teorico di Pagano a Firenze che, da solo, mi sembra chiudere la discussione.

 

Che, alla luce di questi elementi, solo uno abbia avuto il coraggio di venire a Firenze non stupisce. Come non stupisce che il principalefirmatario abbia imbastito questa pagliacciata d'intervista: a me questi paiono subdoli tentativi di sottrarsi al dibattito, di evitare il confronto: di qui la mia accusa di uso di sotterfugi e di giochi delle tre carte. O mi sbaglio? 

E qui arriviamo agli obiettivi dei firmatari (e alla loro preparazione). Zanella ha dimostrato che avete torto. Delle due l'una: o ammettete di aver detto delle fregnacce, oppure dimostrate che quanto scritto da Zanella non è corretto. Se continuate a sostenere le vostre posizioni senza portare alcun contributo serio a livello accademico, o non siete in grado di fornirlo (assenza di preparazione) o non è possibile fornirlo, perchè la vostra teoria è logicamente incongruente (assenza di preparazione anche in questo caso).

Alternativamente, a voi del contributo accademico e del miglioramento delle condizioni economiche dell'Italia non importa nulla. E allora, come suggerivo al termine del mio altro commento, avete altri obiettivi. L'unica possibilità, escludendo l'ingenuità dei firmatari, è un'agenda ideologica totalmente distaccata dai fatti.

Attendo di essere smentito.

Non era mia intenzione, nello scrivere il post precedente, aprire un dibattito sulla “Lettera”. Ho risposto a un post a mio avviso inopportuno che mi fa piacere leggere ora riformulato. Non posso essere io a farmi interprete di ciò che ha detto il collega Brancaccio: non è forse il singolo individuo a essere responsabile di ciò che dice e scrive? Siete certi che tutti coloro che qui criticano la “Lettera” sottoscriverebbero il “pistolotto”, condividendolo al 100%?

Non ho tempo per rispondere in dettaglio alle vostre domande – e di questo mi scuso. Peraltro lo ha già fatto il prof. Pagano al Convegno di Firenze, al quale (non a me) vanno rivolte le critiche al suo (non al mio) intervento.

Tanto per evitare ‘olismi’.

Un cordiale saluto

Guglielmo Forges Davanzati

ho tempo per rispondere in dettaglio alle vostre domande – e di questo mi scuso. Peraltro lo ha già fatto il prof. Pagano al Convegno di Firenze

Personalmente non mi è sembrato che abbia risposto a simili domande, l' atteggiamento è stato più del tipo: "ho firmato perchè ero d' accordo con quel rigo al riguardo della proprietà intellettuale".

D' altra parte se lei, come firmatario, vuol proporre "una certa linea di politica economica", sarebbe interessante che ci spiegasse bene cosa vuol proporre e magari che rispondesse alle critiche alle misure da lei invocate, se no non vedo il contributo.


Non posso essere io a farmi interprete di ciò che ha detto il collega Brancaccio: non è forse il singolo individuo a essere responsabile di ciò che dice e scrive?

Scusi, Forges, ma per caso sta scherzando??? Lei firma una lettera e "non può essere lei a farsi interprete di ciò che" c'è scritto? Perché l'ha firmata allora? Era ubriaco? Brancaccio la minacciava col coltello? L'ha ricattata? O era un momento un po' così,  come i ragazzini che firmano per comprare l'enciclopedia?

Roba da matti...

non è forse il singolo individuo a essere responsabile di ciò che dice e scrive?

Allora almeno si faccia interprete di quanto scrive qui.

Pound disse: "se un uomo non è disposto a morire per le sue idee o non vale niente lui o non valgono niente le sue idee." Cosa dovremmo dedurre quando non si è nemmeno disposti a discutere le proprie idee?

Sono un po' provocatorio non per sarcasmo ma per pungolarla a dibattere. Non corre neanche i rischi paventati da Pound; B&B non hanno mai ucciso nessuno! (almeno credo...)

Fino all'altro di' l'unico Forges Davanzati che conoscevo era un tal Roberto, che lo trovate in rete se lo volete. Ora ne ho scoperto un'altro, che pero' e' troppo occupato a far ricerca ed insegnare per degnare i lettori de 'sto forum de du spiegazzioni de perche' ha firmato certe cose.

Beh, me le so' cercate io le spiegazzioni. Eccone un paio

C’è chi è interessato a una finanziaria restrittiva

 

il manifesto, 29 settembre 2006

 

di Guglielmo Forges Davanzati

Università di Lecce

 

 

L’idea dominante all’interno dell’ala moderata dell’Unione in materia di gestione della finanza pubblica può riassumersi in due punti essenziali. In primo luogo, si ritiene che un indirizzo di ‘sana finanza pubblica’ – che azzeri il disavanzo e riduca il debito pubblico – allontani la prospettiva di un ‘declassamento’ del debito da parte delle agenzie internazionali di rating. In secondo luogo, si aggiunge un argomento di tipo giuridico-istituzionale, in base al quale i vincoli previsti dal Trattato dell’Unione Europea, relativamente al disavanzo e al debito, vadano rigorosamente rispettati. La conclusione è la proposta, già per la prossima finanziaria, di un indirizzo di politica fiscale restrittivo (che non può che significare tagli alla spesa corrente, salvo il caso di significativi recuperi di gettito fiscale tramite la lotta all’evasione) che riduca l’onere del debito pubblico. Poiché questi argomenti appaiono complessi e non fanno sufficiente presa sul pubblico, i moderati spesso ricorrono a un vero e proprio ‘mascheramento’, buttando la questione sul piano dell’equità tra generazioni: dal momento che il debito pubblico costituirebbe un trasferimento dell’onere fiscale alle generazioni future, allora sarebbe giusto contenere oggi la spesa pubblica (diversamente pagherebbero ‘i nostri figli’). Si tratta di un’idea priva di qualsiasi plausibilità tecnico-scientifica. D’altronde se si fa valere l’assimilazione (in sé molto discutibile) dello Stato con la famiglia, si può giungere al risultato opposto per il quale, di norma, tanto più ricco è il padre, tanto più ricco è il figlio.

Che queste tesi siano prive di fondamento mi pare ormai chiaramente mostrato dall’appello degli economisti per la stabilizzazione del debito pubblico (www.appellodeglieconomisti.com). In più, un recente articolo di Augusto Graziani e Riccardo Realfonzo apparso su “Liberazione” dell’11 settembre 2006 illumina sulle cause effettive che spingono i moderati ad opporsi alle politiche di spesa pubblica in disavanzo. La loro analisi – lucidissima – porta a ritenere che tale opposizione sia fondamentalmente determinata dall’obiettivo di comprimere la domanda interna per riequilibrare la nostra bilancia dei pagamenti. Provo a sviluppare ulteriormente questa tesi.

Una politica di rilancio della spesa e dell’intervento pubblico, come quella prevista dall’appello, favorirebbe, come da Keynes in poi si sa, un aumento della domanda interna, nonché dei livelli di produzione e di occupazione. Questo processo porterebbe inesorabilmente a un rafforzamento del potere contrattuale dei lavoratori e quindi a una tendenziale crescita dei salari. In un’economia aperta agli scambi internazionali e fortemente dipendente dall’estero – è il caso dell’Italia – l’aumento della domanda interna ottenuto mediante l’espansione della spesa pubblica sarebbe in certa misura destinato a sfociare in un aumento della domanda di importazioni, con effetti poco significativi sui profitti delle imprese italiane. Insomma, almeno finché le imprese non riescono a migliorare la qualità delle esportazioni, l’espansione della spesa pubblica e la conseguente crescita del reddito potrebbe accompagnarsi a una riduzione dei profitti dovuta appunto alla crescita salariale. Insomma, nello scartare una politica di rilancio della spesa a favore di una politica restrittiva le forze moderate dell’Unione rischiano di farsi portatrici degli interesse delle imprese che non hanno alcuna propensione ad innovare, e che quindi hanno tutto da perdere da una crescita della nostra partecipazione agli scambi internazionali.

È forse opportuno precisare che quanto appena affermato non significa ignorare i possibili effetti degli incrementi della spesa pubblica sui profitti, soprattutto per quelle imprese di servizi che risultano al riparo dalla concorrenza internazionale.

Nelle situazioni nelle quali il principale problema delle imprese è recuperare i margini di profitto persi nella competizione internazionale (ed è, con ogni evidenza, la situazione nella quale si trova oggi l’economia italiana) – e soprattutto nelle situazioni nella quali le imprese non trovano altra via (p.e. innovazione tecnologica) per ottenere questo obiettivo - risulta loro conveniente domandare politiche fiscali restrittive. Il vantaggio è duplice: da un lato, riducendosi le importazioni, si riducono le quote di mercato interne detenute da imprese straniere potenziali concorrenti; dall’altro, e soprattutto, i margini di profitto vengono recuperati nel modo più semplice, ovvero mediante la strategia tradizionale e sicura della compressione dei salari. Adottare una politica fiscale restrittiva, come la proposta di finanziaria sulla quale lavora il ministro Padoa-Schioppa sembra fare, significherebbe assecondare interessi di parte. E non si tratta certo della parte più avanzata del Paese.

 

C'e' pure questo, che me sembra utile perche', tra le altre cose, riassume cosi'

Il sogno – quello nascosto – consisteva nel garantire ulteriori profitti al sistema bancario e, come recentemente messo in evidenza da tre economisti di Chicago – Mian, Sufi e Trebbi - nel finanziare la campagna elettorale di autorevoli candidati al Congresso, che scambiavano il loro voto a favore della deregulation con l’attività di lobbying da parte dei più grandi istituti di credito del Paese.

il contenuto di questo studio.

Molto altro non ho trovato, er professor nun c'ha un sito web. Manchera' er tempo anche per quello, che ve posso di'? Potete insistere finche' ve manca 'a voce, io credo che nun ve risponne. Troppo occupato, troppo occupato.

Ah, ha scritto (in parte ...) pure questa storia der pensiero. Contiene svariate perle, eccone arcune

 

Sono apparse pertanto due nuove scuole che si richiamano alla tradizione neoclassica, ed il cui
obiettivo comune è spiegare la stagflazione: il monetarismo di Milton Friedman e la NMC,
ovvero nuova macroeconomia classica, i cui principali esponenti sono Lucas, Sargent, Laffer.
Tuttavia va precisato che negli anni Ottanta la curva di Phillips sembra aver ritrovato una stabilità
che, oltretutto, lavori più recenti dimostrano che non abbia del tutto perso neppure negli anni
Settanta.

Gli allievi di Friedman (maggiormente noti sono R. E. Lucas, T. J. Sargent, N. Fallace, R. J. Barro)

 

L'altri ve li trovate da soli ...


                                                                                     

 

No, non ci credo che ha scritto Fallace! voleva dare più forza alla sua tesi?