Titolo

Il privilegio logora chi non ce l’ha

27 commenti (espandi tutti)

Ecco il punto: l'eccesso di tutela si verifica nella prassi e avvelena la discussione, alcuni parlando dell'art 18 hanno in mente solo quello. Ovvio che non riescano a dialogare con chi ha in mente e vorrebbe estendere a tutti delle tutele di base.

Giusto per guastare il "vissero tutti felici e contenti" purtroppo trovare la giusta tonalità di grigio non credo possa mettere tutti d'accordo. Finché siamo agli estremi è facile concordare: nessuno vuole legalizzare la schiavitù e nessuno giustificare il furto. Il problema arriva quando ti dirigi nel mezzo del grigio.

La domanda da 1MM$ è la seguente: un'imprenditore che non ha più bisogno di un lavoratore, anche bravo, può licenziarlo solo perché non ne ha bisogno? (estremizzando anche perchè non lo vuole più).Ti anticipo quella che credo sia la risposta del mercato: sì.

Poi lo stato sociale o i meccanismi mutualistici aiutano il singolo ad ammortizzare l'evento. Però per fare funzionare correttamente il mercato deve essere possibile licenziare liberamente (meglio se si può anche modificare il salario in corso d'opera).

Ovviamente attendo bacchettate dai prof se mi sono espresso male.

un'imprenditore che non ha più bisogno di un lavoratore, anche bravo, può licenziarlo solo perché non ne ha bisogno? (estremizzando anche perchè non lo vuole più).Ti anticipo quella che credo sia la risposta del mercato: sì.

Dovrebbe essere così, proprio con il caveat che

lo stato sociale o i meccanismi mutualistici aiutano il singolo ad ammortizzare l'evento.

Però ciò confligge con la diffusa mentalità antimercato che permea il comune sentire italiota. Anzi, chi osa pensarla in tal modo viene, solitamente, apostrofato in vario modo. Il fatto è che, in questa landa desolata, il "padrone cattivo ed egoista" deve essere punito per il suo status ....

Aggiungo quella che a chi fa il mio mestiere pare un'evidenza lapalissiana, ma incontra normalmente diffidenza quando non sarcasmo: si fa di tutto per non privarsi di un lavoratore bravo, che è una risorsa preziosa anche nella ragionevole prospettiva di una futura situazione migliore.

Ed anche: ma perché chi non ha voglia di lavorare oppure non ne è capace deve essere mantenuto da un'azienda privata? Che, poi, è uguale a dire: perché chi non riesce a stare sul mercato non deve essere lasciato chiudere, per far posto a qualcuno in grado di farlo?

 

La mia specifica sull'eccesso di tutela voleva infatti creare un punto d'incontro tra le acccezioni estreme e fuorvianti da un lato 

"padrone cattivo ed egoista"

e dell'altro "dipendente furbone che vuole lo stipendio anche se ruba o non lavora."

Mi pare che l'intervento di Franco metta a fuoco due aspetti trascurati:

perché chi non ha voglia di lavorare oppure non ne è capace deve essere mantenuto da un'azienda privata?

se per sensibilità sociale riteniamo che chi perde il lavoro non debba essere lasciato a se stesso, ma anzi sia giusto che riceva un aiuto, perché il costo dell'aiuto deve pagarlo l'azienda? Anzi l'azienda che non può licenziare,secondo me, sostiene un costo superiore a quello che avrebbe la collettività erogando un sussidio o aiutando il lavoratore a trovare un nuovo impiego.

Detto questo, se per tutela del lavoratore intendiamo il sussidio (l'assistenza, l'aiuto o quant'altro) da fornire durante le fasi di transizione da un lavoro all'altro, allora questa tutela è giusto che venga estesa a tutti i dipendenti (quelli precari oggi non ce l'hanno) e non distorce il funzionamento del mercato. Anche qui se non è corretto attendo rettifiche dai prof. 

L'altro aspetto sovente trascurato che ci viene ricordato è

Aggiungo quella che a chi fa il mio mestiere pare un'evidenza lapalissiana, ma incontra normalmente diffidenza quando non sarcasmo: si fa di tutto per non privarsi di un lavoratore bravo, che è una risorsa preziosa anche nella ragionevole prospettiva di una futura situazione migliore.

Trovo comprensibile che chi non è piccolo imprenditore o non ha lavorato per un'impresa con pochi dipendenti, possa essere diffidente sul punto. Mi sento di aggiungere che quando si è in pochi si crea una specie di solidarietà per la quale il dipendente sente come suo il peso di mandare avanti la baracca  e non si creano quei meccanismi tipo  "dipendente vuole fregare la società" o "datore di lavoro vuole spremere finchè possibile e poi buttar via i dipendenti".

Uno spunto interessante è come questo meccanismo virtuoso possa essere esteso anche organizzazioni molto grandi. Questa società sembra esserci riuscita, secondo HBR.

La domanda da 1MM$ è la seguente: un'imprenditore che non ha più bisogno di un lavoratore, anche bravo, può licenziarlo solo perché non ne ha bisogno? (estremizzando anche perchè non lo vuole più).Ti anticipo quella che credo sia la risposta del mercato: sì.

Ma non è quello che capita nel mercato del lavoro II (cioè in quello che da noi chiamano atipico)? Con il non trascurabile problema che tutto il "dopo" (cioè gli ammortizzatori sociali che dovrebbero aiutare il lavoratore mentre sta cercando un nuovo impiego) semplicemente non esiste.

Vi riporto questo articolo

Oggi chi lavora a tempo indeterminato in una grande azienda ha un contratto migliore (come tutele, retribuzioni e "privilegi") e ha migliori prospettive se lo mettono a casa (ammesso che ci riescano). A chi lavora nel mercato II è sempre stato detto "se toccano noi poi sarà peggio anche per voi, solo difendendo noi c'è la possibilità che miglioriate anche voi", questa cosa poteva aver senso anni fa all'inizio della storia. Oggi si è visto palesemente che così non ha funzionato, nella mia città la sezione "lavoratori atipici" di un sindacato ha aperto pochi anni fa ed è aperta solo il sabato mattina.

Insomma come dicono dalle mie parti "c'è qualcosa che tragia" (qualcosa che non va).

E' interessante come le discussioni a volte abbiano un andamento circolare. Bzbiz la situazione che tu evidenzi è reale, ma non è in antitesi con quella di Franz (anzi la completa) ed è esattamente quello di cui Massimo Famularo parla nell'articolo.

In questo caso il "privilegio" è negli ammortizzatori sociali che esistono solo per alcune aziende/categorie mentre altri lavoratori ne sono privi. Nel caso specifico della Cassa Integrazione si aggiunge, alla difficolta nell'abbandonare un privilegio, il fatto che un privilegio in questa forma (cioè "elargito") consente a politici e sindacalisti di aver un certo potere di scambio cosa che un sussidio di disoccupazione per tutte le categorie eliminerebbe.

Insomma come dicono dalle mie parti "c'è qualcosa che tragia"

Sei uzbeko? :-)

Insomma io e Corrado ormai siamo una mente sola. ;)

Se non fosse per il fatto che non capisco un H di calcio...

Insomma io e Corrado ormai siamo una mente sola. ;)

Lo considero un complimentone, grazie!

Se non fosse per il fatto che non capisco un H di calcio...

Fonti a me vicine ritengono che anch'io in realtà non ne capisca molto, ma non le reputo attendibili ;-)

 

Chiedo scusa se sono fuori tempo massimo, ma ero in viaggio e non ho potuto rispondere.

Ma giustamente, per non finire tutti felici e contenti, ci tengo a precisare che l'esempio che avevo riportato non era certo un caso di reintegro per ordine del giudice, quanto di inerzia manageriale.

Riguardo alla tua domanda, sì: un lavoratore anche bravo può essere licenziato "per giustificato motivo" quando l'azienda non ha più bisogno di lui per motivi legati all'organizzazione del lavoro o dell'attività produttiva. L'art.18 entra in gioco solo quando non c'è né giusta causa, né giustificato motivo (oggettivo o soggettivo). E' per questo che tutta questa responsabilità dell'articolo 18 nei mali delle aziende italiane io continuo a non vederlo.

E' per questo che tutta questa responsabilità dell'articolo 18 nei mali delle aziende italiane io continuo a non vederlo.

Sono d'accordo con questa conclusione e mi pare che in modo simile la pensino anche molti imprenditori. La reale criticita' dell'art.18 secondo me e' l'obbligo di reintegro (se il lavoratore non accetta una soluzione diversa). Ritengo che la punizione per l'impresa soccombente in giudizio debba consistere in un indennizzo economico se cosi' desidera, poi si tratta ovviamente di stabilire quale possa essere un corretto indennizzo eeconomico.  In un contesto come quello italiano dove il lavoro dipendente e' pesantemente distorto da contratti collettivi nazionali e altre consuetudini come quella di sottopagare i giovani e pagare relativamente piu' chi ha anzianita' di servizio, chi perde un posto di lavoro in eta' avanzata subisce una penalizzazione economica imponente, di fatto rischia realmente di non trovare alcuna occupazione dipendente paragonabile a quella persa.  Per queste ragioni un eventuale corretto indennizzo (che potrebbe essere anche solo un assicurazione contro una perdita di reddito rispetto a quello prima percepito, fino all'eta' della pensione) sarebbe particolarmente ingente in Italia. La soluzione migliore secondo me e' quella di migliorare le norme sul lavoro dipendente in Italia nella direzione della flexicurity danese e in seguito riformare l'art.18, che eredita una  concezione ridicola e feudale del rapporto di lavoro dipendente, per quanto in certa misura giustificata dalle penose condizioni del lavoro dipendente nelle imprese medio-grandi e nello Stato in Italia.

E' per questo che tutta questa responsabilità dell'articolo 18 nei mali delle aziende italiane io continuo a non vederlo.

Non lo vedrei nemmeno io se fosse applicato in modo ragionevole.Combinato con la giustizia italiana è un disastro: intanto perchè a decidere se il motivo è giustificato o meno è un giudice, che dell' azienda sa molto meno dell' imprenditore e spesso non ha neppure competenze economiche o gestionale.

Ma quel che è peggio è che si tratta di un giudice di un tribunale italiano, per cui la risposta arriva dopo mesi o anni.

Se licenzio tizio per motivi futili e mi chiedono di reintegrarlo un mese dopo (con pagamento degli arretrati, ecc.) non è un gran problema.Se l' avevo licenziato perchè mi derubava ma non  lo posso provare al giudice comincia ad essere peggio.Se poi mi derubava, l' ho denunciato, ho aspettato 3 anni la condanna di primo grado ed il giudice dopo altri 3 anni mi obbliga a reintegrarlo (sempre con gli arretrati, che su 3 anni sono una cifra importante) perchè, condannato pure in appello ha fatto ricorso in cassazione il discorso cambia.

Ricordo un caso di facchini a Malpensa che per 2 volte sono stati sorpresi a rubare dai bagagli con tanto di video, e per due volte son stati licenziati e reintegrati.

Non saprei dire quanto pesi questa cosa sulle imprese (ed i dipendenti: senza questi eccessi molti "precari" avrebbero un contratto a tempo indeterminato), mi sembra però ovvio che un imprenditore ci pensi tre volte prima di assumersi certi rischi.

Se c'è una violazione della legge (art. 18) però deve essere un giudice a decidere non possiamo far decidere ad altri soggetti.

Ed è chiaro che chiunque esterno alla vicenda (ed è necessario che lo sia per garantire equità) farà fatica ad avere un'idea precisa come i 2 coinvolti. No?

 

Non contesto che sia un giudice a decidere, ci mancherebbe, le obiezioni sono altre:

  1. i tempi del giudizio sono molto lunghi
  2. il costo di un reintegro è proporzionale al tempo di giudizio
  3. è quasi impossibile prevedere a priori cosa costituisca "giustificato motivo": ho portato un esempio per cui non è bastata la ripetuta flagranza di reato, non dubito che altri giudici (o altri casi, magari qualche cavillo legale gli legava le mani) abbiano metri più ragionevoli: per me un sospetto di furto potrebbe bastare per il licenziamento.

L' insieme dei 3 punti sopra ha come conseguenza per il datore di lavoro un costo alto e difficilmente stimabile.

Ed è chiaro che chiunque esterno alla vicenda (ed è necessario che lo sia per garantire equità) farà fatica ad avere un'idea precisa come i 2 coinvolti. No?

Esempio banale:l' imprenditore vede il dipendente prendere una mazzetta dalla cassaforte aziendale, ma non può provarlo.

Se il giudice ammette un caso simile come giustificato motivo tanto vale cancellare l' articolo: chi vuole liberarsi di un dipendente lo denuncia per furto e la cosa finisce li.Se non l'ammette lo costringe a riprendersi il ladro.

Sarebbe molto meglio se lasciasse all'azienda l'alternativa tra reintegro ed indennizzo.

Dunque, a tuo avviso, è ragionevole che a decidere se un'azienda ha giustificati motivi per privarsi di un collaboratore sia una persona del tutto ignorante della situazione reale e - solitamente - anche priva degli specifici mezzi culturali per comprenderla?

Ma non capisci che sta proprio qui la distorsione?

Tra l'altro - come ti faceva notare il sempre assennato Marcello Urbani - con i tempi della giustizia italiota?

In sintesi: non v'è dubbio che un giudice debba decidere se c'è una violazione di legge, ma tale giudice non è in grado di valutare correttamente.

Ergo: è sbagliato che esista una siffatta norma.

 

Ma quel che è peggio è che si tratta di un giudice di un tribunale italiano, per cui la risposta arriva dopo mesi o anni.

Qui però introduci un discorso diverso: la lentezza della giustizia. Le norme dovremmo valutarle senza considerare il cattivo funzionamento del sistema giudiziario, altrimenti si finisce per cercare di correggere una stortura con un'altra stortura.

Il punto mi sembra: la norma, se applicata correttamente, in un sistema giudiziario efficiente va bene o andrebbe modificata comunque? Mi pare che il nodo sia il reintegro come segnalato da Alberto.

Secondo me ci sono sue profili 

  1. La norma in sé (necessità di una giusta causa/possibilità di reintegro)
  2. La prassi degenere nell'applicazione della norma (far riassumere anche i ladri/non licenziare nessuno)

Il punto 2 inquina la discussione sul punto 1. Va capito quindi se il problema risiede nella norma in sé o solo nella sua cattiva applicazione.

Assolutamente d' acccordo.

Per quanto mi riguarda, credo che

  1. la norma n se sia pessima perche' prevede l'obbligo di reintegro.Come ho gia scritto, l' azienda dovrebbe poter optare per una liquidazione.
  2. l'applicazione e' sia troppo lenta che troppo garantista.Credo che il garantismo dipenda in gan parte dal cattivo disegno della norma: un giudice puo' modulare un risarcimento in base alle circostanze, il reintegro no.

In un altro commento scrivi:

Le norme dovremmo valutarle senza considerare il cattivo funzionamento del sistema giudiziario, altrimenti si finisce per cercare di correggere una stortura con un'altra stortura.

Dissento.Se non si parla di diritti fondamentali le norme vanno valutate nel contesto in cui si applicano.Buona parte delle critiche all' articolo vengono dall' influenza che ha sul costo opportunita' di assumere personale a tempo indeterminato, e quindi sul mercato del lavoro.

Velocita' e orientamento dei giudici sono rilevanti.

Inoltre in un altro commento ancora scrivi che il lavoratore non vorrebbe il reintegro, secondo me e' vero con due eccezioni:

  1. e' riuscito a strappare condizioni molto migliori del suo valore dimercato.Aka "un posto cosi' non lo trovo piu'"
  2. non e' un lavoratore ma un parassita, che rubacchia e/o passa la giornata bighellonando.

Purtroppo sono proprio i casi in cui il reintegro fa piu danni.

Sull'interazione tra norma e sistema che giudiziario secondo me si dovrebbe capire

 

  1. Se il sistema funziona male (ad es è lento) perché la norma è sbagliata
  2. Se il sistema funziona male per altri motivi e l'applicazione cattiva della norma ne è una conseguenza

Nel primo caso daccordissimo che è la legge che va cambiata, perchè magari chiede al giudice di fare cose che non gli competono o perchè prevede un iter bizzantino etc.

Nel secondo caso invece la revisione della norma va avviata, secondo me, in modo separato dal sistema sul quale sono necessari interventi di altro tipo.

Nello specifico credo che l'aspetto del reintegro sia il nodo cruciale

L'art.18 entra in gioco solo quando non c'è né giusta causa, né giustificato motivo (oggettivo o soggettivo)

Qui entriamo nel giuridichese. Si intende che giusta causa=motivo oggettivo e giustificato motivo=motivo soggettivo? In ogni caso mi pare di capire che uno non lo puoi licenziare se ti sta antipatico. Devi essere pronto a dimostrare che "non era utile" oppure che "non era capace" altrimenti puoi essere condannato a riassumerlo corretto?

E' per questo che tutta questa responsabilità dell'articolo 18 nei mali delle aziende italiane io continuo a non vederlo.

Credo che il lamento vs art 18 provenga principalmente dalla sua cattiva applicazione (difesa di ladri e incapaci). Per questo vorrei provare a spostare il discorso fuori dai luoghi comuni 

 

  • L'eccesso di tutela non credo lo voglia nessuno e quindi non è il caso di estenderlo,anzi andrebbe ridotto (ma in gran parte è dovuto a prassi perversa non alla norma)
  • La possibilità di reintegro è una buona idea (giova al lavoratore/penalizza troppo il datore di lavoro)?
  • Anche se venisse applicata senza distorsioni, la norma può essere migliorata?

 

Siamo davvero convinti che il reintegro sia una buona idea per il lavoratore?

Se è stato messo a casa qualcosa è successo, che si trattasse di colpe sue o del fatto che è antipatico al datore di lavoro, non cambia molto, il rapporto tra lui e l'azienda ma anche tra lui è i colleghi, tra lui e i clienti è accusato di furto per esempio e si venisse a sapere, è inevitabilmente cambiato, quando poi si passa per i tribunali i cambiamenti non sono mai tanto buoni.

Si dovrebbe quindi guardare anche quanti dopo il reintegro forzato si licenziano, entro un anno ad esempio.

Per vedere se il reintegro è una buona idea o no.

Secondo me il reintegro può avere senso in pochi casi limitati al di fuori dei quali, ove opportuno, credo sia meglio l'indennizzo.

Ad esempio mi viene in mente che in un'impresa molto grande, nella quale  il rapporto di lavoro è spersonalizzato ed è possibile  reintegrare il dipendente espulso dal reparto A nel reparto B (non so bene come funziona) forse potrebbe avere senso. Per il resto convengo che ripristinare forzatamente il rapporto interrotto non sia desiderabile neanche per il lavoratore.

Qui entriamo nel giuridichese. [...] In ogni caso mi pare di capire che uno non lo puoi licenziare se ti sta antipatico.

Chiedo scusa, ogni tanto la vecchia formazione riaffiora :)

Diciamo che la giusta causa è un'inadempienza del lavoratore così grave da giustificare un licenziamento in tronco: ad esempio ti trovo a rubare.   
Il giustificato motivo può essere 'soggettivo', cioè legato alla persona del lavoratore e al suo comportamento, che è meno grave, ma è comunque un'inadempienza del contratto: hai un turno di 5 ore e fai continue pause caffe' di venti minuti l'una; devi cucire 100 camicie e ne fai solo 50.
Il giustificato motivo, inoltre, può essere anche 'oggettivo', ovvero legato alle necessità dell'azienda: sei bravo, ma purtroppo non ho più bisogno di te perché abbiamo cambiato strategia produttiva/ridotto il personale/eliminato la tua mansione.

Riguardo a quest'ultimo caso, il magistrato non è chiamato a valutare la strategia dell'azienda: non può certo sindacare sull'opportunità della decisione. Se viene licenziata una ricamatrice e l'azienda dice che l'ha fatto perché ha deciso di non produrre più merletti ricamati a mano, il giudice non può certo intervenire a dire che è una scelta sbagliata perché i merletti ora tornano di moda.

Deve solo verificare che la ricamatrice non sia stata mandata a casa perché svolgeva attività sindacale o perché ha avuto un figlio; magari per poi assumerne una piu' mansueta, giovane o single, mantenendo di fatto l'attivita' di ricamo merletti. Non si chiede un giudizio sull'organizzazione dell'impresa, ma solo di accertare che il motivo addotto non sia falso.

Il reintegro al posto del risarcimento in denaro aveva come ratio il fatto che il lavoro non è appunto una merce qualsiasi. Nel caso della nostra ricamatrice è possibile che una volta perso il lavoro, non riesca a ritrovarlo, non perché non è brava, ma magari proprio per gli stessi motivi per cui è stata licenziata. Il lavoratore comunque, una volta accertato il torto, se si sentisse a disagio nel tornare in azienda può sempre optare per il risarcimento al posto del reintegro, (ammesso che possa permettersi di farlo).

Che la giustizia italiana non funzioni è una sciagura, ma il problema non riguarda solo l'ambito dei giudizi di lavoro; concordo che i due problemi debbano restare distinti.

Dodici minuti di applausi per la doverosa precisazione...

Anche novantadue (come in Fantozzi-corazzata Potemkin).

Grazie 1000 per la spiegazione, mi accodo al plauso fatto negli altri due commenti.

Il reintegro al posto del risarcimento in denaro aveva come ratio il fatto che il lavoro non è appunto una merce qualsiasi. Nel caso della nostra ricamatrice è possibile che una volta perso il lavoro, non riesca a ritrovarlo, non perché non è brava, ma magari proprio per gli stessi motivi per cui è stata licenziata.

Il reintegro mi lascia perplesso: se il fatto che la ricamatrice è diventata inutile è un giustificato motivo per licenziarla, è possibile che l'azienda sia costretta a riassumerla... perché non troverebbe lavoro altrove visto che il ricavo non serve più?

Se ci spiace che la ricamatrice resti per strada, non sarebbe meglio aiutarla a riqualificarsi piuttosto che imporre qualcuno a riassumerla? Inoltre di questo "aiuto in transizione" fornito al lavoratore, non dovrebbe farsi carico lo stato ed è ingiusto allocarne gli oneri sull'impresa?

Nel caso della nostra ricamatrice è possibile che una volta perso il lavoro, non riesca a ritrovarlo, non perché non è brava, ma magari proprio per gli stessi motivi per cui è stata licenziata.

Il reintegro mi lascia perplesso: se il fatto che la ricamatrice è diventata inutile è un giustificato motivo per licenziarla, è possibile che l'azienda sia costretta a riassumerla... perché non troverebbe lavoro altrove visto che il ricavo non serve più?

Secondo me qui elisa pensava al caso della lavoratrice licenziata perche' sindacalista, non della ricamatrice licenziata perche' il ricamo non tira piu' (giustificato motivo quindi in teoria non soggetto a reintegro).

Ok, quindi il reintegro è una cosa pensata per episodi tipo licenzio il sindacalista. Mi pare di capire però che spesso la norma sia abusata per reintegrare anche chi è stato licenziato per giusta causa o giustificato motivo. E' così?

Con espressione imparata su questo sito mi viene da dire che il diavolo si nasconde nei dettagli.

I sindacalisti diventano illicenziabili? Che succede se licenzio un sindacalista che invece di tutelare i diritti dei lavoratori agisce come un "mafioso"?

Qui mafia è indicato nel senso di casta che ha perso di vista lo scopo per cui è nata e si occupa solo degli interessi dei propri appartenenti (dei sindacalisti, non dei lavoratori).

il reintegro è una cosa pensata per episodi tipo licenzio il sindacalista

Sì, o di una donna con un bambino piccolo; non a caso avevo fatto entrambi gli esempi. In generale è più frequente il secondo caso del primo, proprio perché il sindacalista ha alle spalle un'organizzazione e una disciplina del comportamento antisindacale piuttosto pesante. La donna con il bambino è tutelata nel periodo della gravidanza e nel primo anno di vita del figlio, ma spesso la normativa viene aggirata.

La maggioranza dei lavoratori entro 40 anni che si rivolgono agli uffici vertenze in proporzione sono donne: finito il periodo 'fertile' la proporzione si inverte abbastanza drasticamente. Le cause per licenziamento dovuto alla maternità sono un numero ancora alto, purtroppo.

Ma a parte questo, preferisco non continuare ad addentrarmi ad immaginare casi specifici perché non ha particolarmente senso.

Mi pare di capire però che spesso la norma sia abusata per reintegrare anche chi è stato licenziato per giusta causa o giustificato motivo. E' così?

Non so se sia così. Immagino che tra tutte le cause di lavoro che arrivano al giudice possa esserci anche delle decisioni sbagliate. Bisogna tener conto che il giudice è l'ultimo anello della catena, l'ultima risorsa delle parti dopo vari passi. Molte vicende si risolvono prima (o per rinuncia di una delle parti, o perché la cosa si risolve in sede di conciliazione obbligatoria) ma se invece la cosa va avanti l'ultimo a decidere è quello che l'ordinamento italiano hai dentificato come soggetto 'terzo e imparziale' per eccellenza, quello che deve garantire che le norme vengano rispettate e non 'abusate'.

Può sbagliare, come sbaglia nel giudicare cause di risarcimento danni o di separazione non consensuale tra coniugi. I giudici sbagliano anche nei casi di omicidio, talvolta: potrebbero non sbagliare nelle cause di lavoro? Nonostante ciò non siamo soliti decidere una sanzione preoccupandoci degli errori giudiziari.

Certo è che come 'ultima spiaggia' questa è la più seria che l'ordinamento ha a disposizione. E visti i tempi e i costi, le parti vi ricorreranno soltanto quando davvero non c'è altra possibilità.

Se i tempi della giustizia vi sembrano un problema (comprensibilmente...) una cosa su cui inizierei a lavorare, è il funzionamento e l'organizzazione delle commissioni per la conciliazione: le parti sono obbligate a fare ricorso a questi organismi presso la Direzione Provinciale del Lavoro prima di rivolgersi alla giustizia ordinaria. Come dice il nome stesso della commissione, si cercherà di 'conciliare' le parti di fronte a una commissione formata da sindacati e rappresentanti datoriali (se non sbaglio ne basta uno per parte più un presidente della commissione)

Solo se questo tentativo non va a buon fine si va davanti al giudice, ma è sorprendente come la maggior parte delle vertenze trattate si risolva prima. Il dramma è che la stragrande maggioranza delle cause non riesce nemmeno ad essere trattata dalla commissione; uno dei motivi principali è perché... quelle tre persone non riescono a riunirsi entro due mesi! Credo che anche questo sia un dato interessante.

Non so quanto ancora andrà avanti questa discussione, e forse sono andata off topic in questo ultimo commento, ma credo che la comprensione del meccanismo sia fondamentale per sapere dove sono gli inghippi. Devo dire che almeno per me è stata utile. :)