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Il privilegio logora chi non ce l’ha

5 commenti (espandi tutti)

Nessun tedio, questo sito è frequentato da un bel pò di gente a cui piace discutere (parlo da utente/visitatore, non sono un editor).

probabilmente partiamo da due valutazioni diverse proprio dei (neo)classici;

ogni volta che sento parlare dei neo classici mi vengono in mente i neomelodici napoletani, ma questo è un mio problema ;) dici

non credo che le forze di mercato 'pure' debbano essere lo strumento principale nella gestione dei rapporti di lavoro subordinato

ok, perchè? Intendiamoci non sono polemico, ma seriamente interessato alla discussione. L'interesse deriva dal fatto che ogni volta che qualcuno mi dice che le forze del mercato non sono lo strumento migliore poi ne propone di peggiori (tipo l'arbitrio del burocrate). Non dico che sia questo il  caso e attendo di sentire il tuo punto di vista. 

Nel frattempo anticipo il mio: avere a cuore istanze sociali,  come ad esempio la tutela dei più deboli, non comporta necessariamente la messa in discussione della libera concorrenza  che rimane una delle poche cose funzionanti che conosciamo. Se ad esempio non trovo desiderabile che qualcuno, magari a 50 anni, magari col mutuo e una famiglia da mantenere, finisca per strada da un giorno all'altro, posso ad es introdurre  l'assicurazione proposta  da Giulio Zanella, ma imporre a qualcuno di tenerselo o di riassumerlo, mi sembra una strada pericolosa. Che diresti se ti obbligassero a servirti solo e unicamente dello stesso negozio? Magari giustificando l'imposizione con la necessità sociale di salvare il negoziante? Che diresti se questo, sapendo che sei obbligata a comprare da lui peggiorasse il servizio e aumentasse i prezzi?

Il secondo punto è la sicurezza del posto di lavoro come 'privilegio'. E' forse sbagliato lo strumento con cui la si ottiene? Può essere, e si può discutere su come cambiarlo. In generale però non è detto che la stabilità sia 'il male'.

Non lo so se è male o bene, non seguo il tuo ragionamento. Se la sicurezza del posto ce l'hanno alcuni e altri no, rimane un privilegio di quelli che ce l'hanno. Se garantiamo a tutti la sicurezza del posto, non viviamo più in un economia di mercato. Se un approccio   sia desiderabile o meno perché ce l'hanno i tedeschi o i giapponesi, non mi pare un grande argomento. Anche perché parliamo di economie e di culture diverse dalle nostre. Anche a me piacerebbe essere pagato quanto George Cloney, ma non sono nè bello ne bravo quanto lui. Forse prima di voler imitare gli altri dovremmo chiederci se certe cose da noi sono fattibili o meno.

un approccio più ampio che non chiami in causa il concetto di privilegio possa essere decisamente più utile alla costruzione del dibattito

Ora se l'argomento non piace, si è liberi di non discuterne. Se la parola privilegio, scoccia possiamo cambiarla. Però il problema quello è (almeno è uno dei tanti) e là rimane. 

come possiamo rendere il mercato del lavoro più equo?

Dipende da quello che intendi per equo. Estendere a tutti la tutela (suona meglio di privilegio?) vuol dire comunismo, perché io nel tutti ci metto tutti e quindi se il lavoro non lo perde il dipendente, vuol dire che l'impresa non fallisce etc. Se ne può parlare, ma è veramente un altro discorso e oltre ai grafici degli economisti ci sono tragiche esperienze storiche a sostegno di che fine faccia il benessere collettivo con quel tipo di assetto sociale.

Se invece per equità intendi rimuovere la tutela e mettere tutti sullo stesso piano allora siamo d'accordo, ma lì l'ostacolo alla fattibilità pratica non è la suscettibilità a parole come privilegio, ma la complessità di un sistema dove in tanti hanno una fetta di privilegio (qui non potevo evitare la parola) e nessuno vuole mollare l'osso.

Grazie delle risposte; questo sito ha anche il pregio di essere frequentato da persone che conservano su internet la capacità di discutere civilmente, e visto che prima parlavamo dei commenti sul sito del Fatto sono sicura che sapete a cosa mi riferisco.

Allora non si potrebbe cercare di definire cosa si intende equo applicato al mercato del lavoro?

Devo dire che la domanda di Nervi è molto stimolante, e più che la mia risposta, ovviamente, mi interessa la vostra. Ci provo comunque: potrei dire di ritenere equo un mercato del lavoro che minimizza la segmentazione (e qui mi rifaccio per sintesi al primo paragrafo di Giulio Zanella), in cui la selezione (esterna e interna) avviene per merito e in cui la disparità di forze tra datore di lavoro e singolo lavoratore è bilanciata dall'intervento di istituzioni. (Per istituzioni intendo leggi, o contrattazione collettiva, o sindacati - non inorridite :) - diciamo qualcosa da identificare in un momento successivo)

Se un approccio   sia desiderabile o meno perché ce l'hanno i tedeschi o i giapponesi, non mi pare un grande argomento.

No, no, non era quello lo scopo. Era solo per dire che stiamo parlando di concetti (la stabilità del lavoro, non l'art.18) che sono comuni in paesi capitalisti indicati spesso come modello di efficienza industriale. Era giusto per prevenire l'argomento del comunismo ;)

Se la parola privilegio, scoccia possiamo cambiarla.

Diciamo che è una parola che può portare facilmente allo scontro: ci si ferma a discutere su quella e non sul tipo di riforme di cui ci sarebbe bisogno. Credo sia 'l'ostacolo ideologico' di cui parlava Floris poco sopra.

Se posso approfittare, aggiungo alla domanda di Nervi una mia conseguente curiosità: il mercato del lavoro è un mercato come tutti gli altri?

Da semplice lettore, mi sembra che la risposta di Elisa interpreti cio' che cercavo di scrivere nel post "della Costituzione del lavoro". Non e' che proponga una legge nuova, non ne ho la capacita', ma delle considerazioni che forse altri potrebbero cogliere. Insomma dei paletti invalicabili che ovviamente devono essere definiti  e concordati. L'assenza di regole, doctorfranz, rende selvaggio il mercato (qualunque esso sia), a causa dell'incapacita' umana a sapersi fermare la' dove il buon senso direbbe basta.

Sono d'accordo, doktorfranz, che siamo subissati di migliaia di regole inutili (pare, poi, che i parlamentari si vantino del loro operato sulla base del numero di leggi che promulgano, a prescindere dalla loro bonta'). Servirebbe una bella ripulita. Il problema e' anche,  pero', farle applicare per davvero.

Poi, un buon legislatore dovrebbe ovviamente sentire gli esperti in materia e chi vive tali realta' prima di legiferare, e sapersi attorniare di gente valida (ma questo e' un altro discorso, e raramente l'ho visto applicato....).

IMHO il mercato del lavoro e' un po' diverso dall'ortofrutta, perche' la merce influenza direttamente e profondamente la vita delle persone. Sia del venditore che del compratore. Soprattutto quando si parla di volumi piccoli.... Ma in realta' non ho esperienza per poter rispondere correttamente :-)

Se posso approfittare, aggiungo alla domanda di Nervi una mia conseguente curiosità: il mercato del lavoro è un mercato come tutti gli altri?

Da ignorante, direi che dipende dalla prospettiva.

Dal punto di vista strettamente economico direi di si, nel senso che a meno di obbligare le parti a siglare un contratto (come nelle economie comuniste, o certe assunzioni di disabili in Italia), domanda ed offerta di lavoro si incontrano secondo le stesse regole di ogni altro mercato.Quindi, ad esempio, se la legge impone un salario minimo di 1000€, alcuni posti di lavoro da 990 spariscono dal mercato.Se impone il reintegro dei licenziati scoraggia il lavoro a tempo indeterminato rispetto a quello a termine,ecc.

Se facciamo un discorso etico è un mercato molto particolare: ad esempio è discutibile se sia desiderabile o meno mantenere i posti da 990 di cui sopra.Senza nessun vincolo legale magari qualcuno accetterebbe di vendersi come schiavo (leggevo di recente che una piccola parte degli schiavi africani venduti in america eran volontari, seppur per disperazione), prospettiva che credo ripugni tutti i lettori.

Trovo tutto questo abbastanza ovvio, ma spesso sento parlare in termini etici ignorando il lato economico, e credo sia un approccio sbagliato.Meglio, va benissimo se parliamo di punizioni corporali, molto meno se parliamo di tutela dai licenziamenti.

Espongo il mio punto di vista (in linea con Marcello credo). Penso che tutti abbiamo in testa un obbiettivo comune, ma strade diverse per raggiungerlo.Nessuno vuole che ci sia schiavitù, o che una persona, in condizioni di bisogno debba cadere vittima di altri senza scrupoli. A tutti piacerebbe un sistema meritocratico dove chi è capace viene premiato. Probabilmente ci sono punti di vista differenti su chi capace o utile non è.

Secondo me il mercato deve essere lasciato libero di fare quello che è capace di fare meglio, allocare efficientemente le risorse. Il mercato del lavoro non fa differenze. Poi lo stato e/o meccanismi mutualistici  devono  intervenire per evitare gli abusi o esiti particolarmente sgradevoli. 

Quanto si lavora (part o full time, 4 o 10 ore) e per quale retribuzione e bene che lo contrattino le parti. Gli standard di sicurezza di qualsiasi posto di lavoro, deve dettarli la legge così non c'è pericolo che qualcuno accetti di lavorare in condizioni non sicure.E' bene pure che la legge stabilisca quanto al massimo un individuo sano può lavorare di seguito. Per proteggere il lavoratore da altri tipi di abuso, basta la costituzione e la legge civile e penale vigente. Per il rersto è fisiologico che un'impresa possa non aver più bisogno di un lavoratore o averne meno bisogno di prima. Il problema è come gestire la transizione, non come evitarla falsando il mercato. Possiamo prevedere meccanismi mutualistici (l'assicurazione proposta da Giulio) ammortizzatori sociali e possiamo applicare logiche diverse a diverse età (un conto è cambiare lavoro a 20 anni un altro è farlo a 50) o diversi livelli di reddito (un conto è uno che viveva con 1200 eur al mese altro e uno che  guadagnava  300k annui).

Ci sono tante strade per gestire civilmente e umanamente anche materie così delicate. Protezione di pochi e reintegro forzato non mi sembrano tra le migliori.