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Il privilegio logora chi non ce l’ha

24 commenti (espandi tutti)

Onestamente mi pare un'affermazione un pochino vaga e non necessariamente corretta.

Sicuramente la frase sulla flessibilità è generica, tuttavia  il significato letterale mi pare sia inequivoco e sul punto che sia  sia o meno corretto ha chiarito  Francesco Forti, che ringrazio.

Il tono un pò sintetico della frase era dovuto al fatto che in quel momento non mi premeva tanto esprimere in modo troppo rigoroso, un'idea che trovi qualunque libro, quanto evitare che un lettore distratto prendesse seriamente la retorica buonista che io usavo come spunto di partenza (certo prendere sul serio nfA vs reality show vuol dire essere moooolto distrati, ma non si sa mai).

Che tipo di flessibilità del lavoro?

Trovamene una che faccia danno a qualcuno. Se il salario lo negoziano liberamente chi domanda e chi offre lavoro non c'è il pericolo che un salario artificialmente imposto produca incentivi a non lavorare o a non lavorare 'in regola'. Se ho flessibilità di orario o posso lavorare da casa significa che nello stesso giorno posso fare cazzi miei privati e lavorare alcune ore. Se questa flessibilità manca io devo prendere un giorno di ferie e il mio datore di lavoro riceve in ritardo quel lavoro che potrei fare quel giorno: perdiamo in due. Se posso lavorare part time vuol dire che all'inizio e alla fine (ma anche in mezzo) della mia carriera posso lavorare e studiare e fare altro senza dover scegliere tra fare solo quello o quello. Il datore di lavoro non deve comprare  necessariamente  un lavoratore full time perchè magari non lo utilizzerebbe completamente  e così vinciamo in due.

ovviamente mettere a repentaglio la salute del lavoratore  (es lavorare in condizioni non sicure o ininterrottamente per periodi eccessivi) non fa parte della flessibilità

E per quale collettività?

Se emerge il lavoro nero ne beneficiano tutti i cittadini perchè lo stato  ha più risorse a disposizione, ma  anche perchè grazie alla flessibilità dei prezzi le risorse vengono  allocate in modo più efficiente. Se si può lavorare part time, non ne beneficiano solo i lavoratori e i datori di lavoro che preferiscono quest'opportunità, ma tutti vivono meglio in un ambiente dove hanno a disposizione una possibilità in più rispetto al tutto o niente. Questo detto in modo frammentario e non organico perchè economista non sono e lascio a ne sa più di me i grafici e le formule per le dimostrazioni rigorose. Visto che però sono bravo a divagare, se non è chiaro che con collettività mi riferisco include proprio tutti ecco un esempio stile "battito di ali di farfalla": se in nuova zelanda liberalizzano l'allevamento di agnelli, ammesso che gli stati uniti non impongano dazi, i consumatori usa potranno beneficiare di prodotti più convenienti e le risorse impiegate nell'allevamento potrebbero essere impiegate in modo più fruttuoso (il proprietario di un allevamento non più fruttuoso lo vende a chi ci fa altro e investe i soldi nella produzione di un film a hollywood:): una volta partito il circolo virtuoso un prezzo flessibile in nuova zelanda, a meno di barriere che interrompano il processo, può contribuire al benessere del pianeta. 

l'obbligo di reintegrare il lavoratore in caso di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo, non era un privilegio, bensì la norma.

forse mi sono espresso  male: il privilegio sta nel fatto che alcuni lavoratori beneficiano di una protezione che altri non hanno. Non è rilevante se sia un privilegio assicurato dalla legge o basato su una cattiva prassi il punto è che alcuni possono fare cose che altri non possono. La differenza non la determinano differenti abilità o capacità, ma una norma che alcuni protegge e altri no. Io questo lo chiamo privilegio.

Intanto il famigerato art.18 è diventato il simbolo di tutti i mali del mercato del lavoro da un lato e di tutte le battaglie sindacali dall'altro. Come se non ci fossero carenze istituzionali e strutturali ben più gravi che non consentono al sistema di muoversi efficacemente né verso una piena liberalizzazione né verso una maggiore coordinazione.

Non era mia intenzione stigmatizzare l'art 18, dico solamente che si tratta di un privilegio come ve ne sono altri e mettervi mano è complicato dal fatto che ci sono altri privilegi in essere.

Insomma, l'argomento è molto interessante e meriterebbe di essere approfondito, magari senza la retorica "pro o contro l'art.18" e senza mettere troppa carne al fuoco (notai, tassisti, evasori fiscali e George Orwell). Altrimenti si rischia di bruciare l'arrosto.

Io la retorica del pro o contro non volevo mettercela, se la vedi fammi capire dov'è che aggiungo nota di rettifica. Sulla carne al fuoco non volevo fare casino, ma il punto dell'articolo è proprio i gruppi privilegiati sono tanti, per cui fa parte del discorso accostare i dipendenti protetti ai commercianti evasori,magari la prospettiva di guardarli come soggetti accomunati da uno status privilegiato potrebbe essere la prospettiva non proprio banale di tutto il post, che ne pensi?

Ammetto che Orwell alla fine potevo risparmiarmelo e forse esce un pò fuori traccia, però, sperando di non aver appesantito troppo il discorso, l'idea era di concludere agganciando un ragionamento un pò astratto (le classi di privilegiati) con delle considerazioni più terrene (parlare di certe cose è necessario) e in qualche modo attuali (oggi più che mai bisogna tenere desta la memoria).

La birra duff la vedo tutti i giorni al bar perché qualche genio del marketing la portata nel mondo reale, uno di questi giorni cederò sicuramente alla tentazione di comprarla...

Grazie per la risposta così articolata, non chiedevo tanto :)

Intanto trovo l'articolo di Giulio Zanella molto interessante come anche la proposta di Boeri e Garibaldi che seguo già da un po'. Il contratto unico avrebbe almeno il vantaggio di mettere un po' d'ordine in quella selva di tipologie contrattuali buone sono per far impazzire lavoratori e datori di lavoro. Di certo qualcosa va fatto, e quella direzione potrebbe non essere sbagliata.

Tornando al post sui privilegi, credo che il mio disaccordo si basi su due punti.

Il primo è che probabilmente partiamo da due valutazioni diverse proprio dei (neo)classici; io tendo a non essere d'accordo con l'assunto che il mercato del lavoro sia un mercato come altri, che possa essere gestito con le stesse regole del commercio degli agnelli neo-zelandesi. In generale non credo che le forze di mercato 'pure' debbano essere lo strumento principale nella gestione dei rapporti di lavoro subordinato. Capisco che da questa differenza nelle premesse possano derivare conclusioni molto diverse e che quindi discutere sulle seconde tralasciando le prime possa essere difficile.

Il secondo punto è la sicurezza del posto di lavoro come 'privilegio'. E' forse sbagliato lo strumento con cui la si ottiene? Può essere, e si può discutere su come cambiarlo. In generale però non è detto che la stabilità sia 'il male'. Sono passati anni in cui ci spellavamo le mani per applaudire il modello giapponese, in cui la stabilità del posto di lavoro è superiore a quella italiana. In Germania, se non sbaglio, viene fatto un uso della flessibilità tale da permettere aggiustamenti nelle strategie produttive che consentono di non licenziare dipendenti nemmeno in momenti di difficoltà dell'azienda. Con il libro bianco avevano proposto il modelo di flexicurity danese, poi hanno implementato un po' di flexi- e per la security erano finiti i soldi. Insomma, di spunti in giro ne esistono (magari non quello giapponese...)

Questo per ribadire perché ogni volta che questo benedetto "articolo 18" viene chiamato in causa come simbolo dei privilegi dei lavoratori dipendenti, io scuoto il capo; onestamente i problemi delle medie o grandi imprese italiane - anche nella gestione del lavoro - vanno ben oltre l'articolo 18. (Vorrei avere qualche statistica sull'effettivo impatto della reintegrazione di lavoratori per ordine del giudice sul totale della forza lavoro italiana: ad essere sinceri non ne ho proprio idea e i dati potrebbero anche smentirmi...)

[...] magari la prospettiva di guardarli come soggetti accomunati da uno status privilegiato potrebbe essere la prospettiva non proprio banale di tutto il post, che ne pensi?

Non penso che sia banale, ma che un approccio più ampio che non chiami in causa il concetto di privilegio possa essere decisamente più utile alla costruzione del dibattito. La gente tende a scaldarsi e irrigidirsi quando tocchi qualcosa di 'suo', specialmente se lo ritiene un diritto sacrosanto e invece gli dici che è un privilegio. Io non credo che sia utile stuzzicare questo tipo di reazione, allora provo a riformulare la domanda nella prospettiva in cui la vedo più costruttiva: come possiamo rendere il mercato del lavoro più equo? Messa così, secondo me, potrebbe anche essere più banale, ma mi pare che suoni meglio ;)

Ora smetto di tediarvi e grazie per l'attenzione :)

Se posso interloquire, Elisa, a mio avviso la questione fondamentale è visibile nell'espressione (grassetto mio)

come possiamo rendere il mercato del lavoro più equo?

dal momento che il giudizio di equità discende da una personale valutazione etica. Io credo che, su questa base, si rischi un dialogo tra sordi, cioè tra individui che hanno personali scale di valori - cosa del tutto legittima - e che perciò non possono che giungere a conclusioni differenti.

Suggerirei, allora, di fare lo sforzo di abbandonare tale impostazione, per concentrare l'attenzione sull'efficacia delle differenti soluzioni: se guardi al tema in discussione da questo punto di vista, probabilmente puoi comprendere meglio l'opinione di Giulio Zanella (e di Massimo Famularo, e di Francesco Forti ...... e della grandissima parte dei discussants presenti in questo luogo virtuale, che offre inequivocabilmente visibilità a quella tendenza culturale liberale che è, purtroppo, assai minoritaria nel Belpaese).

Allora non si potrebbe cercare di definire cosa si intende equo applicato al mercato del lavoro? Una definizione condivisa dalla quale partire...

Ma è proprio questo l'errore, a mio avviso: l'accordo su una definizione di ambito "etico", che discende da convinzioni filosofiche differenti, non mi sembra possibile. Del resto, prova a pensare ad un piccolo particolare: chi ritiene la libertà individuale il valore di riferimento non ama che qualcuno si arroghi il diritto di stabilire che cosa è bene e che cosa è male anche per chi la pensa diversamente .....

Proprio per tale motivo, credo sia necessario abbandonare la strada valoriale, e percorrere invece quella più oggettiva possibile, valutando le conseguenze delle diverse scelte in termini di utilità per gli individui e, di conseguenza, per l'insieme degli stessi che chiamiamo società.

Uhm... non sono molto d'accordo.

Secondo me si tratta di tutelare sia i lavoratori da un datore cinico (e.g. o mi fai 50 ore di lavoro alla settimana o ti licenzio e ne prendo un altro) che i datori di lavoro da un dipendente lavativo. E le condizioni per cui si possono creare situazioni errate sia da una parte che dall'altra sono da studiare attentamente.

La definizione di "equita'" potrebbe risentire della soggettivita' delle parti, ma vi sono valori oltre i quali non si deve andare. Una sorta di "Costituzione del lavoro".

Una sorta di "Costituzione del lavoro"

Bene, mancano giusto alcune norme in più, alle migliaia che gà compongono l'ordinamento italiota: guai lasciare agli individui qualche grado di libertà, chissà che conseguenze devastanti ......

Già che ci siamo, perché non stabilire la frequenza delle minzioni durante l'orario di lavoro, il numero di virgole ammissibili in una comunicazione - rigorosamente scritta - tra le parti, le graduatoria inderogabile delle assunzioni, or whatever?

Non voglio prendermela con te - ci mancherebbe, non ne ho motivo - ma davvero non ti rendi conto che è proprio questa iperegolamentazione, di cui abbiamo luminosi esempi, uno dei grandi problemi di questa landa desolata? E non ti pare ovvio che il regolatore di turno ne sappia meno - di default - rispetto a chi è coinvolto nelle singole realtà e, dunque, che sia molto probabile non renda un buon servizio a ciò che vuole normare?

Tra le altre cose, Franco, ho letto che tipicamente, più si lascia libertà d'azione e di scelta a un dipendente, più la sua soddisfazione sul lavoro aumenta, e viceversa. Quinid l'eccesso di regolamentazione fa male anche al morale.

Confermo con la mia esperienza personale e di altri colleghi quello che hai letto. Per un lavoratore dipendente avere autonomia è impagabile. Ovviamente non si può fare sempre e dovunque e apprezzi la libertà quando hai superato da un pò la soglia della sussistenza ;) 

Tra l'altro segnalo

 

Harvard Business IdeaCast 99: Retaining Employees When Money is Tight

 http://itunes.apple.com/it/podcast/harvard-business-ideacast/id152022135?i=49184462

Su come motivare i dipendenti con incentivi non economici.

 

Nessun tedio, questo sito è frequentato da un bel pò di gente a cui piace discutere (parlo da utente/visitatore, non sono un editor).

probabilmente partiamo da due valutazioni diverse proprio dei (neo)classici;

ogni volta che sento parlare dei neo classici mi vengono in mente i neomelodici napoletani, ma questo è un mio problema ;) dici

non credo che le forze di mercato 'pure' debbano essere lo strumento principale nella gestione dei rapporti di lavoro subordinato

ok, perchè? Intendiamoci non sono polemico, ma seriamente interessato alla discussione. L'interesse deriva dal fatto che ogni volta che qualcuno mi dice che le forze del mercato non sono lo strumento migliore poi ne propone di peggiori (tipo l'arbitrio del burocrate). Non dico che sia questo il  caso e attendo di sentire il tuo punto di vista. 

Nel frattempo anticipo il mio: avere a cuore istanze sociali,  come ad esempio la tutela dei più deboli, non comporta necessariamente la messa in discussione della libera concorrenza  che rimane una delle poche cose funzionanti che conosciamo. Se ad esempio non trovo desiderabile che qualcuno, magari a 50 anni, magari col mutuo e una famiglia da mantenere, finisca per strada da un giorno all'altro, posso ad es introdurre  l'assicurazione proposta  da Giulio Zanella, ma imporre a qualcuno di tenerselo o di riassumerlo, mi sembra una strada pericolosa. Che diresti se ti obbligassero a servirti solo e unicamente dello stesso negozio? Magari giustificando l'imposizione con la necessità sociale di salvare il negoziante? Che diresti se questo, sapendo che sei obbligata a comprare da lui peggiorasse il servizio e aumentasse i prezzi?

Il secondo punto è la sicurezza del posto di lavoro come 'privilegio'. E' forse sbagliato lo strumento con cui la si ottiene? Può essere, e si può discutere su come cambiarlo. In generale però non è detto che la stabilità sia 'il male'.

Non lo so se è male o bene, non seguo il tuo ragionamento. Se la sicurezza del posto ce l'hanno alcuni e altri no, rimane un privilegio di quelli che ce l'hanno. Se garantiamo a tutti la sicurezza del posto, non viviamo più in un economia di mercato. Se un approccio   sia desiderabile o meno perché ce l'hanno i tedeschi o i giapponesi, non mi pare un grande argomento. Anche perché parliamo di economie e di culture diverse dalle nostre. Anche a me piacerebbe essere pagato quanto George Cloney, ma non sono nè bello ne bravo quanto lui. Forse prima di voler imitare gli altri dovremmo chiederci se certe cose da noi sono fattibili o meno.

un approccio più ampio che non chiami in causa il concetto di privilegio possa essere decisamente più utile alla costruzione del dibattito

Ora se l'argomento non piace, si è liberi di non discuterne. Se la parola privilegio, scoccia possiamo cambiarla. Però il problema quello è (almeno è uno dei tanti) e là rimane. 

come possiamo rendere il mercato del lavoro più equo?

Dipende da quello che intendi per equo. Estendere a tutti la tutela (suona meglio di privilegio?) vuol dire comunismo, perché io nel tutti ci metto tutti e quindi se il lavoro non lo perde il dipendente, vuol dire che l'impresa non fallisce etc. Se ne può parlare, ma è veramente un altro discorso e oltre ai grafici degli economisti ci sono tragiche esperienze storiche a sostegno di che fine faccia il benessere collettivo con quel tipo di assetto sociale.

Se invece per equità intendi rimuovere la tutela e mettere tutti sullo stesso piano allora siamo d'accordo, ma lì l'ostacolo alla fattibilità pratica non è la suscettibilità a parole come privilegio, ma la complessità di un sistema dove in tanti hanno una fetta di privilegio (qui non potevo evitare la parola) e nessuno vuole mollare l'osso.

Grazie delle risposte; questo sito ha anche il pregio di essere frequentato da persone che conservano su internet la capacità di discutere civilmente, e visto che prima parlavamo dei commenti sul sito del Fatto sono sicura che sapete a cosa mi riferisco.

Allora non si potrebbe cercare di definire cosa si intende equo applicato al mercato del lavoro?

Devo dire che la domanda di Nervi è molto stimolante, e più che la mia risposta, ovviamente, mi interessa la vostra. Ci provo comunque: potrei dire di ritenere equo un mercato del lavoro che minimizza la segmentazione (e qui mi rifaccio per sintesi al primo paragrafo di Giulio Zanella), in cui la selezione (esterna e interna) avviene per merito e in cui la disparità di forze tra datore di lavoro e singolo lavoratore è bilanciata dall'intervento di istituzioni. (Per istituzioni intendo leggi, o contrattazione collettiva, o sindacati - non inorridite :) - diciamo qualcosa da identificare in un momento successivo)

Se un approccio   sia desiderabile o meno perché ce l'hanno i tedeschi o i giapponesi, non mi pare un grande argomento.

No, no, non era quello lo scopo. Era solo per dire che stiamo parlando di concetti (la stabilità del lavoro, non l'art.18) che sono comuni in paesi capitalisti indicati spesso come modello di efficienza industriale. Era giusto per prevenire l'argomento del comunismo ;)

Se la parola privilegio, scoccia possiamo cambiarla.

Diciamo che è una parola che può portare facilmente allo scontro: ci si ferma a discutere su quella e non sul tipo di riforme di cui ci sarebbe bisogno. Credo sia 'l'ostacolo ideologico' di cui parlava Floris poco sopra.

Se posso approfittare, aggiungo alla domanda di Nervi una mia conseguente curiosità: il mercato del lavoro è un mercato come tutti gli altri?

Da semplice lettore, mi sembra che la risposta di Elisa interpreti cio' che cercavo di scrivere nel post "della Costituzione del lavoro". Non e' che proponga una legge nuova, non ne ho la capacita', ma delle considerazioni che forse altri potrebbero cogliere. Insomma dei paletti invalicabili che ovviamente devono essere definiti  e concordati. L'assenza di regole, doctorfranz, rende selvaggio il mercato (qualunque esso sia), a causa dell'incapacita' umana a sapersi fermare la' dove il buon senso direbbe basta.

Sono d'accordo, doktorfranz, che siamo subissati di migliaia di regole inutili (pare, poi, che i parlamentari si vantino del loro operato sulla base del numero di leggi che promulgano, a prescindere dalla loro bonta'). Servirebbe una bella ripulita. Il problema e' anche,  pero', farle applicare per davvero.

Poi, un buon legislatore dovrebbe ovviamente sentire gli esperti in materia e chi vive tali realta' prima di legiferare, e sapersi attorniare di gente valida (ma questo e' un altro discorso, e raramente l'ho visto applicato....).

IMHO il mercato del lavoro e' un po' diverso dall'ortofrutta, perche' la merce influenza direttamente e profondamente la vita delle persone. Sia del venditore che del compratore. Soprattutto quando si parla di volumi piccoli.... Ma in realta' non ho esperienza per poter rispondere correttamente :-)

Se posso approfittare, aggiungo alla domanda di Nervi una mia conseguente curiosità: il mercato del lavoro è un mercato come tutti gli altri?

Da ignorante, direi che dipende dalla prospettiva.

Dal punto di vista strettamente economico direi di si, nel senso che a meno di obbligare le parti a siglare un contratto (come nelle economie comuniste, o certe assunzioni di disabili in Italia), domanda ed offerta di lavoro si incontrano secondo le stesse regole di ogni altro mercato.Quindi, ad esempio, se la legge impone un salario minimo di 1000€, alcuni posti di lavoro da 990 spariscono dal mercato.Se impone il reintegro dei licenziati scoraggia il lavoro a tempo indeterminato rispetto a quello a termine,ecc.

Se facciamo un discorso etico è un mercato molto particolare: ad esempio è discutibile se sia desiderabile o meno mantenere i posti da 990 di cui sopra.Senza nessun vincolo legale magari qualcuno accetterebbe di vendersi come schiavo (leggevo di recente che una piccola parte degli schiavi africani venduti in america eran volontari, seppur per disperazione), prospettiva che credo ripugni tutti i lettori.

Trovo tutto questo abbastanza ovvio, ma spesso sento parlare in termini etici ignorando il lato economico, e credo sia un approccio sbagliato.Meglio, va benissimo se parliamo di punizioni corporali, molto meno se parliamo di tutela dai licenziamenti.

Espongo il mio punto di vista (in linea con Marcello credo). Penso che tutti abbiamo in testa un obbiettivo comune, ma strade diverse per raggiungerlo.Nessuno vuole che ci sia schiavitù, o che una persona, in condizioni di bisogno debba cadere vittima di altri senza scrupoli. A tutti piacerebbe un sistema meritocratico dove chi è capace viene premiato. Probabilmente ci sono punti di vista differenti su chi capace o utile non è.

Secondo me il mercato deve essere lasciato libero di fare quello che è capace di fare meglio, allocare efficientemente le risorse. Il mercato del lavoro non fa differenze. Poi lo stato e/o meccanismi mutualistici  devono  intervenire per evitare gli abusi o esiti particolarmente sgradevoli. 

Quanto si lavora (part o full time, 4 o 10 ore) e per quale retribuzione e bene che lo contrattino le parti. Gli standard di sicurezza di qualsiasi posto di lavoro, deve dettarli la legge così non c'è pericolo che qualcuno accetti di lavorare in condizioni non sicure.E' bene pure che la legge stabilisca quanto al massimo un individuo sano può lavorare di seguito. Per proteggere il lavoratore da altri tipi di abuso, basta la costituzione e la legge civile e penale vigente. Per il rersto è fisiologico che un'impresa possa non aver più bisogno di un lavoratore o averne meno bisogno di prima. Il problema è come gestire la transizione, non come evitarla falsando il mercato. Possiamo prevedere meccanismi mutualistici (l'assicurazione proposta da Giulio) ammortizzatori sociali e possiamo applicare logiche diverse a diverse età (un conto è cambiare lavoro a 20 anni un altro è farlo a 50) o diversi livelli di reddito (un conto è uno che viveva con 1200 eur al mese altro e uno che  guadagnava  300k annui).

Ci sono tante strade per gestire civilmente e umanamente anche materie così delicate. Protezione di pochi e reintegro forzato non mi sembrano tra le migliori.

Secondo l’Ocse, il livello di protezione del lavoro a tempo indeterminato da licenziamenti individuali in Italia non è più alto, ma più basso di molti paesi, media Ocse inclusa, cioè proprio per quei licenziamenti che rientrano nella fattispecie dell’art. 18.

                                                                         Indice di rigidità sui licenziamenti individuali nel 2008 (6 max - 0 min)

Indonesia   4.24
Portugal   4.17
India   3.54
China   3.30
Slovenia   3.15
Czech Republic   3.05
Germany   3.00
Russian Federation   2.97
Sweden   2.86
Luxembourg   2.75
Netherlands   2.72
Chile   2.67
Turkey   2.56
Slovak Republic   2.50
France   2.47
Spain   2.46
Estonia   2.46
Korea   2.37
Austria   2.37
Greece   2.33
Norway   2.25
Mexico   2.25
Finland   2.17
OECD countries   2.11
Poland   2.06
South Africa   1.99
Hungary   1.92
Japan   1.87
Israel   1.87
Italy   1.77
Iceland   1.73
Belgium   1.73
Denmark   1.63
Ireland   1.60
New Zealand   1.56
Australia   1.42
Brazil   1.37
Canada   1.25
Switzerland   1.16
United Kingdom   1.12
United States   0.17

Fonte: OCSE (il percorso è sulla sinistra labour-employment protection-regular employment).

 

Per chi fosse interessato, anche prendendo l’indice generale overall dell'OCSE (che include il lavoro a temp. determinato e licenziamenti collettivi) il posizionamento dell'Italia non pare mostrare sacche di privilegio rispetto a francesi, spagnoli o tedeschi.  Sulla specifica parte che riguarda quanto sono stringenti in Italia i principi di giusta causa e reintegro rispetto ad altri paesi si veda qui, sempre a cura dell'Ocse, nel foglio level4 le colonne Reg5 (definition of justified and unfair dismessa) e Reg8(possibility of reinstatement following unfair dismissal).

Accostare i lavoratori a tempo indeterminato coperti dall’art. 18 agli evasori e alla casta mi pare fortemente ingiusto e malizioso. Definirli privilegiati, forse è vero se li si paragona a quelli che non sono coperti dall’art. 18, nel qual caso la soluzione sarebbe invece di estendere questa norma anche a loro, ad esempio alle imprese con meno di 15 dipendenti.

Gli USA si possono permettere di avere un misero 0.17 perche' hanno molte piu' possibilita' di trovare lavoro velocemente? Se l'offerta del lavoro fosse veramente ampia, ci sarebbe margine per ridurre l'indice, giusto? In altre parole, quantita' dell'offerta e rigidita' sono strettamente connesse?

Per gli usa è una media (fatta a occhio direi) tra stati, visto che in alcuni stati l'employment at will (cioè il licenziamento senza motivo) non si applica più o in forme ridotte, mentre in altri, se il contratto non dice nulla, si può essere licenziati senza spiegazioni. Il motivo forse è economico, o forse è dovuto al fatto che i sindacati americani sono stati sempre deboli, e che le energie sociali negli anni 50 e 60 sono state indirizzate al contrasto della segregazione razziale o a evitare di finire sui campi di battaglia.

Se lo possono permettere perché il mercato del lavoro è più vivace. Un datore di lavoro ha più facilità a licenziare e quinid assume anche più facilmente che in Italia, dove invece è difficile licenziare.

Inoltre, i disoccupati a lungo termine negli Stati Uniti (quelli che stanno per un anno o più senza lavoro) sono tipicamente molti meno che in Italia.

Secondo l’Ocse, il livello di protezione del lavoro a tempo indeterminato da licenziamenti individuali in Italia non è più alto, ma più basso di molti paesi, media Ocse inclusa, cioè proprio per quei licenziamenti che rientrano nella fattispecie dell’art. 18.

E' possibile che la posizione dell'Italia sia dovuta al fatto che una frazione notevole dei lavoratori non e' protetta dall'art.18 e dallo Statuto dei Lavoratori?  Ho cercato ora il dato di quanti dipendenti sono impiegati in imprese con meno di 16 dipendenti nel sito ISTAT ma non l'ho trovato. Vedo pero' che l'impresa media  italiana ha circa 3-4 dipendenti.

E' possibile che la posizione dell'Italia sia dovuta al fatto che una frazione notevole dei lavoratori non e' protetta dall'art.18 e dallo Statuto dei Lavoratori? 

Mi sembra altamente probabile. Neanche io ho trovato i numeri però il ragionamento di Alberto mi pare coerente che il numero sulla protezione sia il risultato mediato tra alta protezione per una minoranza e bassa protezione per la maggioranza. Quindi è corretto parlare di privilegio.

E' possibile che la posizione dell'Italia sia dovuta al fatto che una frazione notevole dei lavoratori non e' protetta dall'art.18 e dallo Statuto dei Lavoratori?

In teoria avrebbero dovuto tenerne conto, ma dalla motivazione dei loro giudizi pare si concentrino sulla condizione di impresa sopra i 15 dipendenti, o comunque non è chiaro come pesano la questione. 

ho cercato ora il dato di quanti dipendenti sono impiegati in imprese con meno di 16 dipendenti nel sito ISTAT ma non l'ho trovato. Vedo pero' che l'impresa media  italiana ha circa 3-4 dipendenti.

a spanne: il 47% degli occupati lavora in imprese con 9 o meno unità (quindi niente art. 18), il 42% in imprese con 20 o più dipendenti (quindi art. 18), mentre circa l'11% è in imprese 10-19 dipendenti (borderline).

 

Accostare i lavoratori a tempo indeterminato coperti dall’art. 18 agli evasori e alla casta mi pare fortemente ingiusto e malizioso. Definirli privilegiati, forse è vero se li si paragona a quelli che non sono coperti dall’art. 18, nel qual caso la soluzione sarebbe invece di estendere questa norma anche a loro, ad esempio alle imprese con meno di 15 dipendenti.

Mi permetto di dissentire sul malizioso, lasciando ovviamente il giusto e l'ingiusto alla sensibilità del singolo. Il  privilegio è  inteso nei confronti non solo degli altri dipendenti ma di tutti gli altri soggetti che vivono nel sistema economico. Se ho un piccolo negozio e guadagno meno dio un metalmeccanico, non dispongo di ferie pagate ne di indennità di malattia: vogliamo dare l'art 18 anche ai piccoli commercianti?

L'accostamento con gli evasori si limita unicamente allo status di privilegiato. Sono il furto e l'omicidio due crimini? Certo, la sensibilità media pensa che l'omicidio sia più grave, però se facciamo l'insieme delle violazioni della legge ci finiscono entrambi? Sì. Se facciamo l'insieme dei privilegi, ci finisce l'art 18 e l'evasione, su quale sia più odioso lascio alla sensibilità del singolo, però entrambi privilegi sono perché alcuni ce li hanno (senza che un merito o una diversa capacità li giustifichi) e altri no.

Sull'estensione del privilegio a tutti, occorre un discorso a parte.

Con questa premessa, chi lavora a salario sarebbe sempre un privilegiato rispetto a chi non lavora, e tutti sarebbero privilegiati rispetto a qualche altra categoria in qualche dimensione. Non si possono  mettere sullo stesso piano il commerciante o il professionista con il lavoratore dipendente, proprio perché hanno funzioni diverse nel sistema economico. Il commerciante o l’imprenditore, per quanto piccolo, beneficia degli up e dei down della propria attività e risponde solo a se stesso, mentre il lavoratore dipendente no, egli ha stipulato un contratto con il suo datore, e quindi è ragionevole (giusto o non giusto che sia) che i rapporti reciproci siano basati sulla buona fede. L’art. 18 poi non parla di ferie pagate etc., ma solo del fatto che non si può licenziare senza motivo, così come non ti si può staccare la luce o l’acqua senza motivo.

Per quanto riguarda la malizia e l’accostamento tra furto e omicidio (per quanto in alcuni casi si possa trovare una giustificazione per il reato commesso), entrambi sono comportamenti criminali e immorali, così come evadere le tasse è un comportamento criminale e immorale, in tutto il mondo. Il non essere licenziato immotivatamente non è un comportamento né criminale né immorale. Semmai si potrebbe affermare che immorale è la condizione di chi può essere licenziato senza motivo. L’accostamento, anche se solo per finalità retoriche, è malizioso.

Mi scuso per aver fatto confusione in un maldestro tentativo di chiarire che invece ha solo peggiorato la comunicazione.

Tornando al punto. Se alcuni lavoratori dipendenti beneficiano delle tutele dell'art 18 e altri no, si può  sicuramente dire che godono di uno status privilegiato rispetto a chi dette tutele non ha. Questo è un fatto non discutibile. Può dar fastidio la parola privilegio, ma in ogni caso c'è una disparità di trattamento: due lavoratori che fanno la stessa cosa, uno per un società con 14 dipendenti e l'altro per una che ne ha 16, non hanno le stesse tutele.

Chiarito che lo status differente c'è, non vedo la malizia nel confrontare detta disparità di trattamento con altre. Rimanendo a quelle garantite dalla legge, alcune professioni beneficiano di una limitazione all'accesso al mercato. Se ho una laurea in farmacia, ma mi mancano gli x milioni di euro necessari a comprarne una io il farmacista non posso farlo in proprio.  Pertanto la legge protegge il farmacista dalla concorrenza e tutela alcuni lavoratori più di altri. In entrambi i casi non c'è una giustificazione meritocratica per la disparità di trattamento. Certo, magari il privilegio del farmacista è più ricco di quello del metalmeccanico. Però guardandoli dall'esterno sono entrambi privilegi.

L'evasore entra in gioco  guardando ancor più da lontano e considerando non solo i privilegi garantiti dalla legge ma anche quelli assicurati da prassi perversa. Peraltro questa distinzione nel post era rimarcata da un grassetto. Sull'idea di estendere a tutti l'art 18 ho scritto in altri commenti.