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Il secondo incubo del barone

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Anche a me piacciono i peperoni. E ancor più da quando so che generano incubi così interessanti. Penso che se ne dovrebbe discutere seriamente, anche così per puro amore dell'esercizio intellettuale. E magari non partendo proprio dalle questioni che lo stesso Federico considera problemi aperti (e forse senza soluzione), come quello di "fare da zero un IF per lettere" (io sono di lettere, al momento sono anche preside di una facoltà medio-piccola).

Tanto per cominciare con il mio contributo, trovo sbilanciato il rapporto tra quota del finanziamento distribuita in base al merito nella ricerca e in base al merito della didattica. Un rapporto di 8 a 1 significa pensare che la ricerca è otto volte più importante della didattica oppure che è scontato che la buona ricerca genera buona didattica. Naturalmente, il mio è il punto di vista di un preside, ma la mia esperienza mi dice appunto che le due cose non vanno sempre insieme.

Inoltre, come ho accennato in un commento all'incubo precedente, credo che sarebbe molto importante che si cominciasse seriamente a modificare la situazione per cui "Gli studenti italiani sono molto stanziali, non ci sono case dello studente etc.". Quindi il finanziamento pubblico del diritto allo studio dovrebbe essere molto maggiore, per la quota gestita dalle regioni: questo contribuirebbe veramente a modificare non solo il sistema universitario, ma l'intera società.

Nonostante la simpatia per il milanese ho gli stessi due dubbi.

(1) Gli studenti italiani non mi sembra siano stanziali per scelta, quanto piuttosto per vincoli di bilancio. Non si potrebbe aggiungere un articolino sull'agibilità della sede universitaria, da concedere se e solo se il 70% della media degli iscritti dei 5 anni precedenti è coperta da alloggi universitari? Le università si troverebbero con un bel patrimonio di immobili storici in pieno centro da mettere in vendita con cui finanziare la creazione di campus (all'amerikana) in periferia.

(2) Punto già sollevato: la relazione ricerca/didattica credo sia positiva ma non stabile e caratterizzata da parecchie singolarità. Se si rendono più difficili i concorsi per l'accesso alle professioni non si potrebbe legare parte del finanziamento variabile al numero di studenti di quella facoltà che hanno partecipato con successo all'esame di abilitazione?

Effettivamente nel sogno il milanese dà un eccessivo peso alla ricerca rispetto alla didattica, nonostante che la ricerca abbia un fatturato (per così dire) inferiore a quello della didattica. Dai dati Ocse la spesa media per la didattica è 2,8 volte quella per la ricerca, e per  gli  USA è addirittura 6,8 volte. Un confronto internazionale è nella tabella sotto. Anche la mitica Harvard spende quasi il doppio per la didattica rispetto alla ricerca. Harvard da sola spende per i suoi 20 mila studenti oltre un quarto di tutto il budget italiano per l’università. L’MIT ha i rapporti invertiti, spende molto di più per la ricerca, anzi spende molto di più su tutto. Da sole MIT e Harvard con 30 mila studenti spendono quasi la metà del budget italiano, per forza che poi si trovano sempre in cima alle classifiche, tranne che in questa  tranne che in questa.

Spesa universitaria per Ricerca e servizi didattici in percentuale del GDP

 

  Didattica Servizi ausiliari  Ricerca Totale
(trasporti, mense, alloggi)
Australia 1,07 0,07 0,48 1,62
Austria 0,87 0,01 0,41 1,3
Belgio 0,8 0,03 0,41 1,24
Canada 2,01 0,15 0,41 2,56
Rep. Ceca 0,82 0,03 0,19 1,04
Finlandia 1,07 - 0,66 1,73
Francia 0,86 0,08 0,4 1,33
Germania 0,63 0,05 0,41 1,09
Grecia 1,07 0,11 0,29 1,46
Irlanda 0,82 - 0,34 1,16
Italia 0,56 0,04 0,33 0,93
Olanda 0,8 - 0,48 1,28
Norway 0,84 - 0,47 1,31
Polonia 1,41 - 0,17 1,58
Spagna 0,79 - 0,32 1,12
Svezia 0,85 - 0,79 1,64
Svizzera 0,8 - 0,61 1,41
UK 0,78 0,11 0,47 1,35
USA 2,26 0,31 0,33 2,9
Media OCSE 1,05 0,06 0,37 1,46

 Fonte OCSE

Tralascio il fine-tuning sui meccanismi di reclutamento, di remunerazione e di incentivazione individuale dei ricercatori e professori, ma uno dei punti chiave del milanese è la modalità di ripartizione dei fondi tra centri. Dei 10 miliardi di euro, la metà è distribuita in relazione agli studenti, che come detto sono abbastanza stanziali, anche perché affittarsi casa e pagarsi la minestra a Milano non è da tutti. Quindi questi soldi non distinguono tra buoni e cattivi, se non per una quota parte di studenti mobili (peraltro le università geograficamente vicine sono più soggette a concorrenza di quelle isolate). Il resto è distribuito in relazione all’eccellenza nella ricerca, che sarebbe giusto se si vogliono premiare le graduate school o le sedi con dottorato, ma non proprio per quelle università che non sono nate per fare ricerca e che non la faranno mai e che invece svolgono un servizio di educazione terziaria per, diciamolo pure, i meno abbienti, che sono la maggioranza, sul territorio (più al sud che al nord viste le distanze tra università). Il servizio principale dell’università è preparare bene gli studenti alla laurea. Anche guardando le immatricolazioni, la maggior parte degli studenti si indirizza su giurisprudenza ed economia, dove il ruolo della ricerca è tutto sommato marginale. In ogni caso se l’università fosse un’azienda, l’allocazione delle risorse dovrebbe privilegiare la qualità della didattica, se non altro perché da lì arriva la maggior parte dei fondi.
Che la didattica sia fortemente penalizzata segue sia nel caso che il meccanismo di incentivo funzioni perfettamente, che nel caso alternativo. Nel primo caso, tutte le università si dedicano anima e cuore alla ricerca, che aumenta per qualità e quantità, ma siccome i salari e i fondi di dipartimento dipendono dai risultati della ricerca, la didattica diventa un fastidio o un intralcio. Da Benevento a Milano tutti a cercare la pubblicazione su Nature mentre i laboratori per gli studenti medi e/o mediocri (che sono la maggioranza) ad arrugginirsi (perché preoccuparsene se i fondi dipendono solo dalle pubblicazioni?). L’incentivo positivo a fare una cosa è anche un disincentivo per le attività alternative, cioè il dolce far niente, ma anche la didattica.
Se invece l’incentivo non funziona perfettamente, vi sono università giustamente premiate e altre penalizzate perché, per incapacità o scelta, e nonostante il disincentivo, hanno scelto di dedicarsi alla ricerca applicata non cutting edge (quindi niente Nature) o alla didattica pura e semplice, oppure allo sperpero vecchio stile che tanto gli studenti lavoratori e/o poveri che non potranno cambiare sede ci saranno sempre.

L’art.9 sembra prendere a cuore la didattica, ma lo fa in modo utopistico con una sorta di concorsone nazionale (ma il milanese non era contrario?) per ogni professione. Però non  è chiaro cosa debba succedere all’università che sistematicamente produce laureati meno abili, cioè non in grado di passare il test che dovrebbe verificare i requisiti minimi di accesso alla professione. Se non ho capito male, se l’università fa schifo si punisce il territorio, chiudendo o ridimensionando il dipartimento/università? Ma non andrebbero puniti i responsabili? E che succede invece se l’università eccelle nella didattica sfornando brillanti laureati che magari trovano lavoro all’estero?

Per concludere cambierei l’articolo 1 mettendo prima la didattica e poi la ricerca, e inventerei un meccanismo per non penalizzare la didattica, anzi li separerei nettamente. Inoltre, indicherei un meccanismo per la fuoriuscita dei docenti non più idonei alla ricerca e/o alla didattica e degli amministratori/presidi/rettori/direttori che non amministrano.