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Certo che con un giornalismo così...

2 commenti (espandi tutti)

Non se lo sarà giustamente letto nessuno, ma un paio di mesi fa avevo scritto questo editorialino non firmato sul Riformista, il mio ex giornale (ora sto al Fatto Quotidiano), perché la cosa puzzava anche a me...

Saluti a tutti

Venerdì l’Ocse ha pubblicato il suo “superindice” (CLI, Composite leading indicators) che prevede per l’Italia una fase di «possible expansion».

Come è successo sempre in questi mesi, tra i dati che quotidianamente produce l’organizzazione parigina alcuni vengono isolati e amplificati, diventano una sentenza sullo stato della crisi. «Ripresa, cinque segnali positivi», era il titolo di apertura del Corriere della Sera di ieri. Ancora più esplicito il Sole 24 Ore: «La produzione si risveglia». ll messaggio che arriva al lettore è chiaro: come dice da mesi Berlusconi, la crisi è solo psicologica, anche i numeri lo dimostrano. Però basta leggere dietro le sigle e dentro le tabelle per capire che ci vuole un po’ più di prudenza.

 Intanto il superindice indica «un’informazione qualitativa più che quantitativa», cioè serve a individuare il momento di svolta del ciclo economico (per esempio da recessione a ripresa), non l’ampiezza della correzione. E l’inversione di tendenza non è immediata, ma si verifica nel giro di qualche mese. Osservando le tabelle che indicano l’affidabilità statistica del CLI si nota anche che la deviazione standard di quello italiano (il parametro che misura la dispersione dei valori intorno alla media, più è alto meno affidabile è il dato) è da sempre la più elevata tra tutti i paesi coinvolti nella rilevazione. E ancora: tra gli indicatori italiani scelti per costruire il superindice non ve n’è alcuno direttamente legato all’occupazione. Mentre sappiamo che sarà proprio questo il problema dell’autunno, nonostante il mercato del credito sia migliorato e la produzione industriale stia gradualmente riprendendo almeno per reagire all’esaurimento delle scorte. Come ha avvertito più volte il Fondo monetario internazionale, anche quando l’economia ripartirà ci sarà un gap di almeno sei mesi o un anno prima che gli effetti si sentano sull’occupazione. Quindi la ripresa prevista dal superindice potrebbe essere percepita dai cassintegrati italiani, se va bene, nel 2011.

Tecnicismi, certo, ma che non vengono mai esplicitati, preferendo affidare i messaggi di ottimismo a pochi numeri di immediata – anche se illusoria – comprensione. Altre cifre, invece, raggiungono la prima pagina meno di frequente, come le revisioni al ribasso dell’Istat sull’andamento del Pil: non è ancora sicuro che quest’anno riusciremo a evitare un tracollo di sei punti percentuali, dipende da come andrà l’ultima parte dell’anno. Ma dirlo, e scriverlo, rischia di rovinare il clima.

Nella determinazione del Pil bisogna anche tener conto della componente statale molto rilevante per l'Italia che, tenuto conto del metodo di calcolo, contribuisce a far media con la componente privata che quindi cade più della media.

E' appunto tale componente che storicamente fa si che in fase di recessione in Italia la sua caduta (o minor crescita) risulti meno rilevante che negli altri paesi industruializzati.

Inoltre bisogna altresi' considerare che la quota di Pil relativa agli immigrati è aumentata notevolmente negli ultimi anni e quindi, visto che il PIL è praticammente stabile da una decina di anni gli Italiani si sono impoveriti e stanno utilizzando il capitale accumulato per mantenere costante il livello di reddito