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Gabbie salariali (I). Perché fa bene differenziare i salari.

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Primo, mi scuso perché sono in partenza e starò via per circa una settimana, non potrò quindi partecipare pienamente al dibattito. Vedo comunque che la mia presenza non è strettamente necessaria. Marcello ha spiegato bene i termini del problema.

A quelli a cui fa tanto orrore una strategia di sviluppo che sfrutta la maggiore disponibilità del fattore lavoro e quindi la possibilità di usarlo a prezzo più basso, va ricordato che:

1) questa è stata una importante componente della strategia di sviluppo italiana (ai tempi del miracolo economico) e di tanti altri paesi; la strategia sembra funzionare abbastanza bene, man mano che procede l'industrializzazione e lo sviluppo i salari crescono in modo che è economicamente sostenibile.

2) Non sono affatto contento di suggerire un abbassamento dei salari, sarei molto più contento se fosse possibile raggiungere la piena occupazione al Sud mantenendo i salari al livello di quelli del Nord (anzi, tanto che ci siamo, perché non al livello di quelli tedeschi?). Però non è possibile, perché la domanda di lavoro al Sud è più bassa. Quindi, se non piace una strategia che permette ai salari di raggiungere il livello di equilibrio, bisogna accettare il fatto che quello che proporre il mantenimento di salari fuori equilibrio al Sud ha come conseguenza il mantenimento di una situazione permanente di disoccupazione e pervasività di precariato e lavoro nero. Questo mi piace ancora meno e non conduce ad alcuna dinamica di sviluppo. Se poi qualcuno ha brillanti idee per far spostare a destra la curva di domanda di lavoro, che le dica.

3) Se si ritiene che la riduzione dei salari al Sud genererebbe problemi drammatici di povertà e disuguaglianza, ci sono vari strumenti che possono essere usati per alleviare il problema. Tagli delle tasse per i redditi più bassi, sussidi al consumo di beni essenziali quali istruzione e sanità etc.  Imporre per legge salari più alti è un modo molto inefficiente per affrontare problemi distributivi e di povertà; il maggiore reddito che va agli occupati è ottenuto di fatto riducendo i livelli occupazionali, il ché rappresenta una perdita secca per la società.