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Il meridione o i meridionali

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Mentre sono convinto che la padronanza di un dialetto sia un vantaggio culturale (che io non ho mai avuto) e che la scomparsa dei dialetti sia un male da evitare, credo che ormai non sia più possibile risuscitare i dialetti elevandoli al ruolo di lingua locale. All'nizio degli anni settanta ho vissuto qualche anno in Liguria. Capitava ancora, allora, di entrare in un negozio sorprendendo una conversazione in dialetto tra clienti e negoziante, ma tutti passavano all'italiano non appena si accorgevano che era entrato un forestiero. Nessuno dei miei amici genovesi, appartenenti a famiglie genovesi da sempre, ma istruiti, era in grado di parlare fluentemente il dialetto. Al più erano in grado di parlare un italiano con accento genovese o un genovese italianizzato alla maniera di Gilberto Govi. Lo so bene perché incuriosito da un dialetto per me incomprensibile ho cercato di estrarre da loro informazioni sul dialetto.  Puo' essere che nelle altre regioni settentrionali i laureati siano in grado di parlare fluentemente il dialetto. Però né mia nonna mé mia madre nate e cresciute in Lombardia erano in grado di andare oltre la citazione di qualche proverbio in dialetto. Se già quaranta o cinquanta anni fa era difficile trovare persone istruite in grado di parlare fluentemente il "loro" dialetto come sarà possibile, ora, farlo diventare una lingua locale? Il problema, a mio parere, è ormai quello della conservazione dei dialetti come beni culturali importanti nella nostra storia e nella nostra cultura, dobbiamo conservare il genovese e gli altri dialetti del settentrione come cerchiamo di conservare il greco calabro o pugliese, l'albanese, i dialetti sardi (uno dei quali estremamente vicino al latino). Lo stato italiano ha per molti anni trascurato i dialetti e le lingue locali che non fossero difese da un più o meno potente vicino (Francia, Austria, Yugoslavia). Ora, forse, per salvare la cultura del dialetto bisognerebbe associare il dialetto allo studio dell'italiano, mostrandone la frequente maggiore aderenza al latino o al greco (cerasa invece di ciliegia, cacio invece di formaggio) e mettendone in luce il legame con la lingua italiana (diciamo zitella, ma cito, citto e cidio sono espressioni dialettali, la madonna della lettera patrona di Messina non c'entra nulla con le lettere, ma deriva dalla parola greca eleuteria, ecc. ). E' vero l'italiano e l'italia sono state imposte da una minoranza di italiani in grado di leggere e scrivere in una lingua (l'italiano) che non era generalmente parlata. Il processo mi sembra però irreversibile. 

Mentre sono convinto che la padronanza di un dialetto sia un vantaggio culturale (che io non ho mai avuto) e che la scomparsa dei dialetti sia un male da evitare, credo che ormai non sia più possibile risuscitare i dialetti elevandoli al ruolo di lingua locale. All'nizio degli anni settanta ho vissuto qualche anno in Liguria.

Comprendo la tua posizione ed e' interessante la testimonianza sul ligure. Tuttavia ho citato in passato i numeri di Tullio De Mauro: non e' vero che tutti in Italia parlano solo l'Italiano o quasi. Questo riguarda sostanzialmente quel 30% (38% se ricordo TDM) che vive nei capoluoghi di provincia.  Il 60% degli italiani usa sia il dialetto che l'italiano, e il 14% non comprende l'Italiano (e parla un dialetto).

Ora, forse, per salvare la cultura del dialetto bisognerebbe associare il dialetto allo studio dell'italiano, mostrandone la frequente maggiore aderenza al latino o al greco (cerasa invece di ciliegia, cacio invece di formaggio) e mettendone in luce il legame con la lingua italiana (diciamo zitella, ma cito, citto e cidio sono espressioni dialettali, la madonna della lettera patrona di Messina non c'entra nulla con le lettere, ma deriva dalla parola greca eleuteria, ecc. ). E' vero l'italiano e l'italia sono state imposte da una minoranza di italiani in grado di leggere e scrivere in una lingua (l'italiano) che non era generalmente parlata. Il processo mi sembra però irreversibile.

In Veneto la lingua veneta e' usata abitualmente.  Sono in questi gg. a Venezia nel centro storico: i locali parlano abitualmente veneto, direi in netta maggioranza.  E il veneto notoriamente ha una diffusione trasversa alla classe sociale.  Il Friuli credo che la situazione sia analoga. N.B. che nei test PISA, anche in Italiano, Veneto e Friuli hanno tra i punteggi migliori d'Italia e in buona posizione anche in Europa.

In alcuni luoghi l'italianizzazione e' probabilmente irreversibile. Ma la realta' storica mostra che tutto e' possibile: Israele ha recuperato una lingua morta da quasi 3000 anni. E' sufficiente che esista la motivazione.