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Il meridione o i meridionali

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Caro Alberto

la tua risposta conferma tutti i miei timori. Proviamo ad immaginarci lo scenario. Il parlamento approva il 3 gennaio 2011 una legge che eleva i dialetti al ragno di "lingua" locale. A questo punto

a) le varie aree si organizzano in regioni linguistiche, inevitabilmente diverse da quelle amministrative tradizionali, almeno in parte. Cosa fanno queste ultime. Scompaiono? Rimangono in piedi per le altre funzioni? Perlomeno due anni di casino. Avrai sicuramente presente il caso dei comuni veneti che volgio entrare in Trentino. Pensalo moltiplicato per 10000

b) ciascuna regione assume un certo numero di linguisti per mettere a punto la "lingua" locale, con grammatica, vocabolario etc. Le differenze fra i dialetti esistenti sono ampie. Saranno necessari Altri anni di lavoro e di scontri - ed in ogni caso la lingua sarà un compromesso fra le verianti locali, e quindi sarà percepita come artificiale, come l'italiano

c) gli abitanti della regione si mettono ad imparare la lingua "ufficiale". Questo può essere facile per alcuni, ma non per gli immigrati da altre regioni (per non parlare di quelli dall'estero) o per le persone anziane. Grande affare per i professori di lingua, ma per gli altri?

d) i potenziali immigrati da altre regioni si mettono ad imparare la lingua locale, magari prima di trasferirsi (a questo punto perchè non un esame preventivo di lomabrdo?): L'Italia ha notoriamente un problema di mobilità eccessiva della popolazione, che potrebbe essere istantaneamente risolto

Mi sembra una follia assoluta.

Due ultime notazioni

i) l'argomento retorico "ci sono paesi dove il biliguismo funziona" è fallace. Si portebbe sostenere che funzionano nonostante il biliguismo - e che la Catalogna sarebbe molto più sviluppata se tutti parlassero castigliano. Singapore ed Hong Kong sono in testa alle classifiche PISA per le scienze ed usano una scrittura ad ideogrammi. Introduciamo gli ideogrammi anche in Italiano?

ii) l'idea che l'essenza della democrazia sia la prevalenza delle opinioni della maggioranza è, a dir poco parziale. Probabilmente falsa. La maggioranza ha diritto di governare ma non di ledere i diritti delle minoranze. Imporre ad una minoranza di usare la lingua della maggioranza è sbagliato sia che la lingua della minoranza sia il tedesco sia che sia l'italiano.

 

 

 

Imporre ad una minoranza di usare la lingua della maggioranza è sbagliato

in certi luoghi del nord cambialo così: imporre ad una maggioranza, attravero una maggioranza parlamentare votata per motivi differenti, di parlare e scrivere una nuova lingua artificiosa e fittizia che rappresenterà una minoranza politicamente determinante e discriminerà tutti gli altri.

Mentre sono convinto che la padronanza di un dialetto sia un vantaggio culturale (che io non ho mai avuto) e che la scomparsa dei dialetti sia un male da evitare, credo che ormai non sia più possibile risuscitare i dialetti elevandoli al ruolo di lingua locale. All'nizio degli anni settanta ho vissuto qualche anno in Liguria. Capitava ancora, allora, di entrare in un negozio sorprendendo una conversazione in dialetto tra clienti e negoziante, ma tutti passavano all'italiano non appena si accorgevano che era entrato un forestiero. Nessuno dei miei amici genovesi, appartenenti a famiglie genovesi da sempre, ma istruiti, era in grado di parlare fluentemente il dialetto. Al più erano in grado di parlare un italiano con accento genovese o un genovese italianizzato alla maniera di Gilberto Govi. Lo so bene perché incuriosito da un dialetto per me incomprensibile ho cercato di estrarre da loro informazioni sul dialetto.  Puo' essere che nelle altre regioni settentrionali i laureati siano in grado di parlare fluentemente il dialetto. Però né mia nonna mé mia madre nate e cresciute in Lombardia erano in grado di andare oltre la citazione di qualche proverbio in dialetto. Se già quaranta o cinquanta anni fa era difficile trovare persone istruite in grado di parlare fluentemente il "loro" dialetto come sarà possibile, ora, farlo diventare una lingua locale? Il problema, a mio parere, è ormai quello della conservazione dei dialetti come beni culturali importanti nella nostra storia e nella nostra cultura, dobbiamo conservare il genovese e gli altri dialetti del settentrione come cerchiamo di conservare il greco calabro o pugliese, l'albanese, i dialetti sardi (uno dei quali estremamente vicino al latino). Lo stato italiano ha per molti anni trascurato i dialetti e le lingue locali che non fossero difese da un più o meno potente vicino (Francia, Austria, Yugoslavia). Ora, forse, per salvare la cultura del dialetto bisognerebbe associare il dialetto allo studio dell'italiano, mostrandone la frequente maggiore aderenza al latino o al greco (cerasa invece di ciliegia, cacio invece di formaggio) e mettendone in luce il legame con la lingua italiana (diciamo zitella, ma cito, citto e cidio sono espressioni dialettali, la madonna della lettera patrona di Messina non c'entra nulla con le lettere, ma deriva dalla parola greca eleuteria, ecc. ). E' vero l'italiano e l'italia sono state imposte da una minoranza di italiani in grado di leggere e scrivere in una lingua (l'italiano) che non era generalmente parlata. Il processo mi sembra però irreversibile. 

Mentre sono convinto che la padronanza di un dialetto sia un vantaggio culturale (che io non ho mai avuto) e che la scomparsa dei dialetti sia un male da evitare, credo che ormai non sia più possibile risuscitare i dialetti elevandoli al ruolo di lingua locale. All'nizio degli anni settanta ho vissuto qualche anno in Liguria.

Comprendo la tua posizione ed e' interessante la testimonianza sul ligure. Tuttavia ho citato in passato i numeri di Tullio De Mauro: non e' vero che tutti in Italia parlano solo l'Italiano o quasi. Questo riguarda sostanzialmente quel 30% (38% se ricordo TDM) che vive nei capoluoghi di provincia.  Il 60% degli italiani usa sia il dialetto che l'italiano, e il 14% non comprende l'Italiano (e parla un dialetto).

Ora, forse, per salvare la cultura del dialetto bisognerebbe associare il dialetto allo studio dell'italiano, mostrandone la frequente maggiore aderenza al latino o al greco (cerasa invece di ciliegia, cacio invece di formaggio) e mettendone in luce il legame con la lingua italiana (diciamo zitella, ma cito, citto e cidio sono espressioni dialettali, la madonna della lettera patrona di Messina non c'entra nulla con le lettere, ma deriva dalla parola greca eleuteria, ecc. ). E' vero l'italiano e l'italia sono state imposte da una minoranza di italiani in grado di leggere e scrivere in una lingua (l'italiano) che non era generalmente parlata. Il processo mi sembra però irreversibile.

In Veneto la lingua veneta e' usata abitualmente.  Sono in questi gg. a Venezia nel centro storico: i locali parlano abitualmente veneto, direi in netta maggioranza.  E il veneto notoriamente ha una diffusione trasversa alla classe sociale.  Il Friuli credo che la situazione sia analoga. N.B. che nei test PISA, anche in Italiano, Veneto e Friuli hanno tra i punteggi migliori d'Italia e in buona posizione anche in Europa.

In alcuni luoghi l'italianizzazione e' probabilmente irreversibile. Ma la realta' storica mostra che tutto e' possibile: Israele ha recuperato una lingua morta da quasi 3000 anni. E' sufficiente che esista la motivazione.

Caro Alberto

la tua risposta conferma tutti i miei timori. Proviamo ad immaginarci lo scenario. Il parlamento approva il 3 gennaio 2011 una legge che eleva i dialetti al ragno di "lingua" locale. A questo punto

Caro Giovanni

probabilmente conoscendo gli italiani potrebbe essere sensato evitare di proporre delle complicazioni, come osservi.  Concordo.  Tuttavia non riesco a sopportare le obiezioni strumentali che vengono fatte contro le lingue locali e credo che la mia indole mi portera' sempre a replicare in maniera acida.

Faccio altre poche osservazioni veloci.  Se mai venissero istituzionalizzate le lingue locali, sarebbe utile mantenere l'italiano come lingua franca: dopotutto lo comprende l'86% dei residenti (dati di TDM di alcuni anni fa). Questo risolverebbe molte delle tue obiezioni.  Se poi l'imposizione dell'italiano e' strumentale primariamente al fine di negare autonomia anche fiscale ad alcune Regioni, allora ritengo  nociva l'imposizione dell'Italiano e ritengo preferibile l'adozione delle lingue locali anche in presenza di costi temporanei aggiuntivi.

i) l'argomento retorico "ci sono paesi dove il biliguismo funziona" è fallace. Si portebbe sostenere che funzionano nonostante il biliguismo - e che la Catalogna sarebbe molto più sviluppata se tutti parlassero castigliano.

Nelle scienze umane e' quasi impossibile dimostrare qualunque tesi. Al minimo quello che mi sento di difendere e' che non osservo in giro per il mondo l'esistenza di alcun handicap comune ai Paesi bilingui rispetto a quelli monolingui.  Anzi la mia impressione personale concorda con gli studi che ho citato nel percepire i monolingui come meno versatili, meno tolleranti, peggiori conoscitori dell'inglese, eccetera.

ii) l'idea che l'essenza della democrazia sia la prevalenza delle opinioni della maggioranza è, a dir poco parziale. Probabilmente falsa. La maggioranza ha diritto di governare ma non di ledere i diritti delle minoranze. Imporre ad una minoranza di usare la lingua della maggioranza è sbagliato sia che la lingua della minoranza sia il tedesco sia che sia l'italiano.

Concordo che la prevalenza della maggioranza non sia sempre ottimale ma plagiando qualcosa di gia' detto non vedo sistemi migliori a disposizione. Considerati i limiti della democrazia, mi sembra opportuno delegare in maggior numero di materie possibili, incluse le lingue locali, alle comunita' locali piuttosto che allo Stato centrale.