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Il meridione o i meridionali

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La lingua italiana ha una grande storia e letteratura ma oggi come oggi una delle sue principali funzioni e' quella di strumento per mantenere i privilegi della Casta nuocendo complessivamente alla maggioranza degli italiani. 

Non sono d'accordo. La lingua italiana è sicuramente stata in passato strumento dei politici per promuovere una cultura popolare nazionale che era inesistente, e quindi in un certo senso anche di potere. Il veicolo principale finalizzato a questo scopo è stato la RAI, oltre ai precedenti tentativi del regime fascista. Non so se siano riusciti a creare una cultura popolare condivisa, ma di sicuro sono riusciti (la TV in particolare) ad ammazzare le lingue locali, che hanno smesso di produrre lessico nuovo e che hanno cominciato un lento processo di trasformazione in dialetti dell'italiano. Lo dico chiaramente con rammarico perché condivido assolutamente che la conoscenza (e la "vita") delle lingue locali sia una ricchezza. Però, anche dove lo standard nel parlato non è l'italiano, è un dato di fatto che le lingue locali - che sono ovviamente altra cosa rispetto all'italiano (non voglio fare inutile "revisionismo" sul tema!) - si limitino progressivamente nel tempo a "storpiare" (dialettizzare) le parole nuove italiane e stiano inesorabilmente perdendo ricchezza lessicale (che è come dire che stanno morendo). Il pipistrello, in cremonese, si diceva correttamente "gregnapapula" (il che testimonia la radice non italiana della lingua, per esempio), ma nelle conversazioni ormai si usa "pipistrel"; negli anni '20 (credo), per indicare l'autobus urbano, il cremonese inventava "radiàal". Oggi il cremonese (e le altre lingue locali) non inventa più termini nuovi. Se condividi questo dato di partenza, è consequenziale che l'italiano non possa avere questo ruolo di mantenimento del privilegio della casta. L'italiano è semplicemente una (brutta) lingua semi-viva, mentre le lingue locali sono agonizzanti. E' triste, è frutto sicuramente anche di scelte per me miopi di politici figli di una certa sotto-cultura che ha accompagnato l'italia nel '900...ma ormai è un dato. Fare oggi l'esame di, say, lombardo orientale è fare un esame di storia su fonti incerte. Ridare vita a una lingua locale può essere un tentativo nobile, ma di sicuro non è una roba semplice (soprattutto per quelle dei nostri territori, che hanno pochissimo di codificato). Per questo mi sembra che le proposte leghiste siano una sparata propagandistica per rispondere ai "lobbisti intercetta sussidi" del sud...perché si capisce facilmente che per passare seriamente al "bilinguismo" regionale (che può anche essere una bella cosa, anzi, per me lo sarebbe anche), siamo a occhio e croce, in ritardo di una generazione e mezzo.

 

 

Non sono d'accordo. La lingua italiana è sicuramente stata in passato strumento dei politici per promuovere una cultura popolare nazionale che era inesistente, e quindi in un certo senso anche di potere. Il veicolo principale finalizzato a questo scopo è stato la RAI, oltre ai precedenti tentativi del regime fascista. Non so se siano riusciti a creare una cultura popolare condivisa, ma di sicuro sono riusciti (la TV in particolare) ad ammazzare le lingue locali, che hanno smesso di produrre lessico nuovo

(tra parentesi, grazie per la testimonianza sul campo della Lombardia sud-orientale!)

Ritengo che l'utilita' del monolinguismo italiano sia piu' ampia di quanto esposto.  In uno Stato nazionale la lingua e' il principale fattore strumentale per mobilitare e "usare" le masse, un tempo primariamente per la guerra, oggi come parco buoi tassabile ad libitum.  Il ragionamento e' banale: siccome parliamo la stessa lingua. allora dobbiamo far parte di uno stesso Stato, e siamo tenuti a contribuire al prestigio della Nazione, pagando i corazzieri di Napolitano e i commessi e parrucchieri iper-pagati del Parlamento. Inoltre siamo tenuti a pagare per aiutare i fratelli del Sud, peccato che poi tutto quello che paghiamo rimane attaccato alla Casta e i fratelli italofoni del Sud rimangono poveri. Peccato per il cittadino comune ma non per la Casta che puo' continuare a citare valide ragioni per "intermediare" e motivare che le tasse sono belle e cosi' via.

Mi sembra che il tema del monolinguismo italiano come fattore strumentale a favore della Casta e il tema delle lingue locali morenti siano temi abbastanza separati.  La vitalita' linguistica di una lingua e' un fatto molto importante che pero' riguarda linguistica e cultura e non i rapporti politici.  Per i rapporti politici conta non la vitalita' linguistica ma il rapporto identitario tra le persone e una lingua.  Se un gruppo di persone si identifica con una lingua, anche una lingua morta da ordine di 3000 anni - come l'ebraico - puo' tornare viva.

Sono d'accordo:infatti viene usata dai politici (soprattutto meridionali) come motivazione prima per giustificare i finanziamenti extra come il pericolo federalista.

Interessante come venga usata da ex PC o nuovi PD: ma non era una volta la sinistra per le minoranze, i popoli e le lingue dialettali?

Interessante come venga usata da ex PC o nuovi PD: ma non era una volta la sinistra per le minoranze, i popoli e le lingue dialettali?

In Italia la sinistra e' stata prevalentemente massimalista e contro le diversita', come si lamentava E.Lussu durante i lavori della Costituente. Alla sinistra italiana piacciono apparentemente solo le minoranze atomizzate e facilmente comperabili e imbrigliabili dallo Stato centrale, come gli immigrati clandestini o le micro-comunita' pastorali albanesi e greche di qualche sperduta vallata. Piu' la sinistra e' massimalista e/o Casta, come in Italia, e piu' e' a favore dello statalismo centralista.  In Paesi relativamente all'Italia piu' progrediti e civili, come ad es. Francia, Catalogna e Scozia, la sinistra invece e' programmaticamente e operativamente a favore delle diversita', delle autonomie e anche delle lingue locali.

Sulla questione delle lingua, progo leggersi questo articolo dalla Gazzetta del Mezzogiorno, per capire quale sia la giustificazione dei fondi che il Nord deve dare al Sud: siamo nazione e lingua (finchè ne avremmo bisogno)

Ma come si fa, mi chiedo? Quanto si vuole procedere su questa strada ridicola delle rivendicazioni italiote, al solo fine di garantire la cassa piena?

Sulla questione delle lingua, progo leggersi questo articolo dalla Gazzetta del Mezzogiorno

Grazie per il link.  Il pezzo contiene il solito retorico pastone meridionalistico e una falsita' storica tipica di tali pastoni:

A cominciare dalla guerra doganale del 1886, che per favorire con tariffe protezionistiche la produzione industriale del Nord, contro la Francia, finì in un vero disastro per la nostra agricoltura. E fuggirono nelle Americhe non solo i contadini pugliesi e calabresi, ma anche i piemontesi e i veneti altrettanto poveri. Quella grande emigrazione, un vero esodo biblico, fu una silenziosa rivoluzione di classe, partorita dalla disunità d’Italia.

Complessivamente la politica doganale dell'Regno d'Italia a fine '800 e' consistita in una serie di misure protezionistiche tra cui quella sicuramente di maggior impatto economico e' stato  il dazio sul grano che ha protetto l'agricoltura italiana e particolarmente ha protetto l'inefficiente agricoltura estensiva meridionale dalla concorrenza del grano proveniente dall'Europa dell'Est.

La politica protezionistica comprendeva anche dazi sui prodotti industriali per proteggere la nascente industria del triangolo industriale e di aree del Veneto, ma la misura piu' importante era proprio il dazio sul grano su cui hanno trovato convergenza gli interessi degli agrari del Sud e anche degli agrari del Nord.  A causa della massiccia evasione fiscale delle imposte catastali nel Sud Italia (nel regno delle due Sicilie non esisteva nemneno il catasto analitico, il catasto agricolo italiano e' stato completato solo nel 1956 superando una guerra pluri-decennale degli agrari meridionali contro cui F.Turati ha scritto parole di fuoco), gli agrari del Nord che pure avevano agricoltura in via avanzata di meccanizzazione e produttiva erano oberati di tasse di livello molto superiori rispetto ai Paesi oltre le Alpi e avevano necessita' anche loro - causa le tasse - di quella protezione di cui gli agrari meridionali avevano bisogno per la loro arretratezza e inefficienza, non compensate da massiccia evasione fiscale.  Quella non e' altro che l'Italia di oggi trasposta 100 anni fa.