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Il meridione o i meridionali

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Chiaro. Solo che, mi sembra di ricordare, i concorsi pubblici si fanno "per titoli ed esame". Ovvero pezzo di carta e verifica della preparazione. Ammetto, comunque, di non essere un esperto di concorsi pubblici, ma, ripeto, mi sembra di ricordare che ci vuole anche un esame di verifica. se qualcuno ci legge e ci specifica questa cosa sarebbe meglio.

Il mio non era un intento polemico, mi è sembrato che in questa discussione si sia partiti da un corollario, e non da una ipotesi. Io contesto il corollario: gli studenti universitari meridionali sono mediamente peggiori dei settentrionali.

Se togliamo universitari non ci piove: i test PISA questo ci dicono. Il mediamente non ci dice niente: può darsi che all'incarico di Dirigente Scolastico di Vicenza vogliano partecipare solo quello 0,2 per cento di geni che il test PISA ci dice esistere anche al Sud e staremmo facendo un torto.

Chiudo la mia partecipazione a questo thread (che è diventato lungo, troppo lungo..) con una domanda: siamo partiti da Alberto Bisin che ci dice: i laureati e i diplomati del Sud emigrano al Nord a lavorare.   Ma se fanno così schifo come mai trovano lavoro ?

 

Nel caso trevigiano, davvero si può pensare ad un maggior merito dei candidati meridionali che parteciparono al concorso nel sud, anziché nel nord ?

Da il sussidiario.net

Nel lontano 2004 venne bandito, dopo più di un decennio di attesa, un concorso a preside ordinario (quindi, non una sanatoria per chi aveva fatto il preside incaricato), che si rivelò una vera corsa ad ostacoli. Selezione per titoli, prova scritta, prova orale, corso di durata annuale e, alla fine (almeno sulla carta), ulteriore selezione.

Ci vollero due anni e mezzo per espletarlo ed i vincitori sopravvissuti furono nominati nel settembre 2007. Le commissioni erano regionali, il che non significava che i candidati dovessero essere autoctoni. Molti insegnanti scelsero di spostarsi di regione, per lo più dal Sud al Nord, poiché al Nord vi erano più posti a disposizione. Alcuni di questi passarono, altri no: non è di questo che si discute.

Accadde però che i risultati delle varie regioni fossero molto diversi. Le commissioni di alcune regioni del Nord, in particolare il Veneto e la Lombardia, presidiate da illustri universitari, si misero con zelo a falcidiare i candidati, anche se pluridecorati al valore scolastico. Insomma, furono seguite letteralmente le previsioni di disponibilità e perciò i vincoli numerici dei posti previsti all’inizio del concorso: perciò i sopravvissuti alla selezione furono davvero pochi. Peccato che, nel frattempo, ben prevedibili pensionamenti – ma non previsti dall’Amministrazione o forse sì?! - avessero a loro volta falcidiato i ranghi dei dirigenti di queste regioni, creando vuoti paurosi. D’altronde, per riempirli non era opportuno ricorrere alle “reggenze”, che non garantiscono il massimo dell’efficienza, visto che un solo dirigente deve seguire due istituti.

Altra musica al Sud ed in particolare in alcune regioni, in cui l’elenco dei vincitori testimoniò di un “maggiore ottimismo” delle commissioni circa le doti dei candidati loro sottoposti. All’epoca la cosa non suscitò che rassegnati commenti: siamo alle solite! L’attenzione di tutti si appuntò sullo scandalo maggiore: negli stessi territori, alcuni candidati ammessi con riserva - perché, secondo la stessa Commissione pur lassista, non avevano i titoli - percorsero felicemente tutto l’iter ed alla fine approdarono alla sospirata dirigenza. Infatti, essendosi creata nel frattempo una carenza di dirigenti, causa succitati pensionamenti, gli “ammessi con riserva” furono promossi sul campo: e voilà l’eterno ritorno della sanatoria come strumento di governo dell’Amministrazione.

Già! la mancanza di dirigenti. Fu quella la causa del decreto del Ministro Gelmini che ruppe gli argini ed aprì agli innumerevoli candidati dirigenti promossi del Sud le fertili pianure della Padania.

È prevalso, dunque, il criterio del merito nel Decreto Gelmini?

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Anche per l’abilitazione all’esercizio della professione forense ai tempi del suo conseguimento, successivo alla trasferta, da parte della Gelmini le percentuali dei promossi variavano geograficamene.

Dal corriere.it

In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 la Gelmini si trova dunque a scegliere, spiegherà a Flavia Amabile: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l'esame per ottenere l'abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l'esame. Per gli altri, nulla. C'era una logica di casta, per fortuna poi modificata perché il sistema è stato completamente rivisto». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l'esame a Reggio Calabria».
I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c'era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme.

Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell'Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». Del resto, aggiunge, lei ha «una lunga consuetudine con il Sud. Una parte della mia famiglia ha parenti in Cilento». Certo, è a quasi cinquecento chilometri da Reggio. Ma sempre Mezzogiorno è. E l'esame? Com'è stato l'esame? «Assolutamente regolare». Non severissimo, diciamo, neppure in quella sessione. Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno. Così facevan tutti, dice Mariastella Gelmini. Da oggi, dopo la scoperta che anche lei si è infilata tra i furbetti che cercavano l'esame facile, le sarà però un po' più difficile invocare il ripristino del merito, della severità, dell'importanza educativa di una scuola che sappia farsi rispettare. Tutte battaglie giuste. Giustissime. Ma anche chi condivide le scelte sul grembiule, sul sette in condotta, sull'imposizione dell'educazione civica e perfino sulla necessità di mettere mano con coraggio alla scuola a partire da quella meridionale, non può che chiedersi: non sarebbero battaglie meno difficili se perfino chi le ingaggia non avesse cercato la scorciatoia facile?

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Per quel che riguarda il reclutamento scolastico le storture sono molte. Mi limito a ricordarne qualcuna:  le graduatorie che consentono di accedere al ruolo non si scalano per merito, ma prestando servizio o comprando (fenomeno che tutti conoscono,  per questo non lo metto neppure fra virgolette) titoli che il Ministero fino ad oggi ha riconosciuto. Unicum aberrante nei rapporti pubblico/privato  - non mi risulta che questo malefico intreccio si riscontri altrove: perché chi lavora nel privato deve maturare diritti nel pubblico?? -:  il punteggio maturato in una scuola privata, che, giustamente, assume secondo i propri insindacabili criteri (la lettera del parroco e/o la certificazione di un certo stile di vita  magari nelle scuole confessionali,  la docilità o la simpatia o …  la disponibilità alla rinuncia ad una retribuzione), permette di scalare una graduatoria pubblica. Soprattutto nel sud (non mi risulta che il fenomeno sia mai attecchito al nord, per quanto il trattamento nelle scuole private sia ovunque più sfavorevole) questo perverso meccanismo dei punti conad ha favorito lo sfruttamento  di manodopera a costo zero interessata all’assunzione a t.i. nella scuola pubblica. Tutti coloro che sono in odore di ruolo vanno a riscuotere da quello stato che fino a quel momento non hanno servito. Nell’assunzione  a t.i. si è storicamente verificato il “mordi e fuggi”:  il fortunato assunto, dopo aver scalato la graduatoria con ogni mezzo riconosciuto da uno stato (distratto? connivente?), immesso in ruolo laddove era inserito (la scelta della graduatoria di inserimento viene studiata mirando alla provincia in cui si prevede che lo scorrimento sarà più rapido), torna nel suo paese.

 

 

 

 

 

Devi anche vedere dove vengono assunti i laureati del sud al nord, se usi come proxy della meridionalità l'accento vocale, allora in praticamente nessuna pmi (quanto meno per la mia esperienza professionale ante-università, nell'area Bresciana) trovi laureati del sud o comunque gente del sud a prestare professioni intellettuali(un ingegnere del sud è raro come un uovo di fenice). Questi trovano lavoro oltre, che per le professioni in la cui remunerazione tende all'arbitraggio, ovvero qualunque posto statale o similare oppure presso impiegi la cui propenskione al rischio è comunque bassa come in banca normalmente banche grosse non le piccole BCC o le casse di risparmio, o comunque nelle cose grosse dove la selezione non utilizza come proxy della preparazione, l'università di provenienza.

Basta che ti sposti a Milano in aziende più grandi ed i laureati meridionali diventano una quota significativa (ad occhio sul 30%)

Quindi, a quanto pare, nei lavori privati i prezzi più bassi del Sud sono compensati da un minor salario totale in busta e quindi il salario reale è eguale. Ammettiamo sia vero. La domanda sorge spontanea: ed i dipendenti pubblici? Il loro salario è per definizione eguale in tutta la penisola, ed anche la produttività lo è in teoria, dato che le mansioni sono eguali. Quindi il loro salario reale è del 15-20% più alto nel Sud (dove infatti vogliono trasferirsi in massa, a quanto capisco). Quindi le gabbie salariali dovrebbero essere adottate SOLO nel pubblico impiego. Firmiamo una petizione?

nei lavori privati i prezzi più bassi del Sud sono compensati da un minor salario totale in busta e quindi il salario reale è eguale. Ammettiamo sia vero. La domanda sorge spontanea: ed i dipendenti pubblici? Il loro salario è per definizione eguale in tutta la penisola, ed anche la produttività lo è in teoria, dato che le mansioni sono eguali. Quindi il loro salario reale è del 15-20% più alto nel Sud (dove infatti vogliono trasferirsi in massa, a quanto capisco). Quindi le gabbie salariali dovrebbero essere adottate SOLO nel pubblico impiego. Firmiamo una petizione?

Per la verita' non conosco nessuno che concretamente (a parte farneticazioni da comizio) stia proponendo di fare delle gabbie salariali con legge dello Stato. Ma quello che scrivi e' in prima approssimazione corretto.  In seconda approssimazione, i salari reali privati nel Sud dovrebbero essere inferiori a quelli del Nord, non piu' o meno uguali come risulta dall'indagine di Bankitalia, sia per motivi di equita' sia per motivi di utilita' ed efficienza, infatti:

  1. la disoccupazione a Sud e' piu' elevata (Fassino dice 15% contro 4%)
  2. l'evasione fisco-contributiva e' molto superiore a Sud privato (un fattore da 3 a 6)
  3. la produttivita' e' inferiore (vedi grafico pubblicato altrove).  Quindi equita' ed efficienza richiederebbero una ulteriore differenziazione tra salari privati tra Sud e Nord rispetto a quella esistente oggi, quindi non solo i salari pubblici dovrebbero essere differenziati.

I primi due indicatori testimoniano che i salari legali minimi a Sud (quelli del contratto nazionale) sono troppo elevati, il terzo dato segnala che i compensi reali privati vanno diminuiti. La differente produttivita' infine indica che per equita' e per stimolare sviluppo vero i salari legali devono diminuire. Ma nel Paese dei polli che si credono furbi si preferisce tenere tutto com'e' e abbassare i salari medi effettivi privati a Sud attraverso l'evasione fisco-contributiva e/o la sotto-occupazione.  Contemporaneamente si da' un iniquo premio a dipendenti pubblici meridionali e dipendenti di imprese non soggette a concorrenza nel Sud per comperare il loro voto. Questo sistema non funziona e dal 1995 ad oggi il reddito PPP del Sud Italia e' stato distanziato non solo da Spagna e Grecia, ma perfino anche dal Portogallo.

I salari privati dovrebbero essere commisurati alla realta' di mercato con adeguata contrattazione territoriale, anche se cio' inciderebbe sul potere dei sindacati confederali che (con enfasi peraltro molto diverse) si oppongono.  I salari pubblici non dovrebbero essere fissati con atto d'imperio discrezionale dello Stato ma dovrebbero essere calibrati con qualche meccanismo passivo e automatico ai salari privati medi della provincia, ed eventualmente aggiustati al ribasso in presenza di eccesso di offerta di lavoratori e aggiustati al rialzo in presenza di carenza di lavoratori.