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Il meridione o i meridionali

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Re(2): Sega Nord

anxia 29/7/2009 - 13:16

Mi sembra chiaro che la cosa sia stata motivata dall'episodio provincia di Vicenza,

A questo link si può leggere un resoconto un po’ più articolato: la protesta in oggetto, a mio sommesso avviso, davvero non è pretestuosa, ma ha saldi appigli nei dati oggettivi.

Qui  le reazioni che l’articolo ha provocato (la questione è scottante)

quelli proposti dalla Lega sono degli obblighi che tendono a favorire alcuni a scapito degli altri, al solo scopo di riequilibrare una presunta distorsione registrata, a quanto si dice, nel fatto che moltissimi meridionali insegnino al nord...io aggiungo che se si intendeva mettere le mani sulla torta si poteva trovare un modo più raffinato di farlo piuttosto che insistere su questioni dialettali o lingusitiche.

Probabilmente è così. Per frenare la mobilità, del resto, sono già stati adottati altri provvedimenti  (prima di tutto la blindatura delle graduatorie: chi si trasferisce in altra graduatoria si inserisce in coda, non a pettine nella posizione a cui il suo punteggio lo assegnerebbe) molto controversi e combattuti a forza di ricorsi.

La meridionalizzazione della scuola (potrei dire in generale del settore pubblico, ma la scuola esprime peculiarità spiccate sia per il ruolo che riveste sia perché, considerandola dal punto di vista del personale docente, per  i più motivati rappresenta non già una mera sistemazione dignitosa, ma la possibilità di tradurre in una professione le proprie passioni ed aspirazioni e in alcuni casi lo sbocco più naturale della propria formazione) verosimilmente rischia davvero di alimentare - o ha già alimentato - un disagio persino in chi è lontano dalle  posizioni della Lega e insofferente nei confronti dei suoi personaggi più pittoreschi, nonché delle sue sparate di sapore un po’ naïf . Intanto oggi in VII Commissione cultura al senato un onorevole padano, dopoché la Lega aveva tuonato contro le sanatorie (cioè contro gli “ignoranti” che avrebbero formato disadattati sociali”),  chiede non solo il riconoscimento della sanatoria, ma anche l’inclusione persino di quegli “ignoranti” che non avevano nemmeno i requisiti per partecipare ai corsi sanatoria abilitanti …  Magari sarebbe meglio evitare di essere schizofrenici sulle questioni importanti, piuttosto che impuntarsi su questioni marginali per dare il contentino al proprio zoccolo duro.

Le radici di tale disagio si possono individuare aneddoticamente, ma significativamente,  nei fatti esposti  al link riportato sopra, ma anche in altre storture come la generosità (geograficamente connotata)  nel riconoscimento di preferenze  per invalidità, nello “scippo” del ruolo, seguito da trasferimento nella propria terra d’origine (la proposta della Aprea è della permanenza di cinque anni come minimo nell’istituendo albo regionale),  da alcuni comportamenti e ragionamenti non corretti e degni di biasimo che finiscono purtroppo per generalizzare il discredito (a farne le spese sono i più onesti),  e assai  più in generale nelle vistose storture prodotte dalla irresponsabile e pluriennale rinuncia alla gestione del reclutamento scolastico (a lungo è stato così: dentro tutti, todos caballeros, un’abilitazione e la promessa di una cattedra non si negano a nessuno)

Personalmente non credo che - neppure in questo caso - la soluzione possa consistere nell’inchiavardamento dei  precari alla gleba (non siamo nel medioevo!): come può lo stato pretendere di vincolare stabilmente ad una provincia (le graduatorie ad esaurimento, a differenza di quelle di merito sono provinciali) proprio chi è instabile per definizione, cioè il precario, quella disgraziata figura  alla quale non assicura alcuna forma di stabilità? Il precario si sposta  dove c’è il lavoro.

Non proteggendo questa o quella categoria, tirando su barriere o mettendo dogane, si risolve l’annosa questione, né assecondando il proprio bacino elettorale e coltivando le proprie clientele, ma finalmente (sarebbe la prima volta),  adottando una politica lungimirante che stabilisca per tutti - nessuno escluso - procedure selettive trasparenti, rigorose e omogenee  sulla base di un numero di posti dato (programmazione e selezione) e non ‘ad muzzum’, come è sempre stato, magari protraendo indefinitamente la validità di graduatorie stantie... Si definiscano procedure selettive in funzione dell’individuazione dei migliori e non della sistemazioni dei propri clienti.

Trovo intollerabile l’insofferenza manifestata in passato da qualche settentrionale nei confronti di meridionali ben piazzatisi in selezioni ssis presso sedi settentrionali, dove non si poteva eccepire alcunché sulla regolarità delle prove (diverso è il discorso quando pesa il punteggio dei titoli assegnato con criteri diversi). Onore al merito reale. Sempre. Si fissino le regole del gioco, si arbitri con lealtà e poi ognuno, quale che ne sia la provenienza,  si giochi le carte che ha, se ne ha. Agli insegnanti - meridionali o settentrionali, di ponente o di levante -  si deve chiedere di dimostrare di essere capaci e competenti nelle proprie discipline, non certo di superare  un «test dal quale emerga la loro conoscenza della storia, delle tradizioni e del dialetto della regione in cui intendono insegnare». Intanto ieri  la risolutezza della Goisis (dice che non retrocederà) ha provocato una battuta d'arresto dell’iter di approvazione della proposta sul reclutamento e lo status giuridico degli insegnanti.

Poi vorrei sapere se questo irredentismo linguistico è davvero sentito dalla popolazione locale o se non sia invece una proposta della Lega che finirà per imporsi, se ciò avverrà, solamente grazie al ricatto contro la maggioranza stessa di cui fa parte la Lega. In questo caso vorrei ricordare che questa misura si inserisce a pieno titolo nel folklore becero di Druidi, ampolle di acque del Po, Eridani, Serenissimi (benchè a mano armata) guerrieri  e cose del genere...tutto si può giustificare ovviamente, tranne un carnevale permanente che impone una agenda al resto del paese.

Rispondo da lombarda autoctona (per quanto si possa essere autoctoni). Comprendo e apprezzo (a differenza di altri autoctoni che disprezzano) il dialetto, che sono abituata ad ascoltare fin dalla nascita; mi è familiare, mi piace (del resto mi appassiono alla ricerca dell’individuazione delle radici e alla riconduzione a famiglie di parole di tutti i dialetti), sono sensibile  alla freschezza e alla vivacità di certe coloriture dialettali, ma non ho mai parlato il dialetto (al di là di qualche battuta). Escludo che in Lombardia - magari in altre regioni settentrionali  dove i dialetti sono più vitali è diverso - si avverta l’esigenza di introdurre  a scuola lo studio della lingua e delle tradizioni locali. Forse l’esigenza almeno di intendere i dialetti si impone, pena l’incomunicabilità,  in certe aree degradate del sud.

Sul discorso lingua vs dialetto. E' un ginepraio come sanno tutti. Io dico solo che a) le lingue scompaiono e altre se ne creano, inutile opporsi: è sempre successo, credo succederà ancora; b) un mezzo di comunicazione è tanto più utile quanta maggiore comunicazione consente: un dialetto (sardo o friulano) riesce a farlo meno bene dell'Italiano, che a sua volta fa meno bene dell'Inglese e così via: la mia preferenza (concava, convessa, piatta?) va per il mezzo che adempie meglio al suo scopo. Ai miei figli io farei studiare lingue vere e utili: inglese, italiano, spagnolo...

Certamente il discrimine fra lingua e dialetto è estremamente labile, addirittura evanescente. Ma, senza scomodare Bembo e rinfocolare la questione della lingua in termini cinquecenteschi, oggi la nostra lingua è incontestabilmente l’italiano (spesso un italiano regionale, che comunque tutti gli italiani sono in grado di intendere; taglio con l’accetta e  sorvolo sulle varie varietà -  diafasiche, diamesiche, diastratiche). La lingua è un organismo vivo, si evolve irrefrenabilmente, a dispetto dei puristi: storicamente gli artifici per frenare l’evoluzione naturale hanno fallito. Figuriamoci gli artifici calati dall’alto per riesumare e instillare nuova vita a una salma. Se poi  un dialetto è vitale, buon per lui. Prospererà, florido di vita naturale, sulla bocca dei suoi parlanti. Non si può delegare tutto alla scuola che spesso non riesce a sopperire neppure alle funzioni minime, dovendosi districare tra ogni forma possibile ed immaginabile di “educazione”, oltre che tra l’ingombro della burocrazia. Le lingue di bandiera - sarde o extra-italiane -,  sventolate in un clima di rivalsa maturato nel benessere economico o all’opposto di  depressione, mi suscitano sempre qualche perplessità, in particolare quando tali lingue non sono semplicemente rese oggetto di studio da parte di appassionati, ma addirittura vengono imposte come lingue ufficiali nella burocrazia, che contribuiscono a ingolfare e a gravare di spese superflue, e/o di insegnamento.

La funzione della scuola dovrebbe essere quella di insegnare ad alunni, spesso riottosi, prima di tutto a capire la loro propria lingua e quella  di stimolare capacità critiche, per non farsi infinocchiare, e di abituare a  sviluppare, articolandolo coerentemente dalle premesse alle conclusioni, un ragionamento organico e sensato nella loro lingua: così potranno diventare prima di tutto persone curiose e sensibili (sensibili in molti sensi, persino alla bellezza) e poi cittadini ed elettori più consapevoli. Nulla di tutto ciò è scontato.

Se le regioni del Sud fossero ricche, diciamo come la Catalogna, interessebbe molto se in Veneto fanno 2 ore alla settimana di lingua e cultura locale?

Le regioni del sud non sono la Catalogna. Ma magari in Veneto, come nel resto di Italia, quelle due ore potrebbero essere dedicate più proficuamente alla matematica o all’italiano o alla prima lingua straniera o alla seconda lingua straniera (per inciso, nell’universo delle lingue  è già  in corso un’accanita  “guerra di religione” tra lingue straniere nella secondaria di primo grado, più precisamente tra insegnanti di inglese, sostenitori del potenziamento dell’inglese, e insegnanti di seconda lingua straniera,  e fra insegnanti di seconda lingua straniera fra di loro). Sarà più attrezzato ad affrontare la vita un allievo che abbia studiato lingua e tradizioni locali oppure quello che abbia consolidato le conoscenze e le competenze di base?

Troppo lungo, lo so :-(    È che le cose sono tante…