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Il meridione o i meridionali

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Io penso che non sia questo il senso e l'uso in cui è inteso il dialetto nell'Italia di oggi (ma anche nell'Italia di ieri, onestamente), e nemmeno l'elettore medio della Lega lo "penserebbe" così. Il catalano è un'altra cosa (benchè non sia in grado di fare qui una dissertazione completa del perchè sia così).

Il senso e l'uso delle lingue locali delle Regioni italiane lo decidono e lo decideranno democraticamente gli abitanti delle Regioni italiane votando chi fa le proposte piu' in sintonia con le preferenze locali.

La differenza tra Catalano e Basco rispetto a Veneziano, Milanese, Piemontese dipende primariamente dalla percezione che di queste lingue hanno gli abitanti delle Regioni dove vengono o venivano parlate. In Catalogna e nei Paesi Baschi le lingue locali sono identificate come lingue dotate di piena dignita' e non gerarchicamente inferiori al Castigliano.  Non si tratta di una differenza collegata alla classificazione linguistica, o determinata solo dalla storia di queste lingue, o dalla loro letteratura.  Da un punto di vista storico, il Basco non solo non ha letteratura ma non e' stato nemmeno codificato in forma scritta prima del 1920. Milanese, Veneziano e Piemontese (solo per citare alcuni casi) hanno una dignita' linguistica e letteraria nettamente superiore al Basco.

Sarebbe bene leggere al riguardo Tullio De Mauro, ministro dell'istruzione in uno dei passati governi dell'Ulivo, studioso onesto e competente e soprattutto non obnubilato dall'appartenenza politica (al PCI). Qualche citazione:

archiviostorico.corriere.it/2007/settembre/10

Sezione: linguaggio dialetti - Pagina: 030
(10 settembre, 2007) Corriere della Sera

il Friulano in Classe

Studiare la propria «lingua» è un diritto sacrosanto

 

Da P.Ginsborg, Stato dell'Italia, sezione di T.De Mauro:

la lingua italiana fino al secondo dopoguerra e' stata confinata
essenzialmente all'uso scritto, come una lingua morta, e ha cominciato
ad esistere per la maggioranza degli italiani solo negli anni
sessanta. Una peculiarita' di lunga durata nella storia delle
popolazioni che hanno abitato l'Italia e' la persistenza, attraverso
le generazioni, di differenziazioni linguistiche numerose e marcate
assai piu' che in altre aree europee e mediterranee.

[...]

Correttamente alcuni repertori internazionali, come "Ethnologue",
considerano idiomi diversi tra loro e rispetto all'italiano almeno
alcuni dei dialetti. Questi non sono da confondersi con i "dialects" o
"dialectes" del mondo anglosassone e francese, ove si tratta, sotto
questo nome, di varieta' della lingua comune. Anche l'italiano
standard ha le sue brave varianti, i suoi "dialects", l'italiano
milanese o settentrionale, l'italiano napoletano, l'italiano romano
ecc. cui in fine torneremo ad accennare. Ma in piu' esistono in
Italia, e li chiamiamo "dialetti", idiomi geneticamente,
strutturalmente e tipologicamente assai diversi tra loro e rispetto
all'italiano.

Chi parla solo uno di questi (e cio' accade ancora oggi per circa il 14% della popolazione) dinnanzi all'italiano e dinnanzi agli altri dialetti si trova come dinnanzi a lingue straniere, spesso assai distanti. (E' stato dimostrato che la "distanza linguistica" tra alcuni dialetti piemontesi o lucani e l'italiano standard e' maggiore della distanza di francese e rumeno rispetto all'italiano.)

Storicamente le elites italiane, anche del Nord o specie del Nord, hanno ritenuto in netta maggioranza che le lingue locali fossero inferiori, disprezzabili e da relegare e limitare all'ambito famigliare ed amicale. Questo atteggiamento e' a mio parere personale piuttosto stupido sia da un punto di vista culturale, sia come atteggiamento di mancata considerazione per quelle classi sociali o quelle popolazioni localizzate che hanno le lingue locali come lingua madre e di uso comune, specie nel passato. Si tratta di uno di quei tanti elementi che fanno delle elites italiane un esempio di relativamente scadente qualita'  e le rendono particolarmente scollate dal rispetto e dalla considerazione delle masse popolari, che poi come conseguenza tendono a rimanere ignoranti e semianalfabete, accomunando al disprezzo per le elites al disprezzo in generale per la cultura che loro perviene mediata dalle elites medesime.  Ovviamente questo atteggiamento italiano risulta opposto a quanto e' accaduto, specie nei decenni piu' recenti, negli Stati europei piu' progrediti e civili.

Sono perfettamente d'accordo. 

Ed anche sulle motivazioni sociale che fanno percepire i dialetti come popolari e l'italiano come Culturalmente superiore. Un'idiozia che stento a capire come possa essere avvalorata se non in malafede.

Ma siamo alle solite: le elites Italiane hanno sempre cercato di differenziarsi dal popolino, anche dal punto di vista culturale.

Peggio ancora però fa il popolo (a cui fieramente appartengo) che nel tentativo ridicolo di imitare gli abitanti del castello, parla solo italiano ai figli (così sono più bravi a scuola) e spende montagne di denaro per vestire fighetto. 

Io penso che non sia questo il senso e l'uso in cui è inteso il dialetto nell'Italia di oggi (ma anche nell'Italia di ieri, onestamente), e nemmeno l'elettore medio della Lega lo "penserebbe" così. Il catalano è un'altra cosa (benchè non sia in grado di fare qui una dissertazione completa del perchè sia così).
Ripeto che la mia era un'osservazione sull'uso e il senso del dialetto nella concreta situazione attuale (ed anche di ieri). Cioè non stiamo parlando del futuro e del futuribile. Naturalmente mi riferisco alla situazione regionale che più conosco (il Veneto), ma ho anche vissuto 6 anni a Salerno. In entrambi i casi il dialetto NON è vissuto come una lingua da sostituire all'italiano nelle relazioni "ufficiali" e quindi da richiedere come patente di legittimità per funzioni e ruoli pubblici. Se ad es. la Lega troverà il modo di far insegnare una o più ora di "cultura e dialetto locale" nelle scuole, si tratta di un'ALTRA cosa rispetto alla proposta in questione (riferita all'abilitazione all'insegnamento su una qualunque materia), del cui contenuto e messaggio politico hanno già discusso Sandro ed altri - e quindi non vado oltre.

Storicamente le elites italiane, anche del Nord o specie del Nord, hanno ritenuto in netta maggioranza che le lingue locali fossero inferiori, disprezzabili e da relegare e limitare all'ambito famigliare ed amicale. Questo atteggiamento e' a mio parere personale piuttosto stupido sia da un punto di vista culturale, sia come atteggiamento di mancata considerazione per quelle classi sociali o quelle popolazioni localizzate che hanno le lingue locali come lingua madre e di uso comune, specie nel passato.

Io mi preoccuperei innanzitutto del fatto che le elites italiane non conoscono l'inglese, del cui ruolo, per ogni scopo lavorativo, di relazioni ufficiali e di accesso a documenti ed opportunità rilevanti in ogni situazione (anche locale) non penso di dover parlare su nFA. Io non penso, però, che le elites italiane abbiano disprezzato i dialetti locali. Le elites italiane sanno che i dialetti continuano ad essere usati nelle l'ambito familiare ed amicale. Però, vivaddio, l'espressione della lingua italiana come fattore di identità collettiva ed uscita da "secoli calpesti e derisi" non può essere non evidente a tutti. RR