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Il meridione o i meridionali

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Ora me ne vado in spiaggia, ci risentiamo stasera ...

Nel frattempo, quelli con le iniziali che fanno MB (come la mia, cioé ...) cercate di non scannarvi. Che a modo vostro avete ragione tutti e due, solo che una cosa non implica l'altra. È tutta una questione di da che parte si guarda l'erba: da quella delle radici o da quella dell'albero? Non c'è nulla di male con il plurilinguismo, per ridicoli possano essere gli estremi che raggiunge (ma l'afflato nazionalista che non s'è mai reso ridicolo scagli la prima pietra!). Se ha dei costi e quelli che lo vogliono perché vogliono preservare la lingua X son disposti a sobbarcarseli, che male c'è?

Bon, vado a scottarmi le chiappe, che son quasi cotte oramai ...

Io raccolgo l'invito a scambiarci un segno di pace...

1) Mi incuriosisce sempre che per criticare l'asserito monolinguismo praticato e predicato dallo stato italiano, e per avallare l'idea che la diffusione di una lingua può essere frutto di un progetto politico intenzionale, si citi l'esempio, appunto, della diffusione della lingua italiana presso segmenti di popolazione che ne erano all'oscuro anche dopo l'unità d'Italia. La sottolineatura di questo fatto storico indubitabile serve due fini che per i tradizionalisti sono complementari: a) dimostrare che si può, a colpi di delibere e decreti imporre una lingua, basta solo cominciare e poi le rose fioriranno; e b) dimostrare che il processo che ha condotto all'affermazione della lingua nazionale ha conculcato le diversità linguistiche locali. Da quello che leggo sembra che quel processo di affermazione del monolinguismo sia stato percepito come negativo od odiosamente intollerante delle diversità...non capisco però perchè se quel processo è così riprovevole, allora lo si debba replicare, su base locale. L'italiano è stato imposto e la cosa non era giusta? Perchè imporre ora il sardo sull'Italiano. E qui veniamo all'altra questione

2) Quando dico imporre, intendo diffondere ope legis. Nessuno sano di mente impedisce a chichessia di usare la sua lingua, manco i turchi con i kurdi fanno più una cosa del genere. Quello che mi secca è che si usino soldi pubblici, e leggi, per imporre la conoscenza del bergamasco o del sardo, perchè di questo si tratta. La Lega non vuole creare un'associazione culturale privatistica per la diffusione della cultura locale, ma vuole una legge erga omnes. Perchè? Per il consenso? Perchè ci crede? Non lo so. So che non sono maggioranza neanche nelle zone dove prendono voti e dunque non possono proporre una cosa così controversa. Se uno vuol fare promozione della propria lingua natia può farlo, ma perchè pretendere di usare risorse pubbliche per imporre leggi e sanzioni per chi si distacchi dalla visione, minoritaria, di Lega e Sardisti in merito a come regolare le faccende linguistiche?

3) Per tutti gli "sconfitti" linguistici è il momento della rivalsa. Siamo davvero nell'epoca della riproducibilità tecnica infinita. Si possono fare siti internet di sardo; fare i sottotitoli in sardo di Sex and City; fare i fascicoli "Il sardo per tutti" e venderne le dispense in edicola (mi immagino le pubblicità: "il sardo è sempre più importante per i tuoi affari. Da oggi anche tu puoi impararlo..."). Voglio dire, perchè questa foga di passare per lo stato per salvaguardare le proprie radici? Adesso ci sono mezzi che possono davvero garantire la diffusione e la preservazione delle culture indigene, in maniera certo impensabile anche solo fino a pochissimi anni fa.

4) Poi c'è la storia delle elites, che per distanziarsi dal popolino studierebbero le lingue che questo non conosce e per disprezzarne l'ignoranza...poi le stesse elites impongono lo studio di quella lingua e allora non si capisce quale uso esclusivo le elites avessero in mente. Però io vorrei dire una cosa un po' antipatica e lo dico con riferimento al sardo così non rischio di offendere chi sardo non è. Ma davvero imparare l'italiano, per i figli di contadini sardi nel 1930, era un atto di oppressione? A mio modesto parere era un atto di grande affrancamento culturale perchè apriva nuove possibilità, impensabili con l'uso del sardo e basta. Tra l'altro io capisco benissimo due varianti di sardo: quella da cui provengono i miei e quella della zona dove vivo: a parte certe espressioni, il dialetto mi serve solo per fare battute.

Visto che in questo post Aldo Giovanni e Giacomo ce li ha messi l'autore, ecco la loro Lezione di Sardo.

a) dimostrare che si può, a colpi di delibere e decreti imporre una lingua, basta solo cominciare e poi le rose fioriranno;

La storia mostra il contrario di questo: ancora nella prima guerra mondiale i battaglioni di contadini di tutte le regioni italiane venivano decimati per fucilazione anche perche' non capivano gli ordini in italiano. Come scrive T.DeMauro l'italiano si afferma tra le masse solo con la TV negli anni '60. I decreti e perfino l'istruzione obbligatoria  non hanno garantito quasi alcun successo all'italianizzazione.

b) dimostrare che il processo che ha condotto all'affermazione della lingua nazionale ha conculcato le diversità linguistiche locali. Da quello che leggo sembra che quel processo di affermazione del monolinguismo sia stato percepito come negativo od odiosamente intollerante delle diversità...non capisco però perchè se quel processo è così riprovevole, allora lo si debba replicare, su base locale. L'italiano è stato imposto e la cosa non era giusta? Perchè imporre ora il sardo sull'Italiano. E qui veniamo all'altra questione

L'atteggiamento delle elites italiane nei confronti delle lingue locali e' stato costantemente irrispettoso e disonesto, questo e' un fatto storico. Tullio De Mauro scrive

[...] a onta della retorica dell'italianita' concepita come
omogeneita', a onta di politiche scolastiche e di sordita' culturali
(e anche civili) che hanno indotto, dall'unita' politica ai nostri
giorni, a occultare o a cercare assurdamente di combattere la nativa
pluralita' idiomatica, se nel confronto europeo e mondiale qualcosa
vi e' di fondamentalmente e specificamente italiano e' proprio la
tenace, millenaria persistenza delle differenziazioni linguistiche
(e culturali) delle popolazioni che hanno convissuto e vivono nello
spazio "che Appennin parte, e il mar circonda e l'Alpe".

Poi non e' proponibile nella realta' odierna alcuna similitudine tra l'imposizione dell'italiano (scuole, leggi, tribunali, concorsi) e un concetto inesistente e implausibile di "imporre ora il sardo sull'Italiano" o qualunque altra lingua locale.  Il massimo che accade in Italia, e che plausibilmente non accadra' mai in Piemonte, Lombardia e Veneto, e' la proporzionale linguistica vigente in Alto Adige, dove non c'e' alcuna imposizione del tedesco sull'italiano ma piuttosto pari dignita'. Li' a forza di bombe, voto politico compatto e resistenza culturale la locale popolazione tedesca e' riuscita a difendere il diritto di accedere proporzionalmente ai posti pubblici, sconfiggendo la cololizzazione italiana avviata nel ventennio fascista.