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Il meridione o i meridionali

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Re(1): Sega Nord

Marcks 29/7/2009 - 07:55

Io pensavo quello che, ovviamente in maniera più efficace, ha detto Sandro: quelli proposti dalla Lega sono degli obblighi che tendono a favorire alcuni a scapito degli altri, al solo scopo di riequilibrare una presunta distorsione registrata, a quanto si dice, nel fatto che moltissimi meridionali insegnino al nord...io aggiungo che se si intendeva mettere le mani sulla torta si poteva trovare un modo più raffinato di farlo piuttosto che insistere su questioni dialettali o linguistiche.

Ripeto, tutto il discorso a me richiama quello che abbiamo fatto, in maniera altrettanto infelice, in Sardegna con esiti che non giudico neanche dannosi, ma solo inutili.

Tornando all'idea della Lega mi vengono in mente le seguenti cose.

  • La Lega, o alcuni dei suoi dirigenti, si distinguono spesso per l'uso di toni e atteggiamenti discriminatori nei riguardi di alcuni sottoinsiemi della società italiana. Io, comunque, non sto dicendo che (atteggiamenti discriminatori a parte) i problemi che pongono siano sempre, per definizione, motivati da biechi interessi di partito o strumentalmente motivati al consenso elettorale. Dico solo che quando sento questi discorsi sulla lingua da imporre nell'insegnamento, fatti all'interno di un partito che lascia parlare Borghezio sugli zingari o Salvini sui napoletani...o quello che è, fate voi, io un po' storco il naso...ma ammetto che forse sono io troppo delicatino. [Ripeto: non sto escludendo che la Lega possa dire cose giuste o ragionevoli, sto collegando solo l'ultima loro proposta con una tradizione di sparate pregresse che trovo imbarazzanti e alla luce delle quali le loro proposte sono, come dire, compromesse nella credibilità. Tra l'altro il mio discorso si estende anche alle misure di promozione linguistica adottate in Sardegna, quindi non è propriamente un discorso anti-leghista]
  • Michele all'obiezioni di Sandro circa l'ortogonalità della lingua rispetto al contenuto [a proposito di neolingue: ieri non era giornata su NFa... tra, appunto, irrilevanti ortogonalità-che ogni tanto salta fuori-gusti o preferenze convesse o monotone e qualcos'altro che non ricordo...i redattori di nfa l'hanno già fatta la riforma linguistica per tenere lontano dal sito noi ignoranti :-) ] ha risposto che lo stesso si può dire dell'italiano, ovvero che la conoscenza dell'italiano e il suo uso, non garantiscono conoscenza della materia trattata. Vi è però una piccola differenza in merito all'uso dell'italiano: l'italiano è già mediamente conosciuto, dunque permette di assumere docenti senza test o albi aggiuntivi; inoltre il suo uso permette di selezionare docenti fra un numero maggiore di persone, oltre che favorire la mobilità nel paese: mi sembrano tutte cose che dovrebbero fare premio sulle istanze di conservazione delle lingue locali. Giusto?
  • Poi vorrei sapere se questo irredentismo linguistico è davvero sentito dalla popolazione locale o se non sia invece una proposta della Lega che finirà per imporsi, se ciò avverrà, solamente grazie al ricatto contro la maggioranza stessa di cui fa parte la Lega. In questo caso vorrei ricordare che questa misura si inserisce a pieno titolo nel folklore becero di Druidi, ampolle di acque del Po, Eridani, Serenissimi (benchè a mano armata) guerrieri  e cose del genere...tutto si può giustificare ovviamente, tranne un carnevale permanente che impone una agenda al resto del paese.
  • Sul discorso lingua vs dialetto. E' un ginepraio come sanno tutti. Io dico solo che a) le lingue scompaiono e altre se ne creano, inutile opporsi: è sempre successo, credo succederà ancora; b) un mezzo di comunicazione è tanto più utile quanta maggiore comunicazione consente: un dialetto (sardo o friulano) riesce a farlo meno bene dell'Italiano, che a sua volta fa meno bene dell'Inglese e così via: la mia preferenza (concava, convessa, piatta?) va per il mezzo che adempie meglio al suo scopo. Ai miei figli io farei studiare lingue vere e utili: inglese, italiano, spagnolo...
  • C'è poi il discorso (di derivazione romantica) sulle lingue come depositarie di cultura e identità...tutta una cosa molto discutibile e forse neanche vera.

 

Questa è la "limba sarda comuna", che con apposita delibera il governo regionale ha imposto negli atti ufficiali: una follia dirigista, perchè riconosce una sola lingua fra le varianti locali (ovviamente, dopo aver vagliato le condizioni di purezza lingustica si è scelta la versione logudorese, meno corrotta da influssi provenienti da dominazioni come quella spagnola o di altro genere...già tutto questo linguaggio mi fa venire i brividi). Si sono passati anni e anni a parlare di questa cosa e l'unico risultato è che alcuni atti della Regione sono scritti in sardo solo per compiacere la, si fa per dire, intellighenzia sarda...una cosa ridicola!

vorrei sapere se questo irredentismo linguistico è davvero sentito dalla popolazione locale o se non sia invece una proposta della Lega

Ti ha risposto Alberto sotto e confermo: forse in Veneto, in Lombardia la situazione è complessa.

Molti si esprimono preferibilmente in dialetto, quasi nessuno lo imporrebbe a scuola.Per semplici ragioni pratiche: abito a Lumezzane, 20 km da Brescia, e col dialetto ci si capisce a fatica (noi capiamo loro, ma non viceversa), nessuno capirebbe un milanese e gia coi bergamaschi si fatica un po'.

Che faccio, assumo solo prof lumezzanesi DOC? Anche all' ITIS che è una sezione staccata di quella di Brescia? Per poi formare gente che per fatica a capirsi con gli abitanti di Sarezzo (confinante)? La gente di qui è troppo pragmatica per farsi affascinare da idee simili.

Credo che la situazione sia analoga in gran parte d' Italia.

Molti si esprimono preferibilmente in dialetto, quasi nessuno lo imporrebbe a scuola.Per semplici ragioni pratiche: abito a Lumezzane, 20 km da Brescia, e col dialetto ci si capisce a fatica (noi capiamo loro, ma non viceversa), nessuno capirebbe un milanese e gia coi bergamaschi si fatica un po'.

In Lombardia c'e' una importante linea di separazione linguistica tra lombardo orientale e occidentale, approssimativamente corrispondente con l'Adda.  Tuttavia, parlanti di lombardo orientale (Bergamo e Brescia) che siano istruiti e cooperativi non hanno problemi di intercomprensione.  Parlanti di lombardo orientale istruiti e motivati hanno pochi problemi a comprendere il lombardo occidentale, mentre relativamente maggiori problemi hanno i lombardi occidentali a comprendere il lombardo orientale.

Tuttavia questa situazione storica non ha mai creato particolari problemi.  Nell' "Albero degli zoccoli" di Olmi c'e' una scena dove (mi e' stato raccontato) un vescovo di Milano parla in lombardo occidentale con un prete che parla la lingua locale, lombardo orientale, e si capiscono completamente senza problemi, come storicamente sara' sempre avvenuto per gli strati istruiti di due popolazioni contigue e soggette a frequenti interazioni.

In definitiva, la variabilita' delle parlate e' un fenomeno naturale esistente ovunque, e non rappresenta alcun problema per l'introduzione di un bilinguismo basato su koine' linguistiche intercomprensibili con le varianti.  Sempre che ci sia il necessario livello di consenso democratico, questa dovrebbe essere la linea guida una volta sgombrati gli argomenti pretestuosi dei fautori del monolinguismo.

In Lombardia c'e' una importante linea di separazione linguistica tra lombardo orientale e occidentale, approssimativamente corrispondente con l'Adda.

Innegabile.

Parlanti di lombardo orientale istruiti e motivati hanno pochi problemi a comprendere il lombardo occidentale, mentre relativamente maggiori problemi hanno i lombardi occidentali a comprendere il lombardo orientale.

Sarà che non sono abbastanza istruito: non solo non capisco una parola di Milanese, ma a Brescia capiscono il mio dialetto molto meno dello spagnolo.

Nell' "Albero degli zoccoli"...

Abbi pazienza ma mi fido più della mia esperienza: Bresciani e Bergamaschi parlano un dialetto molto simile ma si capiscono a fatica (e vanno molto meglio i vecchietti semianalfabeti delle malghe che non i giovani laureati).Con Mantovani e Cremonesi va anche peggio.

Se credi incolpa la scuola e la TV centralista, ma la situazione sul campo è questa.

Se credi incolpa la scuola e la TV centralista, ma la situazione sul campo è questa.

OK ti credo Marcello, archivio tutto come testimonianza sul campo.

Rimango personalmente convinto tuttavia che due lombardi madrelingua che abbiano interesse reale a comprendersi (per chiedere un'informazione, o contrattare il prezzo ad un mercato) non abbiano particolari problemi a capirsi.  Dario Fo non inventa nulla di implausibile quando afferma che in tutta la Padania esisteva una lingua franca intercomprensibile fin dal tempo dei trovatori. L'istruzione obbligatoria in italiano, l'atteggiamento culturale benpensante che il dialetto sia solo una variante rozza e incolta dell'italiano, hanno avuto l'effeto di rendere meno frequente e meno socialmente qualificante comunicare in dialetto, atrofizzando le capacita' pur storicamente presenti. E' un'opinione personale ovviamente ma confermata da lombardi madrelingua culturi delle lingue locali con cui ho discusso la materia.

Re(2): Sega Nord

anxia 29/7/2009 - 13:16

Mi sembra chiaro che la cosa sia stata motivata dall'episodio provincia di Vicenza,

A questo link si può leggere un resoconto un po’ più articolato: la protesta in oggetto, a mio sommesso avviso, davvero non è pretestuosa, ma ha saldi appigli nei dati oggettivi.

Qui  le reazioni che l’articolo ha provocato (la questione è scottante)

quelli proposti dalla Lega sono degli obblighi che tendono a favorire alcuni a scapito degli altri, al solo scopo di riequilibrare una presunta distorsione registrata, a quanto si dice, nel fatto che moltissimi meridionali insegnino al nord...io aggiungo che se si intendeva mettere le mani sulla torta si poteva trovare un modo più raffinato di farlo piuttosto che insistere su questioni dialettali o lingusitiche.

Probabilmente è così. Per frenare la mobilità, del resto, sono già stati adottati altri provvedimenti  (prima di tutto la blindatura delle graduatorie: chi si trasferisce in altra graduatoria si inserisce in coda, non a pettine nella posizione a cui il suo punteggio lo assegnerebbe) molto controversi e combattuti a forza di ricorsi.

La meridionalizzazione della scuola (potrei dire in generale del settore pubblico, ma la scuola esprime peculiarità spiccate sia per il ruolo che riveste sia perché, considerandola dal punto di vista del personale docente, per  i più motivati rappresenta non già una mera sistemazione dignitosa, ma la possibilità di tradurre in una professione le proprie passioni ed aspirazioni e in alcuni casi lo sbocco più naturale della propria formazione) verosimilmente rischia davvero di alimentare - o ha già alimentato - un disagio persino in chi è lontano dalle  posizioni della Lega e insofferente nei confronti dei suoi personaggi più pittoreschi, nonché delle sue sparate di sapore un po’ naïf . Intanto oggi in VII Commissione cultura al senato un onorevole padano, dopoché la Lega aveva tuonato contro le sanatorie (cioè contro gli “ignoranti” che avrebbero formato disadattati sociali”),  chiede non solo il riconoscimento della sanatoria, ma anche l’inclusione persino di quegli “ignoranti” che non avevano nemmeno i requisiti per partecipare ai corsi sanatoria abilitanti …  Magari sarebbe meglio evitare di essere schizofrenici sulle questioni importanti, piuttosto che impuntarsi su questioni marginali per dare il contentino al proprio zoccolo duro.

Le radici di tale disagio si possono individuare aneddoticamente, ma significativamente,  nei fatti esposti  al link riportato sopra, ma anche in altre storture come la generosità (geograficamente connotata)  nel riconoscimento di preferenze  per invalidità, nello “scippo” del ruolo, seguito da trasferimento nella propria terra d’origine (la proposta della Aprea è della permanenza di cinque anni come minimo nell’istituendo albo regionale),  da alcuni comportamenti e ragionamenti non corretti e degni di biasimo che finiscono purtroppo per generalizzare il discredito (a farne le spese sono i più onesti),  e assai  più in generale nelle vistose storture prodotte dalla irresponsabile e pluriennale rinuncia alla gestione del reclutamento scolastico (a lungo è stato così: dentro tutti, todos caballeros, un’abilitazione e la promessa di una cattedra non si negano a nessuno)

Personalmente non credo che - neppure in questo caso - la soluzione possa consistere nell’inchiavardamento dei  precari alla gleba (non siamo nel medioevo!): come può lo stato pretendere di vincolare stabilmente ad una provincia (le graduatorie ad esaurimento, a differenza di quelle di merito sono provinciali) proprio chi è instabile per definizione, cioè il precario, quella disgraziata figura  alla quale non assicura alcuna forma di stabilità? Il precario si sposta  dove c’è il lavoro.

Non proteggendo questa o quella categoria, tirando su barriere o mettendo dogane, si risolve l’annosa questione, né assecondando il proprio bacino elettorale e coltivando le proprie clientele, ma finalmente (sarebbe la prima volta),  adottando una politica lungimirante che stabilisca per tutti - nessuno escluso - procedure selettive trasparenti, rigorose e omogenee  sulla base di un numero di posti dato (programmazione e selezione) e non ‘ad muzzum’, come è sempre stato, magari protraendo indefinitamente la validità di graduatorie stantie... Si definiscano procedure selettive in funzione dell’individuazione dei migliori e non della sistemazioni dei propri clienti.

Trovo intollerabile l’insofferenza manifestata in passato da qualche settentrionale nei confronti di meridionali ben piazzatisi in selezioni ssis presso sedi settentrionali, dove non si poteva eccepire alcunché sulla regolarità delle prove (diverso è il discorso quando pesa il punteggio dei titoli assegnato con criteri diversi). Onore al merito reale. Sempre. Si fissino le regole del gioco, si arbitri con lealtà e poi ognuno, quale che ne sia la provenienza,  si giochi le carte che ha, se ne ha. Agli insegnanti - meridionali o settentrionali, di ponente o di levante -  si deve chiedere di dimostrare di essere capaci e competenti nelle proprie discipline, non certo di superare  un «test dal quale emerga la loro conoscenza della storia, delle tradizioni e del dialetto della regione in cui intendono insegnare». Intanto ieri  la risolutezza della Goisis (dice che non retrocederà) ha provocato una battuta d'arresto dell’iter di approvazione della proposta sul reclutamento e lo status giuridico degli insegnanti.

Poi vorrei sapere se questo irredentismo linguistico è davvero sentito dalla popolazione locale o se non sia invece una proposta della Lega che finirà per imporsi, se ciò avverrà, solamente grazie al ricatto contro la maggioranza stessa di cui fa parte la Lega. In questo caso vorrei ricordare che questa misura si inserisce a pieno titolo nel folklore becero di Druidi, ampolle di acque del Po, Eridani, Serenissimi (benchè a mano armata) guerrieri  e cose del genere...tutto si può giustificare ovviamente, tranne un carnevale permanente che impone una agenda al resto del paese.

Rispondo da lombarda autoctona (per quanto si possa essere autoctoni). Comprendo e apprezzo (a differenza di altri autoctoni che disprezzano) il dialetto, che sono abituata ad ascoltare fin dalla nascita; mi è familiare, mi piace (del resto mi appassiono alla ricerca dell’individuazione delle radici e alla riconduzione a famiglie di parole di tutti i dialetti), sono sensibile  alla freschezza e alla vivacità di certe coloriture dialettali, ma non ho mai parlato il dialetto (al di là di qualche battuta). Escludo che in Lombardia - magari in altre regioni settentrionali  dove i dialetti sono più vitali è diverso - si avverta l’esigenza di introdurre  a scuola lo studio della lingua e delle tradizioni locali. Forse l’esigenza almeno di intendere i dialetti si impone, pena l’incomunicabilità,  in certe aree degradate del sud.

Sul discorso lingua vs dialetto. E' un ginepraio come sanno tutti. Io dico solo che a) le lingue scompaiono e altre se ne creano, inutile opporsi: è sempre successo, credo succederà ancora; b) un mezzo di comunicazione è tanto più utile quanta maggiore comunicazione consente: un dialetto (sardo o friulano) riesce a farlo meno bene dell'Italiano, che a sua volta fa meno bene dell'Inglese e così via: la mia preferenza (concava, convessa, piatta?) va per il mezzo che adempie meglio al suo scopo. Ai miei figli io farei studiare lingue vere e utili: inglese, italiano, spagnolo...

Certamente il discrimine fra lingua e dialetto è estremamente labile, addirittura evanescente. Ma, senza scomodare Bembo e rinfocolare la questione della lingua in termini cinquecenteschi, oggi la nostra lingua è incontestabilmente l’italiano (spesso un italiano regionale, che comunque tutti gli italiani sono in grado di intendere; taglio con l’accetta e  sorvolo sulle varie varietà -  diafasiche, diamesiche, diastratiche). La lingua è un organismo vivo, si evolve irrefrenabilmente, a dispetto dei puristi: storicamente gli artifici per frenare l’evoluzione naturale hanno fallito. Figuriamoci gli artifici calati dall’alto per riesumare e instillare nuova vita a una salma. Se poi  un dialetto è vitale, buon per lui. Prospererà, florido di vita naturale, sulla bocca dei suoi parlanti. Non si può delegare tutto alla scuola che spesso non riesce a sopperire neppure alle funzioni minime, dovendosi districare tra ogni forma possibile ed immaginabile di “educazione”, oltre che tra l’ingombro della burocrazia. Le lingue di bandiera - sarde o extra-italiane -,  sventolate in un clima di rivalsa maturato nel benessere economico o all’opposto di  depressione, mi suscitano sempre qualche perplessità, in particolare quando tali lingue non sono semplicemente rese oggetto di studio da parte di appassionati, ma addirittura vengono imposte come lingue ufficiali nella burocrazia, che contribuiscono a ingolfare e a gravare di spese superflue, e/o di insegnamento.

La funzione della scuola dovrebbe essere quella di insegnare ad alunni, spesso riottosi, prima di tutto a capire la loro propria lingua e quella  di stimolare capacità critiche, per non farsi infinocchiare, e di abituare a  sviluppare, articolandolo coerentemente dalle premesse alle conclusioni, un ragionamento organico e sensato nella loro lingua: così potranno diventare prima di tutto persone curiose e sensibili (sensibili in molti sensi, persino alla bellezza) e poi cittadini ed elettori più consapevoli. Nulla di tutto ciò è scontato.

Se le regioni del Sud fossero ricche, diciamo come la Catalogna, interessebbe molto se in Veneto fanno 2 ore alla settimana di lingua e cultura locale?

Le regioni del sud non sono la Catalogna. Ma magari in Veneto, come nel resto di Italia, quelle due ore potrebbero essere dedicate più proficuamente alla matematica o all’italiano o alla prima lingua straniera o alla seconda lingua straniera (per inciso, nell’universo delle lingue  è già  in corso un’accanita  “guerra di religione” tra lingue straniere nella secondaria di primo grado, più precisamente tra insegnanti di inglese, sostenitori del potenziamento dell’inglese, e insegnanti di seconda lingua straniera,  e fra insegnanti di seconda lingua straniera fra di loro). Sarà più attrezzato ad affrontare la vita un allievo che abbia studiato lingua e tradizioni locali oppure quello che abbia consolidato le conoscenze e le competenze di base?

Troppo lungo, lo so :-(    È che le cose sono tante…

 

 

quelli proposti dalla Lega sono degli obblighi che tendono a favorire alcuni a scapito degli altri, al solo scopo di riequilibrare una presunta distorsione registrata, a quanto si dice, nel fatto che moltissimi meridionali insegnino al nord

Quanto scrivi non rappresenta correttamente le argomentazioni della LN. Cota "virgolettato" dal corriere della sera dice piuttosto:

Quella che bisogna eliminare è la sperequazione che si crea dando esclusivo peso alla valutazione dei titoli scolastici, perché come sappiamo ci sono università più "generose" e università più "rigorose".

Riguardo a

Poi vorrei sapere se questo irredentismo linguistico è davvero sentito dalla popolazione locale o se non sia invece una proposta della Lega che finirà per imporsi, se ciò avverrà, solamente grazie al ricatto contro la maggioranza stessa di cui fa parte la Lega.

Le elites anche delle regioni padane sono schierate in netta maggioranza per l'italiano e contro le lingue locali.  Esiste tuttavia una piccola minoranza che va controcorrente ed e' a favore delle lingue locali. Le masse specie in alcune regioni usano le lingue locali e non amano l'imposizione del monolinguismo italiano, tuttavia sono per il momento imbrigliate da elites e anche gruppi di potere con influenza mediatica che esaltano l'italiano e trattano con disprezzo o al massimo paternalistica condiscendenza le lingue locali. In alcune regioni (Veneto, Friuli, anche Piemonte fuori Torino) non si puo' escludere che si affermi con il consenso democratico un bilinguismo come in Catalogna e Fiandre. Oggi la situazione e' molto arretrata, ma le precondizioni esistono. Resta invece totalmente implausibile ed escluso che la LN possa imporre qualcosa senza consenso democratico reale e massiccio. Se c'e' un pericolo autoritario questo viene unicamente dallo Stato italiano e dai fautori dell'italiano, come l'evidenza storica ampiamente documenta.