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Pensioni: Repubblica dà i numeri OECD

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Caro Clericetti, rispondo solo per la parte che mi compete. Il mio punto era molto semplice. Dal punto di vista macroeconomico, pensare di ridurre il debito mediante repressione dell'evasione è equivalente a ridurre il debito mediante un aumento della pressione fiscale. Non mi pare che questa osservazione venga contestata, e d'altra parte è difficilmente contestabile. Ora, quando si afferma

Se il recupero dell’evasione non venisse usato come occasione per aumentare la spesa, io dico che sarebbe accettabile qualche anno di sofferenza macro per risolvere il problema del debito e poi ridurre la pressione fiscale.

entriamo ovviamente nel campo delle preferenze. Io preferirei che, anziché imporre ulteriori sofferenze a chi produce reddito, le sofferenze venissero imposte a chi gode della spesa pubblica improduttiva, mediante un taglio della stessa. Per quanto riguarda l'evasione, io preferirei che la sua repressione venga vista semplicemente come un atto di buona amministrazione e di elementare giustizia, piuttosto che come una manovra macro.

Le preferenze sono soggettive e non ci possiamo far molto se le abbiamo diverse. L'importante però è che si capisca esattamente quali sono le conseguenze delle politiche che si propugnano. L'impressione che ho io è che molto spesso si presenti la repressione dell'evasione come un provvedimento senza costi, tranne che per pochi cattivi evasori. Non è così. In particolare, mi preme sottolineare tre cose:

1) Trovo abbastanza singolare questa attitudine che si riscontra in Italia di promuovere l'aumento della pressione fiscale come risposta alla recessione. Franceschini ha chiesto esplicitamente un aumento delle aliquote per i redditi superiori a 120.000. Tremonti ha imposto la tassa aggiuntiva su petrolieri, banche e assicurazioni (la ''Robin tax'', il nome più scemo mai sentito). Da più parti si levano grida per la repressione dell'evasione fiscale, praticamente mai accompagnate da richieste di riduzione in parallelo delle aliquote. Non è che io sia un keynesiano convinto, ma esattamente qual è la teoria che sta dietro a questa pratica? Perché è una buona idea tassare di più la gente quando c'è una recessione?

2) Aumentare le tasse, sia esso mediante aumento delle aliquote o mediante repressione dell'evasione, significa meno occupazione e meno reddito prodotto. Quando si aumenta il prelievo non si colpisce solo il cattivo imprenditore che guida il SUV. Si colpisce anche il garzone del meccanico che finisce per restare disoccupato. Ribadisco, a scanso di fraintendimenti, che l'evasione va combattuta, non fosse altro perché non c'è ragione per cui il garzone del meccanico non paghi tasse e contributi mentre l'apprendista che va nella fabbrica medio-grande si. Ma teniamo sempre a mente che quando si parla di ''sofferenza macro'' a seguito dell'aumento della pressione fiscale stiamo anche parlando della sofferenza di tanta gente che perde il lavoro.

3) Aumentare la pressione fiscale ed evitare di ridurre la spesa improduttiva ha conseguenze non solo per l'immediato ma anche per il lungo periodo, ossia per il tasso di crescita dell'economia. Ci sta bene continuare a crescere ai ritmi anemici dell'ultimo decennio? Allora pagare il debito mediante tasse più alte va bene. Basta saperlo.

Una ultima osservazione sull'avanzo primario. Ovviamente è importante che si inizi ad avere un avanzo primario, se vogliamo sperare di evitare un'esplosione del debito, e il governo delle destre nel periodo 2001-2006 fu decisamente devastante da questo punto di vista. Certo, senza debito staremmo tutti meglio e potremmo avere pensioni più alte, sanità e scuola migliori e tasse più basse. Prendiamocela pure con Craxi e la banda del buco che negli anni 80 mangiava a quattro palmenti, più o meno con il consenso elettorale degli italiani.

Detto questo, i debiti fatti nel passato vanno pagati, non è che possiamo far finta che non ci siano. E la spesa per interessi non si può tagliare. Ragione per cui, l'unica cosa che veramente conta è se lo stato è in deficit o no, non quanto si spende per interessi. Quindi, piaccia o no, la scelta rimane sempre la stessa: o aumenti le tasse o tagli le spese.

Sono d’accordo che eliminare l’evasione non è una (buona) manovra macro e certo non si può dissentire sul taglio della spesa pubblica improduttiva. Che non è la stessa cosa, però, che tagliare la spesa sociale, che in Italia non è di più, ma di meno dei paesi comparabili: va sicuramente migliorata, ma lì non ci sono risparmi (nota a margine: c’è bisogno di precisare che io non ritengo che ci sia trade off tra welfare ed efficienza del sistema economico?). Però, ripeto: dal momento che il deficit è provocato dal servizio del debito, se il recupero dell’evasione fosse utilizzato temporaneamente come una sorta di imposta straordinaria, tipo la “tassa per l’Europa”, non mi sembrerebbe una soluzione improponibile.

Riguardo al punto 1, mi pare che ci sia un certo accordo sul fatto che il sostegno ai consumi si fa intervenendo a favore dei redditi bassi; e siccome i soldi da qualche parte bisogna prenderli, o si fa altro deficit, o si tassano di più i redditi alti.

Una piccola precisazione: la banda del buco degli anni 80 ha molti “meriti”, ma non quello dell’origine al debito, che è precedente. Dal 1960 al ’74 la nostra spesa pubblica è cresciuta come negli altri paesi europei, mentre la pressione fiscale saliva di 6 punti di Pil nella media degli altri paesi e solo di 2 in Italia (cfr. Antonio Pedone, Lo Stato debitore”, in R. Romanelli (a cura di), Storia dello Stato italiano, Donzelli 1995, p. 270 e sgg.). Le crisi petrolifere con i tassi a due cifre hanno fatto il resto. Poi c’è una vera esplosione del deficit già col governo Spadolini. Ricordo (all’epoca facevo il cronista di finanza pubblica) che l’allora ministro del Tesoro Andreatta non voleva firmare il bilancio. Poi fece una conferenza stampa sulla Finanziaria parlando solo dei conti di competenza e rifiutandosi di parlare di quelli di cassa: voleva prenderne le distanze perché sapeva che erano taroccati…

Veramente è dai tempi di Monorchio che io sostengo che bisognerebbe fare un’operazione di zero-based budgeting.

In fondo è lo stesso concetto che la maggior parte dei partecipanti alla discussione vorrebbe applicare alle entrate, non solo alla spesa: maggiori introiti, magari rivenienti dal recupero dell'evasione fiscale dovrebbero servire per ridurre le altre tasse.

Il debito pubblico italiano è esploso perchè la classe politica ha voluto un livello di spesa europeo (in parte anche per bassi motivi clientelari) senza adeguare il livello della tassazione, forse perchè temeva che i "contribuenti" non avrebbero accettato lo scambio al buio, ma avrebbero reclamato una P.A. efficiente e un maggior controllo sulla spesa improduttiva (come avviene nei paesi europei che lei cita come esempio). Non mi sembra che la situazione sia molto cambiata in qs anni sul lato della spesa, mentre la pressione fiscale, nonostante l'evasione, è progressivamente aumentata, ma ciò che si era riusciti ad ottenere (oggi non più vista la situazione) è stata una stabilizzazione del debito rispetto al PIL, anche vendendo l'argenteria (banche, ENi, ENEL ecc.). Il debito rimane e non si può ignorare. Quindi quando si fanno i confronti non bisogna scordare che ci sono degli interessi da pagare e questo vuol dire, a parità di entrate, meno soldi da spendere per tutti, pro quota. Se poi, come spesso si sente dire, ci sono delle c.d. spese incomprimibili, allora significa che qualche altra categoria di spesa dovrà essere ridotta ancor di più.  Se per pagare le pensioni bisogna ridurre le spese per l'istruzione, per la ricerca e per la sicurezza (che oggi è molto ricercata), temo che le prospettive del paese non siano molto rosee. Magari i giornali potrebbero fare qualcosa, evitando di cercare il pelo nell'uovo nella ricerca OCSE sulle pensioni che sicuramente non è perfetta, ma mette in evidenza uno squilibrio talmente ampio tra Italia e altri paesi che sarebbe suicida ignorare. Alla fine la scelta sul "dove puntare il dito" non è priva di importanza.

r < g

Marco Boleo 29/6/2009 - 17:05

Il tasso d'interesse reale inferiore al tasso di crescita dell'economia fa si che il debito nato negli anni '70 del secolo scorso non esploda in quel decennio. Su tutti questo paper: F. Giavazzi - L. Spaventa "Italy: The Real Effects of Inflation and Disinflation", Economic Policy, 1988, 8, pp. 133-171 e questo occasional paper della Banca d'Italia: http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/quest_ecofin_2/qef_31

Per i primi anni '80 parlavo dei deficit, non del debito.

r < g

Marco Boleo 30/6/2009 - 09:28

Mi sono espresso male. Nel deficit degli anni '80, con r > g, inizia ad avere il suo effetto la spesa per interessi del debito pubblico emesso negli anni '70.

se il recupero dell’evasione fosse utilizzato temporaneamente come una sorta di imposta straordinaria, tipo la “tassa per l’Europa”, non mi sembrerebbe una soluzione improponibile.

Arieccolo, Prodi 2, il ritorno ......

Forse non dovrei più stupirmi, ormai, ma - davvero - considero deprimente leggere ancora qualcuno che ritiene accettabile un ulteriore aumento delle imposte, finalizzato a nobili intenti di qualunque tipo. Non rendersi conto che la quota di economia intermediata dalla mano pubblica sia, qui, così alta da garantirci lo straordinario privilegio di vivere ed operare nell'ultimo paradiso del socialismo reale, significa chiudere entrambi gli occhi aspettando che la carrozza, a mezzanotte, torni ad essere la zucca che era ...... oppure - sarò, volutamente e scientemente, politicamente scorretto - servire gl'interessi di chi vorrebbe far credere al popolo bue qualunque panzana utile a mantenere lo status quo.

Riguardo al punto 1, mi pare che ci sia un certo accordo sul fatto che il sostegno ai consumi si fa intervenendo a favore dei redditi bassi; e siccome i soldi da qualche parte bisogna prenderli, o si fa altro deficit, o si tassano di più i redditi alti.

Nient'affatto. Le risorse andrebbero prese dove si trovano scorrettamente allocate, ossia nelle rendite di posizione, ad esempio liberalizzando i mercati protetti ed eliminando i piccoli monopoli pubblici locali, ed anche razionalizzando l'impiego pubblico avendo come stella polare il cliente anziché l'operatore. Poi, sebbene forse le cifre totali in gioco non siano rilevanti, un segnale positivo sarebbe costituito dalla fine di privilegi sbagliati, che non sono solo i compensi della politica: con un interlocutore del mestiere mi pare giusto ricordare che oggi, qui a Firenze, si è parlato anche dei finanziamenti all'editoria. Sostanzialmente, una vergogna ....