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Pensioni: Repubblica dà i numeri OECD

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Senilità

sandro brusco 25/6/2009 - 09:35

Ci dev'essere qualcosa tra i media e i politici italiani che impedisce di ragionare in modo schietto appena si parla di pensioni. Forse è un riflesso semplice e banale della gerontocrazia che attanaglia il paese. Forse è la generale ignoranza delle più elementari tecniche quantitative. Forse è, ancora più banalmente, la malafede e la paura di affrontare un elettorato a cui si continuano a raccontare balle sulla sostenibilità del sistema pensionistico.

Sta di fatto che l'imbarazzante articolo di Repubblica, il cui nonsenso hanno così ben documentato Lodovico e Michele, sembra essere la regola piuttosto che l'eccezione tra i media italiani. Io stamattina, dando un'occhiata alla rassegna stampa di notapolitica, ho notato due editoriali due sul rapporto Ocse. Ora, pazienza per l'editoriale del Manifesto, sul quale non vale nemmeno la pena di perder tempo. Ma anche l'editoriale del Foglio è un concentrato di vaneggiamenti da far impallidire anche il pur volenteroso giornalista di Repubblica.

Comincia con il dire che il problema è strutturale, visto che

l'Italia è il paese dove la speranza di vita è più alta e l'età del pensionamento la più bassa.

Che l'età di pensionamento sia bassa è fuor di dubbio. È vero che in Italia si vive a lungo ma è falso che la vita media sia la più alta di un ammontare significativo. In buon stile italiota il Foglio non documenta, non cita fonti e non mette numeri. Consigliamo quindi il World Factbook della CIA, dove si mostra che l'Italia è 19esima, non prima, ed è preceduta in life expectancy da altri paesi Ocse come Australia, Canada e Francia. Peraltro, la nostra life expectancy di 80,2 anni è veramente di poco superiore a quella spagnola di 80,05. Solo che in Spagna la spesa pensionistica è l'8,1% del PIL, non il 14%. Quindi, per favore, niente balle disoneste su quanto a lungo vivono gli italiani. Il problema è l'età del pensionamento che è ridicolmente bassa, punto.

L'editoriale prosegue affermando che in realtà la situazione è già in via di miglioramento e poi dice una cosa che non può che essere una bufala assurda.

Ancora più significativa, perché esprime un cambiamento di atteggiamento sociale e non una coazione legislativa, è la riduzione consistentissima delle richieste di pensionamento di anzianità, diminuita di tre quarti nel primo semestre rispetto all'anno precedente.

Occorre una totale mancanza di buon senso, oppure la più totale malafede, per credere una cosa del genere. La questione, molto banalmente, è quanto sono stabili le preferenze degli individui. Se veramente ci fossero i cambiamenti epocali di ''atteggiamento sociale'' (whatever that means) che l'editorialista del Foglio ritiene siano accaduti in meno di un anno, ci troveremmo di fronte a un caso di instabilità che credo non abbia pari nella storia dell'economia. Oppure, invece di credere alle streghe e a Cappuccetto Rosso, potremmo più umilmente contemplare l'ipotesi che, anche se l'''atteggiamento sociale'' è esattamente lo stesso, sono cambiate le regole di accesso alla pensione di anzianità. E in effetti la riduzione è stata largamente anticipata dall'INPS, cosa che non sarebbe stata possibile in caso di cambiamento repentino dell'atteggiamento sociale verso il lavoro.

Ci avviamo mestamente verso la conclusione. Dopo averci spiegato che non c'è problema e tutto va bene, che di provvedimenti legislativi non c'è alcun bisogno dato che gli italiani di loro sponte hanno improvvisamente e repentinamente sviluppato un attaccamento al lavoro che neanche Stakhanov, il prode editorialista da' il meglio di se nell'affrontare il tema della tassazione, che tanto aveva attratto anche l'attenzione del giornalista di Repubblica. Il pezzo finale merita di essere riportato per intero.

Lavorando pochi anni si percepiscono pensioni più basse, il che vale soprattutto per le donne, continuando a privilegiare la tassazione diretta per il suo carattere progressivo (considerato ingiustamente ''progressista'') si colpiscono anche le pensioni italiane in modo più pesante di quelle degli altri paesi Ocse. Tutti problemi da risolvere, ma che non dovrebbero rendere impossibile un dialogo sociale costruttivo.

Che il ''dialogo sociale costruttivo'' ci sarà, non abbiamo alcun dubbio. Sarà esattamente di questo tenore:

Governo: va tutto bene, non dobbiamo fare alcun tipo di intervento.

Sindacato: siamo d'accordo.

Fine del dialogo, con ampia e reciproca soddisfazione delle parti sociali. I rompicoglioni che si ostinano a predire sventura vadano a scrivere su nFA e non scoccino le persone pratiche che sanno come gestire queste cose.

Ma al di la' del dialogo, voglio solo notare il grottesco non sequitur sul livello di tassazione. Allora, caro editorialista del Foglio, ''imposta progressiva'' vuol dire che l'aliquota pagata cresce con il livello del reddito. Il ché significa che se parti dalla premessa che le pensioni sono basse, l'imposta progressiva riduce le tasse sulle pensioni. Ti puoi lamentare che le pensioni sono basse, oppure ti puoi lamentare del fatto che la tassazione progressiva leva troppi soldi ai redditi (e quindi anche alle pensioni) medio-alti. NON ti puoi lamentare di tutte e due le cose al tempo stesso. It's really simple math. Try it.

Mi piace la simulazione di dialogo sociale costruttivo. :) E mi piace anche l'articolo e i commenti.

E' di oggi la notizia che l'Europa vuole che l'Italia equipari (a rialzo) l'eta' in cui uomini e donne dipendenti pubblici vanno in pensione. Leggiamo la Repubblica, visto che abbiamo iniziato da li':

http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/economia/pensioni/procedura-inf...

Il nostro beniamino, ministro Brunetta dichiara che il Governo se ne vuole occupare, e in particolare lui vorrebbe

la perequazione dell'età pensionabile della Pubblica amministrazione in un decennio, i fondi risparmiati saranno dedicati al Welfare familiare

Ho due domande per gli economisti:

1. Quanti soldi risparmierebbe lo Stato se mandasse le donne dipendenti pubbliche in pensione alla stessa eta' degli uomini? Come fareste questo conto? Magari possiamo fare un caso ideale, tipo se dal 2009 tutte le donne andassero in pensione alla stessa eta' degli uomini, per avere un'idea di che ordine di grandezza stiamo parlando

2. Come spendereste i soldi risparmiati? Secondo l'articolo, il ministro Brunetta, appoggiato dalla Carfagna e dal PD, vorrebbe spenderli in welfare famigliare. Viste le autorita' che appoggiano questa proposta, per il principio di autiorita', sono scettico e mi chiedo se non ci siano modi migliori. Eccone alcuni che mi vengono in mente:
- Diminuire le tasse sul lavoro che pagano le aziende, in particolare abbassare i contributi che pagano per ogni dipendente, al fine di combattere la disoccupazione
- Ripagare una parte del debito pubblico, in modo da diminuire le spese per gli interessi sul debito per gli anni successivi e con l'obiettivo a medio termine di alzare il rating dell'Italia per diminuire anche il tasso di interesse che ci applicano sul debito. Tuttavia mi pare di aver capito che in un periodo di recessione come questo, c'e' chi dice che e' meglio far circolare questi soldi a beneficio dell'economia reale piuttosto che per abbassare il debito
- Diminuire le tasse sul reddito. In questo caso, diminuireste prima le aliquote piu' alte, in modo da beneficiare chi ha redditi piu' alti oppure diminuireste l'aliquota di base, in modo da beneficiare un po' tutti quanti?

Visto che purtroppo i politici e i giornali non parlano di queste cose e visto che ci sono tanti professori di economia qui, sono curioso di sapere cosa fareste voi e perche'. :)

Ho due domande per gli economisti:

Beh, non siamo un centro studi con gli RA ... questo è un hobby. Quindi la risposta a 1. io non la so dare ma credo che, se cerchi in giro, tu la possa trovare.

Non credo che questa cosa, da sola, possa far risparmiare grandi percentuali di PIL (per la semplice ragione che anche gli uomini vanno in pensione troppo presto) ma è un passo avanti. Gli altri due passi avanti chiave sarebbero: far pensionare anche gli uomini a 65, come minimo, e rivedere (come la legge prevede ma i governi, tutti, non hanno fatto dal 2001 ad oggi!) i famosi coefficienti di trasformazione!

Alla domanda 2., invece, posso rispondere: diminuire i contributi sociali, ossia le tasse sul reddito da lavoro, specialmente quello dipendente. Non ci piove proprio.

Io una propostuccia piccola piccola ce l'avrei: saldare i debiti che le pubbliche amministrazioni hanno con aziende e privati, vuoi per rimborsi fiscali già definiti e non ancora liquidati, vuoi per beni e servizi già forniti e non ancora pagati.