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Università di serie A e di serie B?

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Il vero problema del sistema 3+2 e' che e' stato realizzato - seguendo il principio dell'autonomia degli Atenei - da docenti universitari che agiscono all'interno di un sistema di incentivi in parte inesistente e in parte sbagliato.  In assenza di realistiche valutationi esterne sui risultati didattici e di alcuna conseguenza sui propri stipendi, i docenti universitari hanno adattato la riforma del 3+2 non a vantaggio degli studenti o a vantaggio dell'appropriatezza e qualita' della loro istruzione, ma prevalentemente per i propri comodi, per esempio con eccessiva proliferazione di corsi di laurea specialistici e di corsi poco impegnativi e/o alla prova dei fatti poco richiesti.

Può darsi che sia così, ma che sia questo il problema è tutto da dimostrare. Io ho effettivamente verificato un abbassamento della qualità e della quantità della preparazione dei laureati in ingegneria con il 3+2. In un commento precedente a questo post ho argomentato che il problema è dovuto secondo me al fatto che a questi ragazzi non si danno più le basi matematiche e fisiche di una volta: se uno in 3 anni deve essere ingegnere, deve fare corsi specialistici al posto di corsi di base. Nella specialistica poi, fa ancora corsi specialistici, e i corsi di base non li riprende più.

Che tale organizzazione della didattica sia dovuta esclusivamente a professori cattivi ed egoisti? Mah. Secondo me è un problema di fondo molto più difficile da risolvere, e da non sottovalutare affatto.

La riforma 3+2 è molto sensata, e va mantenuta. E va accompagnata con correzioni (come quelle proposte nel post) perché una parte (piccola, grande, a seconda di quanta gente sarà interessata) di studenti possa avere un grado di istruzione più approfondito.

Neanche io concordo con l'idea che la colpa della cattiva realizzazione del 3+2 sia da attribuire esclusivamente o quasi alla nequizia dei professori. Il veleno è nell'idea che i corsi triennali fossero allo stesso tempo "formativi" -prepatori a studi più avanzati - e "professionalizzanti". In molte discipline e settori professionali le due esigenze sono contradittorie. Per accontentare le due esigenze è venuto fuori il pasticcio, favorito da furbizie ed opportunismi. Se si vuole cercare di risanare, l'unica via è quella di progettare percorsi nei quali l'aspetto formativo sia decisamente privilegiato.

Io ho effettivamente verificato un abbassamento della qualità e della quantità della preparazione dei laureati in ingegneria con il 3+2. In un commento precedente a questo post ho argomentato che il problema è dovuto secondo me al fatto che a questi ragazzi non si danno più le basi matematiche e fisiche di una volta...

Tutto cio' e' inevitabile. Nel breve periodo se aumenti il numero dei diplomati (come la UE ha chiesto esplicitamente all'Italia dopo aver constatato i numeri deprimenti da paese in via di sviluppo di un decennio fa) la qualita' media non potra' non diminuire.  Stesso discorso per le lauree.  Quello che non deve succedere, quello che uno Stato serio dovrebbe cercare di misurare in maniera obiettiva e' che la frazione dei nuovi laureati corrispondente in numero ai laureati di 10 anni fa sia di qualita' uguale o superiore.

L'Italia e' storicamente un paese mediamente poco istruito, con una maggioranza semi-analfabeta e una minoranza ben istruita. Come di regola accade nei paesi arretrati, le differenze tra non istruiti e istruiti sono maggiori rispetto ai paesi piu' progrediti, e le elites frenano o comunque non facilitano l'espansione dell'istruzione superiore alle masse. La via verso il progresso deve favorire l'accesso all'istruzione superiore senza rimpianti per i bei tempi andati in cui i villani si limitavano a zappare senza perdere tempo sui libri.

Sono d'accordo con Alberto, ma sono meno pessimista. Lo spaventoso calo nelle iscrizioni a Matematica che si è verificato qualche anno fa, e l'occasione offerta dal ridisegno dei curricula in funzione del 3+2 ha, almeno a Roma, costretto i matematici ad adattare l'organizzazione degli studi agli studenti reali. Ora, ad esempio, non si concentrano nel primo semestre del primo anno le cose più difficili, ma si cerca di offrire un semestre introduttivo, dove si insegna "calculus". Questo consente alla fine di insegnare nel secondo semestre l'analisi a studenti più maturi e meno spaventati. I risultati si vedono: meno ritardi, meno abbandoni e più iscritti e laureati. Comunque io penso che mentre gli abbandoni sono in parte un fenomeno fisdiologico, in un sistema che non ha alcuna selezione per l'ammissione, i ritardi sono assolutamente imperdonabili. Non è vero che da sette o otto anni di calvario universitario ne escano laureati che ne sanno di più. La strategia dello studente ritardatario che prima o poi si laureerà è di "preparare" un esame alla volta e dimenticare tutto appena passato l'esame. Il motto è "quel che non capisco imparo".