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Università di serie A e di serie B?

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L'unica cosa che mi sento di "comprare" senza grosse perplessità è quanto scrivi nel penultimo paragrafo a proposito dell'organizzazione del lavoro dei professori. In estrema sintesi, non credo che l'istituzione di un "doppio binario" possa prescindere da una qualche forma di "diversificazione per livello degli studi delle sedi universitarie" né da un esplicito riconoscimento a livello di diploma. Ancora: non vedo cosa ci sarebbe di male se professori validi (come produttività scientifica) rimanessero ad insegnare in sedi "periferiche": credo che le persone sappiano come gestirsi (e non penso che sarebbe una scelta così rara).  Alcune considerazioni:

1) Nel sistema che proponi, se capisco bene, una qualsiasi sede di una qualsiasi facoltà avrebbe la possibilità di istituire corsi "di serie A". Io penso sarebbe meglio tirare comunque una riga ad un certo punto della graduatoria. La "coabitazione", a quel punto, si svolgerebbe solo nelle sedi migliori e sarebbe utile a garantire che un numero abbastanza ampio di facoltà possano partecipare alla "serie A" del loro campo, ammorbidendo così il colpo. Il "liberi tutti" non giova a nessuno, non ferma le persone in cattiva fede; l'abbiamo già visto. L'alternativa, in teoria, sarebbe fissare requisiti chiari e selettivi, stringenti e facilmente verificabili, per poter istituire dei corsi di serie A (a livello ministeriale). Ma i motivi per diffidare di un simile scenario sono molti, senza contare che a quel punto servirebbe per forza un riconoscimento esplicito del valore di queste lauree "super".

2) Senza un riconoscimento esplicito del diverso valore delle lauree "di serie A", tutto il sistema perderebbe grandemente di efficacia. Non si può contare solo sulla motivazione delle persone e sulla nascita di "concorrenza virtuosa" all'interno della popolazione studentesca di alcune facoltà. Ancora: il sistema deve essere trasparente. In Italia, spesso, la scelta della facoltà non é fatta al termine di un serio percorso di riflessione e di analisi dello "investimento".  Non ci si può permettere che un ragazzo si accorga solo al secondo anno che scegliendo una facoltà "di serie B" ha perso delle opportunità significative. Le cose vanno dette e spiegate prima. Senza contare che introdurre disomogeneità e differenze "pesanti" potrebbe indurre le persone a pensare di più e scegliere meglio... [Test: se la differenza non è immediatamente comprensibile a mia nonna non serve :) ]
 
Concludendo: Per migliorare le cose in università è necessario un grande coraggio politico da parte del governo e di altri attori interessati. Puntare solo sulla buona volontà delle persone non mi sembra sufficiente.

Anche qui credo di non essermi spiegato bene. Non propongo l'istituzione "formale" di corsi di serie A. Né c'è bisogno di alcun riconoscimento "legale". Faccio un esempio che affonda nella mia lontanissima esperienza di docente dello MIT. Alcuni allievi del primo anno seguivano il corso di Calculus che aveva come libro di testo il libro di Thomas, altri seguivano un corso che usava come libro di testo "Calculus" di Apostol. I primi imparavano ad "usare" gli strumenti del calcolo infinitesimale, senza compenderne pienamente le basi, i secondi affrontavano sin dal primo anno i problemi del "rigore matematico". Questa diversa impostazione (che poteva avere conseguenze anche sulle possibili scelte di insegnamenti degli anni successivi) li preparava in modo diverso, ad esempio, ai fini del proseguimento degli studi o per una successiva attività di ricerca, anche in ambito ingegneristico. Ma era invisibile in termini di diploma formalmente conseguito.  La diversa preparazione poteva risultare da un'analisi del curriulum da parte di un esperto (ad esempio se dopo Calculus si segue Real Analysis è probabile che l'insegnamento di Calculus sia su basi rigorose). Ma in gran parte diventa visibile semplicemente perché chi ha seguito i corsi di serie A ne sa di più degli altri e questo saperne di più può essere (ad esempio ai fini dell'ammissione ad un dottorato) testimoniato da una "recommendation letter". Qualsiasi riconoscimento legale invece snaturerebbe la diversificazione: tutti gli studenti si affollerebbero per entrare nel "canale nobile", tutte le università avanzerebbero pretese di istituire questo canale nobile, ecc. ecc.  Ammetto che solo una sede con molti studenti potrebbe organizzare corsi "di serie A" (che io chiamerei corsi di approfondimento), ma anche una piccola sede potrebbe offrire all'occasionale studente molto bravo che sia disposto a lavorare di più dei percorsi di approfondimento, consistenti, ad esempio, in letture guidate (come succede nel "tutoring" delle università inglesi, o nei "reading courses" di quelle americane), oppure anche, per le scienze sperimentali, occasioni di partecipare alla ricerca di laboratorio. Seguire e insegnare insegnamenti più approfonditi deve essere costoso sia per lo studente che per il docente, si autoselezioneranno così gli studenti più interessati ad imparare e i docenti più interessati ad insegnare a studenti bravi. Beninteso io sono anche convinto che molti studenti potenzialmente bravissimi hanno bisogno inizialmente di corsi calibrati al loro livello di competenza. Sono molti anni che non insegno per un semestre in un'università americana, non credo però che vi siano scomparsi i corsi di "readig comprehension" o "college algebra and trigonometry" che noi nella nostra supponenza considereremmo adatti, al più, ad un liceo.