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Il liberismo non è di sinistra.

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Michele, ma che importanza ha tutto questo? A me pare chiaro che AA&FG stanno lodevolmente tentando di convincere chi in Italia si reputa "di sinistra" che le riforme liberali non puzzano di zolfo, e non c'e' da sentirsi traditori di classe a sostenerle; e l'impresa e' lodevole proprio perche' a chi in Italia si definisce di destra piacciono per lo piu' i cavalieri neri (e/o unti), non quelli bianchi .

Dico "chi si definisce", perche' i termini "destra" e "sinistra" non hanno molto significato al di la' della soggettiva interpretazione di chi li usa. Ad esempio, tu dici:

Che poi i partiti di sinistra l'abbiano accettato, come quelli di destra hanno
accettato lo stato del benessere, non elimina le radici storiche del liberismo
nordeuropeo, che non sono a sinistra.

Be', mica tanto: Levellers e Whigs inglesi e i Founding Fathers americani avevano nemici molto piu' "a destra" di loro: la Casta dell'epoca, i proprietari terrieri e Giorgio III Hanover.

Quindi, riconosciamo il banale fatto secondo cui - dal 1800 in poi, ossia da
quando l'assolutismo politico ha cominciato ad evaporare dando un senso alla
presenza di visioni politiche fra loro in concorrenza - l'essere di destra o di
sinistra sul piano politico si definisce proprio e primariamente in relazione
all'essere a favore o contro il liberismo economico!

Neanche questo e' vero: le battaglie liberali della Anti-Corn Law League (per sostenere le quali Walter Bagehot fondo', nel 1843, la rivista "The Economist") furono combattute contro una classe latifondista che non e' certo definibile "di sinistra". Le controversie tra James Stuart Mill e Thomas Carlyle non vertevano solo sulla schiavitu', ma anche sui sussidi ai produttori di zucchero nelle colonie: Carlyle, un proto-fascista se mai ce ne fu uno, era schierato sia a favore della prima che contro la fine dei secondi (a partire dal Sugar Duties Act of 1846). Siamo qui in pieno '800, e i nemici di "free trade" e meritocrazia erano solidamente schierati a destra. E successivamente, nel XX secolo, non dirmi che il corporativismo fascista era economicamente liberale!

Ma vi è di più: l'uguaglianza che il liberismo e la concorrenza prometteno di
realizzare e realizzano è di possibilità di competere, non di vincere. Nel
sistema concorrenziale quelli che non sanno competere, che non producono, che
non meritano, rimangono indietro rispetto agli altri e vivono peggio degli
altri. Non vivono, e qui stá il trucco quindi facciamo attenzione, peggio di
quanto vivrebbero in altri -ismi: gli operai di fabbrica stanno molto meglio con
il liberismo che con il socialismo. Ma, relativamente ai loro dirigenti, stanno
peggio con il liberismo che con il socialismo perché quest'ultimo tende ad
eguagliare non la possibilità di concorrere ma i premi, e li eguaglia al
ribasso: tutti prendono pochissimo.

Su questo ho i miei dubbi. Tanto per cominciare, i coefficienti di Gini nei vari paesi sono assai piu' legati al grado di modernizzazione dell'economia che alle politiche di libero mercato perseguite.

In secondo luogo, e' tutto da dimostrare che l'uguaglianza, se raggiunta a spese del tenore di vita dei ceti piu' poveri, sia un obiettivo da perseguire da parte di ha a cuore le sorti di quei ceti: in genere chi e' di sinistra e' egalitario solo perche' crede alla fallacia del "gioco a somma zero". Cancellare questi radicati pregiudizi non e' facile, ma vale la pena provarci, anche a costo di usare ossimori come "market socialism" ;-)

Infine, io considero lo strapotere e le paghe principesche di CEO e affini non come una caratteristica del capitalismo, ma come un insulto ad esso, dato che privilegia gli interessi di alcuni impiegati su quegli degli azionisti. Persino il ridicolo culto della personalita' che spesso li circonda, col corollario di servizi adulatori di Fortune o Forbes e/o libri per middle-managers semianalfabeti e semideficienti che sognano di diventare il prossimo Jack Welch, e' piu' consistente con regimi politici come quello della Corea del Nord che con una societa' liberale.

Per ricapitolare, a me pare che in quest'articolo la tua logica sia viziata da circolarita': prima definisci "sinistra" quel che il termine e' passato a significare nell'Italia contemporanea, e poi da li' deduci che riforme liberali sono inconsistenti con politiche "di sinistra". A parte il fatto che il ragionamento darebbe risultati pressoche' identici sostituendo "sinistra" con "destra", che guadagno viene, alle probabilita' di successo di politiche liberali, dal negarne la compatibilita' con la sinistra? Piu' costruttiva mi pare l'opera di AA&FG, che stanno cercando di separare nella sinistra il grano liberale dal loglio socialista; e semmai ci sarebbe bisogno di qualcuno di buona volonta' che facesse la stessa cosa nell'attuale destra politica (possibile che Antonio Martino si trovi a suo agio nello stesso partito del delirante commercialista postmoderno di Sondrio?). Discutere su quello che e' "di sinistra" o "di destra" serve solo a mostrare quanto queste categorie siano inadeguate.

Enzo: una domanda provocatoria ma seria.

Tu l'articolo mio, e quelli a cui rinvia, l'hai letto prima di fare il commento o l'hai solo "scorso"?

Dico questo perche' - dettagli irrilevanti a parte tipo le date esatte di quando gli epigoni feudali hanno smesso d'avere rilevanza politica - non ti pare che le cose che dici siano cose che anche io dico, e da tempo oltre che in questo articolo? 

Non ho certo deciso io d'impostare il tema sul binario "liberismo e' di destra/sinistra" ... io mi son semplicemente dedicato a discutere tesi avanzate da altri, e non solo da Francesco ed Alberto.

Rimane la domanda del perche' io abbia deciso d'infilarmi in tale dibattito. Se si mettono assieme le cose che ultimamente ho provato a scrivere, a me la risposta viene chiara ma, evidentemente, cosi' non e'. Appena ho un attimo, allora, rispondo al perche' e chiarifico le mie motivazioni. Nel frattempo, pero', credo sia piu' rilevante concentrarsi sulla sostanza di questo dibattito, se interessa. Senno', well senno' no.

Credo questo risponda anche alla parte rilevante del commento di Morabito. Quali cause siano utili o inutili, questo lo lascio ad altri decidere. Chiaramente a me interessano quasi solo quelle perse.

 

 

Enzo: una domanda provocatoria ma seria.

Tu l'articolo mio, e quelli a cui rinvia, l'hai letto prima di fare il commento o l'hai solo "scorso"?

Tutti quelli a cui rinvia no, ma il mio commento era ad alcuni frasi dell'articolo, e al suo titolo.

Dico questo perche' - dettagli irrilevanti a parte tipo le date
esatte di quando gli epigoni feudali hanno smesso d'avere rilevanza
politica

Le date non sono irrilevanti: tu hai scritto che "dal 1800 in poi,
ossia da quando l'assolutismo politico ha cominciato ad evaporare dando
un senso alla presenza di visioni politiche fra loro in concorrenza -
l'essere di destra o di sinistra sul piano politico si definisce
proprio e primariamente in relazione all'essere a favore o contro il
liberismo economico". Cio' e' o tautologico (se definisci "destra" come "liberismo" e "sinistra" come "socialismo"), o non corrispondente alla realta' storica. Anche senza tirare in ballo i soliti fascisti, ecco un altro piccolo esempio: tu hai messo un link a de Maistre. Leggi che ne dice l'Enciclopedia Cattolica scritta nel 1910 (mica durante il feudalesimo): "In a word, he was a great and virtuous man, a profound thinker, and one of the finest writers of that French language of which his works are a distinguished ornament". Questo di uno che diceva che la Rivoluzione Giacobina fu la punizione che la Divina Provvidenza inflisse all'aristocrazia francese per aver dato ascolto ai filosofi illuministi! Questo e' quello che nell'Europa contemporanea va sotto l nome di "Destra", ed e' per questo che il termine e' ormai inusabile da un liberale. Ma insomma, persino il vicesegretario di FI dice (nei suoi gia' menzionati deliri) che "il governo dell'Europa deve passare dall'inerzia all'iniziativa economica come nel New Deal di Roosevelt"...

Poi c'e' la questione, interamente distinta e separata, di quali politiche convengono a chi attualmente vota a sinistra (quale sinistra, poi? quella che firma accordi magari mediocri, o quella che li sconfessa?). Secondo me, l'attuale tipo di bipolarismo tra due blocchi entrambi ostaggi di forze illiberali rappresenta un ostacolo insormontabile alle riforme, e nulla di buono potra' mai essere combinato se entrambi questi schieramenti non vengono spaccati. Nell'elettorato di sinistra, c'e' sicuramente chi si sta domandando se vale la pena di assicurare il posto a vita ai piu' fannulloni tra gli impiegati dello stato, al prezzo di vedere i propri figli disoccupati... A queste persone si puo' e si deve parlare, se si vuol cambiare qualcosa, ed e' quello che Alesina e Giavazzi tentano appunto di fare. Ad altri di noi puo' venire meglio parlare a persone recuperabili che votano a destra, e ad esempiospiegando loro come il protezionismo danneggi in primo luogo i paesi che lo praticano: ed anche questo sarebbe uno sforzo lodevole.

non ti pare che le cose che dici siano cose che anche io
dico, e da tempo oltre che in questo articolo?

Da tempo si', in quest'articolo qua e la'; e infatti obietto solo a parti di quest'articolo. Non prendere ogni commento come un attacco personale...

Non ho certo
deciso io d'impostare il tema sul binario "liberismo e' di
destra/sinistra" ...

In tal caso ti sei scelto scelto un titolo alquanto inadatto: "Il liberismo non e' di sinistra"...

E allora in attesa della chiarificazione, speriamo che tu voglia riferirti non alla "Sinistra" in generale ma alla "Sinistra Italiana nel 2007".


A proposito: Neuroni di destra e di sinistra ;-S