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Il liberismo non è di sinistra.

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... questo eccellente articolo di MB e la discussione. Siccome il tema mi appassiona, aggiungo i miei due centesimi.

MB ha ragione se si riferisce alla sinistra che intende l’eguaglianza in senso piuttosto letterale, come in effetti la intendono molti a sinistra (certamente la sinistra arrabbiata e molti cristiani idealisti, fra cui includerei papa Francesco, letta la sua ultima enciclica e sentite tante sue dichiarazioni). Ma credo che MB avrebbe in parte torto (in un senso che chiarisco alla fine) se si riferisse a una sinistra più moderata che intende l’eguaglianza come eguaglianza di base (traducibile come basic equality?), cioè:

- oltre che pari diritti civili e politici, quelli già garantiti da qualsiasi Stato civile nel ventesimo secolo – o almeno dal 1971 volendo includere anche la Svizzera col diritto di voto alle donne;

- oltre che pari opportunità per quanto possibile, senza cioè violare libertà di scelta individuale, proprietà privata e diritti di successione ereditaria, se non moderatamente (il primo e forse anche il secondo punto sono condivisi dalla destra, non sono specifici della sinistra, ma li richiamo per completezza);

- anche sostanziale accessibilità da parte di tutti a quel livello minimo di beni e servizi che in una data società e in un dato momento storico consente una cittadinanza decente, e in particolare consente che le opportunità non siano pari solo formalmente ma si avvicinino abbastanza ad una parità sostanziale.

Le qualificazioni della definizione precedente di eguaglianza di base (relative specialmente ai termini in grassetto del terzo punto, che è quello davvero problematico) sono alquanto vaghe, ma tale indefinitezza è inevitabile e non mi sembra un difetto letale: spetta alle forze sociali e politiche definirle via via in modo più preciso e concreto – com’è avvenuto ad esempio per i diritti politici in Svizzera, attraverso un processo secolare.

Se s’intende l’eguaglianza come una tale eguaglianza di base, largamente indipendente dalle diseguaglianze di reddito e ricchezza denunciate da Piketty e tanti altri, credo che in vari paesi civili esista una parte di sinistra più o meno ampia che l’intenda così. Il liberismo è compatibile con una tale più ragionevole sinistra. Economisti come Kenneth Arrow (citato in questo senso da MB stesso) ritenevano di appartenervi, come ritengono di appartenervi, non insensatamente dal punto di vista qui prospettato, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi.

In conclusione, direi che gli argomenti di MB mostrano in modo convincente che il liberismo è congruente con la destra. Ma il liberismo è pure compatibile con una sinistra che si limiti a volere (ciò che ho inteso per) una eguaglianza di base. Questa conclusione, che corregge solo in parte la tesi di MB, non dovrebbe dispiacere ai fautori del libero mercato. (Nei contesti in cui fosse impossibile tracciare un confine fra sinistra ragionevole e irragionevole, nel senso qui delineato, avrebbe totalmente ragione MB.)

Last but not least: questa idea di eguaglianza di base credo sia condivisa anche dalla destra più ragionevole. E’ per questo che la distinzione fra destra e sinistra lascia ormai il tempo che trova, almeno fra le persone ragionevoli e minimamente informate, come pure sostiene MB. Rimane l’opposizione fra una sinistra e una destra più estreme e rigide, impiccate, la prima, a un’idea rozzamente letterale di eguaglianza e, la seconda, a un’idea altrettanto rozzamente letterale di libertà.

appassionato quanto me di questi temi, dice che la "mia" eguaglianza di base è una priorità per la sinistra, mentre per la destra può non esserlo. Giusto.

La questione, per il poco che vale, nella mia prospettiva è allora questa: il liberismo è compatibile con il perseguire l'eguaglianza di base come priorità (rispetto ad altri obiettivi politici pure importanti e da perseguire)? La risposta è empirica e può variare a seconda di circostanze e contesti storici. Il mio punto è che non vi è ragione di ritenere generalmente incompatibili liberismo ed eguaglianza di base. Anzi, nel contesto attuale, specialmente in Italia, ho pochi dubbi che politiche liberiste avrebbero come effetto una maggiore eguaglianza di base, cioè più (occasioni di) prosperità per buona parte delle classi inferiori, a cominciare dagli immigrati - insieme ovviamente a svariati altri effetti positivi. Niente di nuovo ovviamente per chi frequenta nfa.

Buongiorno, anche io sono molto appassionato al tema, ma temo che lei abbia impostato tutto il suo ragionamento su una illusione ottica, ovvero la differenziazione fra "uguaglianza in senso letterale" e "uguaglianza di base" con la prima, che a quanto capisco, si configurerebbe banalmente come un basso/nullo livello di indice di Gini, e la seconda invece come un elevato livello di mobilità intergenerazionale (oltre al discorso sul livello minimo di vita decente). Il problema è che questi due tipi di uguaglianza nella realtà sono una cosa sola, nel senso che indice di gini ed indice di mobilità intergenerazionale sono inversamente correlati, vedi ad esempio:
http://freakonomics.com/2012/01/19/is-higher-income-inequality-associate...

Uguaglianza di risultato e uguaglianza di opportunità sono, it turns out, due facce della stessa medaglia, una medaglia diffusa più che altro in Scandinavia (Finlandia, Danimarca, Norvegia...)

...anche se credevo di essere stato abbastanza chiaro. ;-)

Per eguaglianza di base intendo una situazione in cui tutta la popolazione ha accesso a un livello di vita minimamente decente (nell'Italia attuale direi qualcosa come un livello di consumo mensile pro-capite fra i 500 e i 900 euro, a seconda che uno viva a Trani o a Milano, o fra i 1.200 e i 1.800 per una famiglia di quattro persone -- sto volutamente basso). Ovviamente è una questione di grado, cioè di quanto una società si avvicini a una eguaglianza di base così intesa. Ci si avvicina tanto di più quanto più bassa è la % della popolazione al di sotto della soglia di vita decente, tenuto conto del contesto.

(Forse "eguaglianza di base" non è il termine migliore, mi è venuto in mente in contrapposizione a tanta ideologia corrente sulla diseguaglianza, alimentata in fondo da invidia sociale, o magari anche da sensi di colpa dei più fortunati. Volevo suggerire l'idea che quel che importa, per essere sostanzialmente o basilarmente uguali, è essere al di sopra di una soglia minima di benessere.)

Che poi nella stessa società alcuni o molti abbiano consumi, reddito e ricchezza stratosfericamente più alti, non ha nessun effetto sull'eguaglianza di base, così intesa. Quindi l'indice di Gini non dice niente al riguardo.

Anche la mobilità sociale è un'altra cosa, anche se sembra plausibile che in molte società odierne ci sia una correlazione positiva fra eguaglianza di base e mobilità sociale. E mi sembra pure plausibile, detto molto all'ingrosso, che il liberismo favorisca un grado più alto sia di eguaglianza di base sia di mobilità sociale.

L'idea si basa su di una riflessione personale. Io sono moderatamente benestante, un mio fratello ha ricchezza e reddito dieci volte i miei, ma tutto sommato abbiamo qualità di vita molto simili e i miei figli hanno opportunità di successo più o meno pari a quelli dei suoi. Insomma, al di sopra di una certa soglia, le differenze di reddito e ricchezza sono poco rilevanti.

Resta il problema di definire la soglia minima, indipendentemente ripeto da qualsiasi indice di diseguaglianza. Su questo spero di trovare un po' di letteratura, che al momento per mia ignoranza ignoro, help!

Mi sembrava di aver capito che nel suo concetto di "uguaglianza di base" rientrassero anche le pari opportunità, in mancanza delle quali, francamente non mi è chiaro per nulla perché lei scelga il termine "uguaglianza" per definire questo suo concetto.
In ogni caso, nel dibattito politico generalmente si fa la distinzione fra l'uguaglianza di risultato ed uguaglianza di opportunità come i due obiettivi alternativi da perseguire, (secondo la vulgata comune, almeno in italia, la sinistra vecchio stile perseguirebbe il primo obiettivo, quella "moderna" il secondo) il punto tuttavia è che tale dicotomia non esiste nella realtà, il grafico che le ho segnalato ci dice proprio questo: senza uguaglianza di risultato, non c'è uguaglianza di opportunità (e/o viceversa). Per finire, liberismo e mobilità sociale: posto che il massimo di mobilità sociale lo troviamo nei Paesi scandinavi (al primo posto la Danimarca) , ed il minimo nei paesi anglosassoni (UK, USA) mi sembra difficile sostenere che il primo favorisca la seconda (o almeno, sono curioso di capire a questo punto quale sia la sua definizione di "liberismo")

Caro Alberto, certo che la mia eguaglianza di base include le pari opportunità! Ma le pari opportunità non sono la mobilità sociale, riflettici un momento! E’ plausibile, ma è una questione empirica, che un grado più alto di pari opportunità favorisca un grado più alto di mobilità, ma la relazione è complicata e dipende da molte altre variabili.

Il mio punto è semplice, ed è rivolto a chi ha a cuore le sorti dei meno fortunati: al diavolo l’eguaglianza misurata dall’indice di Gini! Chi se ne frega che l’1% più ricco abbia tanto più reddito e ricchezza del 10% meno ricco! Quello che conta è che il 10% meno ricco abbia un livello di beni e servizi che gli consenta una buona qualità di vita, qualitativamente non tanto inferiore a quella di un qualsiasi Bill Gates. Io, ad esempio, non so di quante migliaia di volte il mio reddito sia inferiore al suo, ma sono sicuro che la qualità di vita mia e dei miei figli (incluse le loro prospettive di successo sociale) non è tanto diversa da quella sua e dei suoi figli. Dammi un appartamentino decente, anche in affitto, 300 euro al mese per il cibo, un pc e Internet, un’auto anche usata, e 2000 euro l’anno per un viaggio low-budget, e non ho poi così tanto da invidiare a Bill Gates, se non sono un piagnone invidioso. Sto esagerando, ma rendo l’idea?

Allora, eguaglianza di base (in mancanza di un termine migliore per ciò che intendo) è avere tutti o quasi tutti quanto oggi basta per una qualità di vita che non abbia moltissimo da invidiare a quella di un Bill Gates. Che questo sia oggi possibile e largamente realizzato in una parte ampia e rapidamente crescente del mondo, è un miracolo prodotto (anche) dal libero mercato. Pensa invece che abisso qualitativo c’era appena qualche secolo fa fra la vita di un signore e la vita di un comune contadino, in vari paesi d’Europa.

Conoscevo i dati e le tesi di Corak (http://ftp.iza.org/dp7520.pdf ), inclusa la Great Gatsby Curve che ti ha affascinato. Questa mia modesta riflessione è nata anche dalla mia insoddisfazione per alcune sue argomentazioni. Ho trovato convincenti le obiezioni di Greg Mankiw (http://scholar.harvard.edu/files/mankiw/files/defending_the_one_percent.pdf ).

Quanto alle complicate relazioni fra liberismo, ineguaglianza, pari opportunità, mobilità sociale, prosperità e povertà, qui su nfa il materiale non ti manca – non accontentarti della Great Gatsby Curve!

poter rispondere seriamente ma sono sommerso dal lavoro.

Magari, se la fortuna aiuta, durante il week end. Grazie per i commenti, che condivido in parte. 

Il punto di fondo, però, è che a seconda di come si decide di definire le "pari opportunita'" si arriva a conclusioni differenti. 

Detto banalmente: il fatto che uno abbia una intelligenza ed una forza di volontà ed una serenità d'animo ed una determinazione professionale al di sopra, a volte molto al di sopra,  della media come lo consideriamo? Va compensato o glielo lasciamo? E la fortuna, dove mettiamo la fortuna?

Alla fine si finisce sempre a Rawls :)

...la risposta gentilmente promessa da Michele Boldrin, preciso una cosa che mi sembrerebbe ovvia (nonostante Rawls...), cioè che per pari opportunità si debbano intendere solo le opportunità offerte dal sistema sociale, principalmente dallo Stato nelle società odierne, ad esempio un accesso eguale per tutti alla scuola materna (gratuito oppure con sussidi a chi non se lo possa permettere) .

Ovvio quindi che le pari opportunità, intese in questo senso limitato, non determinano affatto pari risultati, dato che intervengono fattori potenti come l'eredità genetica, carattere e attitudini personali, ambiente familiare, scelte dei genitori, ambiente sociale, fortuna, mettiamoci pure la bellezza, e molto altro. Sai che noia altrimenti. :-) 

Anche per questo, come suggerivo a Rinaldi, pari opportunità e mobilità sociale sono cose ben diverse.