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Come ricapitalizzare Ferrovie e Alitalia

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Dall'Espresso di questa settimana:

 Certo, la questione tariffe pesa. Sono inchiodate dal 2001 per volontà
dell'azionista, cioè il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, mentre
quelle dannate autostrade, eterne rivali, ottengono gli aumenti che
vogliono. E ai piani alti delle Ferrovie hanno buon gioco a ricordare
le tariffe come una spina nel fianco, un tiro mancino del governo, e
una loro virtuosa disciplina. Dai confronti internazionali, i biglietti
del treno italiano appaiono straordinariamente a buon prezzo, la metà
di quelli tedeschi e francesi (vedere il grafico in questa pagina).

Se
soltanto i biglietti fossero cresciuti di pari passo col tasso di
inflazione, si sarebbero accumulati dal 2001 a oggi dai 300 ai 400
milioni di ricavi in più, che avrebbero spinto i conti a un soffio dal
pareggio. Un calcolo che resta puro esercizio, perché i vertici Fs non
hanno mai voluto contraddire i niet della politica.

Scavando
scavando, però, si scopre che le tariffe potrebbero tranquillamente
salire di un 4,5 per cento. Basterebbe volerlo. Il decreto che
accordava l'aumento era già passato al Cipe e pubblicato sulla Gazzetta
Ufficiale a ottobre 2001. Era quindi operativo. Anzi, era stato già
inserito nei computer che dal primo gennaio 2002 cambiavano la lira in
euro e tradotto nel nuovo tariffario. Ma Tremonti, sotto Natale, ci
ripensò, e fece pesare la sua 'moral suasion' su Giancarlo Cimoli,
all'epoca a capo delle Fs, per bloccare tutto. Da allora quell'aumento
è di fatto dormiente. Ma non è mai decaduto. Ed essendo le Ferrovie
dello Stato una società per azioni, il loro amministratore potrebbe
andare in assemblea a pretendere che venga rispettato. Invece si è
preferito imboccare la strada, più comoda, di andare avanti in deficit.
Come se quel buco non lo pagassimo, prima o poi, tutti noi. Anche chi
non prende il treno.