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Il terremoto, la ricostruzione, il populismo.

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di questo intervento che sostanzialmente condivido. Serve anche qualcuno che assuma queste posizioni un po' da battaglia e facilmente attaccabili, ma che vanno nella direzione di denunciare un sistema ed una mentalità di fondo che sono senza dubbio da correggere.
Trattengo quindi la mia vena polemica evitando di fare le tante obiezioni che facilmente si potrebbero portare. In particolare una, la principale (che è una famiglia di obiezioni) è già stata già portata in altri commenti: l'articolo sembra presupporre che gli edifici crollati in seguito al sisma siano stai costruiti dagli attuali proprietari, i quali sarebbero colpevoli di aver "lesinato" sulle misure antisismiche al momento della costruzione.
Ma la maggior parte di questi edifici non è nemmeno figlio del boom edilizio degli anni '50-60, è ancora precedente. Le costruzioni del paese vecchio di Amatrice, di Norcia, di Castelluccio, di Ussita, di Preci, hanno 100-200-300 anni o più, e non è facile nemmeno sapere cosa ci sia dentro a quei muri, o giù nelle fondamenta.
Si dirà che in questo caso responsabilità dei proprietari è ristrutturare secondo disciplina antisismica le vecchie abitazioni, e renderle sicure. Ma ovviamente - a parte la possibilità che ciò non sia alla portata delle tasche di quelle persone che sono nate in quelle vecchie abitazioni - ci sono molte circostanze in cui ciò è materialmente impossibile, a meno di non abbatere e ricostruire ex-novo interi paesi. E anche questo è già stato fatto notare.
Si dovrebbero dunque abbandonare interi paesi al loro destino, e deportare (ops, "trasferire") tutti i loro abitanti in neo-costruiti palazzoni antisismici, collocati strategicamente in prossimità di plessi industriali, dei porti o dei crocevia commerciali, dove sia più facile produrre ed essere "economicamente auto-sufficienti"?
Una visione un po' a la Breznev, che fa immaginare la popolazione ammassata in nuove città sul modello di Ufa, Kazan, Kirov o Vologda; mentre Assisi, Norcia e Montecassino, disabitate, invase da sterpaglie e mutate in un covo di serpenti restano a far da monito spettrale per le generazioni future.

Ma so che gli autori non indendono questo, e passo a fare l'obiezione che più mi interessa (che già era stata portata da qualcuno al prof. Boldrin nella pagina fb).
Le comunità non hanno valore zero.
Non si tratta solo di vacuo sentimentalismo, di desiderio di vivere nel borgo natìo, di nostalgia, di pigrizia, di arretratezza, di stupidità, di incapacità di muoversi; soliti eterni insoffribili e incurabili vizi italioti. Vizi che generano un costo, che perdipiù il sedentario ozioso maramaldo che si ostina a voler vivere nel suo stupido paese mette in conto a Pantalone.
Non sono vizi! Ciò ha un significato, che si può anche facilmente razionalizzare.
La comunità non ha solo valore etico, sociale, religioso. Ha anche valore economico.
La signora Rossi di Amatrice che sopravvive sola con una pensione di 600€/mese può farcela perché vive lì, in quella sua vecchia casa di proprietà dove non ha affitto da pagare, ed in quel paese dove tutti si conoscono da generazioni e tutti si aiutano. Il vicino le porta a casa le buste della spesa, il medico condotto allunga il suo giro e le porta le medicine, le frutta degli alberi del dirimpettaio sono a sua disposizione, quello che vive in fondo alla via fa l'orto le porta le verdure, l'infermiere in pensione che vive al piano di sopra scende ogni giorno e le pratica l'iniezione quotidiana di cui ha bisogno. Trasferita altrove avrebbe bisogno di una pensione doppia.
La comunità fornisce gratuitamente dei servizi essenziali, che in mancanza di essa dovrebbero essere erogati dalle strutture assistenziali della pubblica amministrazione.
Quindi il favorire o solo il consentire la disgregazione delle comunità produce anche un danno economico, che certo è difficile quantificare, ma non per questo è meno reale.

dopo aspre polemiche su ciò che distingue la Modernità dal Medioevo, vedo che si è convertito. Ad maiora!

Caro Pontiroli

Nasissimo 30/11/2016 - 17:15

Il tema della Modernità è sempre presente in background, in verità, quasi in ogni discussione.
Qui ero intervenuto solo per rammentare che le comunità non hanno valore zero. Parlavo proprio di valore economico, qui, non di "valore" in senso esteso, e la ragione è quella che avevo sintetizzata nel grassetto.
A margine di ciò, si potrebbe tornare alla osservazione che facevo a Giorgio Arfaras nella sua recente "avvelenata" su liberalismo e socialismo. Mi autocito:

La civiltà borghese ha abbandonato (e tradito) la "comunità" per concentrarsi solo su "individuo".  Ha istituzionalizzato il suo individualismo in modo tanto profondo da essere visibile anche nell'evoluzione dei sistemi giuridici. Nella civiltà borghese il comunitario è divenuto un pària. C'è spazio solo per una destra "illuminata" cioè liberale (borghese) e per una sinistra "moderna", cioè liberal-socialista (borghese).  [...]
E del comunitario, quindi, che cosa facciamo? Non c'è posto per lui, è un arretrato, un ignorante, un troglodita, una scimmia. Deve essere spazzato via, scomparire dalla faccia della terra.

e porre la domanda in questi termini:
Nella Modernità c'è spazio anche per il sentire comunitario?
Questo continuo tacciare di "arretrato" e "medievale" quello che lo invoca, questo ritornello che riecheggia ovunque nei campioni della smania borghese, di qualunque coloritura siano, ogni volta che ci si richiama alle comunità, da dove si origina? Forse dalla circostanza che con la fusione di Stato e Comunità si costruì il concetto di Nazione, con tutto quello che ne seguì?

Ma io rammento che il Motto Repubblicano della grande Rivoluzione, che sintetizza il manifesto dei Valori Borghesi, era tripartito, come tripartita è la Bandiera Francese.
La Liberté ha dato le mosse ai partiti liberali e neoliberali, liberisti e neoliberisti; l'Egalitè è la base comune della grande tradizione socialista, in tutte le sue declinazioni.
E la Fraternité?
Ce la siamo un po' persa per strada. Ma ha titolo di dirsi Moderna tanto quanto le altre due.

nel terremoto del 1976 furono distrutti paesi di montagna paragonabili a quelli delle zone di Amatrice.

Ora si utilizza il modello "Friuli"  per sperare di veder ricostruite le cittadine del centroitalia.

I Friulani a suo tempo chiesero che prima di tutto fossero ricostruiti i posti di lavoro, poi le case e per ultime le chiese.

Forse la regione autonoma Friuli Venezia Giulia era allora più ricca di quanto sia oggigiorno la regione colpita dal terremoto di agosto; oppure l'essere regione autonoma fu la vera differenza?

Perche  quella del Friuli è una storia a lieto fine e gli altri no?

di una visione "à la Breznev" quanto piuttosto di una sindrome "dell'originale" che impedisce qualsiasi intervento. Purtroppo (a mio modesto avviso) nella filosofia della conservazione e del restauro in versione italiana la funzione/funzionalità dell'oggetto è sempre secondaria rispetto alla "forma".