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Pensioni, il solito pastrocchio all'italiana

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Primo punto: Sacconi vs Fornero

Il mondo delle pensioni, non solo per il volgo, ma anche secondo tutti gli esperti, ormai si divide tra prima e dopo Fornero. Come se prima della legge Fornero, che è soltanto l’ottava riforma delle pensioni dal 1992, non ci fossero stati interventi pesanti sul sistema pensionistico.

Osservo, infatti, che, sulle pensioni, Il Sole 24 ore, esperti come Giannino e Cazzola, sindacati dei lavoratori e perfino l’INPS (v. l’ultimo Osservatorio sulle pensioni), oltre a tutti i media e a politici di cattiva memoria e con la coscienza sporca come Salvini, parlano soltanto della legge Fornero (DL 201 del 6 dicembre 2011, art. 24, convertito dalla legge 214/2011), alla quale attribuiscono anche tutte le misure, per vari aspetti più incisive, decise dalla legge Sacconi (DL 78 del 31 maggio 2010, art. 12, convertito dalla legge 122/2010). La stessa professoressa Fornero a “In ½ ora”, tranne un brevissimo accenno ai 10.000 esodati di Sacconi, ha coraggiosamente… millantato tutto il merito impopolare del riequilibrio dei conti pensionistici nel lungo periodo, imitando il premier Monti per il risanamento dei conti pubblici. Ora, l’Autore di questo articolo fa, invece, un meritorio elenco delle 8 riforme dal 1992, che egli definisce riformette, però, oltre all'errore di non distinguere tra pensioni di vecchiaia e pensioni di anzianità, omette la più incisiva di tutte, quella Sacconi, al posto della quale menziona la legge 102 del 2009, i cui provvedimenti vengono sostituiti, accelerati fortemente e ampliati proprio dalla legge 122 del 2010.

Riepilogo, quindi: dal 1992, le riforme delle pensioni sono state 8 (Amato, 1992; Dini, 1995; Prodi, 1997; Berlusconi/Maroni, 2004; Prodi/Damiano, 2007; Berlusconi/Sacconi, 2010; Berlusconi/Sacconi, 2011; Monti-Fornero, 2011).

Le riforme di Sacconi (2010 e 2011) sono più corpose, immediate e recessive di quella Fornero; in sintesi, esse hanno introdotto:

• “finestra” ( = differimento dell’erogazione) di 12 mesi per tutti i lavoratori dipendenti pubblici e privati o 18 mesi per tutti quelli autonomi;

• allungamento, senza gradualità, di 5 anni (+ “finestra”) dell’età di pensionamento di vecchiaia delle lavoratrici dipendenti pubbliche per equipararle a tutti gli altri a 65 anni (più finestra), tranne le lavoratrici private; e

• adeguamento triennale all’aspettativa di vita, che ha portato finora l’età di pensionamento di vecchiaia a 66 anni e 7 mesi e la porterà a 67 entro il 2021, che è benchmark in UE28, cioè prima della Germania e molto prima della Francia (dopo il 2018, in forza della legge Fornero, l’adeguamento anziché triennale sarà biennale).

La riforma Fornero (2011) ha stabilito, principalmente:

• metodo contributivo pro-rata per tutti (vale a dire solo per quelli che erano precedentemente esclusi), a decorrere dall'1.1.2012;

• aumento di un anno delle pensioni di anzianità (ridenominate “anticipate”); e

• allungamento graduale entro il 2018 dell’età di pensionamento di vecchiaia delle dipendenti private da 60 anni a 65 (più finestra), per allinearle a tutti gli altri,

i cui effetti si avranno soprattutto a partire dal 2020.

NB: La legge Fornero ha opportunamente eliminato la “finestra” di 12 o 18 mesi sostituendola con un allungamento corrispondente dell’età base, ma l’allungamento (già recato dalla riforma Sacconi) è solo formale.

Secondo punto: Risparmi e sostenibilità nel lungo periodo

Oltre a quella Dini che ha introdotto il metodo contributivo, le ultime 4 riforme: Damiano (2007, in parte), Sacconi (2010 e 2011) e Fornero (2011) stanno producendo e produrranno risparmi fino al 2060 per centinaia di miliardi di € (cfr. MEF).

Dopo le riforme, il sistema pensionistico italiano, come riconosciuto dall’UE, è tra i più severi e sostenibili in UE28.[1]

Terzo punto: Confronto internazionale

E’ fuorviante riferirsi ai dati pensionistici fino al 2013: sono vecchi e superati. Come spiegava la prof.ssa Fornero a “In ½ ora”, le riforme delle pensioni per loro natura producono i loro effetti nel lungo periodo. Dopo le 8 riforme varate dal 1992, come ha confermato l’ultimo rapporto della Commissione Europea, con la proiezione al 2060,[1] il sistema pensionistico italiano è tra i più severi e sostenibili nel lungo periodo. Come attesta l'ultimo Osservatorio dell'INPS sulle pensioni, [2] il numero di pensioni sta già calando (“Dall’analisi dell’osservatorio delle pensioni Inps vigenti all’1.1.2015 e liquidate nel 2014 emerge la conferma del trend decrescente degli ultimi anni, che vede passare le prestazioni erogate ad inizio anno da 18.363.760 nel 2012 a 18.044.221 nel 2015; una decrescita media annua dello 0,6% frenata dall’andamento inverso delle prestazioni assistenziali (pensioni agli invalidi civili e pensioni/assegni sociali), che nello stesso periodo passano da 3.560.179 nel 2012 a 3.731.626 nel 2015”), ma la spesa pensionistica cresce perché i nuovi assegni pensionistici sono più alti. Secondo il rapporto UE, ci sarà una piccola gobba nel 2036, poi la spesa pensionistica (incluse le voci spurie) calerà al 13,8% del Pil nel 2060, uno dei cali più alti in UE28.

La spesa pensionistica italiana, infatti, include (nel confronto internazionale) delle voci spurie (si confrontano le pere con le mele) , che sono:

1. TFR, che è salario differito e può essere riscosso anche decenni prima del pensionamento (circa 1,5% del Pil);

2. un 8% di spesa assistenziale sul totale della spesa pensionistica;[3]

3. un peso fiscale comparativamente maggiore (la spesa pensionistica italiana è al lordo di 42-45 mld di imposte, più vicino ai 45);

4. un uso prolungato, a causa dell’assenza di adeguati ammortizzatori sociali (usati invece negli altri Paesi, dove non rientrano nella spesa pensionistica), delle pensioni di anzianità appunto come ammortizzatore sociale;

5. infine, nella spesa pensionistica degli altri Paesi andrebbero sommati gli incentivi fiscali ( = minori entrate) alle pensioni integrative (v., in particolare, la Gran Bretagna).

a) Se si considera la spesa pensionistica al netto delle imposte[4] (che sono una partita di giro), il divario tra l’Italia e gli altri Paesi cala di almeno mezzo punto se non di uno intero; infatti, a fronte di una diminuzione di circa 2 punti percentuali dell’Italia (dal 15,44% al 13,49%, dati 2009), gli altri Paesi calano in media sotto il punto percentuale (ad esempio, la Francia dal 13,73% al 12,82%, la Germania dal 11,25% al 10,86%, il Giappone dal 10,17% al 9,50% e la Spagna dal 9,28% all’8,99%).

b) Inoltre, se si depura la spesa pensionistica dalle prime due voci spurie (TFR e spesa assistenziale,[3] che assommano a quasi 45 mld, cioè a quasi il 3% del Pil), e si somma la terza voce (altri 45 mld: le tasse sono una partita di giro, l’INPS paga l’assegno pensionistico netto e gira il resto all’Erario, alle Regioni e agli Enti locali), per un totale di 90 mld, l’incidenza sul Pil scende di ben oltre 4 punti percentuali. In totale, dunque, se questi miei calcoli sono corretti, il rapporto diminuisce – già ora - dal 16,8% ad un massimo del 12,5%, vale a dire già adesso è inferiore di oltre un punto al 13,8% stimato dalla Commissione Europea per il 2060.

c) Infine - ed è soltanto un di più esplicativo - andrebbe anche tenuto presente che il rapporto spesa/Pil è influenzato ovviamente anche dal denominatore, calato in Italia, negli ultimi 7 anni, di quasi 10 punti percentuali, molto più che in altri Paesi.

Quarto punto: RGS

L’RGS è nota per sovrastimare le spese e sottostimare le entrate. Sulle pensioni, le sue proiezioni, comunque superate dal rapporto della Commissione Europea,[1] sono superiori a quelle dell’OCSE, area più disomogenea dell’UE, anche per il peso della voce “pensioni private”.[5]

Quinto punto: Sentenza della Consulta

Ribadito che io sono favorevole al ricalcolo delle pensioni col metodo contributivo, al di sopra di una certa soglia, io sono critico verso la sentenza della Consulta, la cui sentenza peraltro ha registrato un risultato di 6 a 6, ed è passata soltanto per il voto che vale doppio dell’ineffabile presidente Criscuolo. In ogni caso, il congelamento dell'indicizzazione delle pensioni superiori a circa 1.400€ lordi (circa 1.100€ netti) fu un errore, poiché – come ha rilevato la stessa Corte Cost. - la soglia era troppo bassa e non fu prevista la progressività. Quindi, come ha già scritto qualcuno, il governo non è obbligato a restituire tutto a tutti.

In conclusione, mi auguro che si ritengano utili queste mie osservazioni e se ne facciano finalmente tesoro in futuro.

PS: Piccola constatazione (piccola perché gli spietati neo-liberisti fanno ben di peggio…). Predicare bene e razzolare male: è già il terzo articolo in poco tempo – immemori delle discussioni precedenti con dati e prove documentali - sulle pensioni, e il secondo sulla sentenza della Corte Cost., che rimarcano le nequizie della legislazione e dell’amministrazione italiane. A me la mitica Redazione di NoisefromAmerika ha applicato una sanzione addirittura strampalata: sono stato oggetto di attacchi plurimi e gratuiti, di una violazione della legge sulla privacy (oltre che di un hackeraggio), ma, anziché sanzionarne gli autori, sono stato punito io con la riduzione da 3 a 1 dei commenti giornalieri. Come minimo ci vorrebbe un cartellino rosso agli autori della sanzione! :)

[1] Annual Ageing Report http://ec.europa.eu/economy_finance/publications/european_economy/ageing...

[2] INPS – Comunicato stampa

http://www.inps.it/portale/default.aspx?sID=%3b0%3b&iMenu=1&NewsId=TUTTI...

[3] Trattamenti pensionistici e beneficiari: un’analisi territorialeLe pensioni Ivs sono il 78,3% dei trattamenti erogati dal sistema pensionistico italiano e assorbono il 90,5% della spesa complessiva. Più nel dettaglio le pensioni di vecchiaia rappresentano il 52,2% delle prestazioni e il 71,8% della spesa; le pensioni di invalidità rispettivamente il 5,6% e il 4,0%, mentre le pensioni ai superstiti rappresentano il 20,6% dei trattamenti complessivamente erogati e il 14,7% della spesa complessiva. Le pensioni assistenziali sono il 18,2% del totale e assorbono il 7,9% della spesa. Le indennitarie incidono, infine, per il 3,5% sul numero dei trattamenti e per l’1,7% sulla spesa complessiva (Tavola 5)”. http://www.istat.it/it/archivio/132562

[4] Gross and Net Public Pension Expenditure (% of GDP) – 2009

(figura 6.5 pg. 171 di Pension at a Glance, e l'ultimo è riportato in OECD Pensions at a Glance 2013)

[5] Evoluzione della spesa pensionistica in rapporto al Pil

Riporto le rispettive evoluzioni RGS e OCSE della Spesa pensioni/Pil (%) fino al 2035:

RGS: 2010=15,3; 2015=16,2; 2020=15,5; 2025=15,2; 2030=15,2%; 2035=15,8.

OCSE: 2010=15,3; 2015=14,9; 2020=14,5; 2025=14,4; 2030=14,5%; 2035=15,0. http://s21.postimg.org/718ldmavr/Immagine.png%C3%B9

Allegati:

Dialogo n. 2 nel blog neo-liberista NoisefromAmerika: pensioni http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2831007.html

Se la piattaforma IlCannocchiale è in avaria, cliccare qui sotto: http://vincesko.blogspot.com/2015/04/dialogo-n-2-nel-blog-neo-liberista....

Dialogo n. 3 nel blog neo-liberista NoisefromAmerika: pensioni http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2832449.html

Se la piattaforma IlCannocchiale è in avaria, cliccare qui sotto: http://vincesko.blogspot.com/2015/05/dialogo-n-3-nel-blog-neo-liberista....

Lettera a Carlo Cottarelli, direttore esecutivo del FMI, sua risposta e mia replica http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2832907.html

Se la piattaforma IlCannocchiale è in avaria, cliccare qui sotto: http://vincesko.blogspot.com/2015/05/lettera-carlo-cottarelli-direttore....

pensioni di Maria Luisa Pesante

Vecchi contro giovani o ricchi contro poveri?

25/05/2015 Fare dell'affaire pensioni una questione di rapporti tra vecchi e giovani è in primo luogo una scelta ideologica degli economisti neo-liberali, per i quali, soprattutto nelle analisi del risparmio e dunque dei sistemi previdenziali, non esistono classi, ma solo generazioni http://sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/Vecchi-contro-giovani-o-ricchi-...