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Etica, politica, vita (I)

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Se il tema ha stufato. A me però interessa.

-) Non intendevo ridurre una cosa all'altra, ma dire che si tratta di due problemi diversi. Affini ma diversi. Il problema principale, il problema etico originario, è quello che domanda bene e male cosa siano. Il problema delle scelte, del che fare, oltre a questo richiede anche una scelta fra criteri di scelta. Come diceva il palma, una possibilità è dire che la bontà/non bontà di un atto riposa solo nell'atto, senza che si tengano in alcun conto le conseguenze. E' la posizione dentologica. L'altra possibilità è dire che si devono considerare anche le conseguenze. E' la posizione teleologica. Detta così parrebbe ovvio che la seconda è superiore, ma non è così scontato, tanto è vero che la posizione accettata nella nostra civiltà ("nostra" di noi occidentali) è quella che viene dall'impostazione giudaico-cristiana, che è deontologica. E ci sono buone ragioni a favore di questa anche per un ateo come me.

-) Non facevo obiezioni particolari alla Foot (su questo punto), i suoi esempi di dilemma (intendo quello del giudice, citato da palma, e quell'altro più famoso del carrello) sono ottimi.
Dicevo solo che non c'è nulla di nuovo in tutto ciò. L'esempio crea un caso di scuola in cui un atto che appare moralmente riprovevole in se (condannare a morte un innocente) ha però come conseguenza necessaria un "bene", perché permette di evitare un "male maggiore" (la morte di n persone nei tumulti di piazza). Il soggetto si trova a dover scegliere il minore di due mali (cioè deve confrontare infiniti, se ci piace lo stile matematico), e deve giudicare la moralità di un atto con/senza la considerazione delle sue conseguenze.
Si debbono considerare anche le conseguenze, dunque, oppure no? Oppure fino a che punto? Per operare la scelta, per decidere che fare, bisogna avere scelto il criterio, & avere risposto alla domanda fondamentale.
Dire, per esempio, "scegliamo il criterio deontologico" dopo aver detto "il bene è ......".
Converrà con me che è il secondo il problema più difficile.
Siamo d'accordo quindi (e i dilemmi della Foot sopra citati mettono in evidenza proprio questo) che il possesso di tutte le verità morali non basta per guidare l'azione: per decidere che fare bisogna anche avere scelto tra i due criteri. Ma avere scelto tra i due criteri senza avere risposto, in nessun modo, neppure intuitivo o abbozzato, alla domanda fondamentale; ossia sapere che le conseguenze si devono/non si devono considerare, mentre non si sa se condannare a morte un innocente sia male oppure no, serve ancora meno.

-) non credo che la morale abbia origine evoluzionistica, se non (forse) per una piccola e insignificante frazione di valori piuomeno universalmente condivisi. Questa è piuttosto la posizione della Foot (piuomeno) e qui si, non sugli esempi, avrei molto da obiettare. Che una posizione simile sia quella di ultras cattolici come Elizabeth Anscombe o Peter Geach non stupisce, ma la Foot si professa atea.
Come accennavo prima (per spiegare si dovrebbe entrare nel merito e scrivere molto, e lo farei anche volentieri ma ho capito che è più disturbo che altro e dunque me ne traggo) la mia idea è che i valori morali siano creazioni umane. Sono prodotti dell'uomo che producono uomini.
Indagare la loro origine serve per capire cosa siano, per coglierne il senso, come per tutti i prodotti dell'uomo (vedi l'esempio dell'archeologo che rinviene un oggetto misterioso, che ho proposto sopra a palma). E cosa siano e come funzionino è tutto (o quasi tutto) quello che c'è da capire e da dire su di essi. I valori sono dati a priori, guidano le scelte da dentro, ti costringono a fare/non fare qualche cosa che può non essere nel tuo interesse, ed anche del tutto irrazionale. Come le leggi della robotica in asimov guidano i robot. "Il cielo stellato sopra di me la legge morale dentro di me". E' insensato e insignificante anche quello che dice Kant?

Sei sul ponte di una nave, è notte, mare aperto e agitato. Un bambino di 5 anni vicino a te cade in mare. Non c'è nessuno vicino, gridare non serve. Puoi solo:
a) Tuffarti, e crepare nell'acqua gelida insieme al bambino.
b) Non tuffarti, e correre a chiamare aiuto, sapendo benissimo che non c'è tempo per tutto questo. Cioè: che la corsa a chiamare aiuto non serve al bambino, serve a te per dilavare la tua Coscienza dopo che lo avrai lasciato morire.
Che fare?
La ragione dice che non ha senso morire in due, se può morire uno solo.
Non c'è dubbio, la scelta razionale è la b.
Ma il tipo di Uomo che chiamiamo "Eroe", quello che pensiamo come modello, e a cui si erigono monumenti, non è questo uomo qua, è quello che si butta in mare.
Per morire? SI, per morire. Sapendo che non c'è nessuna possibilità? Certamente. Ma che senso ha? Nessuno. Allora perché? Perché l'Eroe, per noi, è quel cretino che si butta sapendo che è inutile? E perché costui si butta? Perché è scemo?
No. Perché DEVE.

Significa che (se questi valori sono presenti, e saldi in te, se la tua Coscienza è abbastanza forte, ecc) tu, Uomo, devi sapere "che fare", in ogni situazione che imponga una scelta morale. E non puoi "scegliere che morale adottare", non hai proprio nessuna scelta, nessuna.
E significa che il tuo valore di Uomo è tanto maggiore quanto più forte è la legge morale dentro di te.
Kant, guardandosi dentro con quella stessa adamantina lucidità con cui osservava ogni cosa riconobbe perfettamente la potenza della legge interiore, e l'impossibilità della ragione di agire sopra di essa.
Solo non si chiese chi ce l'avesse messa mai, quella roba li dentro, come, e perché.
Forse (forse) perché ancora per lui "Dio" bastava, come risposta.