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Etica, politica, vita (I)

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Ma questo tema mi interessa assai.

Vero che è difficile pensare ad un qualsiasi ruolo per la morale in ambito di totale solipsismo ma non impossibile, spero concorderai. Seppur convinto che il 90% (o 99%) di quanto chiamiamo "morale" abbia a che fare con la presenza di almeno un altro insisterei sull'opportunita' di provare a pensare alla morale anche nel caso ipotetico di totale solitudine. Tempo perso? Forse ma non necessariamente.

Non il 90% o 99%, tutto ciò che chiamiamo "morale" ha a che fare con la presenza di almeno un altro. Il dottor palma è criptico, con il suo aggettivo "clanico", ma nell'essenza questa parola è forse la più esatta che si possa utilizzare, per descrivere l'origine (e quindi il senso) delle proposizioni morali.
Ciò nonostante, la Sua percezione intuitiva che la porta a cercare di pensare alla morale anche nel caso ipotetico di totale solitudine è altrettanto esatta.
Per superare l'apparente contraddizione occorre rilevare che la totale solitudine è una condizione impossibile, per l'essere umano. Perché l'essere umano può non avere figli, famiglia, né amici; può essersi rifugiato nella caverna da solo, o arrampicato in un palo come un anacoreta, ma non può non avere genitori. Non può essersi dato la vita da solo. E quindi se la presenza di altri soggetti può non esistere nel suo presente o nel suo futuro, non può non esistere nel suo passato, il che è decisivo per spiegare l'origine (e quindi il significato) della morale quale io credo che sia.
Provo a portare un esempio. Il caso di solitudine più estrema che si riesce a immaginare è quello del Robinson Crusoe sperduto da solo in un'isola deserta, senza possibilità alcuna di uscirne. Nel film Cast Away di qualche anno fa questo tema è sviluppato in una forma attualizzata. Di quel film (se lo ha visto) forse ricorderà la scena in cui Tom Hanks si prepara un cappio, lo fissa ad un albero, se lo passa attorno al collo e si dispone a lasciarsi nel vuoto. Resta immobile in riflessione alcuni minuti, poi si blocca: qualcosa gli impedisce di farlo. Quindi sfila via il cappio e si rassegna a continuare a vivere, nonostante il fatto che la scelta "razionale", in quel frangente, paresse con ogni evidenza quella del suicidio. E nonostante che non ci sia nessuno attorno a lui, nessuno addirittura che sappia della sua esistenza, né ci possa essere nessuno nel suo orizzonte degli eventi, almeno in quel momento della storia.
La scena è finzione cinematografica, ma noi sentiamo che è assolutamente realistica. Anche laddove l'individuo sia solo, e nella solitudine più assoluta e irrisolvibile, la Coscienza non cessa di operare. La legge morale è dentro di me, proprio come il cielo stellato è sopra di me, e sul suo funzionamento non c'è nulla da aggiungere a quanto detto da Kant. Non ci sono calcoli di vantaggi o svantaggi, problematiche "utilità" marginali o non marginali, e neppure convenzioni sociali a guidare l'io devo: esso viene prima di ogni pensiero, e come una sorta di pilota automatico delle passioni domina anche la Ragione, che si illude soltanto di essergli superiore, mentre è sempre, in ogni istante, prona al suo servizio come un'ancella.
E anche qui non c'è nulla da aggiungere a quanto detto da Hume.

Lei ha perfettamente ragione nel notare una incongruenza logica nel tentativo di razionalizzare la morale come una struttura (o sovrastruttura fate voi) che si sviluppa a posteriori per giustificare i rapporti di potere determinati a priori dalla lotta di classe o comunque dalla legge del più forte (come la intendeva Marx).
E' sbagliata la consecutio temporum. Con le parole sue: io voglio potere, perché voglio, se no cosa me ne faccio del potere. Ma se voglio, devo già sapere cosa voglio: se qui e ora io voglio X, allora X esiste già. L'oggetto del mio volere, la mia scelta morale cioè, è anteriore alla mia brama di potere, perché solo una Coscienza già formata può volere.

Questo però non è il punto di arrivo, è solo un punto di partenza. Perché se Kant mette a fuoco con la massima chiarezza desiderabile il modus operandi della legge interiore, poco o nulla ci dice del suo contenuto. Egli sostiene che in qualche modo il bene e il male siano autoevidenti all'uomo dotato di ragione, e così facendo apre la strada alle più pericolose dittature morali, perché affrema l'esistenza di verità etiche, ed assegna arbitrariamente alla "ragione" il diritto esclusivo di dispensarle.
Mentre manca di indagare il problema nel senso più vero, quello che intuisce lei: e chi cazzo ce li ha messi questi Valori, dentro di me? Dio? E perché? E perché proprio questi? Ah, il perché lo sa lui? E perché lo stesso Dio, se ce ne è uno solo, ha messo valori così diversi dentro le Coscienze di uomini appartenenti a popoli diversi? Per divertirsi poi a vederli bisticciare? Perché questi Valori cambiano, evolvono, nel corso delle epoche storiche? Forse Dio cambia idea?
E se io non ci credessi, in Dio?

Io credo invece che anche i Valori vadano giustificati, con argomenti razionali.
E che per farlo si debba indagare la loro origine, che è "clanica" come bene dice il palma, ossia associata al funzionamento interno dei gruppi sociali, e in particolare di quelli che la sociologia classifica come gruppi sociali primari.

Ma per questo, come il tenero giacomo della settimana enigmistica, la rimando all'ultima pagina, cioè alla prossima puntata, se ha voglia di discuterne con me, perché altrimenti la faccio troppo lunga. Rinnovando i miei complimenti per aver voluto affrontare, in un blog aperto, un argomento come questo, dove non ci sono "professori" e "incompetenti" e dove ci si mette a nudo, la saluto. Saluti anche ad Annabella.

I valori non son giustificati da nulla. sono ordinalmente classificabili. Cercai di spiegare perche, (su noisefromerika, viz. Martedì, 21 febbraio, 2012 - 06:00 - Dei valori e delle pene, dilemma di un sabato sera)



per metterlo in una terminologia che mi appartiene. se io do un valore altissimo all'estetica delle donne che vanno a letto con me (chi scrive e' maschio assai anziano, ma visse, anche di vicende del genere), tale valore puo' esser enorme al punto di pensare opportuno bruciare la lingua con l'acido a chi ne dubitasse la bellezza. si, e' un fenomeno eccentrico, ma consideri che vi e' chi uccide con tutti i costi del caso, perche' la persona vittima sostiene il Cesena e non il Milan. non so bene cosa siano le giustificazioni razionali dei valori. si noti che i valori NON sono dipendenti da regole morali. su questo han ragione gli economisti veri. I valori che un soggetto si diede sono inducibili a posteriori, il piu; delle volte da osservazioni del comportamento del soggetto (ha piu' valore comprarsi il giornale che il gelato al limone, esclusivamente perche' palma si compro' il giornale), hanno nessuna essenza naturale, non sono elettroni, sono il prodotto della gerarchia ordinale: quel che se ne puo' dire e' che dato un soggetto questi sono sempre in tre categorie, piu' in alto piu' in basso e in una vasta zona di indifferenza, e.g.  metre so benissimo che porrei garnde valore nel diventare un violoncellista migliore di tortelier di tirar calci al pallone meglio di Mazzola, mi fotte proprio nulla, ma NULLA (ergo sono indifferente tra il valore di diventare Mazzola o di diventare Totti)

mi scusi, ma il razionalismo applicato al nulla e' perversamente irrazionale.

intendo spiegare.

Non si possono fornire giudizi di valore sui Valori, evidentemente.

Razionalmente però si può indagare non solo come fuzionino (di questo Kant ha detto tutto quello che c'era da dire), ma anche cosa essi siano, e a cosa servano. 
Si può ricostruire il percorso che ha portato a crearli.
E tramite la congruità dei propositi con i risultati si può dare, anche sui Valori, un certo tipo di giudizio, loro peculiare.

Cercai anche io, nel mio piccolo, di spiegare come (secondo me, si capisce) ciò si possa fare.
Non posto link. Domani con calma, se ne ha voglia, ne riparliamo.
Buonanotte.

1. Nota a margine. Per evitare un equivoco. Questo è un dibattito sull'etica, quindi con la parola "Valori" io intendo i Valori morali. Lo davo per scontato. Non confondiamoli col "Valore", quello indagato da Marx, Ricardo, Walras etc.. che a sua volta è da non confondere col prezzo)

2. Nota a margine. Avevo già letto, con molta attenzione, il post da Lei linkato, compresi obiezioni e commenti tutti. Per giocare a carte scoperte posso anticipare subito che la mia posizione (ebbene sì, anche se non ho la patente di filosofo, ho una mia teoria morale) è più vicina a quella di Rodotà che a quella di Brusco (anche se c'è molto da argomentare per dire come ci si arriva).
La mamma non si vende a nessun prezzo, il giudice non può che assolvere l'innocente, se anche la conseguenza necessaria di ciò fosse una guerra intergalattica e l'estinzione del genere umano, eccetera. La Giustizia, il bene ed il male, sono anteriori a qualunque calcolo razionale. Quindi sì, i Valori (morali) sono intrinsecamente irrazionali, come bene dice Lei. E non possono essere oggetto di Quantificazioni.
Ciò nonostante, essi esistono, altrimenti non saremmo qui a parlarne.
Di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere; ma "ciò di cui non si può parlare" è ciò che non è.
I Valori morali sono (qualunque cosa essi siano) e dunque di essi si può parlare. 
Ma di ciò di cui si può parlare, si deve parlare con chiarezza. Quindi la ragione, scacciata poc'anzi, rientra subito in gioco.