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Etica, politica, vita (I)

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Dice il Palma che il potere viene prima della morale e che quest'ultima lo razionalizza. Due osservazioni.

(1) Che forse questo e' tema per la prossima puntata, ossia per la politica. Vero che e' difficile pensare ad un qualsiasi ruolo per la morale in ambito di totale solipsismo ma non impossibile, spero concorderai. Seppur convinto che il 90% (o 99%) di quanto chiamiamo "morale" abbia a che fare con la presenza di almeno un altro insisterei sull'opportunita' di provare a pensare alla morale anche nel caso ipotetico di totale solitudine. Tempo perso? Forse ma non necessariamente.

(2) Seppur spesso l'argomento che proponi m'abbia convinto (a dire il vero, quasi sempre pensando alla politica) devo dire che sul piano puramente logico mi lascia insoddisfatto. Non per ragioni banalotte del tipo "che immorale, pensa solo al potere", sia chiaro. Ma proprio sul puro piano della teoria positiva: anche colui, o coloro, che "cercano solo il potere per se stessi" ha/hanno alla fine un obiettivo, una motivazione, un anelito che li spinge. Fosse anche solo fare "il cazzo che gli tira al momento" questa e' la loro morale e, piaccia o meno, in qualche maniera l'hanno scelta. Detto altrimenti, potere e morale viaggiano in coppia e sono le facce (nell'ambito interpersonale) d'una medesima medaglia, l'una giustifica l'altro, l'uno sorregge l'altra. Sono, quindi, codeterminati anche proprio sul piano logico: voglio potere perche' voglio e se voglio esiste un X che voglio ed ho scelto di ottenere.

Ragioni schiave delle passioni e viceversa vorrei aggiungere. Il caso del potere e della morale mi sembra paradigmatico: solo le passioni che riescono a schiavizzare tanto la ragione da renderla ad esse, alla loro realizzasione, funzionale hanno maniera di realizzarsi. Le altre son fiammate che tendono ad autodistruggersi. Questa a me e' sempre apparsa osservazione non secondaria, ancor piu' convincente post Damasio et al. se e' vero, come l'evidenza da loro cumulata sembra suggerire, che senza passioni a motivarla la ragione non solo serve a nulla ma proprio non funziona, non e' piu' "razionale" ma sconessa, inefficace, irrazionale ... Il che ci porta ancora al punto del telos, della conoscenza di se stessi e della scelta (fra le mille passioni spesso contrastanti che fan baldoria dentro di noi quotidianamente) di quelle da seguire e di quelle che no. Razionalmente, temo.

Regressione non finita a cosa motiva cosa. Verissimo, ammetto che vi sia questo grande casino. Ma non solo qui, non credi? Non e' forse questo altro che un caso speciale del problema generale dei "fondamenti" di questo o di quello che pensiamo di "conoscere". Qui, come altrove, io tendo ad accontentarmi, per puro pragmatismo, di fermare la marcia indietro in un qualche punto arbitrario temporaneamente soddisfacente. Non so se l'X(t) (in parole: la "motivazione X che il giorno t =0,1,2, ... m'accontento di dare al mio principio/proposito in esame) sia quella "giusta", definita o fondamentale (ossia "vera" :)) ma, nella misura in cui non so andare onestamente oltre mi fermo ed aspetto che nuovi stimoli o evidenze mi ripropongano di nuovo la questione. Ma nel frattempo, a t, X(t) e' la "motivazione" del mio agire, il suo fondamento. Temporaneamente assoluto, se posso cosi' dire.

Soggetto confuso: senza dubbio alcuno, non ne discuteremmo da decenni (tu ed io, altri da secula seculorum) se tale non fosse. Ma that's where the fun comes from, no?

Sur le fond, perdonami, ma fai un gioco di parole sulla parola "vita". Che e' certamente la cosa biologica o molecolare che accenni e lo sono anche la tua e la mia. Ma, nondimeno, la tua e la mia sono le specifiche realizzazioni biologiche che ci interessano e, siccome le viviamo, in qualche maniera, scegliamo di viverle visto che non ci siamo ancora uccisi. Onde per cui, piaccia o meno, un senso l'abbiamo scelto, fosse anche lo sforzo sisifico di negarglielo ogni giorno. Mi sembra impossibile sfuggire da questo fatto: che la vita del signor S qualche senso il signor S deve averle attribuito. Il suo senso. Mi focalizzo troppo sul dasein? Forse, vizio antico come sai ma inevitabile per quanto mi riguarda. E non credo riguardi solo me ...
 

Clanico (Palma a volte riesce ad essere ermetico assai, hence il link) o gamico (a volte lo imito :))?

Sulla regola giocosa che suggerisci son da tempo in accordo MA, faccio umilmente notare, anche questa, soprattutto questa, regola e' appunto una morale. Te la sei scelta, come il sottoscritto e con qualche motivazione ne son certo. Di questo si discute, trattasi di regola morale prima che della teoria dei giochi (la quale ci offre mille altre strategie di implementare l'intuizione generale del "tit for tat" in giochi ripetuti.  A volte basta una deviazione, a volte meglio due o tre o cinque ... ed anche la punizione e' non necessarimente unica, dipende. E se dipende, per esempio, dal costo della punizione non solo per chi la subisce ma per chi la somministra ecco che la morale, nel senso in cui ho provato qui a discuterla, rientra dalla finestra nella versione "funzione di utilita'" la quale e' tutto fuorche' un "dato naturale immutabile", come siamo andati imparando.
 

Da cui segue, chiaramente, che la tua osservazione "parfittiana" e' perfettamente condivisibile (ne' K ne' C soddisfano i requisiti fondazionali che aspirano darci) ma proprio per questo rende rilevante che ne dibattiamo. Ossia, perche' cazzo siamo (sono, ma credo tu lo sia) in accordo con l'invettiva di Parfit (ora che mi sovviene, da qualche parte su questo sito ho la bozza di una lunga pippa sui due oramai non piu' recenti tomi del signore in questione ... dovrei finirla, lo facciamo assieme?) anche se non sappiamo forse bene (nel giochetto a ritroso che hai suggerito ed ho discusso prima con il mio X(t)) perche' cazzo siamo (sono) cosi' convinti che Parfit abbia "ragione" a prendersela? L'esempio delle veroniche ovviamente calza e non smetto mai di chiedermi perche' - quando son tentato di dirmi "beh, alla fine, la signora ha realizzato il suo telos cosi' facendo: vendersi sapeva e non altro, si vendette e visse non peggio di quando avrebbe fatto se non si fosse venduta al miglior offerente". Lei di certo cosi' la vede ogni volta che arrivano gli Nmila euro mensili che le son toccati ... e chi son io per darle torto? - invece a me sembra non solo che la cosa sia "immorale" ma che nemmeno lei lo abbia gradito? 

Ragione per cui NON ti credo neanche per un secondo quando scrivi che "se la domanda e' come comportarmi, e' di una banalita' eclatante."

Infatti gli esempi che porti suggeriscono proprio questo, che le tue regole morali ce le hai eccome. Che il loro fondamento sia alla Hume non lo dubito, l'uomo aveva colto nel segno li'. Ma non basta: di passioni tante ne abbiamo ed in conflitto, incluso sugli esempi che sollevi. Se decidi di dare priorita' ad una passione e non all'altra allora, mi dispiace, hai scelto il senso della vita tua, almeno temporaneamente e ti sei scelto una morale. 

Dell'inevitabilita' di tale scelta si discute. Dell'opportunita' che sia cosciente, ossia che riconosciamo d'averla fatta e cerchiamo anche di capire cosa, in noi, ci ha spinto a farla quando e perche' (e se saremmo disposti a mutarla) volevo discutere. E ti ringrazio per averci contribuito.

Ma questo tema mi interessa assai.

Vero che è difficile pensare ad un qualsiasi ruolo per la morale in ambito di totale solipsismo ma non impossibile, spero concorderai. Seppur convinto che il 90% (o 99%) di quanto chiamiamo "morale" abbia a che fare con la presenza di almeno un altro insisterei sull'opportunita' di provare a pensare alla morale anche nel caso ipotetico di totale solitudine. Tempo perso? Forse ma non necessariamente.

Non il 90% o 99%, tutto ciò che chiamiamo "morale" ha a che fare con la presenza di almeno un altro. Il dottor palma è criptico, con il suo aggettivo "clanico", ma nell'essenza questa parola è forse la più esatta che si possa utilizzare, per descrivere l'origine (e quindi il senso) delle proposizioni morali.
Ciò nonostante, la Sua percezione intuitiva che la porta a cercare di pensare alla morale anche nel caso ipotetico di totale solitudine è altrettanto esatta.
Per superare l'apparente contraddizione occorre rilevare che la totale solitudine è una condizione impossibile, per l'essere umano. Perché l'essere umano può non avere figli, famiglia, né amici; può essersi rifugiato nella caverna da solo, o arrampicato in un palo come un anacoreta, ma non può non avere genitori. Non può essersi dato la vita da solo. E quindi se la presenza di altri soggetti può non esistere nel suo presente o nel suo futuro, non può non esistere nel suo passato, il che è decisivo per spiegare l'origine (e quindi il significato) della morale quale io credo che sia.
Provo a portare un esempio. Il caso di solitudine più estrema che si riesce a immaginare è quello del Robinson Crusoe sperduto da solo in un'isola deserta, senza possibilità alcuna di uscirne. Nel film Cast Away di qualche anno fa questo tema è sviluppato in una forma attualizzata. Di quel film (se lo ha visto) forse ricorderà la scena in cui Tom Hanks si prepara un cappio, lo fissa ad un albero, se lo passa attorno al collo e si dispone a lasciarsi nel vuoto. Resta immobile in riflessione alcuni minuti, poi si blocca: qualcosa gli impedisce di farlo. Quindi sfila via il cappio e si rassegna a continuare a vivere, nonostante il fatto che la scelta "razionale", in quel frangente, paresse con ogni evidenza quella del suicidio. E nonostante che non ci sia nessuno attorno a lui, nessuno addirittura che sappia della sua esistenza, né ci possa essere nessuno nel suo orizzonte degli eventi, almeno in quel momento della storia.
La scena è finzione cinematografica, ma noi sentiamo che è assolutamente realistica. Anche laddove l'individuo sia solo, e nella solitudine più assoluta e irrisolvibile, la Coscienza non cessa di operare. La legge morale è dentro di me, proprio come il cielo stellato è sopra di me, e sul suo funzionamento non c'è nulla da aggiungere a quanto detto da Kant. Non ci sono calcoli di vantaggi o svantaggi, problematiche "utilità" marginali o non marginali, e neppure convenzioni sociali a guidare l'io devo: esso viene prima di ogni pensiero, e come una sorta di pilota automatico delle passioni domina anche la Ragione, che si illude soltanto di essergli superiore, mentre è sempre, in ogni istante, prona al suo servizio come un'ancella.
E anche qui non c'è nulla da aggiungere a quanto detto da Hume.

Lei ha perfettamente ragione nel notare una incongruenza logica nel tentativo di razionalizzare la morale come una struttura (o sovrastruttura fate voi) che si sviluppa a posteriori per giustificare i rapporti di potere determinati a priori dalla lotta di classe o comunque dalla legge del più forte (come la intendeva Marx).
E' sbagliata la consecutio temporum. Con le parole sue: io voglio potere, perché voglio, se no cosa me ne faccio del potere. Ma se voglio, devo già sapere cosa voglio: se qui e ora io voglio X, allora X esiste già. L'oggetto del mio volere, la mia scelta morale cioè, è anteriore alla mia brama di potere, perché solo una Coscienza già formata può volere.

Questo però non è il punto di arrivo, è solo un punto di partenza. Perché se Kant mette a fuoco con la massima chiarezza desiderabile il modus operandi della legge interiore, poco o nulla ci dice del suo contenuto. Egli sostiene che in qualche modo il bene e il male siano autoevidenti all'uomo dotato di ragione, e così facendo apre la strada alle più pericolose dittature morali, perché affrema l'esistenza di verità etiche, ed assegna arbitrariamente alla "ragione" il diritto esclusivo di dispensarle.
Mentre manca di indagare il problema nel senso più vero, quello che intuisce lei: e chi cazzo ce li ha messi questi Valori, dentro di me? Dio? E perché? E perché proprio questi? Ah, il perché lo sa lui? E perché lo stesso Dio, se ce ne è uno solo, ha messo valori così diversi dentro le Coscienze di uomini appartenenti a popoli diversi? Per divertirsi poi a vederli bisticciare? Perché questi Valori cambiano, evolvono, nel corso delle epoche storiche? Forse Dio cambia idea?
E se io non ci credessi, in Dio?

Io credo invece che anche i Valori vadano giustificati, con argomenti razionali.
E che per farlo si debba indagare la loro origine, che è "clanica" come bene dice il palma, ossia associata al funzionamento interno dei gruppi sociali, e in particolare di quelli che la sociologia classifica come gruppi sociali primari.

Ma per questo, come il tenero giacomo della settimana enigmistica, la rimando all'ultima pagina, cioè alla prossima puntata, se ha voglia di discuterne con me, perché altrimenti la faccio troppo lunga. Rinnovando i miei complimenti per aver voluto affrontare, in un blog aperto, un argomento come questo, dove non ci sono "professori" e "incompetenti" e dove ci si mette a nudo, la saluto. Saluti anche ad Annabella.

I valori non son giustificati da nulla. sono ordinalmente classificabili. Cercai di spiegare perche, (su noisefromerika, viz. Martedì, 21 febbraio, 2012 - 06:00 - Dei valori e delle pene, dilemma di un sabato sera)



per metterlo in una terminologia che mi appartiene. se io do un valore altissimo all'estetica delle donne che vanno a letto con me (chi scrive e' maschio assai anziano, ma visse, anche di vicende del genere), tale valore puo' esser enorme al punto di pensare opportuno bruciare la lingua con l'acido a chi ne dubitasse la bellezza. si, e' un fenomeno eccentrico, ma consideri che vi e' chi uccide con tutti i costi del caso, perche' la persona vittima sostiene il Cesena e non il Milan. non so bene cosa siano le giustificazioni razionali dei valori. si noti che i valori NON sono dipendenti da regole morali. su questo han ragione gli economisti veri. I valori che un soggetto si diede sono inducibili a posteriori, il piu; delle volte da osservazioni del comportamento del soggetto (ha piu' valore comprarsi il giornale che il gelato al limone, esclusivamente perche' palma si compro' il giornale), hanno nessuna essenza naturale, non sono elettroni, sono il prodotto della gerarchia ordinale: quel che se ne puo' dire e' che dato un soggetto questi sono sempre in tre categorie, piu' in alto piu' in basso e in una vasta zona di indifferenza, e.g.  metre so benissimo che porrei garnde valore nel diventare un violoncellista migliore di tortelier di tirar calci al pallone meglio di Mazzola, mi fotte proprio nulla, ma NULLA (ergo sono indifferente tra il valore di diventare Mazzola o di diventare Totti)

mi scusi, ma il razionalismo applicato al nulla e' perversamente irrazionale.

intendo spiegare.

Non si possono fornire giudizi di valore sui Valori, evidentemente.

Razionalmente però si può indagare non solo come fuzionino (di questo Kant ha detto tutto quello che c'era da dire), ma anche cosa essi siano, e a cosa servano. 
Si può ricostruire il percorso che ha portato a crearli.
E tramite la congruità dei propositi con i risultati si può dare, anche sui Valori, un certo tipo di giudizio, loro peculiare.

Cercai anche io, nel mio piccolo, di spiegare come (secondo me, si capisce) ciò si possa fare.
Non posto link. Domani con calma, se ne ha voglia, ne riparliamo.
Buonanotte.

1. Nota a margine. Per evitare un equivoco. Questo è un dibattito sull'etica, quindi con la parola "Valori" io intendo i Valori morali. Lo davo per scontato. Non confondiamoli col "Valore", quello indagato da Marx, Ricardo, Walras etc.. che a sua volta è da non confondere col prezzo)

2. Nota a margine. Avevo già letto, con molta attenzione, il post da Lei linkato, compresi obiezioni e commenti tutti. Per giocare a carte scoperte posso anticipare subito che la mia posizione (ebbene sì, anche se non ho la patente di filosofo, ho una mia teoria morale) è più vicina a quella di Rodotà che a quella di Brusco (anche se c'è molto da argomentare per dire come ci si arriva).
La mamma non si vende a nessun prezzo, il giudice non può che assolvere l'innocente, se anche la conseguenza necessaria di ciò fosse una guerra intergalattica e l'estinzione del genere umano, eccetera. La Giustizia, il bene ed il male, sono anteriori a qualunque calcolo razionale. Quindi sì, i Valori (morali) sono intrinsecamente irrazionali, come bene dice Lei. E non possono essere oggetto di Quantificazioni.
Ciò nonostante, essi esistono, altrimenti non saremmo qui a parlarne.
Di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere; ma "ciò di cui non si può parlare" è ciò che non è.
I Valori morali sono (qualunque cosa essi siano) e dunque di essi si può parlare. 
Ma di ciò di cui si può parlare, si deve parlare con chiarezza. Quindi la ragione, scacciata poc'anzi, rientra subito in gioco.