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Era meglio se continuava a tacere

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Ne sulla lettura della sentenza, ne soprattutto sulla sua sostanza, che è quello che mi interessa davvero. La sentenza cita chiaramente il principio che i fondi societari devono essere destinati esclusivamente alle finalità dell'impresa, che sono quelli scritti nell'oggetto. Non ci sarebbe bisogno di scrivere un oggetto sociale e depositarlo alla camera di Commercio, di uno statuto, e della pubblicità della visura camerale, della visibilità dei bilanci, del collegio dei sindaci revisori dei conti, del collegio sindacale e di tutte queste amenità sui princìpi contabili, se l'imprenditore potesse fare quel che vuole dei fondi societari. Infatti l'imprenditore italiano tipico percepisce tutte queste cose come inutile burocrazia, perdite di tempo e rotture di cojoni.

Per la sentenza: i pagamenti virtuali integrano il reato di bancarotta fraudolenta, anche se operati in un tempo in cui il dissesto societario non era ancora in essere, e non era prevedibile. Così la sentenza. Non saltare il passaggio in corsivo, ho citato la sentenza per quello. La sentenza continua con le parole:

il dolo consiste nella coscienza e volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa rispetto alle finalità dell'impresa

E' per questo che l'avevo citata. La lettura di queste parole della sentenza, queste del riquadro, che riguardano l'elemento psicologico del delitto e cioè la sua natura, è chiara e inequivocabile. Non ammettono tante interpretazioni, puoi leggerle solo per quello che dicono. Le interpretazioni giuridiche riguardano la fattispecie del reato e la sua punibilità effettiva: è evidente che finché l'azienda resta in piedi, i pagamenti virtuali non sono dimostrabili, perché si potrà sempre affermare che quei soldi erano tutti guadagnati. Ma la sostanza del delitto consiste nel depauperamento dell'azienda tramite distrazione di fondi societari per scopi personali, ed è a priori della bancarotta. Questo dice la sentenza. Altrimenti il ricorso presentato dal B. si sarebbe dovuto accogliere.

Riguardo all'etica d'impresa: Torno a ripetere che la separazione netta tra fondi societari e borsello del padrone è un princìpio cardine dell'etica d'impresa, prima che un principio giuridico; e che in italia è malcompreso, maldigerito, se non del tutto assente. Aggiungo che la pretesa di affidarsi sempre al "mercato" che si regolerebbe da solo è la più deprecabile delle tendenze immoraliste del liberalismo nostrano: l'idea del mercato che farebbe automaticamente selezione premiando i virtuosi e facendo fallire i viziosi è una superstizione. Un tessuto di imprese ove tutti gli amministratori assumono la ganza e il figlio e la moglie, o elargiscono a se stessi stipendi abnormi, è come una gara automobilistica dove tutte le auto competono con la stessa zavorra. Continuano quindi a vivere (male, e non sempre) nella competizione interna, mentre se si azzardano a uscire all'estero per partecipare a una corsa contro auto non zavorrate, arrivano ultimi. E infatti così accade. Ma se anche così non fosse, la sostanza delittuosa dell'ammanco resterebbe tale. Si può immaginare facilmente una azienda che mantiene la moglie e il figlio del padrone col lavoro straordinario di qualche dipendente più efficiente della media.

E aggiungo anche (ma qui si va fuori tema, come mi è stato fatto notare, della responsabilità sociale d'impresa si è discusso altrove su nFA) che il privato che si rende inefficiente perché deruba la sua azienda non crea nocumento soltanto al suo patrimonio personale, ed eventualmente a quello degli altri soci. Il danno è molto più esteso. Crea un danno erariale e dei costi sociali, diretti o indiretti; sia in caso di intervento, che di non-intervento dello stato; crea sofferenza per i suoi dipendenti, nei confronti dei quali pure ha dei doveri; poi dei creditori, dei debitori e dei fornitori; poi dell'indotto che può aver generato; infine del suo pacchetto clienti. I tanto vituperati clienti, di cui non si ricorda mai nessuno.

...una costruzione giuridica. Quindi il problema si pone in tale contesto. Non serve tirare in ballo concetti vaghi e indefiniti come la responsabilità sociale delle imprese. L'irresponsabilità è sostanzialmente prevista dalla legge che però deve necessariamente definirne le caratteristiche. Il problema invece non si pone in senso stretto per il singolo imprenditore (società di persone) che invece non può invocare la responsabilità limitata ed è quindi, in ultima analisi, sempre legato alle vicende della propria impresa. Anche se, a dire il vero, nella realtà ci possono essere sempre delle situazioni in cui i danni potenziali che qualcuno può produrre ad altri o alla colletività sono assai superiori alle sue capacità di indennizzo.

Tuttavia per tornare al punto di partenza, ovvero alla responsabilità di un soggetto giuridico, ma necessariamente governato da soggetti fisici, è assolutamente normale e necessario che la legge, introducendo la possibilità di limitare la responsabilità degli atti economici di qualcuno alla consistenza patrimoniale di una entità chiamata società, si preoccupi di assicurare la veridicità di quanto viene rappresentato ai terzi che in buona fede si fidano (anche se tale impresa,  nel mondo attuale, è piuttosto ardua). A tale proposito i sistemi giuridici prevedono anche un reato noto come 'falso in bilancio' che si consuma anche in corso d'opera e non solo la 'bancarotta' che è solo un evento conclusivo. In generale, la risposta alla domanda se una impresa possa fare ciò che vuole con i propri soldi è: sicuramente sì, se sono identificati come 'utili o profitti' mentre negli altri casi ci sono delle limitazioni (che però non sono uguali dappertutto). Il contesto è assai sdrucciolevole e si presta ad abusi: sia da un  lato (imprenditore/dirigente che usa disinvoltamente le risorse aziendali) che dall'altro (magistrati che vorrebbero limitare la libertà d'azione degli imprenditori, anche per ragioni 'ideologiche'). In Italia il ventennio berlusconiano ha sicuramente prodotto effetti pericolosi sulle leggi che regolano tale materia (depenalizzando e deregolamentando), lasciando assai maggiore discrezionalità ai soggetti più disinvolti e dimenticando che la responsabiltà limitata non è un 'diritto naturale'. Dall'altro lato ci sono dei magistrati che vorrebbero sanzionare anche ciò che non gli piace, non solo ciò che prevede la legge (che di solito è scritta molto male).

Avevo accennato alla responsabilità sociale d'impresa solo per dire che non è questo il luogo per parlarne, altrimenti si va fuori tema. Ma trovo che non ci sia nulla di "vago e indefinito" nel suo concetto, come in generale nei concetti morali. E che il tentativo di eluderli, soprattutto nel trattare un tema delicato come le pensioni, sia immorale.
Insisto nel dire che il comportamento sopra descritto, cioè il vizio di assegnare incarichi inutili ed esageratamente retribuiti a mogli, ganze e figli, è -  in se -  un comportamento fraudolento. Il principio che i fondi societari devono essere destinati esclusivamente alle finalità dell'impresa è un principio cardine dell'etica d'impresa, ma è anche un principio giuridico. Nel caso descritto, respingendo il ricorso del B., la Cassazione ha scritto che il dolo consiste nella coscienza e volontà dare al patrimonio sociale una destinazione diversa rispetto alle finalità dell'impresa. Questo mi pare chiarissimo nella sostanza, e comunque, se anche non lo dicesse la Cassazione, lo dico io.

Quando scrivi che l'impresa può impiegare gli "utili o profitti" come vuole usi la parola utili, che mi fa pensare che anche tu faccia confusione tra utile e fondi societari. Sono d'accordo che il contesto è sdrucciolevole, e non c'è dubbio che i soci possano fare cosa vogliono degli utili d'impresa. Ma quell'amministratore che assume il figlio, la moglie o la ganza, strapagandolo/a per fare poco o niente, non usa mica l'utile netto d'impresa. Sta distraendo fondi societari per scopi personali prima della determinazione dell'utile. Con questo non c'è dubbio che stia alterando i bilanci: se poi questa alterazione si possa far rientrare nel reato di falso in bilancio secondo la normativa vigente non lo so, e non mi interessa approfondirlo. Diciamo che le leggi sono sempre migliorabili: se non ci rientra forse può essere una buona idea farcelo rientrare. Quello che si deve tenere fermo sono i princìpi, cui le leggi si ispirano o dovrebbero ispirarsi. E quello posto qui sotto osservazione è un principio fondamentale della buona etica d'impresa, che in italia è purtroppo tragicamente carente.