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Le quote di bankitalia: un approfondimento

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In un commento al primo articolo della serie avevo azzardato un ragionamento e qualche conto. In breve, una rivalutazione delle partecipazioni in BdI a 7.5 mld€ da 156.000 € significherebbe, su 78 anni, un rendimento nominale medio annuo di 14.8% (senza tener conto dei dividendi e, magari, del fatto che, come scrive Giovanni Federico nel post precedente, "Il valore nominale delle azioni fu fissato in 1000 lire, di cui però solo 600 versate"). Considerando che il tasso di inflazione medio sul periodo è stato di circa 10.4%, risulterebbe un rendimento reale medio del 4% annuo.

Da questo post scopro che la partecipazione in Fed paga il 6% nominale annuo (dai link non capisco bene se sia sempre stato così, ma mi pare di capire di sì). Da qui ottengo che l'inflazione media USA dal 1936 ad oggi è stata circa 3.7%, per cui mi pare si possa dire che negli ultimi 78 anni la partecipazione in Fed abbia reso mediamente qualcosa come un 2% reale annuo.

Ora, capisco che comparare un "investimento" in Fed con uno in BdI sia cosa complicata (non ho idea, ad esempio, di quale potrebbe essere la differenza nel premio al rischio, specie in termini storici). Comunque le osservazioni sopra mi portano alla seguente domanda: avrebbe avuto senso, da parte di BdI, "calibrare" le politiche di dividendo in maniera che la valorizzazione conseguente del capitale fosse coerente con un rendimento reale storico considerato "equo"? (E comunque, perché non rimborsare le quote oltre il 3% secondo tale valorizzazione "equa", indipendentemente dalle promesse per il futuro?)

una piccola precisazione: il capitale nominale era 500 milioni (500000 azioni da 100000) - di cui versati 300 (600 lire per azione)

media

Giovanni Vera 7/2/2014 - 22:38

La media del rendimento dal 1936 è fuorviante, perché fino ai primi anni 90 i soci erano istituti pubblici. In seguito alle privatizzazioni la politica di dividendi divenne molto più generosa, passando dallo 0,1% allo 0,5% delle riserve (ringraziamo Fazio per questo): è come se, conclusa una compravendita, il venditore decidesse di apportare costose migliorie a proprie spese al bene venduto. Il gentile omaggio è da parte degli ignari contribuenti verso gli azionisti delle banche.

La media del rendimento dal 1936 è fuorviante, perché fino ai primi anni 90 i soci erano istituti pubblici. In seguito alle privatizzazioni la politica di dividendi divenne molto più generosa [...]

Io non sono sicuro che sia così fuorviante. In fondo i diritti patrimoniali che vantano i partecipanti in BdI oggi sono proporzionali a quell'unico versamento di capitale nel 1936. Cioè: se io ho tra le mani un titolo che vale Y e che avevo pagato X, non posso che considerare X per calcolarmi il rendimento. A meno che Y non rappresenti un puro e semplice regalo, che nulla più o poco c'entra con X. Riprovo allora a formulare meglio il mio quesito, se riesco. Riprendo ad es. le ultime righe del post, in nota:

[...] nell'applicazione di una regola distribuzione di dividendi pari al 6% del capitale [...] Nel caso della Banca d'Italia, invece, il 6% sarebbe applicato ad un capitale mai versato (a parte gli originari 300 milioni di lire), ma nominalmente ottenuto attingendo alle riserve di valore della Banca d'Italia stessa.

I "saggi" fanno notare (a pag. 29 del documento linkato nel post) che il valore attuale di un flusso di dividendi pari a circa il 6% di 5-7.5 mld€, sarebbe comunque dentro la forchetta 5-7.5 mld€ (sotto le ipotesi r = 4.6%, liquidity discount = 20%, etc.). Quindi si potrebbe ritenere (ipotesi 1) che BdI "regali" generosi flussi ai partecipanti, aggiornando solo oggi il valore del regalo da un punto di vista contabile; oppure (ipotesi 2) che il passaggio di circa 7.5 mld€ da riserve a capitale sociale sia un "equo" aggiustamento contabile di una politica di distribuzione dei dividendi che non è stata equa fino a pochi anni fa (in altre parole, come se quei 7.5 mld€ a riserva fossero utili non distribuiti e rivalutati per più di mezzo secolo).

Allora la mia domanda è: non sarebbe opportuno da parte di BdI giustificare, almeno da un punto di vista teorico, l'attuale politica di distribuzione dei dividendi (quindi il valore delle partecipazioni) sulla base di un rendimento storico considerato equo? O quantomeno, non sarebbe opportuno adottare tale criterio per definire il prezzo di rimborso delle partecipazioni sopra il 3%?

In fondo i diritti patrimoniali che vantano i partecipanti in BdI oggi sono proporzionali a quell'unico versamento di capitale nel 1936. Cioè: se io ho tra le mani un titolo che vale Y e che avevo pagato X, non posso che considerare X per calcolarmi il rendimento. A meno che Y non rappresenti un puro e semplice regalo, che nulla più o poco c'entra con X. 

I partecipanti non vantano alcun diritto patrimoniale, tant'è che eventuali redistribuzioni dei profitti della banca centrale sono sempre avvenuti come gentile concessione legislativa, una regalia che ci stava anche finchè si configurava come un rimborso spese per la partecipazione, ma che non è ammissibile una volta oltrepassato quel livello.

Gli utili e le riserve di Banca d'Italia derivano primariamente da attività di monopolio pubblico, è da paese incivile il solo pensare di poterle distribuire ad un determinato gruppo di privati.

Rileggendo mi rendo conto che la risposta al mio quesito dipende terribilmente da quanto queste partecipazioni siano state valutate al momento delle privatizzazioni negli anni '90, come peraltro suggerito nel post (e anche nei commenti di risposta sopra, credo). Tutto fa presagire che ci sia un bel regalo da ben prima dell'ultimo decreto.