Trattamento Fine Rapporto. Prodi ed Almunia: vergognatevi!

25 ottobre 2006 gian luca clementi
Prodi ed Almunia, ed anche i sindacati, si dovrebbero vergognare perche' hanno la faccia tosta di affermare in pubblico che il trasferimento forzoso del TFR dalle imprese allo Stato migliora le condizioni della finanza pubblica italiana.

La notizia e' riportata ovunque, una buona sintesi di cio' che l'accordo fra Governo, Confindustria e CGIl-CISL-UIL prevede la trovate sul Corriere, assieme alle false e vergognose grida di giubilo delle parti coinvolte nel patto. Un altro, orribile, patto a danno dei lavoratori italiani. Cio' che segue dimostra che le dichiarazioni di costoro, secondo cui con questo patto <<finalmente sarà dato avvio alla previdenza
integrativa» e che il medesimo costituisce «un fatto positivo per i giovani» sono completamente infondate.

Introduzione. Cos'e' il TFR?

La legge 297 del 1982, che essenzialmente ancora oggi regola il TFR, prevede che in ogni caso di cessazione del rapporto di lavoro subordinato, il prestatore di lavoro ha diritto ad un trattamento di fine rapporto. Tale trattamento si calcola sommando, per ciascun anno di servizio, una quota pari e comunque non superiore all'importo della retribuzione dovuta per l'anno stesso divisa per 13,5.

Il trattamento è incrementato, su base composta, al 31 dicembre di ogni anno, con l'applicazione di un tasso costituito dall'1,5 per cento in misura fissa e dal settantacinque per cento dell'aumento annuale dell'indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati, come accertato dall'ISTAT. Questo significa che, quando l'inflazione eguaglia il 6%, il rendimento reale e' zero e quando l'inflazione supera il 6% e' negativo. In pratica, il TFR e' uno strumento di finanziamento a buon mercato per le imprese: anche con un tasso d'inflazione al 4%, queste ricevono credito dai propri dipendenti ad un tasso del 4,5%, di molto inferiore al tasso d'interesse praticato dalle banche in circostanze simili. Questo fatto e' ben noto, ma e' bene ricordarlo.

La legge Maroni del 2004 stabilisce il dirottamento automatico del TFR alla previdenza complementare, a partire dal 2008 e salvo diverso avviso da parte del lavoratore. Se questi non esprime nulla in merito alla quota del TFR, questa verrà automaticamente versata nel fondo pensione di categoria. Qualora non esistesse il fondo pensione negoziale, o di categoria, è facoltà del lavoratore scegliere a quale fondo pensione aderire. E’ opportuno precisare che si tratta del TFR maturando, ossia delle quote di trattamento di fine rapporto che i lavoratori matureranno da una certa data in poi; quanto già è stato maturato non è affetto dalla legge Maroni e rimane alle imprese. Per quanto riguarda questo aspetto, il nuovo patto semplicemente anticipa al 2007 cio' che la riforma Maroni faceva cominciare nel 2008. Al contempo, come si spiega piu' sotto, toglie alle imprese e trasferisce all'INPS tutto il TFR maturando che i lavoratori non decidono di mettere nei fondi pensione.


Perche' il TFR? Una briciola di teoria economica.

Credo valga la pena interrogarsi sulla ratio economica del trattamento di fine apporto. Il TFR e' parte integrale della retribuzione. C'e' una ragione per cui gli stipendi mensili durante gli anni di servizio vengono diminuiti, a favore di un pagamento in soluzione unica corrisposto alla fine del rapporto di lavoro? La teoria economica ha individuato diversi motivi che potrebbero rendere efficiente un profilo retributivo che cresce con l'anzianita' di servizio. Per esempio, differire parte della retribuzione, incentivando il lavoratore a restare con l'impresa, potrebbe indurre quest'ultima ad aumentare l'investimento nel capitale umano del lavoratore. Questa non puo' essere la ragione, perche' (1) il TFR e' sostanzialmente proporzionale al numero degli anni di servizio e, (2), il lavoratore ne ha diritto anche se ha lavorato per un solo mese; l'incentivo a rimanere "fedeli" all'impresa, quindi, non c'e'. Ci sono poi situazioni in cui il pagamento della buonuscita ha un ruolo assicurativo. Questo e' il caso, per esempio, per l'alta dirigenza di grandi aziende. In pratica, si riconosce la possibilita' che un alto dirigente venga rimosso per ragioni essenzialmente casuali e che poco o nulla hanno a che fare con il suo operato. Limitando i danni per l'AD in caso di licenziamento inaspettato, la buonuscita evita che lo stesso sia piu' prudente di quanto gli azionisti desiderino. E' ovvio che neanche questa puo' essere la ragione d'esistenza del TFR, perche' il trattamento viene corrisposto in qualsiasi evenienza.

Veniamo ad argomenti validi. Il trattamento di fine rapporto obbliga il lavoratore a risparmiare una parte del proprio reddito e ad investirlo nell'azienda per cui lavora, ad un tasso commisurato (ma inferiore) a quello di altre attivita' a basso rischio, ma molto minore di quello garantito da attivita' piu' rischiose, come ad esempio l'investimento azionario nell'azienda stessa. D'altro canto, l'impresa ha accesso ad una fonte di finanziamento garantita e a basso costo. Essenzialmente, prima della legge Maroni, lo Stato obbligava il lavoratore a prestare denaro a basso costo al proprio datore di lavoro. Tale costrizione si traduceva in un trasferimento di ricchezza dall'uno all'altro. Con la riforma Maroni, il lavoratore ha ottenuto il diritto di investire gli accantonamenti come meglio crede.

La distorsione che e' rimasta consiste nella forzosita' del risparmio. Ha senso che lo Stato obblighi il lavoratore al risparmio? Negli Stati Uniti, ed in molti altri paesi, lo Stato concede la deducibilita' fiscale (fino ad un limite) dei risparmi che i lavoratori accantonano nei fondi pensione privati, a condizione che il lavoratore non tocchi quei fondi sino all'eta' di 59 anni e mezzo. Se il lavoratore ritira quei fondi in anticipo, essi vengono tassati al 10%, fatti salvi vari casi di difficolta' (spese mediche, spese di educazione, evitare perdita prima casa, eccetera) per i quali la tassazione e' zero. In pratica, lo Stato incentiva il risparmio per la vecchiaia. Questo sussidio viene giustificato in due modi: 1) lo Stato incentiva il lavoratore che, forse, non saprebbe determinare esattamente quanto risparmiare per la pensione; 2) lo Stato intende evitare che il lavoratore si approfitti della collettivita'. Infatti il lavoratore stesso, conscio che lo Stato non farebbe mai morire di fame un anziano, potrebbe avere interesse a consumare tutti i suoi guadagni e non risparmiare, per poi vivere alle spalle degli altri durante la vecchiaia. In principio, non e' possibile applicare queste considerazioni al caso del TFR perche' questo puo' essere incassato "semplicemente" cambiando lavoro.

Sostanzialmente, visto che ancora oggi molti Italiani sono usi mantenere la medesima occupazione per tutta la vita, non appare del tutto avventato concludere che il TFR costituisce una maniera, forzosa, di "risparmiare per la vecchiaia", anche se cio' avviene a tassi di rendimento particolarmente bassi rispetto a quelli che fondi pensione decentemente gestiti potrebbero offrire ai lavoratori. Da questo punto di vista la riforma Maroni e' stata una buona riforma, con l'unico difetto di mancare di retroattivita' poiche' tutto il TFR maturato sino al 2004 e' rimasto nelle casse delle imprese.

Tutto questo implica che l'unica ed ovvia riforma che potrebbe avvantaggiare i lavoratori, specialmente quelli a basso reddito perche' quelli a redditi alti gia' investono abbastanza in fondi pensione privati, sarebbe ridar loro il totale controllo sull'utilizzo del proprio TFR, sia futuro che maturato. Quest'ultimo, altrettanto ovviamente, occorrerebbe "scalarlo nel tempo" per non privare le imprese, dalla mattina alla sera, di una fonte di credito a buon mercato. Ma il principio e' quello: il TFR va dato in gestione ai proprietari dello stesso, ossia i lavoratori, che facciano con esso cio' che meglio ad essi aggrada. Questo aveva iniziato a fare la riforma Maroni e su tale strada bisognava continuare. La finanziaria 2007 non fa nulla di tutto questo, anzi fa tutto il contrario.



Gli effetti delle disposizioni contenute nella Finanziaria.

(1) Il mero trasferimento alle casse dello Stato del TFR maturando che il lavoratore ha deciso di non destinare ai fondi pensione ha un effetto nullo sulla finanza pubblica. Allo stesso tempo in cui lo Stato ottiene un flusso di cassa, accumula una passivita', cioe' un debito nei confronti dei lavoratori. Secondo la legge, l'interesse su questo debito e' pari all' 1.5% piu' tre quarti del tasso d'inflazione. Dato che il tasso cosi' composto, all'inflazione attuale e prevedibile, e' molto vicino a quello che viene pagato sui titoli del debito pubblico, la disposizione del governo ha effetti analoghi all'emissione di nuovi titoli. Il provvedimento ha la stessa natura delle cartolarizzazioni che hanno reso famoso l'ex ministro Tremonti e che molti, anche e soprattutto in questo governo, hanno definito "finanza creativa" con ovvio sottinteso ironico-negativo. Gran cazzate le cartolarizzazioni implica gran cazzata il traferimento del TFR allo Stato: il debito pubblico in esistenza non cambia di un centesimo.

(2) E' osceno, quindi, che il Commissario Almunia abbia deciso che tale trasferimento venga conteggiato come diminuzione del deficit. C'e' di piu'. Secondo i rendiconti dei giornali e le dichiarazioni festose di Montezemolo, l'accordo firmato tra Governo e Confindustria prevede delle, non meglio precisate, compensazioni finanziarie per le imprese interessate (quelle superiori ai 50 addetti). E' chiaro che queste compensazioni graveranno sulla finanza pubblica, facendo quindi aumentare, non diminuire, il debito pubblico a parita' di tutto il resto. Inoltre, nella misura in cui il trasferimento forzoso impatta negativamente sul livello di attivita' economica lo stesso porta ad una riduzione delle entrate fiscali. Infatti il ragionamento di cui sopra implica che alle imprese interessate viene a mancare del credito a buon mercato. Questo succede perche' i tassi di interesse pagati dalle imprese (soprattutto le piu' piccole, tra le circa 25mila interessate) per forme alternative di finanziamento e' ben piu' alto di quello corrisposto ai propri dipendenti sull'accantonamento del TFR. Questo aumento dei costi del credito avra' sicuramente effetti negativi sui loro investimenti. Quanto negativi, non e' dato sapere. Per i dipendenti che decidono di non trasferire i propri accantonamenti ai fondi pensione, nulla cambia. Il credito che vantavano nei confronti del proprio datore di lavoro, sara' ora nei confronti della pubblica amministrazione.

(3) Chiudo con una noticina. L'accordo Governo-Confindustria, limitando il trasferimento del TFR alle imprese con piu' di 50 dipendenti, introduce una nuova distorsione sulle scelte dimensionali delle imprese. Considerate per un attimo un imprenditore con 49 dipendenti che ha a disposizione un'opportunita' di sviluppo che lo porterebbe ad assumere altre 5 persone. Con le nuove disposizioni, una decisione che sarebbe stata conveniente per l'impresa (e avrebbe creato occupazione, cari Diliberto e Giordano, non okkupazione), non lo sara' piu', a causa degli oneri aggiuntivi dovuti alla sostituzione del finanziamento implicito garantito dal TFR con il debito bancario. Questo succede perche' il trasferimento non si applica solo al lavoratore marginale (i nuovi assunti), ma anche a quelli infra-marginali (i 49 pre-esistenti).


Riassumendo:
il governo ha emesso nuovo debito pubblico, forzando i lavoratori a comprarlo ad un tasso d'interesse basso e prefissato (se i tassi sul debito crescessero, l'interesse pagato ai lavoratori sul TFR NON crescerebbe di per se). Tale emissione e', per le ragioni spiegate, inefficiente rispetto ad una emissione normale di debito sul mercato perche' danneggia sia le imprese che i lavoratori. Quest'ultimi, in particolare quelli a salari bassi che in maggioranza depositavano il TFR presso le imprese, e' probabile perdano per questa via una buona parte di quei pochi Euro che la riforma fiscale contenuta nella finanziaria concedeva loro. Proprio una cosa di cui vergognarsi, sia tecnicamente che politicamente. Gli economisti con Ph.D. che lavorano a via XX Settembre ed a Bruxelles che fanno? Dormono?

Consiglio, tecnico, ai lavoratori: poiche' vi rimane la possibilita' di optare per il deposito del vostro TFR futuro (il pregresso rimane o all'azienda o nei fondi, se dal 2004 avete compiuto tale scelta) optate immediatamente per depositare il vostro TFR in un fondo pensione affidabile. Ve ne sono a palate (non lavoro per nessuno di essi, quindi non do i nomi perche' non mi sembra il caso) e non dovrebbe essere difficile individuarne uno che faccia al vostro caso. Ci guadagnerete di sicuro qualche punto percentuale di rendimento aggiuntivo ed avrete la soddisfazione morale d'aver fatto capire a Prodi, Visco, Padoa Schioppa, Montezemolo, ed anche ad Almunia, che non vi si puo' sempre prendere in giro raccontandovi balle.

10 commenti (espandi tutti)

Gianluca, un bel pezzo, davvero bello, complimenti! Lucido, to the point, preciso....sono le cose che bisognerebbe spiegare ai lavoratori italiani, che spesso non hanno la minima idea di quali cose vergognose governo, sindacati e confindustria tutti insieme stiano facendo con i loro soldi!

Eccellente pezzo, e finalmente un po' di chiarezza. Aggiungo una cosa che nel pezzo non è chiara.

L'attuale regime del TFR prevede che il debito verso il lavoratore sia dell'impresa, che riceve i soldi, ma garantito dallo Stato, che infatti paga la liquidazione quando l'impresa va in bancarotta. In altre parole il finanziamento occulto non è da parte dei lavoratori alle imprese, ma da parte dello Stato alle imprese.

Il meccanismo si può descrivere come segue. Primo, il lavoratore è costretto a prestare i suoi soldi allo Stato; riceve in cambio un rendimento che è (in regime di bassa inflazione) simile a quello dei titoli del tesoro, come ben ha spiegato Gianluca. In più, l'accantonamento a TFR gode di un trattamento fiscale favorevole, dato che quando la liquidazione viene erogata non si paga l'aliquota marginale IRPEF ma un tasso inferiore. Secondo, i soldi che il lavoratore paga nel regime attuale vengono dati alle imprese, che si assumono anche l'onere di pagare la liquidazione. Dato che il grado di rischio delle imprese è più alto di quello dello Stato, questo equivale a erogare un sussidio variabile alle imprese pari al premio al rischio che tali imprese pagano sul loro debito. Siccome le imprese sono eterogenee in termini di rischio, il sussidio implicito è più alto per le imprese più rischiose, ossia quelle che pagherebbero un tasso di interesse più alto se andassero a cercare i soldi sul mercato dei capitali.

La ragione per cui sia una buona idea sussidiare le imprese più rischiose non mi è affatto chiara. Sono pregiudizialmente contrario ai sussidi alle imprese, e contrario due volte quando i sussidi sono impliciti e i costi per i contribuenti non chiari. Mi era parsa quindi una opera di chiarezza quella di levare questo sussidio implicito.

La finanziaria è scandalosa non perché sia una cattiva idea far gestire dall'INPS i soldi delle liquidazioni, ma perché presenta il pagamento degli accantonamenti a TFR come come una entrata, senza curarsi della passività futura che questo genera. Su questo Gianluca ha perfettamente ragione. L'incazzatura maggiore, più che con Prodi che si arrabatta come può da buon ex democristiano, ce l'ho con Padoa Schioppa (who should know better) e Almunia (che ha permesso la cosa). Dal punto di vista finanziario il valore per lo Stato della manovra è l'eliminazione del sussidio implicito alle imprese. Questo non viene contabilizzato, ma è sicuramente molto inferiore al valore degli accantonamenti.

O almeno, tale valore c'era prima del cambio recente. Anche se la correlazione è imperfetta, le imprese piccole tendono a essere più rischiose di quelle grandi. Questo spiega anche perché la Confindustria ha accettato di buon grado l'accordo. Per le imprese più grandi il sussidio implicito che deriva dalla garanzia statale della liquidazione è piccolo, dato che il premio al rischo che tali imprese pagano è in media ridotto. Diverso è il discorso per le imprese piccole, dove il premio al rischio è in media maggiore e quindi maggiore è il sussidio implicito.

Quindi, lasciare che le imprese con meno di 50 dipendenti continuino a ricevere gli accantonamenti a TFR significa che il grosso del sussidio implicito che lo Stato pagava prima continuerà a pagarlo, con tanti saluti alla trasparenza. In più, sembra che lo Stato darà qualcosa alle grandi imprese per compensarle dell'orrendo sacrificio che devono compiere rinunciando a soldi non loro. Brrrr.

bravi ragazzi, molto chiaro - e molto triste - come sempre. In realtà la percezione del pubblico sul rendimento di questi fondi pensione non è cosi' positiva come dice Clem. Ho letto che dall'introduzione in Italia, (ca. 10 anni direi) quasi nessuno ha superato il rendimento del TFR. Non so all'estero.
In generale, l'industria dell'asset management (fondi comuni aperti e chiusi) distrugge sicuramente valore, forse un'alternativa sarebbe l'investimento - forzoso - in qualche ETF-like, per evitare di favorire i soliti noti di un industria che non decolla, ma che probabilmente non lo merita neppure.

Well taken, Gianluca. Ricordiamo ai non addetti ai lavori che gli ETF (noti anche some spiders) sono titoli trattati in borsa che offrono lo stesso payout di un paniere di azioni, per esempio, e quindi hanno lo stesso prezzo. Quindi, volendo investire in un paniere come lo S&P 500, abbiamo la scelta tra un fondo comune o un ETF. La differenza maggiore e' che con l'ETF i costi sono molto piu' bassi, in quando le commissioni sono bassissime. Un'alternativa facile facile agli ETF consiste nel dare la possibilita' di investire in fondi pensione made in UK. L'ultima volta che ho controllato, l'esportazione di capitali era cosa lecita. Cio' si potrebbe realizzare in tempi brevissimi, e risolverebbe immediatamente il problema della mancanza di concorrenza nell'industria di asset management in Italia. Sono consapevoli che la corporazione dei fondi italiani non lo permettera'. Ma certe soluzioni si devono proporre comunque, a prescindere dal fatto che in Italia le implementino o meno.

Ottimo punto, no anzi due (sentirsi chiamare "ragazzo" passati i 50 fa piacere, figlioli :-))

Sul punto serio, anche io ho notato questo fenomeno. Come al solito in Italia e' piu' accentuato, ma anche qui il mio TIAA-CREF rende mica stellarmente, alla fin fine fa S&P500 quando fa bene. Si', ex post c'e' sempre il fondo che fa meglio, but ...

Ora, sia chiaro, questo e' roughly quello che la teoria economica tradizionale suggerisce.

La mia impressione e' che l'asset manager segue un target, che gli copre il culo: qui e' l'S&P500, in Italia e' il rendimento del TFR, perche' entrambi sono, nei casi rispettivi, l'alternativa ovvia ed il costo opportunita' immediato del suo cliente. Poi fa il trading per conto proprio o per il gruppo sulle info buone che ha.

Cosi', invece di competizione, abbiamo un cooperative equilibrium (fra asset managers) in cui questi si coordinano implicitamente usando un indice comune di riferimento ed il consumatore, ossia i piccoli risparmiatori, beccano ben poco consumer surplus, anzi quasi nulla. 

Quindi, solita domanda al quadrato: come si fa la competizione nell'industria dei fondi pensione italiani? 

Negli Stati Uniti, la maggiorparte dei datori di lavoro (soprattutto le imprese medio-grandi) hanno concluso accordi con uno o piu' gestori di fondi. Cio' significa che il lavoratore puo' scegliere di allocare i soldi investiti nel 401K (la sigla contraddistingue il fondo-pensione che viene sussidiato dallo stato attraverso la deducibilita' fiscale) tra una miriade di fondi, che si differenziano molto quanto a strategie di investimento: qundi non solo index funds, ma anche fondi molto aggressivi, per esempio. Molte Universita' (tra cui, sono sicuro, anche WashU) si sono accordate con Vanguard, che e' il gestore di mutual funds con i costi di gestione piu' bassi. Il dipendente puo' cambiare l'allocazione delle sue risorse a piacimento. La ricerca comunque (Zeldes ha papers su questo) mostra che ben difficilmente i dipendenti cambiano allocazione durante la vita lavorativa. Mi sembra di ricordare che, proprio per quanto riguarda TIAA-CREF (dedicato al personale docente), il numero mediano di riallocazioni e' due.

Una domanda: qual e' il Total Expense Ratio medio dei fondi pensionistici italiani? Lo so che parlare di trasparenza di fondi europei, e italiani in particolare, e' fantascienza, ma la mia impressione e' che operazioni del genere della Legge Maroni siano solo regali alla corporazione del "risparmio gestito", come lo chiamano nel Belpaese.

Vorrei contribuire l'esperienza di Hong Kong, dove vivo da quasi vent'anni. Fino a meta' anni novanta, non esisteva alcun tipo di "risparmio forzoso" di tipo previdenziale; la cosa non era drammatica come un europeo (o americano post-FDR) si aspetterebbe, dato che in Asia la gente e' abituata a risparmiare per i "rainy days" e anche per quelli soleggiati, e comunque esisteva ed esiste una "safety net" per anziani, malati, le relativamente poche single mothers etc. (e a parte cio', circa la meta' della popolazione vive in case d'edilizia pubblica, pagando da zero a circa la meta' dell'affitto di mercato in dipendenza dal reddito e fattori simili).

Nei primi anni '90, il governo inglese di John Major decise di alzare il livello delle trattative col governo cinese sul passaggio di consegne alla Cina di Hong Kong nel 1997, e di giocare la carta populista come arma negoziale. Chris Patten, il nuovo governatore spedito nel 1992 da Major (in parte come premio per la pugnalata alle spalle data a Margaret Thatcher due anni prima: la promessia iniziale di farlo Cancelliere non era piu' fattibile dopo che aveva perso il suo seggio di Bath), propose, tra le altre cose, l'introduzione di un sistema pensionistico pay-as-you-go senza copertura (o "defined benefits", come lo chiamano nel Regno Unito). La Cina reagi' con durezza accusandolo di essere un euro-socialista (Patten era stato presidente del Partito Conservatore britannico :-) ) e affosso' la proposta: a suo tempo riportai in questo post un articolo che riportava la posizione del governo della PRC per bocca dell'allora rappresentante ufficioso Zhou Nan, direttore di Nuova Cina in Hong Kong.

Alla fine l'idea del pay-as-you-go senza copertura fu abbandonata, e sostituita da un meccanismo chiamato "MPF" (Mandatory Provident Fund) secondo il quale un certo numero di istituzioni finanziarie (teoricamente, in competizione) offre un set di fondi di diversa aggressivita' (l'asset allocation varia da cash-only a equity-only). Sia datore di lavoro che dipendente contribuiscono 5% del salario lordo (fino a un massimo di circa 100 euro al mese) in questo conto personale, il cui fornitore e' scelto dal datore di lavoro, e quando il dipendente cambia lavoro, e il nuovo datore di lavoro usa un fornitore diverso, puo' decidere di conservare il vecchio conto in aggiunta a quello nuovo oppure effettuare un passaggio senza costi aggiuntivi (e senza che si verifichino "taxable events", perche' in HK capital gains, dividendi e interessi sono comunque esentasse).

Qual e' il problema evidenziato dopo qualche anno dall'introduzione? Semplice: il basso rendimento. In quest'articolo, l'ottimo David Webb mostra che in media i fondi MPF hanno sofferto un TER annuale di circa il 2%. In confronto, l'unico simil-ETF disponibile sullo stock exchange locale, TraHK, ha un TER di circa 0.15%.

Quindi, a che serve l'MPF, soprattutto considerando che i dipendenti con salario mensile inferiore a HKD 5,000 (circa 500 euro) ne sono esentati, e che chi guadagna di piu' e' (specialmente in Hong Kong) sufficientemente saggio e sofisticato da risparmiare per la vecchiaia investendo con spese minori? Be', bisognerebbe chiederlo a Chris Patten che contribui' a iniziare questa mostruosita', ai politici populisti che infestano il Legislative Council, ai sindacati di parte "democratica" (quelli pro-Cina sono solidamente tenuti al guinzaglio dai loro padroni a nord del confine) e, last but not least, al "financial sector" che beneficia del 2% di TER (non dichiarato) senza troppa fatica.

Quindi, Michele, come vedi la competizione non basta: l'unica soluzione e' l'abolizione, accompagnata da consigli onesti e disinteressati su come investire (p.es., ETF e index funds piuttosto che fondi attivamente gestiti -- e possibilita' , per chi lo vuole, di investire all'estero). E soprattutto, invece di costringere la gente a risparmiare, toglierle l'illusione che lo stato manterra' comunque le cicale a spese delle formiche: in Cina, dove manca quasi completamente una "safety net" di alcun tipo, c'e' un tasso di risparmio individuale attorno al 40% del reddito. Come diceva Samuel Johnson, "when a man knows he is to be hanged in a fortnight, it concentrates his mind wonderfully".

> in Cina, dove manca quasi completamente una "safety net" di alcun tipo, c'e' un tasso di risparmio individuale attorno al 40% del reddito. Come diceva Samuel Johnson, "when a man knows he is to be hanged in a fortnight, it concentrates his mind wonderfully".

Sono fortunati. In occidente, un bel po' di giovani e non più giovanissimi, non hanno la safety net e devono pure pagare un bel po' di "contributi".

Aggiungo una nota: il trasferimento del TFR allo stato  rende  minori (molto minori) gli incentivi del governo a favorire (per chi crede che i mercati non abbiano bisogno di favori, come me, leggi non ostacolare) lo sviluppo dei fondi pensione cui optare la gestione del TFR. 

Segnalo due interessanti articoli sul sito dell'ADUC (un'associazione consumatori di area radicale) su fondi negoziali e loro scarsa trasparenza, e sulle anche peggiori alternative assicurative:

Fondi negoziali: a quando un po' di trasparenza sulla gestione?

TFR e previdenza integrativa: dal 2007 scegliere e' "obbligatorio"...

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