Trasformare la lotta al riciclaggio in un'opportunità per la finanza pubblica

21 ottobre 2013 Donato Didonna

Siamo abituati a pensare alla presenza della criminalità organizzata e all'accumulazione illegale di ricchezza cui è finalizzata come a un grave problema sociale, ma in tempi di crisi finanziaria potrebbe rappresentare addirittura un’opportunità, un’insperata sopravvenienza attiva per un Governo forte che volesse spendere la propria forza morale e materiale, cioè il suo potere. I patrimoni riciclati, in Italia come all’estero, dal crimine organizzato, possono essere considerati come una risorsa parafiscale da utilizzare all’occorrenza, una tantum e per risolvere definitivamente un problema di modernità.

Premessa

Ci sono fenomeni che dovrebbero richiamare l’attenzione dei governi, ben più di quanto non avvenga con il terrorismo internazionale. Mi riferisco al fenomeno del riciclaggio di capitali frutto di attività criminali che sta coinvolgendo, pur con l’imbarazzo ad ammetterlo di fronte alle rispettive opinioni pubbliche, diversi paesi europei. L’effetto è quello di distorcere il mercato e la corretta competizione economica, contribuendo così a mettere in difficoltà attraverso una sleale concorrenza, fino a farlo uscire dal mercato, l’operatore legale.

La libera concorrenza è uno dei capisaldi dell’Unione Europea: per questo la lotta al riciclaggio dovrebbe prevedere una più efficace cooperazione tra gli Stati perché nessuno di essi potrebbe avere un lungimirante interesse a consentirlo, né all’interno, né al di fuori dei propri confini. Solo in seguito ad una risoluzione dell’ottobre 2011 il Parlamento Europeo si è dotato nel marzo 2012 di una Commissione speciale sulla criminalità organizzata, la corruzione e il riciclaggio di denaro presieduta dall’on. Sonia Alfano. Nella particolare situazione italiana, poi, questa lotta potrebbe rappresentare addirittura un’inaspettata opportunità finanziaria.

L’ipoteca sulla nostra economia, rappresentata dal debito pubblico e dai vincoli di stabilità finanziaria impostici dai mercati finanziari, potrebbe essere alleggerita dall’aggressione legale di tali patrimoni. Quali altri mezzi avremmo oggi se non tagli alla spesa e nuove tasse per favorire un necessario risanamento finanziario? Non sarebbe politicamente più spendibile presentare ad una minoranza disonesta almeno parte del conto di un gravoso risanamento?  Le stime sui proventi annui delle attività criminali superano i 100 miliardi mentre la spesa per soli interessi sul debito pubblico, una delle principali voci del bilancio statale, potrebbe crescere dagli attuali 84 miliardi in caso di crisi finanziaria.

In un’economia senza frontiere e con movimenti finanziari telematici come si potrebbe contrastare oggi, efficacemente, l’accumulazione di tali patrimoni criminali che, ovunque celati nel mondo, mantengono pur sempre un legame con un beneficiario effettivo italiano? Un suggerimento ci può venire dalla cronaca di questi anni. Quando il governo del Kuwait volle recuperare il bottino che Saddam Hussein aveva trafugato e poi celato in “paradisi” dietro prestanome di sua fiducia, si affidò con successo alla nota multinazionale statunitense di investigazioni Kroll. Analoga sorte toccò, sempre per mano della stessa agenzia investigativa, alle fortune dei coniugi Marcos, a quelle di Duvalier così come di altri dittatori o criminali di tutto il mondo. Se il criminale si avvale di colletti bianchi per proteggere il proprio patrimonio, è molto improbabile che lo si possa aggredire prescindendo dall’ausilio di colletti bianchi. Bisogna semmai avvalersi, con sano pragmatismo anglosassone, dei migliori sulla piazza, evitando di lasciarli a vantaggio dell’avversario. Del resto, è un’attività che si autofinanzia, come ben sa l’amministrazione Usa che remunera profumatamente chi collabora. La stessa zona grigia dell’attività bancaria internazionale deve essere implicitamente incentivata a lavorare per la legalità attraverso la prospettiva di vantaggi economici.

Una rigida visione pubblicistica e burocratica, funzionale sinora solo ad assicurare impunità ai criminali, ci impedisce di avvalerci in questa azione di contrasto di intelligenze esterne alla pubblica amministrazione. C’è allora da augurarsi, nell’attuale drammatica crisi finanziaria, che il bisogno sproni l’ingegno del nostro legislatore che potrebbe rivendicare pretese non solo sul piano penale, ma anche civile verso i condannati per reati di mafia e i loro eredi, solidarmente, per il danno di immagine, per il danno da mancato sviluppo economico, ecc. Sarebbe un credito da risarcimento danni cartolarizzabile da parte degli operatori finanziari a condizione di operare con procedure credibili, capaci di trasformarle in flussi di denaro. Una sorta di sopravvenienza attiva per il bilancio pubblico! 

Spunti operativi

Avvalersi di intelligence esterne

Si è già accennato come altri Governi utilizzino abitualmente capacità di intelligence esterne alla propria amministrazione per perseguire più efficacemente obiettivi di contrasto al crimine organizzato e al riciclaggio. Nessuna attività può autofinanziarsi come questa visto che il fine dell’attività criminale che si intende contrastare è proprio l’accumulazione illecita della ricchezza. Il che significa che in questo campo ci si potrebbe avvalere delle migliori tecnologie, delle migliori professionalità, remunerandole adeguatamente e creando nuovi sbocchi professionali e bonificando infine il sistema economico dalla presenza parassitaria dei capitali riciclati. Unica condizione è volere sinceramente e con la dovuta determinazione vincere questa che sarà comunque una guerra civile per il diffuso consenso sociale che tali capitali raccolgono.

Un diverso modo di gestire i patrimoni confiscati

Con la L. n. 50 del 2010, la gestione dei patrimoni confiscati alle mafie è stata assegnata ad un nuovo ente, l’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, che si sostituisce all’Agenzia del Demanio nelle competenze, unificando il procedimento di amministrazione dalla confisca alla destinazione a Enti pubblici e associazioni oppure alla vendita di beni non destinabili.

Qual è la situazione oggi? Mentre l’attività repressiva inanella ogni giorno nuovi sequestri milionari e la liquidità rinvenuta alimenta il Fondo di Giustizia, i patrimoni confiscati continuano a rappresentare più un costo che un’opportunità. Come potrebbero essere invece diversamente gestiti gli immobili residenziali, commerciali e industriali, i terreni, i beni mobili registrati, le quote sociali e le aziende che ne fanno parte? La destinazione ad Enti locali e associazioni no profit “sa di buono”, ma sarebbe preferibile, più pragmaticamente, vendere appena possibile tali asset a prezzi convenienti e rimborsare debito pubblico. Risparmieremmo marginalmente la spesa per interessi e potremmo conseguentemente abbassare le tasse e stimolare e incentivare così l’intrapresa economica. Mentre scrivo, il contatore del debito pubblico dell’Istituto Bruno Leoni segna 2.085 miliardi che gravano e graveranno sulle generazioni presenti e future.

La risposta dei soggetti che subiscono confische è nota: “avvelenare i pozzi”, vandalizzando i beni in modo da dover spendere per ripristinarne la funzionalità in un momento in cui i soldi pubblici scarseggiano e far intendere poi a inquilini, con le buone o con velate minacce, che tali beni devono restare sotto la loro influenza e, soprattutto, non devono “andare in mano agli sbirri”. Pensiamo allora a quanti, tra le forze dell’ordine, vivono nelle regioni a controllo criminale del territorio in case in affitto e al valore simbolico e sociale della presenza di un rappresentante dello Stato in quella che fu una proprietà criminale. Non si potrebbero valutare forme di locazione a prezzo politico in cambio della testimonianza resa oppure valutare la possibilità che sia il locatario a effettuare a sue spese la manutenzione interna al posto dell’affitto o con la possibilità di riscattare la proprietà?

Più che un’Agenzia, servirebbe un organismo simile ad Fondo di investimento che valorizzasse in modo diverso e con la massima trasparenza e non solo con l’obiettivo della creazione di valore per i partecipanti, il patrimonio gestito. A titolo d’esempio:

  1. Quali e quante civili abitazioni si potrebbero offrire in affitto alle forze dell’ordine?
  2. Quali e quante offrire con l’opzione del riscatto delle stesse in cambio di lavori di manutenzione straordinaria?
  3. Quali e quanti immobili destinare a esigenze di enti locali ovvero di associazioni veramente meritevoli?
  4. Quali e quante unità immobiliari valorizzare invece per il mercato e la vendita?
  5. Cosa fare delle aziende, specie se con personale impiegato? Affidarle a manager privati (tra i tanti che hanno perso il lavoro) che rispondano al Fondo condividendo un piano imprenditoriale da essi stessi proposto?
  6. Quali aziende, fabbricati o terreni agricoli affidare invece a giovani imprenditori che volessero avviare un’attività di impresa?

Servono professionalità diverse da quelle tipiche della cultura burocratica, professionalità abituate a cimentarsi nel raggiungimento di un risultato utile più che a sentirsi appagate dal rispetto di una procedura formale. Serve creatività e spirito imprenditoriale, ma poiché in questo periodo di crisi le professionalità e i cervelli si sprecano, ecco, ancora una volta, che è questione di sapere ciò che si vuole e di saper osare.

32 commenti (espandi tutti)

Tenderei a fare alcune distinzioni.
Le attività criminali non hanno  effetto distorsivo diretto sulla concorrenza con attività lecite. Sono due mondi diversi. Ad avere effetto distorsivo caso mai sono le attività lecite ma fatte nel sommerso, con evasione fiscale e contributiva.

Ma torniamo alle atività criminali, che mai potranno diventare lecite.  Le dividerei in due: quelle ridistributive (furti, rapine, scippi, estorsioni ad imprese, pizzo ai commercianti etc) e quelle che in qualche modo creano un valore aggiunto tramite la produzione o lo smercio di sostanze o prodotti illegali (droghe, armi).  Nel primo caso più che un effetto distorsivo sulla concorrenza abbiamo un peso maggiore che grava su attività lecite non protette sufficientemente dallo Stato. Nel secondo no. 

Nel primo caso mi pare doveroso che una volta scoperto e condannato il criminale, i soldi confiscati vengano in qualche modo resi ai danneggiati. Usare questi fondi per sanare il bilancio pubblico mi sembrerebbe una doppia beffa. Ma come, lo Stato non mi ha difeso quando sono stato derubato ed ora che il maltolto è stato in parte trovato trovato, lo Stato lo usa per sè?  Potrebbe valere solo quando il furto è avvenuto ai danni dello Stato (tramite corruzione pubblica o truffe varie negli appalti pubblici). 

Nel secondo caso invece sì che i capitali confiscati potrebbero avere una destinazione pubblica. È tuttavia molto difficile, dopo anni distinguere i due casi. A volte sono mischiati ed i capitali illeciti di entrabi i tipi si sono trasformati in attività lecite (ristoranti, imprese).

L'idea di affidarsi a professionisti è giusta ma attenzione che quando il danno è stato subito dai privati, sono loro che vanno rimborsati. 

Mi sembra di aver parlato chiaramente di riciclaggio di capitali di fonte criminale organizzata (mafia siciliana, camorra napoletana, 'ndrangheta calabrese e sacra corona unita pugliese)  in attività economiche o in altri attivi intestati a prestanome e utilizzati per finanziare tali attività, offrire garanzie bancarie, ecc. che creano un effetto distorsivo sulla libera concorrenza, non dell'attività criminale originaria (traffico di droga, appalti pubblici taroccati, racket, ecc.) che è ovviamente al di fuori della competizione economica.

Il traffico di droga, il racket, ecc.  sono attività ad elevata marginalità che, una volta pagate le spese dell'assistenza legale e per il sostentamento delle famiglie degli affiliati incarcerati, offrono abbondanti eccedenze che vengono reimpiegate in attività lecite nei settori più disparati, in Italia come all'estero.

Non credo che in questo caso ci sia da rimborsare ad esempio chi abbia fatto uso di droghe o chi abbia pagato il pizzo invece di denunciare. Diverso sarebbe il caso di un furto o di una rapina che rappresentano però attività più da microcriminalità che da criminalità organizzata: dove la grande criminalità ha il controllo del territorio l'incidenza della microcriminalità (es. furti in appartamento) è storicamente minore perchè "disturba" i traffici e minaccia il consenso sociale, salvo i periodi di crisi come questo in cui è più difficile controllare i cani sciolti.   

La cosa è da approfondire. I capitali frutto di attività criminali di solito vengono riciclati (puliti, lavati) ed una volta ricilati essi vengono utilizzati per finanziare attività lecite un po' dovunque. Questo ha effetto distorsivo? Chiedo un parere degli amici economisti ma in prima battuta non vedo effetto distorsivo diretto sulla concorrenza (anche se molti lo sostengono) diverso dall'impiego massiccio di capitali che leciti erano fin dall'inizio. Vero, tanti soldi possono creare bolle, come in Spagna. Che la fonte dei capitali investiti altrove derivi dal commercio internazionale o da capitali che sono stati "puliti" essi cercheranno redditività come tutti.  

Un effetto lo vedo nel sistema bancario (che poi è  il vero soggetto principale del reato di riciclaggio). Un vero effetto è quello che si riscontra nelle aree economiche sotto forte controllo della criminalità ed è relativo al mancato o carente sviluppo economico. Questo però mi induce ancora di più, da liberale, a reimmettere quei soldi nel circuito privato, a cui erano stati indebitamente sottratti. La confisca statale, per pubblica utilità o emergenza, mi sembra una scusa ed un altro indebito. 

Con questo non voglio sostenere che la lotta al riciclaggio sia da non fare. Anzi è  necessaria per ostacolare le attività criminali. Ma sugli effetti distorsivi  macro credo ci sia da ragionare. In fondo tutti i soldi all'inizio sono puliti e come tale non possono avere effetti distorsivi. Una parte viene pero' sottratta al circuito legale e viene usata per attività criminali. Qui è il primo effetto distorsivo, il principale.  Una parte viene pulita e reimmessa nel circuito legale. Possiamo dire che questa seconda fase è anche lei distorsiva o si tratta pur sempre di rendere al sistema pulito soldi che erano stati sottratti? E prendere questi soldi per dalri allo Stato, non sarebbe altrettanto distorsivo? 

Sono solo domande, richieste di riflessione.

Faccio un esempio: una catena di supermercati acquisita tramite riciclaggio fa dumping commerciale offrendo prodotti a prezzi imbattibili solo perchè può contare sul liquidità dal suo bancomat illegale, anzi può anche decidere di perderci e di mettere in difficoltà gli altri operatori legali per rilevarli al momento opportuno.

 

Esempio chiarissimo ma che sottointende che si prosegue con attività illegali (il dumping lo è) e che questo sarebbe comunque individuabile attraverso una lettura anche sommaria dei bilanci (sempre che si non ci sia sotto un bilancio falso).

In sintesi le opererazioni distorsive potrebbero essere fatte da chiunque abbia fondi sufficenti indipendentemente dalla provenienza e dovrebbero essere contrastate in tutti i casi. Non per questo i proventi delle operazioni distorsive vanno confiscati e messi nel bilancio dello Stato. A maggior ragione se hanno distorto il mercato, va prediposta una opportuna misura di rimborso dei danni subiti dai concorrenti. 

di intervenire per osservare che le attività illecite sono come le ciliegie, una tira l'altra e per raccontare un micro episodio che mi sembra attinente e che, a mio avviso dimostra come la disponibilità di capitali illeciti (e non solo virtualmente illimitati) distorca il mercato a tutti i livelli.
Anni fa, facevo l'agente di commercio e avevo un cliente che largheggiava abbastanza negli acquisti (non solo con le mie ditte ma anche con quelle di alcuni colleghi) senza che la dimensione del negozio fosse in rapporto al volume di acquisto, però visto che pagava regolarmente non c'erano problemi.
Un giorno venne pizzicato con non ricordo più quale quantitativo di stupefacenti nel garage e si comprese l'origine delle sue entrate (fra l'altro si comprese anche perchè girava con la macchina blindata).
Non si seppe mai che fine faceva la merce acquistata "in eccedenza" ma è lecito supporre che fosse a sua volta smerciata attraverso altri canali quindi con turbativa della concorrenza poichè è evidente che, se anche fosse stata ceduta "al costo più IVA" (non c'è reato fiscale), questa operazione nessun commerciante onesto se la può permettere, inoltre la disponibilità di capitali illeciti mi svincola completamente dal sistema creditizio con un ulteriore abbattimento di costi precluso agli altri.

Pensa a un mafioso che apre un ristorante per riciclare il denaro sporco.
Tra affitto del locale, bollette e cibo spende, che so, 10000 euro al mese (finanziati col denaro acquisito illecitamente). Fa prezzi bassi, tanto non gli interessa guadagnare, e subito si riempie di clienti (sottratti agli altri ristoranti). Poi "purtroppo" il ristorante "va male", fattura solo 8000 euro al mese (puliti). Dopo due anni vede che "l'attività non parte" e chiude/liquida, rimettendoci "di tasca propria". È ovvio che le tasse non ce le deve pagare perché è stato per due anni in perdita, come poteva accadere a un altro che invece non ha clienti perché la cucina fa cagare.

Non ha pagato le tasse, ci ha guadagnato 192000 euro e ha depresso il mercato della zona per due anni, ma senza sapere da dove vengono quei soldi non ha fatto nulla di illegale.

I due esempi soprastanti (Verzetti e Turz) non riguardano l'impiego di denaro riciclato ma l'uso di proventi illeciti per finanziare direttamente attività pulite ma in perdita, nel tentativo di riclare in modo "artigianale".

Secondo me entrambi sembrate non vedere che l'effetto distorsivo principale sta a monte ed è già avvenuto quando narrate i vostri esempi.

Per esempio l'effetto distorsivo a monte sta nel fatto che Luca, che in tasca ha 50 euro, invece di andare al ristorante con la ragazza, decide di impiegare diversamente quei soldi e di comprarsi una dose o più di eroina.  Qui i ristoranti della zona (nell'esempio) sono già stati danneggiati, il mercato "legale" ha subito una perdita. Una parte della massa monetaria, che dovrebbe essere calibrata per gli impieghi legali previsti nella stima del PIL, prende un'altra strada, illegale. Da una parte è chiaro che lo spacciatore anche lui mangia e va al ristorante ma non potrà mangiare di piu dei suoi 100 e passa clienti. Lo spacciatore dovrà comprare altra droga e se diventa piu' grande con parte dei proventi potrebbe provare con un traffico d'armi ed altre cose illegali.  Soldi illegali rimangono in quel circuito. Se guadagna troppo rispetto al mercato clandestino, che anche lui ha i sui limiti (per esempio non ci sono abbastanza droghe o armi da vendere o ha competitori che lo limitano) deve provare a pulire i soldi sporchi, per poterli usare alla luce del sole.  Io qui distinguerei. Durante l'operazione di riciclaggio (che pero' in gran parte avviene nelle lavanderie estere) questo momento è distorsivo verso qualsiasi settore si orienti (bancario, Casinò, o ristorazione) ma una volta lavati i soldi, nessuno razionalmente prospetta attività in perdita. Una volta lavati i soldi o li consumi (e sei un consumatore come tanti, magari con piu soldi ma non è questo un problema) oppure li investi e cercherai una redditività adeguata.  Se vogliamo vedere la situazione nel suo complesso, il momento in cui i soldi rientrano nel circuito legale è un sorta di resa che va a diminuzione del danno fatto durante l'uscita di quei soldi verso circuiti clandestini.

Ma il punto non è questo, direi. Una volta stabilito che di riffa o di raffa ad essere danneggiato, prima, durante o anche dopo, è il mercato (e quindi i suoi attori con produttori, venditori, consumatori, lavoratori)  ed infine è dannaggiato anche lo Stato come percettore di imposte e contributi, non vedo perché dovrebbe essere quest'ultimo a predersi tutto il malloppo quando viene individuato. 

In realtà si fa passare l'idea che ad essere dannaggiata è una non ben precisata "collettività" e quindi da qui si parte per usare gli importi confiscati per il "bene "comune" (che stranamente prende forma di organizzazioni no profit di vario tipo, spesso in perdita come le attività di riciclaggio e quindi anche loro forse distorsive). Da qui a confiscare i soldi per diminuire il debito pubblico il passo è interessante, breve ma va ben meditato.

rivendicare anche il danno morale (es. d'immagine) e materiale (es. ritardato sviluppo economico di interi territori)  per l'attività criminale e rivalersi in sede civile e magari solidarmente verso gli affiliati condannati in via definitiva, aggredendo i loro patrimoni, detenuti direttamente o tramite interposizione personale, o anche quelli pervenuti legittimamente agli eredi.

Perchè gli eredi di boss mafiosi (es. Bontate) o di favoreggiatori della mafia (es. Ciancimino) dovrebbero godersi indisturbati i proventi dell'attività criminale di genitori che avevano messo in conto la morte violenta o la galera pur di far pervenire loro questi patrimoni? Non sarebbe il più forte disincentivo rendere vana la finalità ultima di queste attività e tentare di chiudere i conti con un tragico passato?

riciclaggio

st 24/10/2013 - 00:11

Un mafioso non apre un locale solo per farlo andare male,è molto piu' utile per lui che vada bene e che tramite sovrafatturazione fittizia gli permetta di pulire continuamente denaro.

Non direi

Franco Verzetti 24/10/2013 - 21:02

nel senso che anche un criminale "al dettaglio" (parliamo del traffico di stupefacenti o di usura) si trova una tale massa di denaro a disposizione che una sola attvità di copertura potrebbe non bastare e soprattutto più aumenta la vita di un'impresa più aumentano le possibilità di venire controllati di conseguenza c'è un "tempo massimo" di operatività di tali imprese dopodichè si cambia settore commerciale, zona e via discorrendo. Per cui il fatto che l'azienda sia produttiva poco importa anche perchè i ricavi che se ne ottengono sono briciole rispetto al "core business".

riciclaggio

st 24/10/2013 - 21:43

puo' essere che le attivita' ruotino per evitare controlli,ma ai fini del riciclaggio che senso ha un attivita' in perdita?Non è solo la copertura che la malavita cerca nelle attivita' lecite,cioè un ristorante oltre alle riunioni fra affiliati,puo' giustificare dei guadagni che altrimenti non possono essere giustificati.La differenza fra dei soldi sporchi e soldi ripuliti
tramite qualche attivita' e che i primi la polizia li sequestra senza problemi mentre i secondi sono difficili da aggredire.

possa essere il "senso" però è quello che succede almeno fino ad un certo livello, oltre entrano in gioco meccanismi talmente complessi che sono, almeno per me, incomprensibili.
Peraltro non ho ancora visto un'organizzazione criminale messa in crisi da sequestri anche ingenti quindi vuol dire che il meccanismo per quanto "insensato" funziona e per loro è quello che conta.

Sono daccordissimo. La tua disanima, nonché la difesa dei cittadini danneggiati dal crimine è ineccepibile.

Però, l'argomento di Didonna sulla "concorrenza sleale" che denari provenienti da attività illecita eserciterebbero sul mercato mi suggerisce un parallelo curioso.

Gli apologi degli alti livelli di progressività delle imposte li giustificano sostenendo che questi spingono le imprese ad investire.

Ebbene, in questo caso, l'investimento per sfuggire alle imposte mi sembra avere lo stesso effetto (ed anche la stessa natura?) del tipo di riciclaggio citato.

Di fronte ad un'imposta del 75%, ecco che io investo in un settore qualsiasi. Dove gli imprenditori, per sopravvivere, quando investono 100 devono ricavarci almeno 120 (100+10 per gli interessi alle banche+10 per il rischio d'impresa).

Io, invece, mi accontento di 30. Ci ho già guadagnato. E', o non è, concorrenza sleale e danneggiamento del mercato?

Dal punto di vista del vantaggio per l'economia generale, forse questo è proprio l'unico caso in cui avrei preferito che della valuta fosse drenata verso lo Stato piuttosto che verso un mercato concorrenziale.

In altre parole, staremmo tutti molto meglio se un Romiti od un Tronchetti P. od un De Benedetti avessero pagato le imposte, anziché comprare a destra e a manca . . . danneggiando irrimediabilmente tutto ciò che hanno toccato.

Le attività apparentemente lecite dei mafiosi possono operare effetti distorsivi sulla concorrenza mediante corruzione nelle gare d'appalto, o intimidazione dei concorrenti o potenziali clienti.

Ad esempio uno scenario tipico è il mafioso che chiede il pizzo ad un imprenditore o ad un commerciante, ed oltre ad un pagamento cash richiede anche l'acquisto di forniture dalle sue aziende, a prezzi più alti di quelli di mercato e/o con qualità inferiore.

In alcuni contesti sociali, basta solo che un'azienda abbia la fama di essere gestita da mafiosi per spaventare i concorrenti.

Siamo alla solite: si confondono attività lecite frutto di una operazione di lavaggio del denaro sporco con le attività illecite che la criminalità continua a fare. E' chiaro come il Sole che le seconde sono distorsive ma è anche chiaro che per esserlo il "messaggio" mafioso (es: indimidazione) deve arrivare a destinazione, è quindi noto, è intercettabile da chi vuole ascoltare ed intervenire (lo Stato).
La mia perplessità riguarda le attività lecite frutto del riciclaggio (non le illecite fatte per riclare o potenziare il fatturato illecito).  Se questa attività creata con soldi lavati segue le regole previste nei codici, come puo' essere distorsiva?

Verzetti proponeva più sopra che ...

inoltre la disponibilità di capitali illeciti mi svincola completamente dal sistema creditizio con un ulteriore abbattimento di costi precluso agli altri.

Ma questo è un erore. Io ho un'attività economica in proprio e per iniziarla non ho fatto debiti.  Non ho quindi alcun capitale di terzi da rimunerare. E non ho alle spalle un bancomat infinito di tipo mafioso o legittimo.  Solo il normale risparmio che una persona di una certa età ha, più qualche piccola eredità. Questa mia indipendenza dal sistema creditizio ha per caso "effetti distorsivi" sul mercato? Ma per favore!

Francesco, sinceramente, non capisco perché quello che hai descritto in modo così esatto e semplice non venga compreso.

Provo a riassumere:

1) Una cosa è "distorcere il mercato" mediante un'attività illecita diretta. Tipo il pizzo, la rapina o simili. Altra cosa è investire il denaro proveniente da attività illecite acquistando negozi od imprese. Stiamo parlando del secondo caso. Non del primo. E' così difficile?

2) In questo secondo caso, il fatto che tali negozi od imprese vengano poi gestite male ma si mantengano concorrenziali (come qualità e prezzo) nel mercato nonostante una gestione incompetente, appare strano.
Anzi, perché dovrebbe, visto che l'attività illecita è conclusa (se si è certi che una attività abbia proventi illeciti, significa che l'illecità è già terminata) ed i "canditi" finiscono con l'investimento?

3) Ma la domanda vera è: che fare di queste attività al fine di risarcire le vittime dei reati? Perché la proposta contraria espressa da questo post, ovvero quella di spremerle in qualche modo per buttarne il frutto nel calderone del debito pubblico, sembra immorale.

Chissà se ora è chiaro.

PS: penso che anche il mio commento precedente meriti una disanima.
Specialmente da quando la Procura di Milano, la Corte di Appello e la Cassazione, nel tempo record di 9 mesi per tre gradi di giudizio, hanno concluso concordemente che l'elusione è equivalente all'evasione, ovvero è un reato (e che comunque gli amministratori delegati non ne hanno responsabilità. Solo i presidenti).

Ne consegue che anche gli investimenti che abbassano l'imponibile di un'impresa sarebbero "frutto di attività illecite".

Se proprio volessimo andare a vedere, i maggiori effetti distorsivi sul mercato sono proprio quelli prodotti da uno Stato con la pressione fiscale alta come quello nostrano, senza dare in cambio servizi di qualità (come la protezione dei cittadini ed una giustizia efficace) anzi favorendo clientelismi, comprimendo l'iniziativa privata, creando attività pubbliche in concorrenza ai privati, inducendo malversazioni, corruzione (la stima è di 60 miliardi solo per la corruzione pubblica) ed infine creando un immenso debito pubblico che strozza l'economia e distoglie altre risorse dagli investimenti privati, dirottandoli verso i BOT (84 miliardi). 

Nella patria delle distorsioni di mercato disquisire se i capitali riciclati dalle criminalità orgnizzate siano distorsivi oppure no mi pare come disquisire di un peto durante un uragano di categoria 5. Tuttavia se qualche capitale sottratto alla malavita potesse diminuire il debito pubblico e quindi diminuire un effetto distorsivo, ben venga, purché non si tratti di riempire il solito secchio bucato e che si consideri che i primi a dover essere risarciti sono gli attori del mercato.

di risarcimento da parte dello Stato per il danno morale (es. di immagine: persino nei cartoni animati i cattivi hanno un inconfondibile accento siciliano) o quello materiale di ritardato sviluppo economico (quantificato dal CENSIS nel link dell'articolo) parallela all'azione penale con le sue confische. L'azione civile di risarcimento, da esercitare con solidarietà passiva verso tutti i condannati in modo definitivo per reati di mafia (concorso esterno compreso), colpirebbe anche eventuali eredi che potrebbero ovviamente rinunciare all'eredità. Sarebbe un efficace disincentivo economico all'attività criminale visto che i mafiosi mettono  in conto la morte violenta o il carcere, ma nell'aspettativa di preservare la famiglia e il suo patrimonio, fine ultimo dell'attività criminale.  

Sembra che tu ti stia

NV 23/10/2013 - 15:17

Sembra che tu ti stia riferendo ad un mondo ipotetico dove il mafioso, una volta riciclati i proventi delle attività illegali come il traffico di droga e l'estorsione, si trasforma in un onesto imprenditore che reinveste questi soldi in modo perfettamente legale.

Nel mondo reale le cose non vanno così. I mafiosi continuano ad essere mafiosi anche quando gestiscono attività apparentemente lecite. Certo, corruzione e intimidazione sono reati, ma sono difficili da scoprire, quindi di fatto un'azienda di mafiosi può operare facendo concorrenza sleale per molto tempo.

In alcuni casi poi, l'intmidazione o la corruzione sono implicite, quindi non sono neanche punibili: Metti caso che tu voglia aprire un supermercato. I tuoi studi di mercato individuano una zona ottimale, c'è già un supermercato concorrente, ma i tuoi studi dicono che conviene lo stesso. Se non che ti accorgi che il proprietario è la moglie di un noto boss. Lo apri lo stesso il tuo supermercato o cambi zona?

Mettiamo anche che conosci un "amico di un amico" e ti metti in contatto con lui per chiedere un "consiglio" (quindi già il libero mercato è andato a olgettine). Quello va ad informarsi e poi ti riferisce che aprire o non aprire il supermercato è una scelta tua, ma probabilmente quello che c'è già basta. Cosa fai? Denunci ai Carabinieri?

Sembra che tu ti stia riferendo ad un mondo ipotetico dove il mafioso, una volta riciclati i proventi delle attività illegali come il traffico di droga e l'estorsione, si trasforma in un onesto imprenditore che reinveste questi soldi in modo perfettamente legale.

No, non credo che vada così.  Penso che fintanto che la massa monetaria che circola nel circuito illegale basta per lo sviluppo del business criminale essa rimane "sporca" e distorsiva. Non paghi la droga o le armi con la VISA. Paghi con soldi sporchi. I soldi sporchi continuano a girare lì. Tuttavia anche i criminali ogni tanto hanno bisogno di fare acquisti nel circuito legale (una casa, una barca) e dove c'è un certo controllo sui movimenti di capitale devono usare soldi puliti. Possono riciclare una parte dei soldi sporchi (rimettendoci una certa percentuale) ed usarli per il consumo alla luce del sole (direi non distorsivo) oppure una volta riciclati possono anche essere investiti, in modo che creino una costante provvista di reddito pulito che serve a mascherare un certo tenore di vita. E come tale deve essere critallina, altrimenti il costo del riciclaggio è stato inutile. Per quanto ne so potrebbero anche comprare BOT :-)
Questo direi a livello internazionale. In Italia, dove non c'è alcun serio controllo patrimoniale forse prevale il riciclaggio alla matriciana che descrivi. Francamente non sono un esperto di come si riciclano i soldi in sicilia o in calabria ma anche l'articolo di apertura evidenzia che gran parte dei soldi ricilati vengono investiti all'estero, non nel supermercato del paesello del mafioso. Bisogna anche dire che se il ricilaggio è stato fatto in modo professionale e le banche sono oneste, è impossibile distinguere soldi puliti da soldi riciclati.

 

 

Condivido

Franco Verzetti 21/10/2013 - 10:33

il pensiero, solo mi viene il dubbio che con un sistema legislativo elaborato da un battaglione di azzeccagarbugli e un parlamento composto in maggioranza dai medesimi si possa arrivare ad attuare pratiche destinate a cambiare il sistema.

???

Francesco Coran 22/10/2013 - 09:06

Le leggi, come noto, vengono scritte nei ministeri, dove sono distaccate frotte di magistrati.

Il sistema legislativo deriva da loro.

Il parlamento, peraltro, non è affatto composto per la maggior parte da avvocati (che peraltro, appartenendo a diversi schieramenti, hanno opinioni contrastanti)

dei beni acquisiti illecitamente impiegando il frutto di reati è già prevista e praticata. Mi sembra poco interssante interrogarsi sulle ragioni che stanno alla base di tale sanzione, mentre è del tutto condivisibile l'idea di impiegare quei beni in maniera produttiva nell'interesse generale. L'impressione, però, è che lo si faccia poco, ci si limiti a destinarli ad associazioni di varia natura, e che l'ipotesi di rimetterli sul mercato susciti polemiche pretestuose.

Una famiglia trapanese, i Burgarella, costruirono nel XIX secolo una impresa per l'estrazione di sale marino nel Mar Rosso, impresa che iniziarono costruendo le immense saline di Aden (poi ne costruirono altre a Port Said e a Massaua). Durante la seconda guerra mondiale, i Britannici ovviamente sequestrarono le saline di Aden, e le diedero in amministrazione ad un Greco, il sig. Pericles Mavroudis. Alla fine della guerra, i Britannici diedero un bonus dello 0,5% all'amministratore, e pagarono tutti i profitti fatti nei 9 anni precedenti ai Burgarella, per un totale di £150,000 (equivalenti a 14 milioni di Euro odierni). Questa storia mi ritorna in mente ogni qual volta leggo di imprese sequestrate o confiscate.

Anche quando la confisca si conferma giuridicamente la scelta corretta, chi e come gestisce queste imprese?

Esempio: un imprenditore del trapanese, il sig. Vito Nicastro, è balzato agli onori della cronaca per aver subito un sequestro di 1,3 miliardi di Euro. La cifra è impressionante, è dello stesso ordine di grandezza, anzi non è molto distante, dal PIL di Trapani, ed è addirittura maggiore del PIL della città di provenienza del sig. Nicastro, Alcamo. E se questi si riuscisse a dimostrare la propria innocenza? Chi sta gestendo il patrimonio? Come vengono gestite le imprese? Chi gli restituirà i mancati profitti? E se fossero fondate le accuse? A chi verranno vendute queste aziende? Dove finirà il ricavato? In quale capitolo di spesa? Dove finiscono i profitti? In relazione al territorio su cui operava, è come se avessero sequestrato la Apple in California, eppure non è per nulla semplice trovare risposte fattuali alle domande appena fatte.

il primo rientra nel rischio (geopolitico) di impresa mentre per il secondo si configura esattamente il riciclaggio cui si fa riferimento nell'articolo. Il sig. Nicastri ha subito la confisca come prestanome di un boss latitante: per essere più certi dell'accusa, sarei più tranquillo se, oltre a magistrati e forze dell'ordine, ci fosse una valutazione tecnica di professionisti con grande esperienza del business, capaci quindi di dire se una certa storia imprenditoriale sia credibile oppure costruita grazie a rapporti poco limpidi.

Anche sulle amministrazioni giudiziarie nutro riserve perché rispondono più a esigenze di garanzia delle procedure che non di efficienza economica delle imprese sottoposte a queste misure. Per questo il criterio da seguire dovrebbe essere, a mio avviso, improntato a favorire il ritorno sul mercato delle stesse  sulla base di criteri trasparenti e meritocratici. E se un'impresa in mano a prestanome di mafiosi prosperava solo grazie alle minacce che fallisca pure!

In ogni caso, nei sistemi giuridici anglosassoni (so già che qualcuno sosterrà che non esistono) non si può espropriare una proprietà privata a meno di una condanna (ai fini di risarcimento, come predicava anche Beccaria).
Beati loro.

http://en.wikipedia.org/wiki/Eminent_domain

notare che l'italiano "esproprio per pubblica utilità" è menzionato come la forma nazionale italiana dell'eminent domain. E la "condemnation" non è la "condanna" penale ma l'atto formale di esercizio del potere espropriativo.

Quella per motivi penali è una confisca, e la common law ha molti più termini della nostra per indicarla: forfeiture, impoundment... e comunque in entrambi i sistemi è la conseguenza di una condanna ( ma anche di una multa, come per le auto)

"confisca", non "esproprio".

Grazie della precisazione,
ed anche delle ulteriori informazioni.

Effettivamente l'impiego dei beni confiscati sembra poco efficiente, però mi pongo il dubbio sull'effettiva realizzabilità di quanto proposto dall'articolo.

Il problema principale legato a questi beni sta nell'impedire a tutti i costi che possano tornare in mano alla criminalità organizzata. Quest'esigenza può cozzare con l'esigenza di bilancio/efficienza.

'Vendere gli asset a prezzi convenienti'. Il prezzo conveniente non lo sa nessuno, c'è l'asta. Ma la criminalità organizzata può svuotare l'asta mincciando, così ribassare il prezzo tornando in posssesso del bene.

'Affittare a un prezzo politico'. Già, ma in molti casi i locatari sarebbero amici o prestanome degli stessi criminali.

'Interventi di manutenzione'. Possono essere finti, come talvolta in autostrada.

Il problema è che, nel momento in cui il sistema che gestisce il bene è affetto da un tasso di corruzione troppo alto e capillare, penso sia difficilissimo gestire il bene in modo efficiente ed, allo stesso tempo, 'legale'.

La scelta fatta sinora è quella dell'inefficienza. Ma io non sono certa che sia sbagliata. Ho torto?

Denise

non può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Se sceglie di valorizzare i beni confiscati alla criminalità organizzata - anziché sottoutilizzarli - faccia rispettare la legalità delle aste e prevenga la corruzione: dopo tutto, è uno dei suoi compiti primari.

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