Tendenziale vs. congiunturale

14 novembre 2009 lodovico pizzati

Mi dispiace fare il guastafeste, ma non è ovvio che la recessione sia finita.

Non c’è una definizione precisa di recessione ma, per i pignoli, essa viene considerata equivalente a due trimestri consecutivi di calo del PIL. Siccome è una definizione basata sulle variazioni da un trimestre al successivo, bisogna distinguere tra crescita tendenziale e crescita congiunturale per capire cosa implichi dire "la recessione è finita".

Per la crescita annuale questo problema non si pone. Si guarda al Pil rispetto all’anno prima e si calcola la crescita: (Pil2009 – Pil2008)/Pil2008. Per la crescita trimestrale invece il problema si pone: ci si basa sulla crescita rispetto al trimestre precedente o allo stesso trimestre dell’anno precedente?

Si possono guardare tutte e due le misure. Allora, per il terzo trimestre 2009:

  • La crescita congiunturale guarda l'aumento di Pil rispetto al secondo trimestre 2009: (Pil2009Q3 – Pil2009Q2)/Pil2009Q2.
  • La crescita tendenziale guarda l'aumento di Pil rispetto al terzo trimestre 2008: (Pil2009Q3 – Pil2008Q3)/Pil2008Q3.

L'Istat riporta entrambe le misure e qui sotto ricopio il primo grafico che mette a confronto i due metodi:

Non so perché per un grafico si usi la linea e per l'altro le barre. Il punto è che per il terzo trimestre 2009 la “crescita” (per modo di dire) tendenziale è stata del –4.6%, mentre la crescita congiunturale è stata +0.6% (e cioè l’ultima barretta positiva nel grafico di destra). Questo +0.6% è stato definito l'inversione di rotta, la tanto attesa fine della recessione. Questo risultato in territorio positivo interrompe, infatti, la fila di 5 trimestri negativi. Ora, questa interpretazione (anche se formalmente corretta) mi lascia un po' perplesso perché ho sempre pensato sia molto più sensato guardare alla crescita tendenziale per definire compiutamente l'andamento ciclico di una economia.

Difatti, prima del crollo incominciato a primavera 2008, il grafico di sinistra dice che non ci sono state recessioni durante l'ultimo decennio. Se invece guardiamo il grafico di destra, nel quale si festeggia la fine della recessione, allora scopriamo che questo decennio è stato tappezzato da recessioni. Guardando la crescita congiunturale scopriamo due trimestri negativi praticamente ogni due anni: nel 2001, nel 2003, nel 2005, quasi nel 2007 e, naturalmente, il tracollo dal 2008.

Guardando alla crescita tendenziale scopriamo che nel terzo trimestre (Q3) del 2009 il livello dell'output è ancora a –4.6% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. I dati dicono insomma che dopo un anno il PIL è ulteriormente sceso, quindi c'e' poco da rallegrarsi.

Ma torniamo alla crescita congiunturale. È possibile che nel trimestre estivo (il terzo) del 2009 l'economia italiana sia cresciuta rispetto al trimestre primaverile (il secondo)? Certo che no, i mesi di luglio ed agosto sono i mesi dove nel Bel Paese tutti vanno in vacanza e il PIL stagionalmente diminuisce rispetto alla primavera. Per questo le statistiche vengono giustamente destagionalizzate. Questo vuol dire che, per poterli paragonare tra di loro, i dati trimestrali vengono moltiplicati per un coefficiente stagionale. Per questo il PIL del terzo trimestre 2009 è stato moltiplicato per un coefficiente maggiore di 1 mentre il PIL del secondo trimestre 2009 era stato moltiplicato per un coefficiente minore di 1. Di quanto, di preciso? Il numero esatto non lo so perché utilizza un modello statistico sofisticato basato su serie storiche che tengono conto di trend, ciclo e stagionalità (e nel labirintico sito dell'Istat non trovo il dettaglio di quale sia la stima attuale del modello ARIMA stagionalizzato che usano). Quanto segue, quindi, è congetturale ma non impossibile né, io credo, improbabile.

Possiamo farci un'idea paragonando i dati trimestrali italiani, con e senza stagionalità, disponibili nel sito di Eurostat negli anni precedenti.

PIL Italiano (Indice anno2000=100)
trimestri Destagionalizzato Effettivo rapporto
2002Q1 101.8 99.2 1.026
2002Q2 102.2 103.6 0.987
2002Q3 102.3 101.9 1.004
2002Q4 102.5 104.5 0.981
2003Q1 102.3 99.7 1.026
2003Q2 101.9 103.2 0.987
2003Q3 102.2 101.7 1.006
2003Q4 102.6 104.5 0.982
2004Q1 103.2 100.8 1.025
2004Q2 103.6 105.3 0.983
2004Q3 104.0 103.5 1.004
2004Q4 103.8 105.7 0.982
2005Q1 103.7 101.1 1.026
2005Q2 104.3 106.2 0.982
2005Q3 104.8 104.4 1.004
2005Q4 105.0 106.4 0.987
2006Q1 105.7 103.5 1.021
2006Q2 106.3 108.0 0.985
2006Q3 106.8 106.2 1.006
2006Q4 107.8 108.9 0.990
2007Q1 108.2 105.9 1.021
2007Q2 108.3 109.9 0.985
2007Q3 108.5 108.0 1.004
2007Q4 108.0 109.4 0.987
2008Q1 108.5 106.2 1.022
2008Q2 107.9 109.5 0.986
2008Q3 107.1 107.0 1.001
2008Q4 104.9 106.1 0.989
Nota: Dati Eurostat. Based on chain-linked volumes

Notiamo che la destagionalizzazione trimestrale varia di anno in anno a seconda di diversi fattori, mantenendo però pressapoco lo stesso rapporto (paragonate tra loro le celle, che sono colorate per trimestre). Benissimo, ma questi coefficienti sono attendibili anche in un anno di crisi anomala? Faccio un esempio estremo. Mediamente ogni primavera una ditta produce 100 e d’estate riduce l’attività producendo 50. Per destagionalizzare moltiplichiamo la produzione estiva per 2, così se una primavera si produce 104 e d’estate si produce 52, la crescita congiunturale destagionalizzata rimane 0% = (52*2-104)/104. Ora la nostra ditta subisce in primavera un crollo degli ordini e decide di comportarsi come se fosse estate (mandare tutti in vacanza). La produzione primaverile viene ridotta a diciamo 80, mentre d’estate si riduce come al solito a 50. Utilizzando i coefficienti stagionali storici risulterà che la nostra ditta ha avuto un’impennata di crescita congiunturale nel periodo estivo: +25% = (50*2-80)/80.

Come la tabella indica, per eliminare l'effetto stagionale la produzione primaverile viene ridotta moltiplicandola per un fattore che va da 0.983 a 0.986, mentre quella estiva viene aumentata moltiplicando per qualcosa tra 1.001 e 1.006. Insomma, giocando con la destagionalizzazione e' possibile un margine di variazione di quasi 1% nella variazione del PIL fra i que trimestri. Considerando che d’estate l’impatto della crisi è meno accentuato, dato che tante ditte riducono la produzione comunque, quel +0.6% congiunturale e' da prendersi con le pinze. Insomma se per l'estate 2009 si fosse usato un coefficiente di destagionalizzazione troppo alto, si sarebbe creata una falsa impressione di crescita.

Ovviamente tutto questo non è vero e, magari, il coefficiente usato sovrastimava la stagionalità, per cui c'è stata più crescita di quanto sia stato annunciato. Tutto è possibile, ma io sono un veneto molto cauto: la recessione, secondo i miei conti, non è ancora finita perché la crescita tendenziale del terzo trimestre 2009 è uno spaventoso –4.6%. La crescita congiunturale basata su dati destagionalizzati è meno attendibile in presenza di un’annata anomala, e quel +0.6% bisogna prenderlo con le pinze.

Scusate la pignoleria.

18 commenti (espandi tutti)

Scusate la pignoleria.

Scuse accettate. Esiste qualche dato sulla "ricostruzione" delle scorte ? Perchè la mia sensazione è che, almeno per il manifatturiero, il "rimbalzo" è dovuto in buona parte alla ricostruzione delle scorte, usate a  piene mani durante i periodi bui, e  non certo  a  motivi strettamente  connessi  all'uscita  dalla crisi.

 

uno degli articoli più belli che abbia letto di economia

clap clap clap

ispirati 14/11/2009 - 19:05

c'era qualcosa che mi puzzava ma non ero riuscito a guardarmi i dati.

Non capirei neppure la ricostituzione delle scorte: in estate tra chiusure ferie, ferie anticipate, ferie allungate e cassa integrazione a tutta birra?

Il dato è destagionalizzato, ovvero le ferie dovrebbero essere considerate, l'articolo dimostra che è sottovalutato il dato di partenza (II trim 2009).

In luglio, ma soprattutto settembre non c'è stato il trend negativo di produzione perchè si è prodotto per ricostituire le scorte, altrimenti il manifatturiero sarebbe stato in profondo rosso. Questo può aver contribuito al non sprofondare ulteriormente, lo 0,6 % in più, secondo Ludovico, e io concordo, è un "abbaglio" statistico.

da non esperto vedo un problema terminologico che mi piacerebbe qualcuno possa spiegarmi:

1. si parte definendo la recessione come due variazioni relative trimestrali negative consecutive (tenendo conto della destagionalizzazione);

2. poi si dice che quando c'è un'annata anomala (definita implicitamente nell'esempio da una riduzione volontaria della produzione) i dati destagionalizzati sono fuorvianti nel dare indicazioni sulla recessione;

3. forse mi sbaglio ma mi pare automatico che durante una recessione ci sia una riduzione volontaria della produzione.

ergo in recessione ci si trova sempre in quella definita come annata anomala (3.). ergo i dati destagionalizzati non servono mai (2.). ergo non ha senso la definizione di recessione in quanto si basa sui dati destagionalizzati (1.).

a me sembra un circolo vizioso.

grazie  mille

 

 

Non capisco il punto 3 della tua domanda: perche' essere in recessione coinciderebbe sempre con una riduzione volontaria della produzione? Questa diminuzione volontaria dovrebbe essere dovuta all'annata anomala.

 

 

 

in recessione produrre può non garantire sufficienti profitti (rispetto a impieghi alternativi) o può voler dire perdite, quindi credo sia normale che ci sia una riduzione volontaria della produzione (così come intesa nell'esempio dell'articolo).

il mio punto è la contiguità tra la definizione standard di recessione e quella di annata anomala nell'articolo. Data questa contiguità, gli stessi dati che dovrebbero definire cosa la recessione sia sarebbero fuorvianti nel dare indicazioni sulla recessione! dove sbaglio?

Con il metodo tendenziale la destagionalizzazione non centra. Paragoni estate 2009 con estate 2008. Anche se hai dati destagionalizzati sono moltiplicati per lo stesso coefficiente stagionale.

Con annata anomala non intedentevo una normale recessione. Se vuoi meglio dire recessione anomala: di gran lunga maggiore a tutto quello che si e' visto da quando le serie storiche trimestrali vengono usate per calcolare coefficienti stagionali.

 

Con il metodo tendenziale la destagionalizzazione non centra. Paragoni estate 2009 con estate 2008. Anche se hai dati destagionalizzati sono moltiplicati per lo stesso coefficiente stagionale.

Non sono economista ma sono, nel mio piccolo, un imprendtore. Confrontato con i cali della domanda e della produzione.
Da piu' parti mi fanno notare, anche con storielle divertenti, quanto le due cose (economista e imprenditore) sono differenti. Senza per questo costrure scale di valore, sia chiaro.

Lo scorso anno ho notato un grosso calo in marzo ed aprile. Tanto che, per fare in esempio, mi pareva di essere in luglio agosto! Quest'anno per ora luglio ed agosto sono stati i mesi forse migliori dell'anno, se novembre non fa il record. Una comparazione stagionalizzata tra mesi che dovrebbero essere "marzo ed aprile" ma si comportano come se non lo fossero, forse non è valido in un periodo anomalo, fatto di onde continue di perturbazione, che scompaginano i cicli produttivi.

Una piccola nota. Spesso non si diminuisce la produzione, ma si riducono i prezzi. Soprattutto in casi di crisi della domanda. Lo si fa incrementando offerte speciali.
Per continuare a produrre ed avere magazzini relativamente pieni di roba appena prodotta. Per non togliere "allenamento" alla catena produtiva.

Molto meglio che, dopo due o tre anni di crisi, avere magazzini vuoti oppure pieni di roba ormai vecchia, invendibile.

Chiaramente al primo sentore di fine della crisi, si sospendono le offerte speciali e si vede come reagisce il mercato. Forse quel piccolo incremento è dovuto a quello. Il mercato ha iniziato a reagire positivamente. Il che non vuol dire che la crisi sia finita. Ho già notato prima casi simili. Poi arriva una nuova onda e ti trovi fermo un mese o due senza capire perché. Come certe volte in autostrada.

FF

 

Mah, che questa sia una fase anomale l'ha notata anche la Marcegaglia, che, parlando delle sue imprese, ha detto "ci sono mesi che lavoriamo come pazzi, e poi all'improvviso si blocca tutto".

La mia (micro)azienda è all'inizio della filiera produttiva, quando ho molto lavoro io so che, bene o male, c'è un minimo di ripresa in atto, perchè ci sono aziende che stanno investendo in nuovi prodotti.

Se scendo nel particolare io ho avuto una netta flessione a giugno-luglio (-20% su giugno luglio 2008), mentre tutti gli altri mesi sono stati pari o maggiori degli uguali mesi del 2008. Da settembre un treno in corsa, ma sono cambiati gli attori: molto meno settore meccanico automotive, molto più componentistica e aereonautico. Prodotti di design zero. E veramente non sono in grado di capire verso dove si sta muovendo il mercato, non solo, ma cosa sta succedendo alla grande industria, che è praticamente ferma, almeno nell'innovazione e lo sviluppo.

Per questo, a naso, concordo con Lodovico: non vedo grandi segnali di ripresa, almeno nella grande industria, si sta muovendo molto la piccola e media, ma non so fino a che punto saranno in grado di innescare una vera ripresa produttiva. Ma solo a naso.

Immaginavo e capisco la tua spiegazione, grazie. Però credo di non sbagliare se dico che la tua risposta sposta il problema/incongruenza da me posto dall'analisi delle recessioni in generale a quelle di particolare rilevanza definite come 'anomale'. Se ci limitiamo a queste mi sembra che il circolo vizioso di cui sopra regga.

Questo mi porta ad una nuova (forse banale) domanda/riflessione che credo si applichi al caso e non so che rilevanza possa avere in generale nello studio dell'economia (applicata). Mi piacerebbe avere qualche commento. Se dico stupidaggini fermatemi.

Un certo fenomeno economico, qui la recessione, può essere visto come un fenomeno latente che l'economista deve individuare per mezzo di un segnale osservabile (i dati statistici). L'individuazione di patterns caratterizzanti dovrebbe permettere l'analisi del fenomeno in oggetto.

Ora a me verrebbe naturale pensare che più il fenomeno è forte (la recessione anomala vs una recessione media), più il segnale dovrebbe essere facile da interpretare. Un elefante si nota più di un moscerino. Mentre, se più il fenomeno è forte, più equivoco o incongruente è il segnale, allora penso che la metodologia usata per studiare il fenomeno in oggetto è in qualche modo fallace.

Un modello puramente teorico (quindi capace di cogliere una dinamica generale ma non magari altri aspetti) dovrebbe essere robusto a tale problema. Un modello puramente statistico invece no: se il fenomeno si presenta in modo così forte da essere anomalo rispetto alla storia del segnale, risulta essere un 'perfetto sconosciuto' e il modello può fallire.

Nell'esempio: cosa c'è di teorico nel definire la recessione come due variazioni relative trimestrali negative?

 

 

Beh sai, recessione e' solo un nome, puoi chiamare recessione quel che vuoi. Diversi anni fa l'NBER negli usa ha deciso di lasciar perdere la definizione dei due trimestri consecutivi di diminuzione del GNP per usare piuttosto una serie di indicatori. Che abbia senso usare serie destagionalizzate mi pare indubbio. La destagionalizzazione e' una procedura statistica un po' piu' complicata dell'applicazione di coefficienti mensili. E' certo che nuovi dati facciano variare i coefficienti di questa procedura, come suggerisce ludovico, ma non e' chiaro in quale direzione. 

nfa ti amo.

grazie lodovico per la spiegazione: limpida ed esauriente anche per i non addetti ai lavori.

A me sembra che i due grafici dicano un po' la stessa cosa. Anche nel primo grafico si vede una "inversione di tendenza" abbastanza chiara. E' vero che la variazione rispetto allo stesso trimestre dell'anno prima e' negativa, ma per essere positiva il PIL avrebbe dovuto crescere oltre il 5% in un solo trimestre visto le perdite dei timestri precedenti, e' ovvio che cio' sia impossibile. Un aumento dello 0.6% destagionalizzato e' invece un chiaro segno positivo. Certo, sono d'accordo, la destagionalizzazione e' sempre una correzione arbitraria, quindi ci si dovrebbe ragionare comunque. Ma perche' dovremmo apsettarci che in una fase di recessione il terzo trimestre risulti piu' attivo di quanto risulti in fase di espansione (o stangazione)? In realta' io mi aspetterei il contrario. Il terzo trimestre e' quello estivo, e, in Italia il PIL e', almeno credo, trainato dal turismo, un settore che, secondo me, diovrebbe risentire del ciclo piu' di altri.

Non ricordo, dal 2000 ad oggi, di aver sentito annunciare una recessione ogni due anni, appunto perché in tutti quei casi si è preferito guardare sempre alla crescita tendenziale. Allora, per essere coerenti bisognerebbe guardare la crescita tendenziale anche questa volta

In realta' bisognerebbe vedere nelle serie storiche quante volte la ripresa da una recessione e' stata annunciata da una crescita congiunturale. no?

Quando ho letto della "ripresa", sentivo che c'era qualcosa di strano. Mi chiedevo come faceva ad essere cresciuta la produzione in un periodo di vacanze. Ora so il perché.

Forse se mettevo questo grafico da subito si capiva meglio. La linea blu rappresenta il Pil italiano per trimestre. Ha una varianza stagionale piuttosto regolare (a forma di M). L'Istat utilizza un metodo statistico per destagionalizzare e costruire la linea rossa che e' utile per paragonare trimestri.

D'estate il Pil cala sempre rispetto alla primavera, ma quest'estate e' calato di meno (ma pur sempre calato). Il fatto che e' calato di meno viene interpretato come una crescita congiunturale del +0.6% (l'ultimo trattino rosso che punta in su).

Non viene messo in dubbio il metodo statistico che basandosi su serie storiche tiene conto di varianza stagionale, ciclo economico, trend, e altro ancora. Meglio di cosi' non si poteva fare. Il punto e' che dato il crollo senza precedenti queste stime sono meno attendibili. Non sappiamo se saltando del 5% in giu' dall'anno precedente la stagionalita' si comporta nella stessa maniera.

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