Tasse, maledette tasse

25 febbraio 2008 andrea moro e thomas manfredi

Qualche mese fa Mario Draghi, in una relazione alla Società degli Economisti, mostrò alcuni dati sull'andamento dei consumi e redditi in alcuni paesi europei sui quali Andrea rilevò alcune discrepanze. Bankitalia ha confermato l'errore nel grafico relativo alla Germania; uno dei suoi economisti ci ha gentilmente spiegato come ricavare il loro grafico relativo all'Italia, che siamo riusciti a riprodurre. C'è molto da imparare dal confronto fra i grafici ricavati da Andrea e quello di Bankitalia.

La differenza fra i grafici, evidente nella figura seguente che li riporta entrambi assieme al consumo delle famiglie, riguarda la definizione di reddito: Bankitalia ha usato il reddito disponibile delle famiglie, la linea tratteggiata. Andrea il reddito disponibile totale dell'intera economia, la linea punteggiata.

I redditi delle famiglie italiane non sono cresciuti al passo dei consumi

Il reddito disponibile delle famiglie è essenzialmente costituito dal reddito da esse percepito meno il pagamento di tasse di pertinenza, più l'insieme di trasferimenti in denaro ricevuti da parte dello stato. Su questo ammontare di risorse le famiglie basano le proprie decisioni annuali di consumo e risparmio, che ad esso algebricamente sommano. Il reddito disponibile totale tiene invece conto dell'insieme delle risorse disponibili a livello nazionale. Poiché il reddito disponibile delle imprese risulta essere un ammontare relativamente piccolo ed abbastanza costante (in percentuale del nazionale), la grande differenza fra il reddito disponibile totale e quello delle famiglie viene dal prelievo fiscale. Il complesso delle risorse disponibili alla pubblica amministrazione, che come si può intuire dai grafici è cresciuto notevolmente, serve a finanziare consumi collettivi (strade, giustizia, etc) e privati (istruzione e sanità).

La differenza fra le due misure del reddito disponibile è ancora più chiara nel grafico seguente, che riporta la percentuale del reddito disponibile nazionale a disposizione delle famiglie (famiglie e governo assieme fanno quasi il 100%). Esso dimostra chiaramente l'espropriazione massiccia di risorse perpetuata dallo stato negli ultimi 15 anni. Dopo la crisi del 1991-1992 ancora un 85% del reddito disponibile era controllato dalle famiglie. Le punte massime di aumento della “(op)pressione fiscale” si hanno nel 1996-1997 (eurotassa et similia) nel 1999 e nel 2006. Tutti periodi in cui il centrosinistra era al governo, quasi sempre sotto la guida di Romano Prodi. Crediamo che al di là dell’usuale tasso di (op)pressione fiscale questi dati spieghino chiaramente ciò che è successo e sta succedendo in Italia.

Il prelievo dello stato sui redditi degli italiani è quasi raddoppiato dal 1990 ad oggi

Insomma, da un peso dello stato del 14% nel 1990 si è passati al 24% nel 2006, quasi il doppio, mentre il reddito disponibile alle famiglie per consumi e risparmio è crollato di dieci (10!) punti percentuali nello spazio di un decennio, ed è stabile da allora (diamo a cesare quel che è di cesare: era risalito un pelo sotto Berlusconi, ed è ridisceso poi nel 2006, ultimo anno per cui i dati sono disponibili).

Questo fatto rende anche problematico spiegare la differente evoluzione degli indici di reddito disponibile e dei consumi delle famiglie. I consumi pro capite delle famiglie crescono quasi del 20% dal 1993 (praticamente tanto quanto il reddito nazionale disponibile) mentre i redditi delle famiglie aumentano solo del 4%: questo è possibile, per ragioni di vincolo di bilancio, solo se i risparmi delle famiglie (in percentuale del reddito disponibile) diminuiscono vertiginosamente. In questo caso neanche la solita soluzione "economia sommersa" funziona, perché nella contabilità nazionale i consumi ed i risparmi delle famiglie devono sommare al reddito disponibile delle famiglie. Insomma, dopo aver mandato in malora l'azienda con politiche folli e spese pubbliche ancor più folli, gli italiani (invece di riformare il sistema) han deciso di ignorare il fatto che il loro reddito disponibile non cresce da praticamente quindici anni a questa parte! Continuano a far crescere allegramente i loro consumi, mangiandosi il capitale che avevano precedentemente accumulato. I capitali, come sanno tutti coloro che se li son mangiati, finiscono sempre più rapidamente di quanto dovrebbero ...

Come ha speso questi maggiori introiti, dunque, la pubblica amministrazione? Le maggiori spese in pensioni, stipendi dei pubblici dipendenti, ed altri trasferimenti in denaro a cittadini non concorrono a spiegare l'andamento del grafico perché, facendo parte del reddito disponibile delle famiglie, sono una partita di giro. Una parte delle maggiori entrate è stata usata per ridurre il deficit primario, che a seguito delle follie degli anni '70 ed '80 era diventato enorme attorno al 1990-92. Un'altra parte ha sostenuto la dinamica crescente dei consumi della pubblica amministrazione. Lasciamo al lettore valutare se la qualità e la quantità dei servizi da essa forniti sia, in 15 anni, quasi raddoppiata.

Per concludere, la stagnazione dei redditi deriva certamente dalla magra dinamica della produttività, tesi giustamente supportata da Draghi e documentata recentemente su questo sito. Ma il contributo negativo dell'(op)pressione fiscale, oltre a poter essere (per gli incentivi che distrugge) concausa della scarsa crescita della produttività, ha anche pesato direttamente sul reddito disponibile della famiglie. Si potrebbe arguire, con spirito da mero contabile, che con un debito pubblico così alto non ci fosse altra soluzione possibile che quella di reperire risorse per abbatterlo. Dopo anni in cui a più tasse è seguita solo e soltanto più spesa (che ha raggiunto il 50,1% del PIL (!!!) nei dati ISTAT più recenti), con un debito pressoché immutato (106% del PIL), noi crediamo che ammazzare il paziente febbricitante con dosi massicce di tax and spending, invece di stimolarlo con misure di libertà economiche (taglio della spesa pubblica, liberalizzazioni, privatizzazioni, taglio delle aliquote marginali) si sia rivelata la più miope delle politiche.

 

48 commenti (espandi tutti)

L'analisi mostra (purtroppo) la cruda realtà. Solo una precisazione: le tasse (il reddito disponibile) sono solo una faccia della questione. Giustamente hai detto che nei governi di Prodi le tasse sono aumentate. Però poi il confronto del deficit è stato fatto su 15 anni. Credo che questo non sia coerente dato che negli anni di governo di Prodi il deficit (e il debito) sono diminuiti. Mentre negli anni di berlusconi il debito è passato dalla discesa alla crescita.

NB:Non discuto sulle differenti fasi economiche che hanno accompagnato i vari governi e non voglio assolutamente cercare di difendere Prodi (il suo governo ha fatto pena).

I dati in effetti si fermano al 2006. L'ho chiarito nell'articolo.

andrea,

sono un po' confuso.
se la porzione di reddito disponibile che va allo Stato e' aumentata di dieci punti percentuali, e visto che il PIL non e' cresciuto molto (cioe' lo Stato non si e' mangiato la crescita, diciamo), e visto che le imprese contano poco, e visto che il reddito totale di cui parlate rappresenta quasi il 100% del PIL pro capite, tale aumento non dovrebbe riflettersi in un aumento simile della pressione fiscale? c'e' stato? altrimenti cosa e' successo?

parte della spiegazione potrebbe risiedere nei "trasferimenti" che vengono conteggiati quando si calcola il reddito disponibile per famiglie?

Chiaramente. Mi sembra che l'articolo lo dica, no? Ok, forse non lo dicono esplicitamente (anche se parlano chiaramente di oppressione fiscale e menzionano le tasse di Prodi I e II) ma che il tutto sia dovuto a crescita delle tasse segue dal vincolo di bilancio! Ma no, ispirati, oggi vai di fretta. Ora che rileggo, lo dicono anche alla fine, molto esplicitamente!

michele, e' che non ci volevo credere e speravo di non aver capito, di aver confuso qualcosa... :)

cioe' la pressione fiscale e' aumentata piu' o meno di dieci punti percentuali in un decennio? alla faccia...

OVVIAMENTE NO, ispirati. 10 punti percentuali? la pressione fiscale è collegata a quanto scritto da Andrea, ma non è la stessa cosa.

la pressione tributaria e contributiva (indicatore migliore dell'oppressione fiscale) è cresciuta dal 1993 al 2006 del 78 per cento, a fronte di un PIL che è cresciuto del 77 per cento. As a matter of fact, in rapporto al PIL la pressione tributaria e contributiva è ai livelli del 1993 (42,3 per cento nel 2006, 42,2 nel 1993).

la pressione fiscale complessiva (che include le imposte in conto capitale) è, invece, scesa dal 42,9 al 42,3.

quello che rileva nel grafico di Andrea è la dinamica dell'imposizione tributaria e contributiva rispetto alla dinamica dei redditi delle famiglie. molto grossolanamente, le tasse hanno continuato a crescere, i redditi no. e qui l'articolo di Michele sui salari aiuta a capire tante cose.

ecco pietro, infatti la mia domanda era proprio quella. siccome non ero al corrente di un rapido aumento della pressione tributaria negli ultimi dieci anni mi chiedevo come fosse possibile che le tasse si fossero mangiate dieci punti di reddito disponibile alle famiglie.

tu dici che la differenza e' data dalla dinamica fiscale vs dinamica dei redditi e mi dici che le tasse sono cresciute ma i salari no. quello che non capisco e' che visto che la differenza tra le due curve di sopra e' data (praticamente) da tasse e trasferimenti, e dato quanto detto sopra, mi chiedevo come e' possibile che la fetta di torta (reddito) che va alle famiglie diminuisca e quella che va al governo aumenti senza che vi siano cambi nella pressione fiscale. quello della dinamica salaria e della dinamica tributaria mi sembrano due problemi diversi; uno mi dice quanto cresce la torta, l'altro mi dice come la distribuisco (poi chiaro le due cose sono collegate ma non so se in questo caso e' rilevante). per dire pure ammettendo che i salari non siano cresciuti questo non automaticamente spiega perche' la fetta di tale salario che rimane alle famiglie debba diminuire (se non in seguito ad un de facto aumento della pressione fiscale).

sono sicuro che sto mancando qualche dettaglio ma e' per questo che chiedo :)

Alcuni chiarimenti verrano da un articolo di prossima pubblicazione. Thanks for your patience.

Andrea farà il punto e, immagino, lo farà in modo dettagliato.

in breve. le curve del grafico di Andrea, essendo in numero indice forniscono informazioni solo riguardo il tasso di crescita dei 2 aggregati. Quello che si dice è che il reddito totale è cresciuto del 15 per cento, quello delle famiglie del 5 per cento. nota che quello delle famiglie è definito come reddito al netto delle tasse, quindi quel 5 per cento ti sta dicendo che i redditi lordi sono cresciuti di più dei redditi disponibili. e i redditi lordi vanno anche nel PIL che è il denominatore della pressione fiscale.

probabilmente ti ho confuso ancora di più.

mi chiedevo come e' possibile che la fetta di torta (reddito) che va
alle famiglie diminuisca e quella che va al governo aumenti senza che
vi siano cambi nella pressione fiscale.

E' possibile se diminuiscono i trasferimenti dal settore pubblico a
quello privato. Questo e' quello che sembra essere accaduto. Ho messo
insieme un po' di dati da Eurostat, che riassumo nel grafico sotto.

La
serie rossa sono le tasse in percentuale del PIL, definite come gli
introiti dello stato da tasse e contributi sociali (al netto delle
somme dovute ma che non saranno probabilmente mai riscosse). La serie
blu sono i trasferimenti in percentuale del PIL, per i quali ho usato
una stima molto, molto grossolana per limitazione di dati (e di tempo)
ma che qualcosa fa vedere. Sono definiti come la somma di sussidi,
compensazioni nette ai dipendenti pubblici (stimate come compensazioni
lorde meno imposte in misura della percentuale di tasse sul PIL) e
benefici sociali netti (essenzialmente pensioni, stimate allo stesso
modo da quelle lorde).

Mentre la pressione fiscale oscilla tra
il 40% e il 43% (i due picchi corrispondono grossomodo alle emergenze
del 1992-1993 e allo sforzo pre-Euro del 1997-1998) ma sembra in media
costante, i trasferimenti hanno un trend negativo.

Mettendo
insieme il tutto, la quota di reddito totale che va alle famiglie
scende dall'80% nel 1990 al 75% nel 2006. Sono numeri ancora lontani da
quelli di Andrea e Thomas ma la tendenza e' quella.

 tasse e trasferimenti in % del PIL

Beh trend in diminuzione mica tanto, se guardi dal 2000 in poi. Tra i tasferimenti tu includi anche i salari pagati ai dipendenti pubblici (a quanto capisco), il che concettualmente non è corretto, essendo un pagamento per una prestazione offerta. Comunque su questo tema (sussidi, trasferimenti salari pubblci) un prossimo articolo svelerà l'arcano e sosprese non mancheranno. Stay tuned!

Si, dal 2000 in poi crescono ma diminuiscono nell'arco di quindici
anni coerentemente col vostro secondo grafico anche a parita' di
pressione fiscale.

Includere i salari dei dipendenti pubblici non
e' del tutto scorretto, perche' si tratta di prestazioni dei propri
dipendenti, non di beni e servizi acquistati sul mercato (concettualmente e' come
quando calcoli il valore aggiunto di un produttore e sottrai ai ricavi i consumi
intermedi ma non il costo del lavoro). In ogni caso, se togliamo questa voce la
mia spiegazione non funziona (assumendo che sto misurando bene i
trasferimenti, il che e' improbabile), come si vede nel grafico
sotto... quindi aspettiamo il prossimo articolo :-)

Giulio, non e' vero che non funziona la tua spiegazione. La cosa che conta sono le tasse! C'e' una grande crescita della pressione ficale tra 1990 e 1993, che poi oscilla ma non scende mai completamente, ed una nuova crescita nel 2006. Gia' solo la distanza fra il punto finale e quello iniziale della curva rossa, tasse, e' pari al 4% del PIL. Ora il PIL e' piu' grande del reddito disponibile nazionale, quindi quando lo rapporti al reddito disponibile sei gia' a circa 6% (numero dato ad occhio, sono di corsa) di crescita.

Ora, anche se non sono tecnicamente trasferimenti, e' legittimo togliere i salari netti dei dipendenti pubblici come facevi nel commento precedente, almeno al fine di calcolare il reddito disponibile del settore pubblico. E questi, in percentuale del PIL, diminuiscono. Quindi qui hai altri 3 punti pecentuali circa ...

Ok, stasera mettiamo i calcoli fatti con attenzione, oramai son prunti. Solo questione di trovare mezz'ora per mettere in ordine i dettagli.

Scusate, vorrei accertarmi anch'io di aver capito bene le definizioni, perche' non tutto mi quadra.

Ignoriamo le imprese per un momento. Se il reddito disponibile delle famiglie e' il loro reddito lordo (inclusi i trasferimenti pubblici) meno tasse e il reddito disponibile del settore pubblico sono le tasse meno i trasferimenti, allora la somma dei due e' l'intero prodotto, no? Perche' allora chiamarlo reddito disponibile totale anziche' PIL?

Se e' cosi', quello che leggo nella seconda figura e' che al netto dei trasferimenti la pressione fiscale era piuttosto bassa fino alla seconda meta' degli anni '90. Poiche' non mi pare che il prelievo fiscale sia aumentato di dieci punti percentuali in dieci anni (ma potrei sbagliarmi), gran parte dell'aumento della quota del settore pubblico sul reddito totale sarebbe dovuta alla riduzione dei trasferimenti anziche' all'aumento delle tasse (in questo senso non e' ovvio che ci sia stata un'espropriazione massiccia di risorse prodotte dalle famiglie).

L'aspetto interessante allora -- sempre a livello speculativo finche' non recupero dati sui trasferimenti -- e' che la spesa pubblica potrebbe essere aumentata non solo nella misura dell'aumento delle tasse e del deficit, ma anche della riduzione dei trasferimenti. Come dire: non e' che si riducono i trasferimenti al settore privato per ridurre la spesa o le imposte, ma solo per aumentare la spesa del settore pubblico...

ammetto di non capirci molto di macroeconomia, ma il primo grafico non implica che, se la differenza tra reddito totale e reddito disponibile è data dall'esuberanza fiscale (che gli aggettivi sono giudizi di valore), i consumi sono cresciuti praticamente uno a uno con questa ultima? O no?

Poi un altro dubbio.  Quello che viene chiamato "consumo della pubblica amministrazione"  nel post è un residuo che sparisce dall'economia? Chi sono i soggetti che beneficiano di questo consumo?  I consumi nel grafico includono quelli della P.A. o no?

 

I consumi del grafico includono solo quelli delle famiglie; i consumi pubblici comprendono anche spese per sanita' e scuola, tanto per fare un esempio. Non so cosa intendi per "spariscono". Fanno parte degli usi delle maggiori risorse incamerate evidenziate dal grafico.

Come dice Andrea, non e' un residuo che sparisce nel senso che sono risorse che vengono bruciate, buttate in mare, disperse come ceneri al vento:

Il complesso delle risorse disponibili alla pubblica amministrazione, che come si può intuire dai grafici è cresciuto notevolmente, serve a finanziare consumi collettivi (strade, giustizia, etc) e privati (istruzione e sanità).

Il problema e' se a questo aumento di spesa e' corrisposto un congruo aumento di qualita' e quantita' dei servizi forniti, come dicono ancora gli autori (neretto aggiunto):

Una parte delle maggiori entrate è stata usata per ridurre il deficit primario, che a seguito delle follie degli anni '70 ed '80 era diventato enorme attorno al 1990-92. Un'altra parte ha sostenuto la dinamica crescente dei consumi della pubblica amministrazione. Lasciamo al lettore valutare se la qualità e la quantità dei servizi da essa forniti sia, in 15 anni, quasi raddoppiata.

 

Si Giorgio e Andrea, ho capito che il consumo pubblico è uno degli "usi" che si fanno delle risorse accumulate con le tasse. Quello che chiedevo è se l'aumento di questo consumo pubblico (scuola sanità e via dicendo) fosse in qualche modo compreso (in parte almeno) nell'aumento della variabile "consumi delle famiglie" nel grafico. A quanto ho capito la risposta è no.  Nel grafico ci sono i consumi privati solo. Right?

Right. I consumi delle famiglie corrispondono a beni e servizi che le famiglie ACQUISTANO. Qualsiasi bene o servizio che venga ricevuto da ente pubblico o similia ad un prezzo inferiore al suo valore di produzione, non viene (per la parte non pagata) compreso nei consumi delle famiglie. Quindi, la scuola per esempio non c'è ed anche quella parte della sanità che i cittadini non pagano direttamente, la sicurezza pubblica, eccetera.

D'altro lato, il reddito disponibile del settore pubblico (stato+regioni+ ...+circoscrizioni rionali) è uguale a tutte le risorse che il settore raccoglie (fondamentalmente a base di tasse, contributi, accise, ...) MENO tutti i trasferimenti in denaro che il settore pubblico fa verso le famiglie e le imprese. Questi ultimi trasferimenti corrispondono, per esempio, agli stipendi (netti) dei dipendenti pubblici (che entrano nel reddito disponibile delle famiglie), i sussidi alle imprese, le pensioni di ogni tipo e sorta, eccetera.

Quanto rimane corrisponde al reddito disponibile del settore pubblico che viene speso, fatte salve poste minori e complicate, in beni e servizi acquistati dal settore pubblico per svolgere la propria benefica funzione (le 180mila macchine blu, lo champagne della bouvette di Montecitorio, gli aerei che Mastella e Rutelli usano per andare a vedere la F1 a Monza ...) ed in pagamenti di interessi sul debito pubblico.

Yep, battiamoci perché nel discorso comune si aggiunga "privati" a "consumi delle famiglie", o anche "spesa per consumi delle famiglie", così non mi confondo:)

Sono andato sul sito dell'Eurostat, pare che dal '95 al '05 la "General government final consumption expenditure" (che è quello di cui stiamo parlando, a sto punto) italiana sia passata dal 18% al 20.4% (percentuale del GDP), ancora sotto la media Europea, che nel 2005 è del 21%. Se mi trovo in Italia rivotero' la sinistra a sinistra del PD, sperando che ci porti in media europea :)

In Italia sarebbe meglio che la "General government final consumption expenditure" rimanga inferiore alla media europea e anzi diminuisca rispetto ad oggi per diversi motivi

  • la spesa per gli interessi sul debito e' maggiore
  • la qualita' dei servizi statali e' inferiore (l'Economist la definisce "miserabile"): i servizi acquistati da privati sono probabilmente migliori
  • parte cospicua della spesa statale viene usata per propaganda (RAI, sussidi ai giornali) oppure per
    spesa clientelare improduttiva in cambio di consenso politico
  • il numero e lo stipendio degli amministratori e dei politici in Parlamento sono superiori alla media europea a fronte di una qualita' nettamente inferiiore

Alberto supponi che qualcuno ti dica che in Italia si spende troppo per la ricerca, e che i ricercatori italiani sono molto scarsi. E devi votare tra due alternative: 1) riformare il modo di spendere per creare una generazione di ricercatori bravi 2) tagliare i fondi alla ricerca .

Tu che sceglieresti? 

Non so cosa farebbe Alberto, ma io taglierei i fondi di ricerca migliorando al contempo la qualità media della stessa.

Impossibile? Miracoloso? Effettivamente, io sono più bravetto della media in queste cose, ma questa volta si tratta di un'assoluta banalità. Per essere più precisi, per tagliare i fondi e al tempo stesso migliorare la qualità della ricerca, agirei nel seguente modo.

1) Creerei una commissione di esperti internazionali che definisse standards di qualità della ricerca e competenza minima dei ricercatori che pago, oltre che criteri di valutazione del tipo "se ha prodotto X(1) pagalo Y(1), se ha prodotto X(2) pagalo Y(2), etc.".

2) Userei i criteri definiti da tale commissione per valutare la produttività dei ricercatori che al momento lavorano in Italia. Per far questo, ed evitare conflitti d'interesse, probabilmente mi cercherei un agenzia di valutazione indipendente, straniera per esempio.

3) Licenzierei in tronco tutti i ricercatori che non soddisfacessero ai criteri minimi così stabiliti e ridurrei gli stipendi di quelli che, sempre in base ai medesimi criteri, risultassero pagati troppo. Altrettanto ovviamente aumenterei gli stipendi di quelli che dovessero risultare pagati troppo poco.

Semplice come dire uno, due, tre. Basta non essere supini alle corporazioni (note ai più come sindacati) dei ricercatori incompetenti, ed essere persone minimamente competenti.

P.S. Impossibile da farsi, ovviamente, se si è il partito dei ricercatori incompetenti, votato dai medesimi e, magari, repleto dei medesimi in qualità di funzionari o parlamentari. In questo caso si sceglie di aumentare ulteriormente le spese, perché questo permette l'appropriazione dei redditi di chi lavora ed è competente, continuando a fare l'assoluto nulla. Oppure, in generale, se ce ne frega nulla che i migliori vengano premiati, magari perché sappiamo di essere dei mediocri, e quindi preferiamo la mediocrità generale e lo spreco delle tasse degli altri. Anche in questo caso la soluzione ovvia non si farà e si continuerà a dire che siamo incompetenti perché non ci pagano abbastanza.

Ecco Michele, tu hai proposto un meccanismo che possa migliorare l'efficienza della spesa in ricerca. Il fatto è che 1-2-3 (il meccanismo)  implicano meno spesa&+efficienza  , meno spesa da sola non implica nulla.

Ora, perché lo stesso argomento di teoria dei meccanismi non lo si fa per altre componenti della spesa pubblica? Ho scelto l'esempio della ricerca perché sapevo che ti (vi) sta a cuore. E' dalla metà degli anni '70 che gli economisti studiano meccanismi e contratti (al di là del mercato) , eppure in Italia quando si parla di spesa pubblica la ricetta che praticamente tutti propongono (anche quelli che si professano a sx)  è sempre quella del mercato: smantellate, vendete and  let the market work. Devo credere che tutti gli Econometrica Jet etc servono solo a  dimostrare quanto si è intelligenti e a prendere tenure? Perché se così è, allora ci potevamo fermare ad Adam Smith. 

Oh, no. Non ci siamo proprio capiti! Visto che non ci siamo capiti nella versione rapida, proviamo con quella lenta e dettagliata.

Io mi ero
assunto l'onere della "compatibilità politica", come lo chiama giustamente il
mio amico Alberto Bisin, ed avevo fatto una proposta che risolveva l'apparente paradosso ma che, per farti contento, era difettosa
e costosa
. Perché costosa e difettosa? Questa versione già è lenta abbastanza così, quindi lascio la soluzione di questo ulteriore puzzle alla tua agilità intellettuale. Hint: pensa agli incentivi dei giocatori nel gioco ripetuto e capisci subito
perché è difettosa, oltre che costosa, la proposta del commento precedente.

Torniamo al punto. Tu chiedi: come migliorare la qualità della ricerca riducendo al contempo la spesa pubblica per ricerca - quantità miserrima, lo sappiamo tutti, e probabilmente inferiore a quella della spesa pubblica per i festivals del cinema e le giovani fanciulle in carriera con email @governo.it, ma transeat. Poiché usmeavo - così a naso: sono un topo che si fida del suo intuito - che a te piacessero lo stato e le sue spese più che il mercato e la libertà, mi sono
inventato un semplice meccanismo (banalotto alquanto ...) che risolvesse l'apparente paradosso e soddisfacesse al requisito
di mantenere l'intera cosa sotto controllo pubblico,
finanziamento pubblico, e balle del genere.

Ma, se mi permetti di
ignorare il vincolo politico-ideologico del "tutto pubblico", la soluzione è molto più semplice,
meno costosa e, soprattutto, più efficace: licenzi TUTTI, chiudi la baracca e tiri i
burattini. Okkei, okkei, messa così è troppo brutale. Diciamo che dai due o anche tre anni di preavviso, cosicché i privati che
vogliano entrare nel settore una volta che ne escano gli enti pubblici inefficienti ci entrino, e quelli che nel settore pubblico han voglia di far ricerca seriamente e la sanno fare si preparino alla nuova normativa. Magari chiedendo che la loro università o centro di ricerca si trasformi in organizzazione senza scopo di lucro secondo procedure che spero siano abbastanza ovvie. In altri termini, privatizzi l'università italiana, non nel senso che la vendi ai privati (chi vuoi che se la compri?) ma nel senso che trasformi università, centri di ricerca ed altre amenità pubbliche in enti di diritto privato completamente indipendenti e patrimonialmente autonomi (trasferendo loro ville e palazzi, sedie e banchi, computers e bidelli) ... Come farlo ne abbiamo già discusso qui e, se proprio qualcuno volesse farlo, mi offro da consulente gratuito. Ecco, questa è la soluzione completa, non sempliciotta, ed efficiente. Ed anche questa, credimi, è un meccanismo. Un meccanismo di mercato, anzi un meccanismo di mercati.

Perché, vedi, non c'è "il mercato", ci sono "i mercati". Diversi fra loro, eterogeneamente assortiti ed organizzati, regolati o meno a seconda della bisogna e dell'evolversi delle tecnologie. Non tutti perfettamente competitivi, alcuni proprio non si riesce, ma quasi tutti "più competitivi" del monopolio pubblico. Ed i mercati sono meccanismi, alcuni ottimi altri meno, ma meccanismi. Qui sta infatti, la chiave concettuale su cui si fonda la teoria dei meccanismi di Leo&Co: non vi è nessuna contrapposizione fra mercati e meccanismi, i primi sono un sottoinsieme (piuttosto denso) dei secondi. Non a caso, quasi tutte le volte in cui qualcuno si inventa un meccanismo (ottimo, date le sue ipotesi) per risolvere un qualche problema di allocazione, questo signore (o signora, che ci sono anche loro) poi si chiede: come lo "decentralizzo" questo fighissimo meccanismo? La parola "decentralizzare", che ai non esperti ricorda il fallimentare trasferimento della raccolta delle spazzature ai consigli di quartiere, fra di noi frequentatori di JET ed ECA vuol dire invece: come trovo un sistema di prezzi (e mercati, quindi) che implementi la soluzione ideale che ho appena disegnato? Non si trova sempre, persino i mercati sono imperfetti ed addirittura incompleti, ma si trova spesso. Oserei dire che, dal punto di vista pratico, si tova quasi sempre la soluzione attraverso mercati opportunamente arrangiati e regolati. Ragione per cui i meccanismi di mercato (plurale: meccanismi) tendono a funzionare, mentre il meccanismo pubblico - 'ché quello è sempre lo stesso e provatamente non ottimo: tassa e spendi che così ti votano - no.

Nel caso in specie il meccanismo sempliciotto che io avevo suggerito (che assumeva l'esistenza di una commissione imparziale di saggi che sapevano esattamente chi è meglio e chi è peggio, chi è cialtrone e chi genio lavoratore; assunzione che in un gioco ripetuto risulta difficile assai mantenere se la commissione è composta da esseri umani e non da angeli) nella realtà delle cose è implementabile praticamente con un sistema di mercati competitivi, o quasi. Non identico a quello USA, ma non molto distante da esso. Insomma, il meccanismo da me descritto è, abbastanza banalmente, decentralizzabile in un sistema di mercati regolati. La decentralizzazione, m'arrischio di congetturare, implementa il meccanismo ottimo anche in un contesto dinamico (gioco ripetuto) mentre il semplice meccanismo da me descritto nel commento anteriore molto probabilmente fallisce per ovvie ragioni di "capture" del regolatore ...

Non so, infine, chi siano questi economisti di sx a cui ti riferisci e che - dagli anni '70! - vogliono liberalizzare ed amano i mercati. Presentameli 'ché io non li ho ancora incontrati: magari ci fossero! Spero tu non abbia il Bersani in mente: ma se non ha libera(lizza)to nemmeno se stesso! A dire il vero, anche se li conosci di dx presentameli, 'ché anche quelli faccio fatica a trovarli. Più in generale, non capisco la protesta finale su quelli che scrivono le cose solo per prendere tenure e si scordano quello che han scritto quando è ora di fare politica economica dove propongono mercati un po' a casaccio. Forse ti riferisci ad un fenomeno recente e che io, per ragioni anagrafiche, non conosco, ma sarei curioso di capire le ragioni logiche (non ideo-logiche) della lamentela - e della scarsa considerazione di Adam Smith, che i meccanismi li aveva capiti. Forse è giustificata, non lo metto in dubbio, ma per renderla comprensibile dovresti dirci cos'hai in mente, a chi ti riferisci, ed in quale occasione uno di noi (noi di nFA, degli altri non rispondo) se ne sia uscito con fesserie mercatiste (termini miei, per riassumere) quando bastava proporre un intelligente meccanismo-non-di-mercato. O forse, non è che bisogna stare attenti a giocare al gatto ideologico con il topo tonto, perché a volte il topo può sembrare tonto, ma non lo è? E forse non è nemmeno un topo ...

Ti rispondo su una cosa velocemente, poi cerco di scrivere qualcosa stanotte. Io mica ho mai detto che i mercati non sono meccanismi. L'hai precisato tu: sono un sottoinsieme (dove l'inclusione è stretta, e sulla genericità non so proprio dirti a questo livello di dettaglio) dei meccanismi possibili. Per gli obiettivi che ci proponiamo (la funzione di scelta sociale), date le ipotesi sull'environment che ci troviamo di fronte (informazione, caratteristiche dei beni, preferenze etc) , il mercato può essere o meno la scelta da adottare. E dato che un meccanismo non è altro che una funzione che associa azioni ad outcomes in modo che "qualche concetto di ottimalità individuale + qualche concetto equilibrio" e in modo che "outcome equilibrio = outcome che ci piace" si ottiene, il tutto si riduce a capire se questi oggetti sono vicini abbastanza a "max su un vincolo lineare + somma degli usi uguale a somma delle risorse ". Tu dici che il sottoinsieme dei meccanismi per cui questo non è vero è abbastanza piccolo, io ho qualche dubbio che questo sia vero per tutte le possibili FBS e per tutti i possibili environment.

Il resto stanotte.

Alberto supponi che qualcuno ti dica che in Italia si spende troppo per
la ricerca, e che i ricercatori italiani sono molto scarsi. E devi
votare tra due alternative: 1) riformare il modo di spendere per creare
una generazione di ricercatori bravi 2) tagliare i fondi alla ricerca .

Tu che sceglieresti?

Date sole due scelte sceglierei la prima. Ma nel mondo reale le scelte non sono solo due.

Nel caso dei ricercatori, siamo nella tipica situazione dello statalismo italiano: assenza di meritocrazia, salari che aumentano solo per anzianita', concorsi aggiustati per cosche baronali quando va bene, per amici e parenti nelle situazioni piu' degradate. In piu', tipicamente il 90% della spesa e' solo per stipendi. Una delle universita' piu' virtuose, Padova, e' al 75%, Pisa invece e' oltre il 90%.

Accanto a gente normale che lavora e spesso e' appassionata, proliferano le sinecure di gente che viene pagata e non si sa nemmeno dove abiti e quale secondo lavoro faccia, oppure ordinari che usano il titolo per aumentare i compensi delle loro prestazioni private subappaltando i corsi ai ricercatori. E' evidente che un qualunque Stato serio metterebbe di fronte questa gente alla scelta di lavorare sul serio, con risultati documentati, oppure trovarsi un'altra occupazione preferibilmente non a carico dei contribuenti. I risparmi per la spesa pubblica sarebbero rilevanti, senza alcuna perdita di servizio pubblico.

Parlando di quelli che lavorano seriamente, gli aumenti automatici per anzianita' in particolare sono una vera sciagura: a fine carriera i professori ordinari italiani guadagnano spesso piu' di quelli USA, in cambio i ricercatori negli anni scientificamente produttivi sono pagati la meta', con salari netti ridicoli rispetto ad ogli altro paese occidentale.

Salvaguardando gli stipendi piu' bassi, si potrebbe tranquillamente tagliare del 50% la parte eccedente il corrispettivo per esempio di 3000 Euro netti al mese tutti gli stipendi (che hanno superato i 3000 Euro/mese solo per anzianita') e rimettere tutto in gioco in base al merito, una parte come compensi e una parte come fondi di ricerca. Riguardo i compensi medi per l'universita' ci sono degli studi che mostrano come siano piu' alti in media in Italia rispetto ad UK, in cambio di minori risultati di ricerca e minori risultati didattici, quindi una parte del monte salari puo' essere assegnato alla ricerca, o anche tagliato se lo Stato non ha soldi. Nota bene che tutta la spesa maggiore dell'Italia rispetto ad UK per l'universita' riguarda gli stipendi cresciuti per anzianita', non certo i salari ridicoli dei ricercatori a inizio carriera.

Ovviamente non e' per nulla banale come riassegnare le risorse in base al merito. Ovviamente non possono farlo gli interessati stessi, che si limiterebbero a riassegnare a pioggia senza meritocrazia. Non possono farlo burocrati statali che sarebbero incompetenti e ovviamente inquinati dalla politica che poi si interseca alle cosche accademiche. Dovrebbe farlo una qualche entita' di valutazione scientifica internazionale, con membri il piu' possibile disinteressati. Purtroppo siamo nel regno dei sogni.

Forse una evoluzione piu' realistica in Italia potrebbe essere congelare tutti gli stipendi oltre i 3000 Euro netti, azzerare i fondi interni di Ateneo per la ricerca, assegnare tutti i fondi della ricerca con valutazione quanto possibile esterna e indipendente, aumentare gli stipendi di quei ricercatori che producono ricerca ben valutata esternamente, riassegnando in base al merito gli aumenti di stipendio congelati. Non credo tuttavia che la societa' italiana abbia forza e onesta' sufficiente per attuare un risanamento del genere: continueremo ad andare alla deriva.

Luigi, e chi ti dice che serve votare la sinistra arcobaleno per aumentare la spesa pubblica? Se questo è il tuo obiettivo direi che quasi tutti i partiti vanno bene. Ti segnalo in particolare il centrodestra, che nel periodo in cui ha governato ha aumentato di 2 punti il rapporto tra spesa pubblica al netto degli interessi e il PIL.

Sono i tapini come me che vorrebbero ridurla, la spesa, che non sanno che pesci pigliare. Chi la vuole aumentare ha solo l'imbarazzo della scelta, e credo proprio che i bertinottiani non siano i più efficaci.

Quanto rimane corrisponde al reddito disponibile del settore pubblico che viene speso, fatte salve poste minori e complicate, in beni e servizi acquistati dal settore pubblico per svolgere la propria benefica funzione (le 180mila macchine blu, lo champagne della bouvette di Montecitorio, gli aerei che Mastella e Rutelli usano per andare a vedere la F1 a Monza ...) ed in pagamenti di interessi sul debito pubblico

Giusto per capire.

Tralasciando l'aspetto morale degli sprechi in auto blu et similia, a naso direi che questi sprechi rappresentano però un porzione minima rispetto agli interessi sul debito pubblico.

Sarebbe interessante sapere quanto del reddito disponibilie del settore pubblico se ne va in pagamento interessi e quanti di questi interessi vengono pagati in Italia e quanti a detentori esteri.

La quota di interessi pagata in Italia, non viene forse reimmessa nel circolo economico come reddito disponibile per i detentori dei BOT stessi, risolvendosi in una sorta di partita di giro reddituale ?

Gli interessi sul debito pubblico pagatati all'estero ammontano circa al 1,6% del PIL nel 2006 (erano lo 0,74 nel 1990). Su per giù sono perciò il 35% del totale degli interessi pagati sul debito pubblico (4.5% nel 2006.), contro un 8% del totale nel 1990. Anche la quota di interessi di pertinenza delle famiglie è perciò calata nel tempo.

Il conto della serva sulla spesa per gli interessi e' presto fatto: 106% (debito/pil) x 4.5% (tasso d'interesse medio - sovrastimato), fa circa 4.75%. Quanto alla partita di giro, mi sa che va diminuendo di anno in anno almeno dall'Euro in poi, visto che gli ultimi dati che ricordo parlano di un 60% del debito pubblico italiano in mano ad investitori esteri.

http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&currentArticle=BXBZP

http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&currentArticle=BXWWQ

Caro Michele nei link che ho inserito vi è la giustificazione di altre spese dello Stato effettuate dalla nostra casta. Non ci sono solo "Cicciobello" e Mastella: anche il Subcomandante Fausto ha adoperato l'aereo di Sato per usi privati (doveva accattarsi maglioncini di Cachemire visti gli spifferi alla Camera dei Deputati) ma da buon comunista ha saputo mimetizzarsi meglio. Se non fosse stato per "Libero" la cosa sarebbe passata inosservata. Riguardo a l'Ex Kathedra è un buon esempio di giornalismo economico che dovrebbe essere presente sulla nostra stampa. Spero tanto che "Libero mercato" lo riprenda.

Curiosamente Libero Mercato non ha ripreso questo articolo: lo ha addirittura anticipato. Giovedì o venerdì scorso nella rassegna stampa c'era un articolo di Giannino in cui si consigliava di leggere questo articolo. Sono andato allora sul sito di NfA, ma non l'ho trovato (è stato pubblicato solo ieri). Ormai, come per i film, gli articoli di NfA hanno un'anteprima per i giornalisti...

Strano, l'articolo era apparso per 5 minuti la settimana scorsa, poi l'avevamo tolto perche' volevamo capirci di piu'. Magari Giannino l'aveva visto.  

Non capisco: il primo grafico mostra, per gli anni dal '91 al '93, un reddito disponible delle famiglie superiore al reddito disponibile totale. Allora mi sarei aspettato di vedere nel secondo grafico una percentuale del reddito percepito dalle famiglie superiore al 100% in quegli anni. Invece no. Qualcuno può chiarirmi questo punto per favore (sapete, sono un po' lento...)

Il primo grafico si riferisce a indici in base 1993=100 non a valori assoluti, mostra perciò la dinamica non la composizione. Il secondo grafico invece mostra la distribuzione del reddito netto disponibile fra general government e famiglie. Non è corretto dunque paragonarli come tu hai fatto.

pasto gratis

Marco Boleo 26/2/2008 - 10:39

C'è Innocenzo Cipolletta su Il sole 24 ore di oggi che tratta di un problema che è contenuto sia nell' Ex Kathedra che nel commento di Michele. (...)"I prezzi bassi di molti servizi nascondono al loro interno trasferimenti alle famiglie e alle imprese che nessuno contabilizza, ma che dovranno emergere, implicando un rialzo dei prezzi del Paese. E ciò genererà negli italiani un nuovo forte malcontento, (...). Ma questo sarà anche un passaggio fondamentale nella modernizzazione dell'Italia. (...).   Mi chiedo però in proposito: se venisse meno il compromesso che c'è stato finora in Italia tra servizi di bassa qualità e prezzi non elevati dei medesimi, la gente scoprirebbe, parafrasando Friedman, che il "pasto" servito oltre a non essere gratis era anche scotto. 

http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=H9MR1

 

Nel Forum Marchetti, invece, alcune proposte sulle quali su nFA si discute da tempo:

http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=H9NH1

Infatti secondo me qui si intrecciano due fenomeni correlati (che nella letterature di public economy sono ben noti), inefficienza allocativa e produttiva. La scarsa qualità dei servizi deriva da quest'ultima, dovuta essenzialmente ai vincoli di bilancio non stringenti per  i manager pubblici (politici e amministratori). Questo porta ad un gonfiamento nelle spese improduttive nel budget discrezionale. Il problema del pasto gratis deriva invece dalla inefficienza allocativa, causata da prezzi politici artificialmente bassi che nascondono tarsferimenti impliciti. Questo uso della leva dei prezzi per redistribuir risorse è da tutti i manuali di finanza pubblica (di base) altamente deprecato perché altera il segnale dei prezzi relativi. La parte meno chiara è che questa ultima causa implicitamente anche inefficienza produttiva, perché i prezzi fungono da segnale anche per i produttori (pubblici). Ma in Italia si sa quello che è chiaro per il resto del consesso civile non lo è affatto, e ci troviamo áncor oggi con prezzi dei treni sussidiati per i pendolari, ma con treni che a definire da terzo mondo è poco, e con servizi allucinanti (mai un ritado inferiore ai 15 minuti su tratte brevi).  

Ritengo il commento alla curva del tutto fuorviante. A parte la strana normalizzazione a sinistra, in cui il reddito famigliare supera quello totale, la curva mostra semplicemente l'effetto della tassazione progressiva. Nel periodo Prodi/c.sinistra il reddito totale è cresciuto e pure quello disponibile per le famiglie, di circa l'1%, ma in misura minore del reddito totale, come è ovvio in qualunque sistema progressivo. Nel quinquennio berlusconiano il reddito totale si è bloccato, è così quello delle famiglie. In realtà, studi accurati dimostrano che anche nel quinquennio berlusconiano il reddito disponibile è aumentato di circa l'1%, ma in misura molto sbilanciata oer i ricchi: il 20% delle famiglie più ricche ha preso 1/4 delle risorse! Risultato: entrambi i governi hanno fatto aumentare dell'1% il reddito disponibile famigliare. La propaganda sulle aliquote è fuorviante: va visto il complesso aliquote, detrazioni-deduzioni, sussidi, fiscal drag (eliminato da Tremonti), ecc.

Chi vuole vedere come si fa uno studio rigoroso, puo consultare

http://www.lavoce.info/articoli/-fisco/pagina1974.html

Saluti a tutti

Alberto

A perte il tono un pò pedante (senza capire il perché o forse lo capiamo benissimo) la normalizzazione mostra la DINAMICA degli aggregati non il loro valore assoluto. Il reddito familiare sta sopra perché cresce più di quello totale (in percentuale del PIL) negli anni che tu dici. Per quanto riguarda la progressività delle imposte, a stare al tuo ragiomento (che mi lascia non dubbioso ma quasi allibito), dovremmo credere che il nostro sistema è talmente progressivo da avere prodotto una tale stagnazione nei redditi familiari? Ti rispondo ironicamente che sarebbe allora un motivo in più per passare ad una flat-tax.

Risgorosamente tuo

Thomas

Forse avrei dovuto scrivere: commentatore prevenuto, commento incoerente. Ma, mentre è chiaro che il Professor Rotondi è confuso, il tono supponente che usa alla sua prima apparizione è solo un indizio, non ancora una prova, del fatto che sia anche prevenuto. Peccato che raramente tanta supponenza sia stata così poco giustificata: nel commento del Professor Rotondi non vi è praticamente una singola affermazione valutativa che sia sensata, convenevoli a parte. Vediamole una per una.

Ritengo il commento alla curva del tutto fuorviante.

Che questa valutazione sia priva di senso segue dal fatto che tutte quelle che la seguono, e che la dovrebbero giustificare, verranno dimostrate tali.

A parte la strana normalizzazione a sinistra, in cui il reddito famigliare supera quello totale,

Ci ha già pensato Thomas a chiarire il sofisticatissimo metodo di normalizzazione utilizzato. Metodo secondo il quale, per vedere di quanto è cresciuta in percentuale una variabile in un arco di tempo, basta normalizzare la condizione iniziale a 100 ... Concediamo le attenuanti, certe ri-normalizzazioni non son per tutti.

la curva mostra semplicemente l'effetto della tassazione progressiva.
Nel periodo Prodi/c.sinistra il reddito totale è cresciuto e pure
quello disponibile per le famiglie, di circa l'1%, ma in misura minore
del reddito totale, come è ovvio in qualunque sistema progressivo.

Questa è la più divertente. Riflettiamo su cosa sta dicendo il Nostro: quando il reddito nazionale cresce, se il sistema di tassazione è progressivo (cosa che Egli ritiene evidentemente sacrosanta) la quota del reddito medesimo che lo stato colleziona attraverso le tasse deve crescere. Il tutto, a Lui, sembra molto "semplice" ed "ovvio". Davvero? Mai sentito dire che gli scaglioni di reddito vanno aggiustati, anno dopo anno, appunto per tener conto della crescita? Non si rende conto, l'Esimio Professore, che, in un sistema di tassazione progressiva del reddito, se l'autorità fiscale non aggiusta gli scaglioni, su cui si applicano le diverse aliquote, SIA per la crescita nel livello dei prezzi CHE per la crescita di reddito reale, dopo qualche anno TUTTI si troveranno ad avere una tassazione marginale (e media) uguale a quella massima? Eliminando completamente, quindi, proprio la natura progressiva del sistema di imposizione?! Ovvio, vero Professore?

Nel periodo Prodi/c.sinistra il reddito totale è cresciuto e pure
quello disponibile per le famiglie, [...] Nel quinquennio berlusconiano il reddito totale si è bloccato, è così quello delle famiglie.

Questa, quasi quasi, gliela faccio passare, 'ché per dargli torto dovrei fare da difensore d'ufficio di BS ... Tanto, le figure di consuntivo son qui sopra, i dettagli su chi ha tassato chi si trovano ora qui e la maggioranza dei nostri lettori sembra familiare con i sofisticati gruppi di rinormalizzazione da noi adottati. Insomma, l'affermazione si commenta da sola ... anche perché il Professore, afferrato da inusuale dubbio, aggiunge:

In realtà, studi accurati dimostrano che anche nel quinquennio berlusconiano il reddito disponibile è aumentato di circa l'1%, [...] Risultato: entrambi i governi hanno fatto aumentare dell'1% il reddito disponibile famigliare.

Si contraddice? Ebbene sì, Si contraddice! Fa anche affermazioni perentorie (come l'ultima) però non le dimostra ... Però denuncia palesi diseguaglianze (che nulla hanno a che vedere con l'articolo di A&T, ma a Lui non importa: indizio di prevenzione)

...ma in misura molto sbilanciata oer [sic!] i ricchi: il 20% delle famiglie più ricche ha preso 1/4 delle risorse!

Si apprezzi lo sforzo retorico! Se avesse scritto: il 20% più ricco ha preso il 25% delle risorse (vuole dire reddito, ma fa lo stesso), uno avrebbe detto: embeh? Oddio, a dire il vero anche con 1/4 uno dice "embeh?" lo stesso ... Ma Lui almeno ci ha provato a farci sentire colpevoli noi che, affamatori delle plebi, vorremmo tagliassero le tasse per permettere al 20% piu' ricco di portarsi a casa il 25% del reddito disponibile! La cosa divertente è che, data la distribuzione italiana dei redditi ed il livello degli stipendi universitari italiani, ho tutta l'impressione che il Professore appartenga a quel 20% dei più ricchi che si prendono (sbilanciatamente) il 25% delle risorse! Restituisca quindi un po' del suo stipendio, Professore, è frutto d'una politica  "sbilanciata". Ma Lui prosegue, imperterrito:

La propaganda sulle aliquote è fuorviante: va visto il complesso
aliquote, detrazioni-deduzioni, sussidi, fiscal drag (eliminato da
Tremonti), ecc.

Ecco, giusto: va visto il complesso. Infatti, occorre sempre tener conto degli effetti di equilibrio economico generale e, soprattutto, delle identità contabili. Noi l'abbiamo fatto. Ora Lei che neanche tanto implicitamente ci da' degli incompetenti, ci spiegherebbe come fare meglio? Dove hanno sbagliato A&T in questo articolo, ed A&T&M in quest'altro? Noi attendiamo fiduciosi che la Sua sapienza ci illumini.

P.S. Il nostro Professore, essendo confuso e supponente ma non avendo in realtà nulla di preciso da dire, vorrebbe che noi ce la prendessimo con gli autori dello studio che Egli cita in finale di commento. Tale soddisfazione NON Gli verrà data, anche perché lo studio in questione ha completamente altro obiettivo, non contraddice quanto qui scritto (anzi), utilizza dati diversi e cerca di misurare un concetto di "reddito disponibile familiare equivalente" che, seppur relativamente vicino a, non è quello della contabilità nazionale qui utilizzato. Ma tutto questo, e tanti altri dettagli, al nostro Professore non interessano. Lui sale in cattedra e fa lezione, ai dettagli ci pensa qualcun altro. Grazie della lezione, allora. Rimaniamo in ansiosa attesa della prossima, nella speranza che sia ugualmente divertente ...

L'articolo è interessante ma le conclusioni sono un po affrettate riguardo al ruolo e al peso della tassazione. Scomponendo il reddito disponibile delle famiglie nei diversi contributi attivi e passivi è possibile dimostrare che la flessione del reddito disponibile è dovuta, oltre che all'aumento della tassazione, principalmente alla riduzione del contributo del "net property income", vale a dire degli introiti da interessi, dividendi etc. La tavola sotto mostra come il contributo di questa voce al totale del reddito disponibile delle famiglie (non deflazionato) sia calato di 6.6p.p. nel periodo 1990-2006. Il contributo negativo delle imposte, invece, è aumentato di 2.9 punti percentuali.

Decomposition of Net Disposable income - Households and NPISH - Italy (in %)
      Assets Liabilities
    Net disposable income - Households and NPISH (mld euro) operating surplus compensation of employees net property income current transfers received current transfers paid current taxes on income and wealth
         
1990   539.4 29.3 61.4 28.6 25.8 25.1 14.8
1991   587.1 29.1 61.8 29.2 26.1 25.8 14.9
1992   621.1 29.0 61.5 29.3 27.4 25.8 15.8
1993   626.6 28.7 62.4 29.9 28.6 26.9 17.0
1994   654.3 29.7 61.1 28.2 29.0 26.4 15.7
1995   696.2 30.5 59.8 29.1 28.7 26.3 15.9
1996   743.1 30.8 59.5 29.5 28.6 26.6 16.1
1997   753.9 31.4 61.5 27.7 30.3 27.9 17.1
1998   764.9 31.4 60.4 26.4 30.9 25.2 17.8
1999   793.3 33.3 60.2 25.8 31.9 26.5 18.2
2000   823.2 33.9 60.5 25.6 31.5 26.5 18.3
2001   869.6 33.4 60.5 25.6 31.0 26.3 17.6
2002   905.6 33.5 60.7 24.3 31.6 26.3 17.0
2003   932.1 34.1 61.3 22.5 32.6 26.9 16.8
2004   964.1 34.7 61.6 22.0 32.7 27.3 16.7
2005   988.8 34.1 62.9 21.8 32.8 27.6 16.8
2006   1017.8 34.1 64.0 21.9 33.3 28.3 17.7
average  31.8 61.3 26.3 30.2 26.6 16.7
difference 1990-2006 4.7 2.6 -6.6 7.4 3.1 2.9
source: eurostat              

 

La riduzione del net property income è ancora più evidente nel grafico successivo. Questo grafico (i dati sono ancora fonte eurostat) che cerca di replicare il vostro mette a confronto il reddito disponibile nazionale e quello delle famiglie con l'andamento del net property income e delle current taxes on income and wealth. I dati sono deflazionati tramite il deflatore della spesa finale per consumi privati. Come nel vostro grafico il 1993 è posto pari a 100.

  

Il grafico mostra una una vera e propria frenata degli introiti dovuti a interessi (sul debito pubblico) e dividendi.

Del resto tale andamento rispecchia pienamente la riduzione del debito pubblico e della spesa per interessi che si è avuta a partire dal 1993. A titolo informativo la spesa per interessi media in rapporto al PIL nel perido 1992-1996 è stata dell 11.3%. è poi scesa ad un valore medio del 7.3% nel periodo 1997-2001 e successivamente al 4.9% nel periodo 2002-2006 (si veda a tale proposito l'appendice statistica delle previsioni di autunno 2007 della Commissione Europea).

Saluti,

Marco

Sbagliato, tutto.

Solo due hints, perché non ho molto tempo e comunque fra mezz'ora mettiamo un articolo che spiega in dettaglio perché hai torto da vendere. L'articolo di A&T si concentra sul fatto che, nel TOTALE del reddito nazionale la quota che va alle famiglie è diminuita di dieci punti, mentre di dieci punti è aumentata quella del settore pubblico.

Ora SE quanto l'articolo sostiene fosse incorretto, ossia se non fosse vero che lo stato italiano ha continuato non solo a tassare molto ma anche ad aumentare la tassazione e la spesa (in percentuale del reddito) nell'intervallo 1990-2006, e SE il tuo argomento fosse corretto, la seguente cosa sarebbe dovuta succedere. Alla diminuzione della spesa dello stato per interessi si sarebbe dovuta accompagnare una parallela diminuzione, euro per euro, della tassazione. Questo avrebbe lasciato (ceteris paribus) il bilancio dello stato invariato ed il reddito disponibile alle famiglie pure, sempre in rapporto al totale. La diminuzione della quota che va alle famiglie, evidenziata nel secondo grafico di A&T, NON ci sarebbe stata. Sic et simpliciter. Per parafrasare uno che ha fatto da advisor al 33% del blog: ci arriverebbe anche Rocco ...

INOLTRE, se guardi i TUOI stessi dati, che ovviamente gli autori conoscevano come l'articolo in arrivo fra mezz'ora mostra, noterai che la diminuzione della spesa per interessi comincia nel 1997! Mentre il grosso della crescita nell'(op)pressione fiscale avviene prima di allora, e poi nel 2006 (e nel 2007, come scopriremo fra qualche mese)!

Tutto questo è BANALE e non serve avere un PhD per capirlo. M'impressiona vedere come la cieca ideologia confonda la mente e faccia
dimenticare le nozioni più elementari di contabilità nazionale. Ora che ci penso, fa dimenticare anche la decenza ma a quel commento risponderò a parte.

Banalmente, il grafico 2 d A&T puo' essere ricavato facilmente dal grafico 1. Altro non è se non il reddito disponibile delle famiglie in rapporto al reddito disponibile nazionale. Lo potrei trovare anche io, basta dividire (più o meno) la linea blu del mio grafico per i valori della linea rossa e moltiplicare per 100. e' quindi chiaro che non ci voglia un PhD!

A&T concludono che tutto quello che la differenza tra reddito disponibile nazionale e quello delle famiglie è peso dello Stato, tassazione. Come vedi dal mio grafico non è solo quello (la linea verde te lo dimostra). Roughly, dei 10 punti percentuali 6 sono minori interessi, 3 maggiori imposte.

Mi fa piacere che gli autori conoscessero già questi dati. Il fatto che gli interessi calino dal 97 non cambia i risultati.

Riguardo alla decenza e alla vergogna, non so che dire. Nel fine settimana seguiro' il tuo consiglio (di cui ti ringrazio) e se trovo del tempo cerchero' di vergognarmi un po'.

Saluti

Marco

Sai come li chiamano quelli come te nelle aule dei seminari che frequento? Bad losers ...

RILEGGITI quanto hai scritto ed ho scritto, inala profondamente per una decina di volte, trova qualche collega alla Commissione che capisca le identità contabili ed il concetto di "ceteris paribus", parlaci, riflettici sopra per una settimana, poi torna e vediamo se questa volta l'esame lo passi. Per ora, sei al voto-minimo-di-Roberto: C---

Fine delle trasmissioni, per almeno una settimana.

P.S. Ora non ritornare a spiegarmi che sono un grande arrogante, cercando di girarla e magari facendo la vittima. Non è colpa mia se non sai la contabilità nazionale e non ti ho ordinato io di venire a spiegare ad A&T che hanno sbagliato ragionamento, mentre invece l'han fatto giusto. Nel mio dizionario, arroganti sono quelli che parlano a vanvera, criticando gli altri senza neanche rendersi conto di dire cose erronee. Chi critica a ragion veduta non è arrogante: è una persona che sa di cosa parla.

P.P.S. Oh, guarda guarda ... mi sono appena accorto che c'è n'è un altro, due commenti più sopra, che fa la stessa cosa. Viene, fra critiche a vanvera senza sapere di cosa parla e confondendo fischi con fiaschi (che confonda anche quacks con quarks?) concludendo il tutto con la pedante lezioncina pro-tasse. Ma sono tutti così "scarsamente competenti della materia" quelli che amano le tasse alte e lo spreco pubblico? Correlazione significativa, no?

se gli italiani stanno consumando il capitale da qualche tempo, non potrebbe essere che (forse a causa di protratte distorsioni nell'allocazione del risparmio da parte di enti previdenziali ecc.) l'equilibrio sia dinamicamente inefficiente (sovraccumulazione)?

Mah, teoricamente la sovraccumulazione sempre è possibile, ma nei fatti mi sembra alquanto poco probabile. Tieni conto che, in un modello "semi-realista" che si possa confrontare con i dati, si darebbe sovraccumulazione solo se il tasso di crescita ESOGENO del reddito fosse superiore al tasso di rendimento sugli investimenti. Ora, in un paese come l'Italia dove la popolazione ha ricominciato a crescere solo recentemente grazie all'immigrazione e dove gli indici di TFP (anche facendo finta che la crescita del TFP sia esogena, cosa che chiaramente non è) sono piatti da un decennio o forse due, pensare che il tasso di rendimento sugli investimenti sia inferiore al tasso di crescita esogeno dell'economia mi sembra una vera follia. A meno che i tassi di rendimento sugli investimenti non siano, in Italia, negativi. Cosa che non mi sembrano essere

Tanto per dirla tutta: direi che, come strumento di analisi e comprensione delle economie in cui oggi viviamo, l'inefficienza dinamica sia da buttar via, letteralmente da buttar via. Non serve a nulla e fa solo confusione. Forse potrebbe funzionare in un mondo semi-statico, a tecnologia più o meno invariante e crescita stabile della popolazione; insomma comunità agricole del passato in cui la scelta era fra "investire in terre, vacche e viti" o "sperare nei figli e nel loro lavoro". Al di fuori di quel mondo, l'analisi di Diamond diventa una lente altamente distorcente, e fa solo confusione.

Mi rendo conto che tali affermazioni lapidarie richiederebbero un serio e lungo Ex-K. per essere giustificate, e mi scuso di non averne il tempo. Ma, se uno ci riflette un attimo e prende in considerazione che quasi tutto il progresso tecnico è "incorporato" nel capitale fisico o umano (quindi: il rendimento del capitale ed il tasso di crescita della produttività dei fattori sono intrinsicamente legati, son quasi la stessa cosa) allora mi sembra che non siano affermazioni poi così strane.   

Mankiw segnala sul suo blog un interessante grafico del carico fiscale negli USA, per quintile:

http://bp2.blogger.com/_djgssszshgM/R8rESIAaVeI/AAAAAAAAARs/aCvq98bbTpo/s1600-h/tax+rates+by+quintile.gif

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