Gli sventurati risposero

7 gennaio 2009 michele boldrin e fausto panunzi

Quali sono gli standard minimi per diventare ricercatore, professore associato o professore ordinario? Questa domanda è stata posta dal Ministro Gelmini al CUN. Purtroppo, il CUN ha risposto.

Dopo avere deciso di riformare il meccanismo della formazione delle commissioni per i concorsi, introducendo, di fatto, un sorteggio dei commissari, il Ministro Gelmini ha chiesto al CUN di formulare degli standard minimi di qualità per gli idonei nelle diverse fasce concorsuali. Insomma, il Ministro ha chiesto al CUN: quante pubblicazioni deve avere come minimo un Professore Associato nel settore delle Scienze Matematiche? E un Ordinario di Scienze Economiche? E cosi via.

In principio sembra una buona idea. Però solo in principio. Dopo aver visto la risposta del CUN (della saggezza del "dopo" son piene le fosse, è vero, però giuriamo d’averlo pensato anche “prima”) argomenteremo che NON si e' trattato affatto di una buona idea.  Il nostro consiglio al Ministro Gelmini è il seguente: per favore, ignori il documento del CUN e cerchi altrove gli strumenti per imporre quel minimo di competenza accademica che Lei, giustamente, vorrebbe che l’università italiana soddisfacesse.

Perché mai prendersela con l’imposizione di requisiti minimi in una situazione di grave crisi, come quella dell’università italiana? Perché mai, nello sfascio generalizzato, criticare un sincero tentativo d’imporre almeno un livello minimo di decenza alla docenza, così da eliminare i casi più scandalosi? In altre parole, non siamo forse affetti, ancora una volta, dalla tipica cecità dei massimalisti che rinunciano al buono nella vacua attesa del meglio? Forse, ma crediamo di no e la ragione, duplice, è presto detta.

Da un lato, come la nostra breve disamina a seguire cerca di provare, la formulazione di criteri minimi in realtà non implica l’imposizione d’alcun criterio minimo, vuoi per l’eterogeneità dei criteri suggeriti nelle diverse aree disciplinari, vuoi per l’imbarazzante vaghezza ed elasticità con cui i medesimi sono formulati. Vi sarebbe, sempre dallo stesso lato, anche un problema di "incentive compatibility", ma lasciamo perdere le cose complicate che quanto detto basta ed avanza!

Dall’altro lato - e qui viene la ragione per cui non è vero che “tentar non nuoce”: in questo caso “nuoce” – richiedere al CUN d’esprimere criteri minimi potrebbe forzare ora il ministro ad accettarli. Accettare criteri minimi “sbagliati” sarebbe dannoso perché offrirebbe la foglia di fico definitiva a qualsiasi futura sconcezza. In altre parole, il soddisfacimento dei requisiti minimi potrebbe diventare una “patente”, un certificato di qualità, anche nei casi in cui i criteri minimi siano palesemente incongrui. Ministro Gelmini, per favore, dimostri un coraggio politico unico nella storia del MIUR: ringrazi e cestini. In fin dei conti, quelli del CUN sono solo suggerimenti e Lei, signora Ministro, ha il diritto di dire “Ho cambiato idea, ho dato uno sguardo in giro, ho riflettuto ulteriormente e non mi sembra il caso di stabilire dei criteri minimi nazionali. Che ogni Rettore, Consiglio di Facoltà e Dipartimento si assuma la propria responsabilità accademica e scientifica di giudicare e selezionare. Noi giudicheremo e valuteremo le loro scelte, come è nostro compito.”

Per le medesime ragioni, e perché in nessun paese civile – che noi si sappia – esiste una tale lista, il CUN avrebbe dovuto dire semplicemente al Ministro: non è un esercizio sensato, lasci perdere. Invece, con grande spirito di servizio, le diverse commissioni del CUN si sono attivate e hanno prodotto il documento richiesto. La cosa migliore è senza dubbio il preambolo. Ecco alcuni passi [neretto nostro]:

Premesso

- che la promozione della qualità ed eccellenza del sistema universitario dipende da molteplici fattori e non può prescindere da un'autonomia responsabile degli Atenei nella valorizzazione del merito ad ogni livello; […]

Ritenuto

- che gli indicatori proposti sono intesi esclusivamente al fine di determinare livelli minimi normalmente accettabili per l’ammissione alle diverse fasce della docenza;

- che tali livelli minimi non possono essere utilizzati per determinare in modo automatico l’esclusione o l’ammissione di un candidato ad una valutazione comparativa;

- che gli indicatori forniscono una rappresentazione inevitabilmente sommaria dell’attività scientifica dei candidati e che le commissioni giudicatrici, cui esclusivamente compete la responsabilità di stabilire la graduatoria finale, devono comunque formulare un giudizio qualitativo su tale attività scientifica;

- che gli indicatori proposti nulla debbono togliere all’autonomia degli Atenei nella libertà di strutturare i bandi di concorso secondo le necessità espresse dagli Organi collegiali degli Atenei stessi;

- che comunque i valori minimi proposti per gli indicatori ai fini dell’accesso alle fasce di docenza sono punti di riferimento qualificanti per le commissioni e per l’autovalutazione dei candidati;

- che in caso di non osservanza di tali valori minimi le commissioni debbono motivare le ragioni della loro scelta.

Insomma, sembra premettere il CUN: per rendere migliore la ricerca nel sistema universitario italiano ci vogliono riforme più serie, che diano agli Atenei gli incentivi appropriati a perseguire l’eccellenza nella ricerca. Giusto. Anzi, ineccepibile. Se gli incentivi di Dipartimenti ed Atenei vanno nella direzione di promuovere la ricerca, ognuno si regoli come vuole sui criteri di chiamata e promozione, dato che se sbaglia paga. Potrebbero, dovrebbero (vorrebbero?) fermarsi qui, i saggi del CUN. Ma non possono (o non vogliono?). Affrontano allora la mission impossible e, non essendo disponibile Tom Cruise, sanno che stanno per fallire. Quindi mettono le mani avanti in tutte le possibili direzioni, che non si sa mai come andrà a finire.

Iniziano dicendo: quelli che proponiamo sono solo requisiti minimi. Ma subito dopo aggiungono: anche se un candidato non li soddisfa non può essere escluso dai concorsi. Bisogna vedere caso per caso. Insomma, sono requisiti minimi, ma a volte anche chi ha meno del minimo può andare bene. Lo decideranno le commissioni di concorso. Continuano dicendo: sia chiaro, gli Atenei sono liberi di strutturare i bandi come vogliono. Dunque, cosa sono questi standard minimi? Dei semplici punti di riferimento, dice il CUN. L’unico vincolo è per le commissioni che, nel caso in cui scelgano di promuovere qualcuno che non rispetta i requisiti minimi, devono motivare le ragioni della scelta. Vincolo non troppo stringente, visti i costumi nazionali. Forse, al posto del preambolo, il Cun avrebbe potuto citare il verso di Montale: "Codesto solo oggi possiamo dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo".

Ma il bello viene quando si leggono le proposte per i singoli settori disciplinari. Qui c’è tutto ed il contrario di tutto, come ha già brevemente osservato Giovanni Federico in un commento ad un altro articolo. Che senso ha promulgare criteri minimi cosi spaventosamente difformi tra un’area disciplinare e l’altra? E, che senso ha promulgare criteri minimi, in alcuni casi, estremamente vaghi? Essendo noi economisti, ci limitiamo all’Area 13, quella di Scienze Economiche e Statistiche. Il testo si trova alle pagine 28 e 29 del documento.

Gli estensori mettono ancor di più le mani avanti di quanto non venisse già fatto nel preambolo generale, e dicono: Scienze Economiche è un baillame. Ci sono aree in cui si pubblica sulle riviste internazionali con il sistema di referaggio, altre in cui si pubblica prevalentemente su riviste nazionali e altre in cui si scrivono principalmente libri, come Storia Economica e Storia del Pensiero Economico (una verità solo parziale, nel primo caso, se si allarga lo sguardo all'esperienza internazionale, ed irrilevante nel secondo, visto che il raggruppamento concorsuale di Storia del Pensiero è uno strano oggetto tutto italiano). Come facciamo a dare criteri validi per tutte queste aree? Questa sarebbe stata una buona occasione per segnalare alla signora Ministro il proliferare di aree disciplinari inventate a tavolino, che non corrispondono a veri filoni di ricerca indipendenti ed autonomi. Che differenza c’è tra un professore di Economia Politica e uno di Politica Economica? Perchè Economia Applicata è distinta da Economia Politica? Misteri italici, anche se, per fortuna, meno seri di Ustica e di Piazza della Loggia.

Ma questa non è stata la scelta dei colleghi che siedono nel CUN. I quali finiscono invece per definire criteri piuttosto vaghi. Prendiamo i criteri per gli Ordinari. Ci vogliono 10 pubblicazioni negli ultimi 8 anni. Ma solo 4 delle 10 devono essere pubblicate in riviste di “grande rilievo scientifico”. Prima perplessità: a che servono le 6 pubblicazioni in riviste di non grande rilievo scientifico? A far numero? Non ne potremmo fare a meno, allora, nei criteri minimi? Ma i saggi del CUN ci confondono ulteriormente le idee dicendo che di queste 4 pubblicazioni su riviste di grande rilievo solo 2 devono essere a carattere internazionale. Quindi esistono, evidentemente, delle riviste di “grande rilievo scientifico” nel campo dell’economia edite in Italia. A nostra conoscenza, NO. Forse una volta. Oggi senz'altro no. Almeno secondo quelli che noi riteniamo siano gli standard che definiscono il grande rilievo scientifico. A far scendere una nebbia fitta su di noi provvede l’ultimo punto in cui si dice che gli editori devono applicare il referaggio anonimo e indipendente. Gli editori? Ma allora qua si parla anche di libri (invece che di riviste) o stanno forse decidendo che e' l'editore che definisce della qualita' di una rivista? Starete mica scherzando, colleghi del CUN: Blackwell pubblica di tutto, oltre che Econometrica! O non e', forse, che editori è la traduzione (sbagliata) di “editors”, che in italiano dovrebbe essere "direttori”? Insomma, cosa vuol dire quel paragrafo?

Supponiamo pure - non è per nulla improbabile - di essere noi che non capiamo quello che c’è scritto nel documento del CUN. C’è però di certo qualcosa che nel documento dell'area 13 NON viene scritto. La parola "citazioni." Le citazioni ottenute non contano niente? Può diventare ordinario di economia anche chi non ha citazioni? Pare di sì.

Non vorremmo però dare l’impressione di essere impietosi o irrispettosi verso il documento del CUN. Noi non avremmo certo fatto meglio di loro, sia chiaro. Il problema è che l'intero esercizio ha una base per niente solida: chi può sostenere che esistano dei requisiti minimi validi sempre? Forse quello che era lecito chiedere al CUN era di non assecondare la richiesta del Ministro.

Avendo loro perso questa occasione rispondendo, non ci rimane che chiedere al Ministro, che fece la domanda, di non accettare i criteri suggeriti dal CUN e di ammettere d’aver fatto un errore di percorso sul quale si è ricreduta. Ci creda, signora Ministro, non c’è nulla di male nel cambiare idea di fronte all’evidenza contraria, specialmente quando si è, fra le altre cose, Ministro della Ricerca. Come diceva quel tale “Se sapessimo cosa stiamo facendo, non la chiameremmo ricerca, no?”

37 commenti (espandi tutti)

In realtà l'idea dei requisiti minimi non mi sembra sbagliata "di per sè". Il requisito minimo dovrebbe impedire che venga fatto professore associato chi ha solo un paio di pubblicazioni, non a decidere chi, fra le centinaia di persone che hanno almeno 5 o 6 pubblicazioni, sia la persona migliore per quel posto. La decisione su chi deve avere il posto andrebe fatta (e qui sospetto siamo tutti concordi) in maniera indipendente dal singolo dipartimento sulla base di una serie di incentivi che spingano ad assumere i più meritori e/o "adatti" al tipo di ricerca che il dipartimento vuol portare avanti.

Anche il frazionare questi requisiti minimi mi pare inevitabile. Che economia, informatica, matematica e italianistica non possano avere gli stessi requisiti mi pare lapalissiano. Nel mio campo (fisica) i criteri individuati sono ridicolmenrte bassi ma strutturati in modo ragionevole. Ad esempio si fa notare che gli articoli di fisica teorica hanno (nella stragrande maggioranza dei casi) meno autori degli articoli di fisica sperimentale e che, quando ci sono molti autori, spesso questi vengono messi in ordine alfabetico (e quindi è stupido dare più importanza al primo nome). Si fa anche notare che in quasi tutti i settori della fisica si pubblica unicamente su riviste ISI il cui impact factor è ben correlato con la loro importanza. L'eccezione è la storia e la didattica della fisica che sono più vicine a pedagogia e letteratura che alla fisica e quindi non ne possono seguire i criteri.

Insomma, mi pare una disamina attenta e non troppo barocca di quello che è lo stato di fatto. L'unico vero problema è che i paletti "minimi" vengono posti così in basso da permettere a quasi tutti di entrarci (io inizio ora il mio secondo anno di post-doc ed ho già i requisiti come professore associato e mi manca un soffio per i requisiti da ordinario).

I paletti non sono in basso proprio per nulla: le pubblicazioni vanno pesate, non contate. A minnesota, votammo offerte con tenure a colleghi con 3 (tre) pubblicazioni. Secondo questi criteri, questi (stimati) economisti che in Italia sarebbero nel top 2% di tutti i docenti di economia, non varrebbero il titolo di professore associato. 

Che, auspicabilmente, le pubblicazioni vadano "pesate e non contate" siamo perfettamente d'accordo. Tuttavia resto dell'idea che porre un limite minimo per le varie posizioni non sia, in linea di principio, così sbagliato. Non sono assolutamente in grado di giudicare se i paletti suggeriti per l'area 13 (economia e statistica) siano alti o bassi: però posso garantire senza ombra di dubbio che per fisica sono ridicolmente bassi.

ma il ministro era in qualche modo obbligato a chiedere il parere del CUN (organo collegiale di rappresentanza di professori, studenti e personale tecnico se non sbaglio) sui requisiti minimi, per di più con il vincolo del voto il 9 gennaio con tanto di fiducia? Se così non fosse, direi che ci sono gli ingredienti per un autogol politico clamoroso...

Prossimamente avremo un altro parere del CUN privo di senso. Il Decreto Legge che sarà oggi convertito in Legge richiede un parere del CUN per definire a priori che cosa si intende per "pubblicazione scientifica". Si dovrà decidere, a priori, che un lavoro pubblicato su "Chaos, solitons and fractals" ha valore scientifico (rivista ISI di alto IF)? E con che coraggio? Alla fine ne vedremo delle belle, cioè contorcimenti vari che consentono di dichiarare "pubblicazione scientifica" qualsiasi cosa, compresa la proverbiale "noticina" pubblicata sugli "Atti della Accademia Peloritana dei Pericolanti" . A meno che, in un sussulto di dignità, il CUN risponda che non è in grado di rispondere ad una richiesta priva di senso. Continuo a stupirmi di come persone non stupide pensino che si possa definire la qualità (o addirittura l'eccellenza) per decreto ministeriale.

Magari il CUN potrebbe rispondere che domande del genere vanno fatte all'accademia della crusca...

Purtroppo l'idea che si possa evitare la discrezionalità nelle decisioni su assunzioni e promozioni porta a cercare di definire regole che però alla fine o rimangono del tutto generiche e quindi inefficaci oppure sono costrette a definire in modo preciso concetti quali quello di "pubblicazione scientifica". Il CUN dovrebbe semplicemente rifiutare di dare un parere su questi argomenti. La discrezionalità semplicemente non può essere eliminata. Prendiamone atto.

Queste richieste ministeriali con relativo goffo tentativo di risposta ricordano l'Azione Parallela de L'uomo senza Qualita': il tentativo velleitario di definire l'essenza, il carattere fondante della societa' austriaca al volgere del secolo. L'Azione Parallela e' il simbolo di un elite in decadenza non piu' in grado di cogliere il mondo ma disperatamente alla ricerca di una chiave di interpretazione per tornare a dirigere i fenomeni sociali, ormai sfuggiti al suo controllo.

 

Bellissima analogia, grazie!

Per quel che puo' stupire, confermo che anche i criteri per l'area biologica fanno ridere i polli. Un commento per chi dice che i criteri minimi possono servire ad evitare che chi non ha pubblicazioni diventi professore: il numero di autori che compare su una pubblicazione varia da uno a n. In Italia e' molto diffuso un malcostume chiamato di "ghost authorship": cioe' quando il nome di chi non ha contribuito punto al lavoro compare tra gli autori. Un provvedimento del genere non fara' altro che aumentare il fenomeno.

In buona sostanza, non serve ad un bega se non a peggiorare quello che non sembrava neppure peggiorabile.

Secondo me bisognerebbe premiare di più gli autori per articoli con meno firme. Bisognerebbe anche riconoscere che il primo nome è di solito quello che ha fatto il grosso del lavoro.

(per quel che riguarda l'informatica, h-index >= 2 per ricercatori, 5 per associati, 7 per ordinari contando tesi di dottorato, riviste e conferenze peer-reviewed)

Dipende dai campi. In fisica nucleare e sub-nucleare i nomi di un articolo sperimentale sono tanti per necessità e spesso vengono messi in ordine alfabetico (e in un lavoro sperimentale decidere chi è che ha fatto "il grosso del lavoro" non è compito banale). In fisica teorica o in matematica invece trovare articoli con più di 3-4 nomi è una rarità. Insomma: settore che vai usanza che trovi.

Insomma: settore che vai usanza che trovi.

Su nfa per esempio l'ordine dei coautori e' alfabetico, calcolato dando la precedenza al nome sul cognome... a noi piace confondere la gente ;-)

Secondo me bisognerebbe premiare di più gli autori per articoli con meno firme. Bisognerebbe anche riconoscere che il primo nome è di solito quello che ha fatto il grosso del lavoro.

Totalmente d'accordo, il problema sta nell'obiettivita' della quantificazione di questi elementi.  Certo in fase di reclutamento sarebbe opportuno valutare in maniera approfondita i contributi dei candidati alle pubblicazioni presentate ben oltre la numerosita' delle firme e alla posizione della firma.

 

Ci sono aree in cui si pubblica sulle riviste internazionali con il sistema di referaggio, altre in cui si pubblica prevalentemente su riviste nazionali e altre in cui si scrivono principalmente libri, come Storia Economica e Storia del Pensiero Economico (una verità solo parziale, nel primo caso, se si allarga lo sguardo all'esperienza internazionale, ed irrilevante nel secondo, visto che il raggruppamento concorsuale di Storia del Pensiero è uno strano oggetto tutto italiano)

Rispetto a questa osservazione: di recente la SIE (Società Italiana degli Economisti) ha proposto un sondaggio sulla definizione dei settori in Economia. Non conosco i risultati di questo sondaggio, ma la riduzione dei settori sarebbe un prerequisito essenziale per lo svolgimento dei concorsi. Personalmente ho votato per il mantenimento di soli tre settori "Economia Politica", "Econometria" e "Storia economica" e (ma poi, ripensandoci, potrebbero bastare i primi due).

 In realtà l'abitudine di pubblicare libri e di scrivere su riviste italiane è tipica degli storici economici italiani. In ambito anglosassone, si pubblicano articoli di ricerca su riviste con referee (ora almeno cinque in ISI) - anche perchè la stragrande maggioranza degli storici economici lavora in dipartimenti di economia o in business schools. Quasi nessuno scrive libri di ricerca. I libri riportano i risultati  di articoli già pubblicati dall'autore, resi più user-friendly e inquadrati in un discorso più generale, o sono grandi sintesi rivolte ad un pubblico non di specialisti (compresi gli storici economici non del settore - una cosa tipo il JEL o il Journal of Economic Perspectives).

 

Agree. Era quello che intendavamo con "una verità solo parziale nel primo caso". Infatti, se posso aggiungere, voler contare i libri come rilevanti nella valutazione della ricerca è un trucco in più per coprire gli incompetenti. Credo questo sia vero non solo in economia, ma in quasi tutti i campi che hanno procedure di referaggio nelle riviste scientifiche.

Oserei dire che è vero persino fra filosofi e letterati: adottare il referaggio generalizzato aiuterebbe, per esempio, a risolvere scandalosi comportamenti come quello del professor Umberto Galimberti, il quale sembra dedicarsi a plagiare gli scritti degli altri per pubblicare i suoi libri [disclaimer: uno/a dei plagiati è amico/a mio/a].

Speaking of which, quello di UG è solo un esempio fra i tanti, il primo che mi è venuto in mente. Non ho niente di personale contro UG, che ricordo vagamente, dalla mia giovinezza veneziana, come un chiaccherone senza costrutto. In realtà il plagio è diffuso nell'accademia italiana, economisti inclusi, come tutti sappiamo. Un altro sintomo dello stato penoso della situazione: fra coloro che plagiano con totale sfacciatezza ci sono anche dei "famosi baroni". Avrei esempi da vendere ... plagiano i loro studenti, plagiano i libri scritti da altri in altre lingue, è tutto un "forbici e peccetta" ... c'è gente che arriva al punto di inviare al Journal of Economic Theory articoli plagiati da riviste in altre scienze, sperando di scamparla! Parlo per esperienza personale, ma lasciamo stare (al momento) i nomi. Il problema del plagio andrebbe comunque discusso alla luce del sole, è una cosa gravissima ed altamente inquinante. Il fatto che sia conosciuto ma coperto da omertà è cosa disdicevole.

Come avevo già avuto modo commentare in altri post, la fondamentale questione riguarda i livelli di responsabilità e di autonomia coinvolti.

Ho già detto che una seria riflessione porta a concludere che siano giustificabili (=utili) forme di accreditamento dei candidati distinte dalla procedura di reclutamento delle Università laddove anche lo status e le altre regole di funzionamento del sistema siano (per motivi più o meno criticabili ma che qui non affrontiamo) "al di fuori" della responsabilità locale. Tradotto: per un sistema dove i docenti sono funzionari pubblici "tradizionali" le cose sono un po' diverse da UK o USA.

Avevo quindi suggerito che il sistema adottato dall'Agenzia catalana AQU poteva essere una possibile soluzione.

Non posso spiegarlo qui in due righe, comunque il tutto si deve a delle riflessioni e ad un input di Andreu Mas-Colell (vds. anche lo Statuto AQU), non a dei bolscevichi.

L’unico vincolo è per le commissioni che, nel caso in cui scelgano di promuovere qualcuno che non rispetta i requisiti minimi, devono motivare le ragioni della scelta.

Questo principio si chiama "comply or explain" per chi mastica l'Inglese.

RR

 

lo dimostra il concorso appena vinto dalla figlia del presidente, migliore (nonchè unica) candidata al posto.

In un articolo apparso sul Corriere nella stessa giornata, Gian Antonio Stella affermava che questa candidata non rispettava i requisiti minimi proposti dal CUN per il suo raggruppamento. Non ho elementi per giudicare questo caso in particolare, ma mi interessa discuterne le implicazioni generali. Secondo me sarebbe sbagliato concludere, se l'affermazione di Stella fosse vera,  che gli standard minimi possano avere un effettivo ruolo di filtro. L'unica conseguenza, secondo me, è che la commissione avrebbe semplicemente dovuto scrivere una motivazione sul perchè la candidata (o un altro candidato) avesse vinto senza rispettare i requisiti minimi. E una motivazione nobile c'è (quasi) sempre. Ad esempio, si può dire che i lavori in corso sono di ottimo livello. Quindi il mio scetticismo sull'efficacia dei criteri minimi rimane inalterato.

 In un precedente commento, avevo detto che, nella disastrata situazione italiana, ed in attesa della RIFORMA  che tutti ci auspichiamo, l'idea di stabilire requisiti minimi per i concorsi non era poi così malvagia, a patto che fossero un minimo impegnativi. Pensavo a quelli degli scienziati (specie Chimica - comitato 03), mentre quelli di economia mi sembravano ridicolmente facili. Mi sbagliavo. Ho preso il Bollettino dei concorsi di Perotti [2004], che tutti conoscete, ed ho controllato quanti dei 32 vincitori dei concorsi a prima fascia citati superavano il minimo (almeno 4 articoli in riviste, di cui 2 di grande rilievo internazionale). Ho contato gli articoli pubblicati in "altre riviste" nella definizione di Perotti e non ho tenuto conto del vincolo temporale (dieci anni). Risultato: 14 idonei su 32 NON superano i criteri. Se fossi stato meno caritatevole, ed  avessi considerato "di grande rilievo" solo le riviste delle quattro fasce del ranking di Perotti, il numero si sarebbe ridotto di molto. E non cito per carità di patria i commissari...

Questo commento GF rende perfettamente l'idea dello stato della ricerca italiana. Nonostante i tentativi maldestri di certi accademici intenti a far contro-propaganda. Segnalo a questo proposito il rapporto di Regini, che mi sembra un'accozzaglia di asserzioni poco sostenute dai fatti, nonostante si fregi del sotto-titolo di "Ricerca Comparativa". Il professore e' titolare di un finaziamento PRIN per condurre un survey tra i rettori, professori et similia europei sull'organizzazione delle universita' europee e la loro integrazione con i mercati.

Chiaramente la ricerca comparata dara' origine al solito volumetto.

La difesa si articola in 5 capitoli su 1) proliferazione dei corsi di studio; 2) produttivita' scientifica; 3) disattenzione al mondo del lavoro (qualunque cosa questo significhi); 4) Universita' e baroni; 5) spesa e inefficienze

Sembrera' paradossale, ma in tutte e 5 le tematiche il nostro paladino riesce a concludere che non va poi cosi' male...ma non voglio rovinarvi la lettura che alcuni passaggi raggiungono lo spassoso...

 

 

 

 

Luca, fa piacere risentirti. Se sei ancora in giro fatti vivo, che ci facciamo una birra.

As for Regini, niente di nuovo sotto il sole ... perfetto esempio di barone italiano di "sinistra", intellettualmente inutile ma abile a seguire tutti i venti che tirano. Una volta, in compagnia di un certo Reyneri, faceva il rivoluzionario straparlando di lotte operaie che non aveva mai frequentato né praticato ... ora difende l'esistente baronale.

ora difende l'esistente baronale

Quale, precisamente?

RR

mi sembra un'accozzaglia di asserzioni poco sostenute dai fatti

Quali sono le asserzioni in questione ??

Le asserzioni come quelle in ogg. mi puzzano parecchio.

RR

Faccio alcuni esempi, Renzino: scusa la prolissita', ma hai chiesto dettagli...

Direttamente dal testo:

1- "Per ciò che riguarda la bassa efficienza nella formazione di capitale umano, colpisce il fatto che il tasso di laureati sia così insoddisfacente non perché siano pochi gli ingressi nel sistema universitario, ma perché rimangono troppo elevati gli abbandoni. Non vi è dubbio che a questo cattivo risultato concorra in forte misura l’assenza in Italia di una vera politica di diritto allo studio, comparabile in qualche misura a quelle degli altri paesi europei".

Regini pero' sottace altri fattori, da considerare almeno come ipotesi di lavoro: a) nella quasi totalita' delle universita' italiane la didattica si risolve in lezioni frontali e nelle facolta' non scientifiche le aule sono spesso sovraffollate. Strumenti didattici innovativi (problem solving learnig, ad esempio) sono esperienze marginali. b) il costo degli studi non varia a seconda della performance dello studente (i fuori corso non pagano rette superiori, il che sarebbe ovvio, visto che l'istruzione in Italia e' sussidiata).

Prosegue con:

2-"Quanto alla produttività scientifica delle università italiane, le polemiche scatenate dal loro non brillante posizionamento nei principali ranking internazionali appaiono da un lato frutto di una analisi grossolana di questi dati; mentre dall’altro rivelano le intenzioni prevalentemente denigratorie di chi conduce la polemica [...] La percentuale di università italiane presenti nelle quattro principali classifiche dei primi 500 atenei del mondo (per brevità, ranking di Shanghai, del Times e di Taiwan) o dei primi 250 atenei europei (ranking di Leiden) è superiore a quella delle università spagnole e, tranne che nel ranking del Times, anche di quelle francesi (v. tabella 5)."

A guardare bene la tabella pero' il dato grosso non e' che siamo meglio della Spagna e talvolta della Francia, e' che siamo peggio degli altri...(e come si piazzano i paesi nordici, tra l'altro?) Ma non solo, la tabella non pesa la presenza per il ranking. Ci dice solo che X% sono tra i primi 500. Si, ma in che posizione? E questi dati sono corretti per dimensione degli Atenei? Ma soprattutto si "dimentica" di citare i dati di produttivita' scientifica per ricercatore accademico (es. numero di articoli*impatto standardizzato/n. ricercatori accademici), che alla fine e' quello che conta se misuri la produttivita' che pur sono facilmente disponibili presso altri autori (Gagliarducci et al. che immagino tutti conosciate).

Sempre da Regini et al. :

3- "La scarsa attrattività internazionale, almeno in parte dovuta alla lingua e all’assenza di residenze universitarie già indicata".

Ma su!! Esistono report molto piu' dettagliati a riguardo (Gagliarducci ad esempio), che invece attribuiscono, gran parte del problema al sistema di reclutamento e promozione. D'altronde mi si spieghi di grazia come in un sistema nel quale il fattore campo (ovvero l'affiliazione alla cordata locale) vale 13 pubblicazioni peer reviewed (Perotti), un professore straniero possa vincere un concorso. Ma di questo problemuccio il nostro tace.

4- "la percentuale in Italia di laureati nelle prime due aree [umanistiche e scienze sociali, nota mia] sopra indicate risulta infatti inferiore a quella degli altri paesi eccetto la Spagna. Ciò è in parte spiegabile con l’assenza, in questi due paesi, di canali non universitari di formazione terziaria; ma resta il fatto che il sistema universitario italiano non produce laureati poco richiesti dal mondo del lavoro in misura superiore ai paesi vicini."

Ora questo e' per me un argomento addirittura piu' scioloso degli altri, sono un medico. Il punto secondo me non e' il numero assoluto, ma quanti laureati in rapporto alla domanda. E qui il tema e' certamente complesso ma non puo' essere liquidato come fa Regini. In Italia il ritorno dell'investimento in istruzione e' molto piccolo. Il che mi suggerisce, semplificando, diverse possibili ipotesi: a) le competenze insegnate all'universita' sono scadenti e le imprese hanno bisogno di tecnici piu' preparati e si accollano il costo della formazione che pesa sui salari di ingresso; b) la domanda di tecnologia nel paese e' limitata (e il net brain drain del paese mi suggerisce che queste seconda ipotesi puo' avere un peso, mi sbaglio?); c) gli studenti imparano bene quello che studiano, le imprese hanno bisogno di tecninci qualificati, ma quello che viene insegnato non corrisponde comunque alla specifica domanda di competenze tecniche delle imprese. In ogni caso il problema mi sembra di matching di domanda e offerta e non semplicemente di quanti pezzi di ingengnere produciamo.Di queste tematiche il nostro non parla.

Infine la chicca suprema, riguarda la difesa dalle accuse di baronaggio. Dopo aver detto che forse su questa cosa un problemino esiste si affretta a:

5- "Ciò che tuttavia sconcerta, nei contenuti e ancor più nei toni di queste accuse, coloro che nell’università lavorano con serietà e passione e con risultati riconosciuti internazionalmente, sono tre aspetti. Il primo è la natura generalizzata e indiscriminata delle accuse, che denota una straordinaria incapacità di discernere il grano dal loglio, salvo che non si voglia pensare a una intenzionale disinformazione per delegittimare l’intero sistema. Questa incapacità è tanto più paradossale in quanto la denigrazione generalizzata viene spesso proposta ai media da studiosi che nel sistema universitario italiano hanno ricoperto per molti anni posizioni di notevole rilievo scientifico e di grande potere accademico".

Ma stiamo scherzando? Siamo sempre li', usano le rarissime eccezioni positive (senza citarle, senza fornire uno straccio di numero, eh! mi raccomando) come foglia di fico per la deriva familistica dell'universita'. Non si accorgono, o fingono di non sapere, che il punto sollevato non e' etico. Non ce ne frega niente di facili condanne. Non ce ne frega niente di veder revocato il loro incarico per aver truccato concorsi. Il punto e' che il sistema in essere incentiva gli attori a coltivare amicizie piu' o meno opache, piuttosto che fare ricerca e didattica. E' questo il punto. E su questo punto Regini ancora una volta sottace.

 

Caro Luca

Gagliarducci et al. che immagino tutti conosciate

Non conosco Gagliarducci, un link (se esiste) sarebbe benvenuto nonche' in tema!  Io conosco i lavori di Perotti e D.King, "La produttivita' scientifica delle nazioni", indicati con collegamenti nel mio intervento sulla produttivita' scientifica italiana.

Credo si riferisca a questo (e credo che tu lo conosca gia').

si e' quello. Avevo poi postato il link ma devo aver fatto pasticci tra il bottone anteprima e invia...

Credo si riferisca a questo (e credo che tu lo conosca gia').

Corretto, io mi riferisco a quel lavoro (lo splendido isolamento...) con Perotti et al. perche' l'ho trovato sul sito web di Perotti ma effettivamente e' un lavoro in collaborazione e non so chi sia l'autore principale. Gagliarducci e' il primo della lista, ma non conosco nulla di lui.

non so chi sia l'autore principale

In economia se non ci sono indicazioni contrarie in nota all'elenco degli autori (evento rarissimo), il lavoro si intende frutto di collaborazione in parti uguali. 

Regini pero' sottace altri fattori, da considerare almeno come ipotesi di lavoro: a) nella quasi totalita' delle universita' italiane la didattica si risolve in lezioni frontali e nelle facolta' non scientifiche le aule sono spesso sovraffollate. Strumenti didattici innovativi (problem solving learnig, ad esempio) sono esperienze marginali.

Benissimo, introdurre una discussione sulla didattica sarebbe senz'altro overdue; si parla di insegnamento (pure universitario) dopotutto, ma i nostri soloni accademici pensano che la "qualità della didattica" dipenda solo dalla "qualità della ricerca", cosa che nessuno nel resto del mondo assume, tant'è che ci sono specifiche linee di ricerca proprio sulla didattica universitaria, e istituzioni come ad es. la Higher Education Academy in UK che hanno come scopo proprio lo sviluppo professionale della docenza universitaria.

Siamo pieni di incapaci nei più elementari elementi di progettazione di un corso. Pensa ad es. che ci sono dei docenti europei che sono venuti a vedere il materiale dato in qualche corso umanistico e hanno calcolato che il numero dei crediti (che devono misurare il tempo necessario ad ottenere certi esiti formativi) dovrebbe essere 10 volte superiore. Senza discutere tutto il resto, ovviamente...

La percentuale di università italiane presenti nelle quattro principali classifiche dei primi 500 atenei del mondo (per brevità, ranking di Shanghai, del Times e di Taiwan) ... [bla bla]

Io con la maggior parte dei ragionamenti che si fanno sui ranking mi ci pulisco il culo, quindi Regini o altri per me pari sono. Certamente ci si possono scrivere articoli sopra.

La scarsa attrattività internazionale, almeno in parte dovuta alla lingua e all’assenza di residenze universitarie già indicata

Certamente la lingua non aiuta, ma naturalmente non penso che ci voglia nascondere con quello - però se pensi che la meta più scelta dagli studenti Erasmus è la Spagna, bisognerebbe introdurre altre ragionamenti sulla mobilità internazionale degli studenti (cosa su cui, detto infra, non abbiamo informazioni solide e chiari, a causa di queli pagliaccioni delle varie amministrazioni nazionali e della diversità di presa dati).

il problema mi sembra di matching di domanda e offerta

Senz'altro, siamo fuori con le carte.

Ma stiamo scherzando? Siamo sempre li', usano le rarissime eccezioni positive (senza citarle, senza fornire uno straccio di numero, eh! mi raccomando) come foglia di fico per la deriva familistica dell'universita'. Non si accorgono, o fingono di non sapere, che il punto sollevato non e' etico. Non ce ne frega niente di facili condanne. Non ce ne frega niente di veder revocato il loro incarico per aver truccato concorsi. Il punto e' che il sistema in essere incentiva gli attori a coltivare amicizie piu' o meno opache, piuttosto che fare ricerca e didattica. E' questo il punto. E su questo punto Regini ancora una volta sottace.

La deriva familistica è fuor di dubbio - penso però che il Regini si riferisse all'uso di dati e argomenti non corretti da parti di vari commentatori/accusatori, cosa sulla quale non posso che convenire al 100%. Circa gli incentivi, ovvio che bisogna mettera quelli giusti e togliere quelli sbagliati ma anche qui non ho visto chiarezza di idee da parte dei commentatori.

RR

Sarebbe interessante sapere quali criteri sono stati utilizzati dal CUN per inividuare i cut off che definiscono la qualita' minima. Un approccio statistico (ed es: il 10mo percentile della distribuzione delle pubblicazioni dei ricercatori italiani per settore disciplinare)? Ho dato una lettura velocissima e potrebbe essermi sfuggito qualcosa di molto grosso, ma io non ho trovato alcuna sezione metodologica che meriti questo nome...Mi pare che abbiano usato un approccio da bar travestito da burocratese (una serie di premesso, premesso, premesso): ognuno la butta li e vince il piu' testardo. Mi sbaglio? 

 

 Hanno chiesto alle società scientifiche un parere. Quindi i requisiti fotografano la conventional wisdom dei professori italiani - e si vede

 Pur avendo fatto parte di un raggruppamento (chimica) nel quale sono scritte cose non del tutto irragionevoli, condivido pienamente quanto scritto dagli autori. Il Ministro mostrerebbe saggezza se buttasse nel cestino il documento del CUN. Penso che la condiscendendenza di questo organo faccia parte della (peggiore) tradizione dei professori universitari che è quella di piegarsi ad ogni nuova esigenza, purchè non si comprometta lo status quo.  

Sul Sole 24 ore di oggi c'è un articolo che vi consiglio di leggere. Il titolo è "Concorsi, allargare i requisiti" (non trovo il link). Tre professori di diritto (Denozza, Enriques e Ferrarini) - che io peraltro conosco e stimo - segnalano che i requisiti minimi stabiliti dal CUN per il loro settore PENALIZZANO le pubblicazioni su riviste internazionali (rispetto alle monografie). Una cosa incredibile, meravigliosa nella sua assurdità. L'articolo si conclude con l'esortazione a integrare i criteri, inserendo  anche le pubblicazioni su riviste internazionali. Io rimango dell'opinione espressa nell'articolo: sarebbe meglio azzerare tutto.

Il titolo è "Concorsi, allargare i requisiti" (non trovo il link).

L'articolo è questo.

Ciò che si lamenta, invero, è che sia un requisito "necessario" la monografia (intesa italicamente) - messa qui in alternativa ad 8 saggi su riviste straniere. Ma è in effetti una questione di diverse linee di ricerca, come si evince dalla spiegazione, laddove gli "italianisti" sarebbero favoriti rispetto ai "comparativisti-concettualisti" che pubblicano saggi su riviste internazionali, per via dell'oggetto dei loro studi.

E' chiaro che nessun complesso di requisiti minimi deve condurre a ingessare o favorire specifiche linee di ricerca, quindi i tre autori fanno bene a segnalare la cosa.

RR

 

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